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Nel libro “Le nozze di Gaza” si coglie la forza di un popolo
Durante la presentazione del libro “Le nozze di Gaza” di Ibrahim Nasrallah a Napoli avevo notato che le pagine delle copie di Davide Gatto e Omar Suleiman, giunti in libreria per raccontarlo, erano inframmezzate da post-it; non due o tre per ricordarsi il passo, ma così tanti da catturare l’occhio. Dopo la sua lettura constato che pure la mia copia se ne è riempita. Le nozze di Gaza è un romanzo breve, ma è talmente denso di contenuti che mentre lo leggi vorresti segnare ogni riga come importantissima e irrinunciabile. La striscia di Gaza, lo sappiamo, è un lembo di terra sottile dove vive tanta gente, uno tra i luoghi più densamente abitati del pianeta, da cui arrivano storie incredibili. A volte stento a credere che in un posto così piccino possano accadere tante cose, continuamente e a rotta di collo, come se la vita e la morte fossero sempre a lì a contendersi lo spazio, con ugual forza. Chi non si è mai chiesto come possano resistere quelle persone a tanta cattiveria, non possano più dormire, nemmeno quando sono arrivate al camposanto, perché le bombe cadono sempre, indiscriminatamente ovunque e su chiunque, senza scrupoli? Nessuno capisce il segreto della forza del popolo che sa piangere accorato e cantare con gioia i propri martiri nei cortei funebri. Poi arriva Ibrahim Nasrallah e con una penna fatata, in meno di centocinquanta pagine, accende una luce sopra una delle tante strade di Gaza City, sopra due case molto vicine tra loro, dove vivono donne giovani e meno giovani e comincio a capire. All’inizio mi sembrava che l’autore mi facesse sbirciare dentro quelle case, ma a un certo punto della storia, come per magia, una delle protagoniste mi ha aperto la porta e invitata a entrare, a sedermi con loro per bere un tè, sebbene la nonna protestasse che era meglio offrirmi del caffè. Lamis, o era la gemella Randa? mi ha subito messo in mano una tazza di tè, ma Amna ha protestato che era maleducato e dovevo scegliere da sola; allora è intervenuta la mamma con vassoio su cui c’era una tazza grande e una piccola. Ne ho bevuto un sorso da una e uno dall’altra e così ho smesso di spiarle e siamo diventate amiche. L’intreccio pur non seguendo l’ordine cronologico dei fatti e cambiando spesso l’identità di chi parla (il tema dell’identità è nodale nel romanzo) tiene l’interesse del lettore; da ciò si capisce la maestria dello scrittore, che non permette di perdersi nelle pieghe del suo racconto – cosa stupida, e un po’ sadica, diffusa nella letteratura postmoderna – e che dimostra non solo sana creatività, ma anche amore e preoccupazione per l’altro. La preoccupazione verso il prossimo, spesso declinata in forme di cura, è anche un grande tema del romanzo, ma come ho detto sopra i temi da enucleare potrebbero essere infiniti. Immediata è l’assonanza con “Le nozze di Cana” a ribadire che la vita non si fermerà, che continueremo a celebrarla, che quel sangue versato si fa vino ogni volta che un martire sale a Dio. Interessante è poi la lettura che ne dà il traduttore Davide Gatto, che vede nella forma del doppio, incarnata dalle gemelle Randa, la scrittrice, e Lamis, la martire, la cifra di un popolo che per sopravvivere al male radicale di un’occupazione diventa capace di “resistenza militante da una parte, [di] letteratura di testimonianza e di memoria dall’altra … Nasrallah afferma invece la loro sostanziale interscambiabilità.” E avvicina questo modo di raccontare “alla nostra grande letteratura di Resistenza, per esempio a Uomini e no di Vittorini.” La scrittura di Ibrahim Nasrallah mi ha irretita come un incantatore i serpenti; possiede la qualità di trasfondere ogni dramma, anche le cose più orrende, in lirica, pertanto riesci a leggerle senza scostarti, vai avanti fiducioso perché intuisci che avrai da imparare, o da ricordare che cosa significa vivere da essere umano. “Le nozze di Gaza” è stato pubblicato in arabo nel 2004 e poi in inglese nel 2017. In Italia arriva nel 2025 grazie a Edizioni Q. Il libro può essere acquistato in ogni libreria e il ricavato andrà a Gazzella Onlus. Per chi abita a Napoli suggerisco di passare da Valentina, alla Feltrinelli di via dei Greci, perché Valentina è la libraia che cerca sempre di parlare di Palestina. Voglio chiudere la recensione con un passo del romanzo, ma non sapendo quale scegliere apro il testo a caso: “Le altre donne che facevano gruppo vicino alla tomba sembravano come Amna devastate dal dolore, ma al tempo stesso timorose di scoprire che il morto là dentro non era il loro. Si aveva però anche l’impressione che quei sentimenti venissero tra loro apertamente condivisi per una sorta di tacito accordo, tanto che in capo a pochi giorni quella specie di gelosia che ognuna di loro segretamente provava sembrava aver lasciato il posto alla sensazione che la persona che loro stavano piangendo – o che temevano di perdere – era di una così come di tutte le altre.”   Marina Serina
June 1, 2026
Pressenza
Veicolare messaggi nei tempi del turismo di massa
In Italia si contano 479 milioni di turisti l’anno; se in alcune località del Belpaese la stagione può ancora fare la differenza, nelle città d’arte il dato rimane stabile che splenda il sole, nevichi o piova a catinelle. E non servono i numeri ufficiali per rendersene conto… Questi i miei pensieri mentre passeggio a fatica tra la folla di “Spaccanapoli” sbirciando le vetrine e scattando foto a muri sbrecciati. Cerco graffiti, opere fatte a stensil, ma anche scritte e adesivi. La Street Art mi affascina dai tempi dell’università e sebbene non l’abbia mai praticata (non ne sarei capace), non perdo occasione per ammirarla. Mi piace per la sua immediatezza e per quel senso di complicità che trasmette, perché si attacca senza vergogna a pali, paracarri, cestini dell’immondizia, panchine, intonaci; si insinua ovunque le sia possibile trasmettere il suo messaggio irriverente e anti-sistema e farla franca. Con Napoli, con la sua tradizione popolare di bassi e bancarelle, l’arte da strada va a nozze, veicolando contenuti alle migliaia di persone che ogni giorno la attraversano rapite dall’allegro spirito partenopeo. La tradizione dei murales contempla un’intera via, ubicata nei Quartieri Spagnoli, dedicata all’immagine di Totó; Maradona in compagnia di Pulcinella e cornetti anti-malocchio di ogni dimensione impazzano per tutta la città. Ma tale “arte”, benché vanti un’origine popolare e susciti simpatia, lavora a creare la giusta atmosfera, quella che il turista riconosce come tipica del luogo e che gli garantirà di tornare al proprio dovere soddisfatto e possibilmente alleggerito, oltre che nel portafoglio, anche dei cupi pensieri quotidiani. Nelle viuzze dell’antico centro, nell’incessante turbinio di profumi e suoni, prende anima il ritornello della “canzona di Bacco” di Lorenzo de’ Medici e dunque “chi vuol esser lieto, sia, di doman non c’è certezza”. Questa però non è la Street Art che cerco. Mi piace quell’altra, che compare e scompare continuamente perché viene strappata via, che è dichiarata, brutta, sporca e illegale, che si offre come strumento di lotta dal basso e denuncia ingiustizie e ipocrisie. Uno tra i connubi più potenti degli ultimi anni è sicuramente quello tra la lotta del popolo palestinese e l’arte da strada. Napoli ne è un prolifico centro. Tempo fa circolarono video di operazioni di subadvertising e camouflage di manifesti pubblicitari di grande impatto emotivo: per esempio ne ricordo uno in cui  l’immagine della “Flagellazione di Cristo” apposta sulla locandina della mostra di Caravaggio offriva l’occasione di ricordare che Gesù era palestinese, mentre su un altro cartellone Frida Kahlo si trasformava in un’indomita resistente palestinese. Oggi nelle mie peregrinazioni non trovo opere di tale rilievo creativo, ma osservo che la città è costellata da un’infinità di micro-interventi sovversivi: semplici scritte lasciate da un pantone colorato su una saracinesca o graffiate con una chiave su di un muro o su un cancelletto; segni lasciati in impeti di rabbia da chiunque, che testimoniano l’insofferenza verso l’ingiustizia e il cuore dei napoletani. Tuttavia, in questi tempi di pazzi e criminali veri, il micro “vandalismo” di denuncia non è l’unica forma di resistenza che si sta diffondendo tra la gente comune; un’altra, della quale mi considero una praticante, è quella del “gadget”. È infatti mia regola indossare sempre qualcosa che sia testimonianza della tragedia che affligge il popolo palestinese da oltre settant’anni. Una volta sono gli orecchini a fetta d’anguria, un’altra il ciondolino della mappa della Palestina, un’altra ancora la spilletta appuntata alla borsa e l’immancabile sciarpa a quadretti bianchi e neri. La loro presenza è stata fonte di sorrisi e approvazione, quando non di veri e propri scambi. E non sono l’unica ad aver adottato una simile policy. Mi capita sempre più spesso di notare gli stessi simboli portati in giro da altri. Solo nei giorni trascorsi a Napoli ho incontrato diverse donne con orecchini uguali ai miei, ho notato angurie su magliette e cappellini, mentre spillette “Palestina Libera” richiamavano l’occhio da zainetti e borsette. In coda per entrare in pizzeria ho condiviso il marciapiede con tre napoletane veraci avvolte nelle kefiah. Leggo il fenomeno come una forma di umanità che si allarga a macchia d’olio e di cui è importante sostenere lo sviluppo, alla ricerca di quel punto di non ritorno che viene definito “massa critica”. Quando avevo poco più di vent’anni con tre amici in vacanza a Istanbul ci permettemmo una cena pantagruelica con annesso spettacolo di danza orientale. La serata era animata dal classico presentatore tuttofare che sul finire chiese ai partecipanti di ogni tavolo quale fosse il loro Paese di provenienza. A ogni nazione augurava prosperità e tante belle cose e invitava tutti gli altri ad applaudire festosi. Quando toccò al Sudafrica sulla sala calò un silenzio di piombo. Di lì a qualche mese cadde l’apartheid e iniziò il processo di verità, giustizia e riconciliazione. Non so dire se siamo vicini o meno al cambiamento; indifferenza, ignoranza e individualismo sono sempre ben presenti in società, ma certamente si vedono anche segnali positivi, di chiara umanità e mai come oggi è importante comprendere che il fenomeno del turismo di massa può essere un potente volano nel veicolare messaggi di pace e scuotere coscienze. Passando da un vicoletto a un corso, ruminando tra me e me, sono arrivata alla Feltrinelli di via dei Greci dove fra poco si terrà la presentazione del romanzo “Le nozze di Gaza” di Ibrahim Nasrallah. Sono molto curiosa: Ibrahim è uno scrittore di fama internazionale e la storia, apparsa nel 2009, ha riscosso parecchio successo proprio per l’originale intreccio. Ne parleranno Davide Gatto, traduttore del libro e Omar Suleiman, attivista e attore palestinese. Ah, dimenticavo di dirvi che sono arrivata qui grazie alla medaglietta della Palestina. Due giorni prima infatti ero alla cassa del negozio quando la signora addetta, mentre mi batteva lo scontrino, allargando un sorriso a trentadue denti, mi ha detto: “Oh, ma che bel ciondolo!” Così ho scoperto che a Napoli vive una libraia di nome Valentina che prova sempre a parlare di Palestina (lo ribadisce persino il suo stato WhatApp).  Ogni mese organizza un incontro per promuovere la cultura arabo-palestinese e il più delle volte il ricavato dell’iniziativa viene devoluto a progetti di solidarietà. Oggi andrà a Gazzella, una onlus storica di Gaza che deve il suo nome alle bambine rimaste orfane e che con grandissimo impegno e passione è riuscita a riaprire delle aule scolastiche sotto le tende. La chiacchierata in libreria è informale: si parla di letteratura, dell’autore e del suo maestro, Ghassan Ganafani, e della vita in Palestina; di come i grandi sanno parlare della miseria, della guerra e dell’occupazione senza quasi citarle e di come il loro messaggio arrivi chiaro e profondo. Intuisco dagli stralci letti che “Le nozze di Gaza” hanno come protagoniste delle donne – due sorelle gemelle e altre figure femminili. Ne sono ancora più curiosa e non vedo l’ora di leggerlo.       Marina Serina
May 27, 2026
Pressenza