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Torino, multe fino a 12mila € a chi manifesta: la repressione diventa economica
UNA TRENTINA DI SANZIONI DA MARZO. MOVIMENTI, STUDENTI E ATTIVISTI DENUNCIANO LE RESTRIZIONI DELLA QUESTURA E ORGANIZZANO UNA RISPOSTA LEGALE COLLETTIVA. A Torino la repressione del dissenso passa anche attraverso le sanzioni amministrative. Non soltanto cariche, identificazioni, fermi e divieti di accesso alle piazze, ma multe che possono raggiungere i 12mila euro per chi viene ritenuto responsabile dell’organizzazione di manifestazioni o della violazione delle prescrizioni imposte dalla Questura. Un sistema che rischia di trasformare l’esercizio di un diritto costituzionale in un’attività economicamente pericolosa, soprattutto per studenti, giovani precari e persone che non dispongono delle risorse necessarie per affrontare sanzioni di migliaia di euro. A denunciare questa situazione sono numerose realtà sociali, studentesche, sindacali e politiche torinesi che oggi hanno convocato una conferenza stampa per rendere pubblica la dimensione del fenomeno e annunciare una risposta collettiva. Dal mese di marzo a oggi nella sola Torino sarebbero state emesse circa 30 sanzioni amministrative nei confronti di persone appartenenti a differenti movimenti cittadini. Tra le realtà coinvolte figurano * Coordinamento Torino per Gaza * Extinction Rebellion * Non Una di Meno * Fridays for Future * Partito dei Carc * Askatasuna * Cua * Ksa * Oltre * Mamme in piazza per la libertà di dissenso * Movimento No Tav * Potere al Popolo Si tratta di organizzazioni impegnate su questioni differenti, dalla solidarietà con la Palestina alla giustizia climatica, dalle lotte studentesche a quelle contro la violenza patriarcale, fino alla difesa del territorio e alle mobilitazioni sociali. A unirle è il ricorso sempre più frequente alle sanzioni economiche come strumento di controllo delle manifestazioni. La contestazione riguarda anche le continue prescrizioni della Questura sui percorsi dei cortei con la progressiva limitazione della possibilità di attraversare le strade e le piazze del centro cittadino, proprio dove si trovano le sedi delle istituzioni alle quali molte proteste intendono rivolgersi. Quando una manifestazione viene allontanata dai luoghi del potere politico e amministrativo, non viene modificato soltanto il suo percorso: viene ridotta anche la possibilità di rendere visibili le proprie rivendicazioni e di rivolgerle direttamente ai destinatari della protesta. Alle sanzioni emesse a Torino si stanno inoltre aggiungendo decine di verbali relativi a quanto accaduto il 25 luglio 2026 presso la stazione di Bruzolo, in Val di Susa, durante il Festival Alta Felicità, quando militanti e solidali No Tav furono trattenuti dalle forze dell’ordine. Una vicenda che, insieme alle contestazioni riguardanti i cortei cittadini, viene indicata come parte di un medesimo indirizzo repressivo. Il punto centrale riguarda l’articolo 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), modificato dalla legge 54/2026, di conversione del decreto-legge 23/2026. La nuova disciplina ha trasformato la violazione dell’obbligo di preavviso delle manifestazioni da reato a illecito amministrativo, introducendo sanzioni pecuniarie. Analoghe modifiche hanno riguardato la violazione dei divieti e delle prescrizioni del Questore, con ulteriori conseguenze economiche per determinate condotte durante le manifestazioni. La distinzione è fondamentale. In Italia manifestare non richiede un’autorizzazione preventiva. L’articolo 17 della Costituzione riconosce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi e prevede, per le riunioni in luogo pubblico, un obbligo di preavviso alle autorità. L’articolo 18 del TULPS stabilisce che tale comunicazione debba avvenire almeno tre giorni prima. Il preavviso, tuttavia, non equivale alla richiesta di un permesso: il diritto di manifestare non viene concesso dalla Questura, ma riconosciuto dalla Costituzione. È proprio questa distinzione che rischia di essere progressivamente cancellata dalle nuove pratiche di gestione dell’ordine pubblico. Attraverso prescrizioni sempre più restrittive e sanzioni economiche elevate, l’esercizio del diritto di protesta viene subordinato a condizioni che possono scoraggiare la partecipazione. La sostituzione della sanzione penale con quella amministrativa, presentata formalmente come depenalizzazione, non comporta necessariamente una diminuzione della pressione repressiva. Per chi dispone di risorse economiche limitate, una multa di migliaia di euro può rappresentare una minaccia concreta alla propria condizione materiale. Il problema assume una dimensione ancora più evidente nel contesto sociale attuale. Il carovita, la precarietà del lavoro, l’aumento delle spese quotidiane, le politiche di riarmo e la crisi climatica costituiscono alcune delle ragioni che spingono studenti, lavoratori e movimenti a mobilitarsi. Colpire economicamente chi manifesta significa intervenire proprio sulle risorse già ridotte di quelle persone che scendono in piazza per contestare il peggioramento delle proprie condizioni di vita. La sanzione non produce soltanto una conseguenza individuale, ma può esercitare un effetto intimidatorio sull’intera partecipazione collettiva. Misure direttamente collegati ai decreti sicurezza del governo Meloni e alle mobilitazioni degli ultimi mesi, dal movimento Blocchiamo tutto alle proteste contro guerra e carovita, dalle iniziative sindacali alle manifestazioni femministe e ambientaliste. La loro denuncia riguarda un sistema nel quale la gestione amministrativa dell’ordine pubblico rischia di diventare uno strumento per limitare l’agibilità politica di organizzazioni e movimenti. La risposta annunciata non si limita alla contestazione delle singole multe. Le realtà torinesi hanno deciso di organizzare una resistenza legale collettiva, attraverso un’assemblea che coordini la difesa delle persone sanzionate e promuova iniziative politiche e giuridiche contro le recenti normative sulla sicurezza. L’obiettivo dichiarato è arrivare a una pronuncia di incostituzionalità delle disposizioni contestate, portando la questione dal piano dei singoli procedimenti a quello della tutela generale delle libertà costituzionali. Alla conferenza stampa del 10 novembre interverranno * la costituzionalista Alessandra Algostino, * Ilaria Masinara di Amnesty International Italia, * l’ex magistrato Livio Pepino, * gli avvocati Gianluca Vitale della Rete di Resistenza Legale e Roberto Capra, già presidente della Camera penale di Torino, * rappresentanti di Movimento No Tav e persone multate a Bologna. Sarà dunque anche un’occasione per mettere a confronto le esperienze di differenti città e discutere le possibili iniziative di tutela. La vicenda torinese pone una questione precisa: quali conseguenze produce una normativa che consente di colpire economicamente chi esercita il diritto di manifestare? La risposta non può essere affidata soltanto al numero delle sanzioni o al loro importo. Occorre considerare anche ciò che accade prima di una manifestazione, quando uno studente o un lavoratore deve mettere in conto la possibilità di ricevere una multa che non sarebbe in grado di pagare. È su questo terreno che si misurerà anche la risposta annunciata dai movimenti torinesi. Non soltanto contestare i verbali già ricevuti, ma impedire che il rischio economico diventi una condizione ordinaria della partecipazione politica. La scelta di costruire una difesa legale comune indica la volontà di affrontare collettivamente provvedimenti che, se lasciati alla gestione individuale, possono isolare e indebolire le persone colpite. La conferenza stampa del 10 novembre sarà quindi il primo momento pubblico di una vertenza che riguarda molto più delle multe già emesse: riguarda la possibilità di continuare a organizzare manifestazioni senza che ogni corteo si trasformi in una potenziale esposizione debitoria per chi vi partecipa. Osservatorio Repressione
November 5, 2026
Pressenza
Piazze e diritti costituzionali negati
50 piazze italiane hanno manifestato ieri contro il genocidio ancora in corso, la guerra e l’occupazione sionista della Palestina. A Torino la manifestazione più partecipata con almeno 20.000 persone, provenienti da tutta la regione, che hanno attraversato la città con slogan, cori e interventi di spessore. Sono 65 le realtà che hanno aderito tra associazioni, comitati, partiti e movimenti piemontesi. “Tensioni con la polizia all’inizio della manifestazione” registrano tutti i Tg della sera. Nessuno si stupisce, Torino è una piazza “calda”, nessuno sembra interessato alle motivazioni di quei momenti di tensione che invece affondano in un attacco sempre più pervasivo al diritto di manifestare sancito dall’art. 17 della Costituzione. E’ infatti con l’ultima delle scellerate leggi Sicurezza, quella emanata con decreto a febbraio e trasformata in legge il 24 aprile di quest’anno, che si innesta un attacco senza precedenti al diritto di manifestare: da una parte abbiamo la costituzione che sancisce il diritto alla manifestazione e ne regola le modalità tramite l’obbligo del PREAVVISO alla questura. Dall’altra abbiamo l’inasprimento delle pene pecuniarie, le multe amministrative, sancite dalla Legge Sicurezza, per tutti coloro che non si attengono alle PRESCRIZIONI della questura che possono (possono!) indicare limitazioni rispetto agli itinerari indicati, sempre e solo per motivi di sicurezza pubblica. Quello che gli articoli di legge non raccontano sono le recenti indicazioni ministeriali alle questure che in pochi mesi si sono evidenziate a chiunque organizzi una manifestazione, un corteo o un presidio: le questure prescrivono sempre pesanti limitazioni agli eventi comunicati, non va bene il giorno, non va bene l’orario, non va bene l’itinerario …  quella via è troppo stretta, l’altra è trafficata. Gli organizzatori, o chi è pensato come tale, vengono richiamati più e più volte a discutere allo sfinimento di vie, piazze e angoli di città. Il risultato è la limitazione stessa dell’impatto che una manifestazione vuole significare per una città: essere visibile, comunicativa, portare al centro dell’agorà i temi politici e sociali del momento. Se limiti l’agorà limiti la democrazia. E’ questo quello che sta succedendo nella realtà: un’agorà preclusa per soffocare ogni espressione di dissenso e denuncia. E laddove le organizzazioni non si attengono alle pesanti limitazioni delle questure fioccano le multe per chi è stato individuato come organizzatore, multe pesanti che prima o poi verranno riscosse con gravi conseguenze sulle vite reali delle persone. In pochissimi mesi sono stati già multati una quarantina di persone a Torino e altrettanto a Bologna, Pisa, Firenze … Nella giornata di ieri le deboli motivazioni della questura “è sabato pomeriggio, c’è lo shopping, c’è il rischio di scritte sui muri …”  voleva impedire l’agorà a 20.000 persone che protestano contro un genocidio. Le 20.000 persone non ci sono state e quella piazza se la sono ripresa per portare nel cuore della città l’enorme questione politica di questa epoca storica: “no alla guerra, alle armi, al genocidio, all’impoverimento di tutti per il profitto di pochi”. Riprendere la piazza è stato un atto politico. Loro risponderanno con multe e denunce Torino, 10 ottobre 2026. Corteo per Gaza. Foto: M.BARIONA Torino, 10 ottobre 2026. Corteo per Gaza. Foto: M.BARIONA Torino, 10 ottobre 2026. Corteo per Gaza. Foto: M.BARIONA Torino, 10 ottobre 2026. Corteo per Gaza. Foto: M.BARIONA Torino, 10 ottobre 2026. Corteo per Gaza. Foto: M.BARIONA Torino, 10 ottobre 2026. Corteo per Gaza. Foto: M.BARIONA Torino, 10 ottobre 2026. Corteo per Gaza. Foto: M.BARIONA Mamme in piazza per la libertà di dissenso
October 11, 2026
Pressenza
Ddl Antisemitismo: le foto dell’assemblea torinese a Palazzo Nuovo
Anche Torino ha risposto all’appello nazionale contro il Ddl Antisemitismo in discussione ieri a Montecitorio: la protesta locale si è strutturata in forma assembleare presso Palazzo Nuovo, una delle sedi universitarie della città, a partire dalle 18. L’appuntamento, inizialmente previsto in piazza Castello, è stato spostato al coperto a causa della pioggia; all’assemblea hanno partecipato un centinaio di persone. In città è attivo da alcuni mesi un comitato no DLL antisemitismo, rappresentato per l’occasione da Valentina Pazé, professoressa ed autrice, che ha introdotto l’assemblea. Maria Teresa Silvestrini di Scuola per la pace di Torino e Piemonte ha esplicitato le criticità del disegno di legge soprattutto dal punto di vista delle limitazioni alla libertà di insegnamento, come è stato già approfondito su Pressenza nell’articolo Israelizzazione politico culturale e repressione. Il disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo. Nei diversi interventi la questione è stata esaminata dal punto di vista dei movimenti locali, dal punto di vista sindacale e da quello politico; tutti d’accordo con la proposta di mantenere viva l’attenzione sulla questione e più in generale di rivitalizzare il movimento di supporto a Gaza ed alla Palestina. Giorgio Mancuso
September 10, 2026
Pressenza
La Scuola per la Pace di Torino – Piemonte alla mobilitazione popolare nazionale
La rete di docenti e cittadini impegnati nella diffusione della cultura della pace partecipa alle iniziative in svolgimento nel capoluogo durante la giornata di sciopero contro la guerra e contro il genocidio del popolo palestinese indetto da sindacati di base e associazioni e, anche insieme all’Assemblea Studentesca di Torino, alla fiaccolata promossa dal Coordinamento Torino x Gaza. La Scuola per la Pace dichiara: > Venerdì 29 maggio, come studenti e docenti, aderiremo allo sciopero generale > contro la guerra. > > Nelle scuole viviamo direttamente l’impatto della guerra e percepiamo in > maniera sempre più evidente la militarizzazione del mondo dell’istruzione e > dell’intera società. > > Il genocidio di Gaza, con la distruzione di scuole, università, musei, chiese > e monumenti storici, e la guerra in Iran, iniziata con l’assassinio di 180 > allieve di una scuola, ci spingono a opporci con forza alla ristrutturazione > della scuola per la guerra, che va dai tagli all’istruzione alla riforma dei > tecnici e del 4+2, ai PCTO con le aziende belliche e allo svuotamento dei > programmi di filosofia e storia. > > Come studenti e docenti contrastiamo fermamente il tentativo di piegare la > scuola alla cultura e alla propaganda di guerra, perché dove c’è guerra la > scuola muore. Nell’occasione la Scuola per la Pace e la rete Scuola per la Palestina segnalano che recentemente la piattaforma HUB Scuola delle case editrici specializzate in didattica Mondadori Education, Rizzoli Education e D Scuola ha avviato con Leonardo SpA una collaborazione “per la diffusione della cultura e dell’educazione delle materie STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica)” e divulga “due serie di 30 video-lezioni online pensate per supportare gli insegnanti nella didattica e coinvolgere gli studenti dalla scuola primaria alla secondaria di secondo grado” realizzate con il progetto A scuola di STEM sviluppato dalla Fondazione Leonardo. Inoltre, sulle correlazioni tra crisi economica e investimenti nell’industria bellica che, parallelamente alla produzione di armamenti, nell’area metropolitana piemontese incentivano la militarizzazione di scuole, università e società, la Scuola per la Pace di Torino e Piemonte suggerisce la visione della conferenza, organizzata con il Gruppo Città e Territorio dell’Unione Culturale al Polo del Novecento il 25 maggio scorso, in cui i relatori – Nicole Larotonda, Francesco Chiodelli e Raffaella Sesana – sono intervenuti rispettivamente sui temi Un’analisi della filiera bellica torinese, La città nello scenario bellico contemporaneo e Ricerca e guerra. Redazione Torino
May 27, 2026
Pressenza
Sciopero generale contro la guerra e il genocidio del popolo palestinese
Torino – Venerdì 29 maggio Ore 8:00 – Piazza Massaua Ore 18:00 – Piazza Castello Ciò che sta accadendo a livello mondiale preoccupa tuttɜ. La politica istituzionale si dimostra non solo inadeguata ma completamente incapace di interrompere l’aggravarsi della guerra e di migliorare le condizioni di vita di ciascunɜ di noi. Non è più una questione di opinione, la guerra è un fatto materiale che miete centinaia di migliaia di vite umane, genera un incremento spaventoso dei prezzi del gasolio su cui gli Stati Uniti fanno affari miliardari e di conseguenza anche dei beni di prima necessità. Il governo italiano, in linea con gli altri governi europei, taglia fondi ai servizi sociali come sanità, scuola e università, per investire nei settori necessari alla produzione delle armi o nelle infrastrutture utili alla filiera bellica. Mentre noi dobbiamo aspettare un anno e mezzo per ottenere una visita sotto il Servizio Sanitario Pubblico, aziende come Leonardo ricevono miliardi di euro in investimenti per la produzione delle loro armi di morte. Questa condizione sociale sta causando un diffuso disagio sociale e, per fortuna, anche una risposta popolare contro queste scelte politiche folli. Da anni sono attive forti proteste che sono riuscite a mettere in difficoltà chi governa ma la risposta da parte delle istituzioni raramente riesce ad essere quella di affrontare i problemi che vengono sottoposti in maniera politica, preferiscono criminalizzare, creare leggi contro chi vuole alzare la propria voce contro le ingiustizie o lottare per le proprie condizioni di lavoro, militarizzare i quartieri, creare reati d’opinione. Lo sciopero è uno strumento essenziale perchè solo colpendo i guadagni dei criminali che fanno affari sulla guerra e sul genocidio, possiamo contare qualcosa. La Resistenza della Palestina continua a rappresentare l’unica alternativa al sistema marcio che governa il mondo, alla guerra globale bisogna rispondere con la Resistenza globale. Non arrendiamoci alla devastazione, continuiamo a lottare contro guerra e genocidio. TorinoPerGaza Redazione Torino
May 27, 2026
Pressenza