2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: il G8 di Genova nell’ultimo libro di Vittorio Agnoletto
Proseguiamo nella nostra rassegna del ricco calendario di iniziative andando
verso il G8-25ale parlando dei libri: ben diciassette le presentazioni previste
nell’arco delle prossime due settimane! E non potevamo non inaugurare la serie
con l’ultimo libro di Vittorio Agnoletto “Il G8 di Genova. Ieri, oggi,
domani” (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni).
Due presentazioni sono già previste a Roma a partire da domani 7 luglio (h 19
@ Zalib, via della Penitenza 35 – con Fausto Bertinotti, Raffaella Bolini e
Mariangela Paone nel ruolo di moderatore) e poi il giorno successivo (h 19.30 @
Monk, Via Giuseppe Mirri 35, insieme a Riccardo Noury in dialogo con il
giornalista Tommaso Proverbio); mentre la data di Genova sarà il 9 luglio (h 18,
@ Music For Peace, Via Ballaydier) con il PG Enrico Zucca, già PM al processo
Diaz, la giornalista Monica Di Sisto e Antonio Bruno nel ruolo del moderatore;
infine il 14 luglio a Milano h. 18 @ Arci Bellezza, via Giovanni Bellezza 16)
con il PG Enrico Zucca in dialogo con la giornalista Lorenza Ghidini.
Tutte le date successive del tour le trovate nel sito di Vittorio Agnoletto.
Ecco la recensione del libro realizzata per noi da Laura Tussi. (NdR).
Il G8 di Genova: la memoria che non si spegne, tra ferite aperte e domande sul
presente
A venticinque anni da Genova 2001, il libro di Vittorio Agnoletto Il G8 di
Genova. Ieri, oggi, domani (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni) non si
limita a rievocare un evento: lo riapre come una ferita ancora pulsante nel
corpo della democrazia occidentale. Non è soltanto un libro di memoria. È un
atto politico nel senso più pieno del termine: un tentativo di restituire senso
a ciò che Amnesty International definì senza mezzi termini «la più grave
sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dal secondo
dopoguerra». Dentro queste pagine scorrono immagini che appartengono ormai
all’immaginario collettivo e insieme lo inquietano ancora: la morte di Carlo
Giuliani in piazza Alimonda, l’irruzione nella scuola Diaz, le violenze nella
caserma di Bolzaneto. Episodi che non si sono mai davvero chiusi, perché
continuano a interrogare la tenuta dello Stato di diritto, il rapporto tra
ordine pubblico e libertà, tra sicurezza e repressione.
Vittorio Agnoletto, che è stato portavoce del Genoa Social Forum, non si sottrae
alla complessità del racconto. Il filo che unisce Genova al presente è esplicito
e volutamente provocatorio. Dalla globalizzazione alle nuove forme di controllo
sociale, dalla repressione del dissenso alle attuali dinamiche di sicurezza
pubblica, egli legge continuità più che fratture. E lo fa con una tesi di fondo
che attraversa tutto il volume: ciò che accadde nel 2001 non è stato un
incidente isolato, ma un laboratorio politico e istituzionale.
Sussiste poi una riflessione che attraversa il libro con particolare intensità:
quella sulla trasformazione del dissenso e sulla difficoltà dei movimenti
contemporanei di trovare una forma capace di incidere davvero nella realtà
globale. Il rimpianto per un’occasione storica mancata si intreccia con l’idea
che nuove forme di conflitto sociale siano ancora possibili, purché capaci di
rielaborare quella stagione senza nostalgia paralizzante. Il risultato è un
libro che non chiede soltanto di essere letto, ma di essere discusso. Perché
Genova 2001, a distanza di venticinque anni, non è diventata soltanto storia: è
ancora un banco di prova politico e morale per comprendere la qualità della
democrazia contemporanea.
E forse è proprio questo il merito più radicale del volume: ricordare che alcune
pagine della storia recente non si archiviano. Continuano a parlare, spesso in
modo scomodo, al presente. Entrare nei fatti di Genova del 2001 attraverso la
lente del pensiero di Vittorio Agnoletto significa, inevitabilmente,
confrontarsi con il cortocircuito tra l’utopia di un modello e la crudezza della
sua applicazione storica. La fine del XX secolo si era chiusa sotto il segno di
una narrazione messianica: la globalizzazione dei mercati, sorretta dalla
dottrina del neoliberismo, veniva presentata non come una scelta politica tra le
tante, ma come l’esito naturale e inevitabile dell’evoluzione umana. In questo
quadro, la teoria dello “sgocciolamento” (in inglese: trickle-down) non era
soltanto una formula economica, ma una promessa etica secolarizzata. Si chiedeva
alla società di tollerare l’iper-concentrazione della ricchezza in cambio di una
futura, inevitabile redistribuzione per osmosi.
La riflessione di Agnoletto, e con essa l’intera impalcatura teorica del Genoa
Social Forum, compie un atto di svelamento che è prima di tutto epistemologico:
contesta la neutralità scientifica di quell’economia. Genova divenne il
catalizzatore di un’intelligenza collettiva che vedeva ciò che la retorica
ufficiale cercava di nascondere. Il movimento altermondialista non si opponeva
alla globalizzazione in sé, ma alla sua declinazione esclusivamente finanziaria
e mercantile.
L’errore fatale della teoria dello “sgocciolamento”, oggi evidente nelle analisi
sociologiche ed economiche sulla polarizzazione della ricchezza, risiedeva nella
cecità di fronte alle strutture di potere. Lasciare che i ricchi accumulassero
senza vincoli non ha creato un surplus destinato a esondare verso il basso; ha
invece fornito loro le risorse per riscrivere le regole del gioco a proprio
vantaggio, privatizzando i beni comuni e smantellando i sistemi di protezione
sociale. La “goccia” non è mai caduta perché i vasi comunicanti dell’economia
globale erano stati deliberatamente sigillati da architetture giuridiche e
fiscali pensate per trattenere la ricchezza al vertice.
In questo contesto, il pensiero di Agnoletto offre una chiave di lettura
profonda sulla natura della violenza di quei giorni. La sospensione dei diritti
democratici alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto non può essere
derubricata a mero fallimento dell’ordine pubblico. Nella prospettiva del
movimento, quella violenza fu l’espressione di un’impotenza discorsiva. Di
fronte a una contestazione che non portava avanti dogmi ideologici
novecenteschi, ma dati precisi sul debito dei Paesi del Sud del mondo, sulla
mercificazione dell’acqua e sulla speculazione finanziaria, il potere non aveva
argomenti razionali con cui controbattere. La violenza di Stato divenne così lo
scudo necessario per proteggere un dogma economico fragile nella teoria, ma
ferreo negli interessi che custodiva.
Oggi, a distanza di un quarto di secolo, il bilancio assume i tratti di una
profezia tragica e inascoltata. Le crisi sistemiche che hanno caratterizzato i
primi decenni del Duemila non sono anomalie del sistema, ma le sue logiche
conseguenze. La riflessione accademica attuale non può fare a meno di
riconoscere che la frammentazione del tessuto sociale, la precarizzazione del
lavoro e il risentimento democratico che alimenta i moderni populismi affondano
le radici proprio in quella promessa mancata di “sgocciolamento”.
Quello che a Genova veniva liquidato come un massimalismo ingenuo o utopico si è
rivelato, alla prova della storia, un realismo lucido e rigoroso. La tragedia
profonda di quella vicenda non risiede solo nel sangue versato per le strade, ma
nella rimozione politica di un’alternativa possibile, la cui assenza oggi
paghiamo in termini di disuguaglianza globale e crisi ecologica.
Il pensiero di Agnoletto tocca il cuore delle contraddizioni del nostro tempo,
mostrando come la globalizzazione abbia progressivamente svuotato le democrazie
per consegnare il potere a grandi aggregati finanziari e tecnologici. Quando
parliamo di “imperi dominati dalla finanza”, descriviamo uno slittamento
fondamentale: lo Stato-nazione non è più il decisore ultimo della geopolitica.
Il capitale finanziario, per sopravvivere e non svalutarsi, esige un’espansione
perenne che satura i mercati e cannibalizza le risorse. Questa necessità
biologica di crescita genera una competizione feroce per materie prime sempre
più scarse, trasformando l’economia globale in un terreno di scontro permanente,
dove i conflitti non sono incidenti di percorso, ma conseguenze logiche del
sistema.
In questo contesto, la tecnologia ha smesso di essere un semplice mezzo di
produzione ed è diventata l’infrastruttura stessa del dominio. Gli algoritmi, i
flussi di dati e la finanza automatizzata permettono di esercitare una pressione
e un controllo che un tempo richiedevano occupazioni militari. Il dramma umano
che ne deriva è profondo: le popolazioni che non generano profitto o non servono
all’estrazione di valore non vengono più solo sfruttate, ma diventano
strutturalmente superflue. La “cancellazione” di cui parla l’autore è l’esito di
una razionalità economica fredda, che de-umanizza chiunque si trovi al di fuori
dei circuiti del grande capitale.
L’aspetto più allarmante di questa transizione è il vuoto politico in cui si
consuma. I partiti tradizionali si sono ridotti ad amministratori
dell’esistente, accettando i vincoli macroeconomici come dogmi indiscutibili e
rinunciando a qualsiasi visione alternativa. Espellendo la critica sistemica dal
dibattito istituzionale, la politica si è sterilizzata. Di conseguenza, la
lucida comprensione di questi meccanismi rimane confinata nella società civile e
nei movimenti sociali. Si crea così una frattura pericolosa: chi ha la
sensibilità e gli strumenti per analizzare la crisi è isolato e privo di
rappresentanza, mentre chi siede nei luoghi del potere formale ignora
deliberatamente le cause profonde del nostro comune declino.
Centro Sereno Regis