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Al Centro Malaguzzi di Reggio Emilia: esercito israeliano, principessa del Galles e parmigiano
PARTE 1. LA REGGIO CHILDREN INTERNATIONAL NETWORK E L’ESERCITO ISRAELIANO La segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università relativa a diversi post pubblicati sulla sua pagina Facebook dall’antropologo e attivista Cosimo Pederzoli, ci porta a Reggio Emilia. Il problema, oggetto dell’invio, me lo spiega Pederzoli stesso, in risposta a una e-mail in cui gli chiedo approfondimenti. Riporto le sue parole: > «In sintesi la questione è la seguente: quali rapporti ha ReggioChildren Srl > con istituti e insegnanti pro-Israele? In che modo vengono organizzate queste > relazioni? Ovviamente, il giudizio non è rivolto a scuole ebraiche in quanto > tali ma al coinvolgimento in attività di supporto all’esercito. Il mio focus è > stato diretto, negli ultimi due anni, verso il network “Narea”, ossia il North > American Reggio Emilia Alliance. > La rete delle scuole, ma anche di organizzazioni più ampie, che si ispira al > Reggio Approach e che si forma a Reggio Emilia, ospiti al Centro > Internazionale Loris Malaguzzi, sotto forma di “Study Groups”, facendo > ufficialmente parte del “Reggio Children International Network” (creato nel > 2006). All’interno di questo Network ci sono, prima e dopo il 7 ottobre, > scuole ebraiche statunitensi molto attive nella propaganda pro-israeliana, a > volte schierate direttamente con l’IDF. > Avevo già fatto notare l’anno scorso le stesse dinamiche, venne sospesa una > collaborazione (solo perché a ridosso della visita in città dell’Albanese, la > mia segnalazione era precedentemente caduta nel vuoto 6 mesi prima). [ndr: qui > i link agli articoli di allora RaiNews, Il Resto del Carlino, Reggionline]» Sembra, ad un certo punto, che da Reggio Children arrivi una tenue smentita, soprattutto in relazione alla vendita del marchio alle scuole israeliane, eppure Pederzoli segnala nuovamente alcune foto sulla sua pagina che documentano la presenza di soldati israeliani a Reggio. Continua il giornalista: «Ho svolto poi una ricerca per capire se la “revisione delle collaborazioni” che era stata promessa fosse avvenuta ma è emerso che all’interno del “Reggio Children International Network“, proprio nello Study Group Narea, sono presenti scuole americane ebraiche che continuano a sponsorizzare Israele e l’IDF. Questi istituti comprendono la fascia early childhood / superiori, quindi la foto [nota mia: con due ragazzine di età superiore alla fascia 0/6] che ho pubblicato è stata scattata recentemente in una di queste scuole facenti parte del network Reggio Children.» Pederzoli, impegnato in vari campi (i senza fissa dimora; i minori non accompagnati; le situazioni di sfruttamento del lavoro; il genocidio in Palestina), sottolinea la disattenzione della sinistra – in una città e in una regione storicamente legate alla sinistra storica – verso i temi che stanno al cuore del suo lavoro e nello specifico per il caso riguardante il fiore all’occhiello dell’Amministrazione Comunale, le scuole Reggio Children 0/6, compromesse con le quelle israeliane. Aggiunge che la pubblicazione sul nostro sito lo farà sentire meno solo in una città e in una regione sempre più indifferenti, a quanto pare anche nel partito Sinistra Italiana, in cui ha militato negli ultimi anni. Certamente criticare Reggio Children non torna facile, così come denunciare le complicità con lo Stato di Israele in Italia, e in Emilia in particolare. La sinistra, il Pd in particolar modo, si muove con molta ambiguità rispetto al genocidio in atto e alla questione riguardante la diade culturale e storica sionismo-semitismo, e il prefisso anti (si veda qui la proposta di decreto Romeo e Del Rio sulla prevenzione delle forme di opposizione allo stato di Israele di taglio antisemita). Provo a curiosare sul sito Reggio Emilia Approach. Si può trovare accesso alle informazioni sulle scuole, sulla filosofia dell’approccio educativo, sulle occasioni formative, sulla documentazione delle attività, sull’elenco delle pubblicazioni. C’è un ma: tutto si vende e tutto si compra, se non ci si iscrive ufficialmente non si vedono e non si ricevono i materiali informativi. PARTE 2. CENTRO INTERNAZIONALE LORIS MALAGUZZI, PRINCIPESSA DEL GALLES E… PARMIGIANO Ho visitato – quando dirigevo, in un Istituto Comprensivo di Roma, anche la scuola dell’infanzia statale, il Centro Internazionale Loris Malaguzzi di Reggio, aperto nel 2006, intitolato al maestro e pedagogista che ha ispirato con le sue idee – e creato – quello che oggi sono le scuole 0/6, contribuendo alla fama internazionale). Ne ricavai un forte impatto: struttura e idee-guida pedagogiche e didattiche degli atelier, cura degli spazi, quantità di materiali, tutto era effettivamente impressionante, i 100 linguaggi c’erano tutti. Ma provai anche il retrogusto che viene quando quel che vedi è troppo luccicante, ti sa di un po’ fasullo e, se poi si rivela autentico, troppo gridato e soprattutto profondamente ingiusto. Nella nostra scuola di periferia cercavamo di essere all’altezza dei bisogni di una zona popolare, dei molto minori non italiani, con i pochi mezzi a nostra disposizione, in locali squallidi che le maestre inventavano con fantasia e professionalità, perché la bellezza e la cura sono importanti quanto una buona pedagogia (anche le parole-chiave di Malaguzzi erano relazione, bambini, luoghi). Oggi, per approfondire lo sfondo relativo alla segnalazione di Cosimo Perdezoli, entro virtualmente in una delle loro scuole, l’istituto Diana. A ridosso di un parco pubblico, è un edificio magnifico: intorno a una piazza centrale si posizionano le aule, le pareti riproducono immagini favolose, le vetrate aggettano su due giardini. Apro la Carta dei Servizi, 83 pagine in cui tutto, ma proprio tutto, sembra spiegato, anche se non trovo quel che mi piacerebbe sapere alla voce valutazione della qualità del servizio, soprattutto dei percorsi educativi. Forse dovrei iscrivermi – pagando – a qualche a pista offerta dal sito ufficiale o dal Centro Malaguzzi (vedi qui). Una maestra di Reggio ben informata mi fa notare che anche queste scuole, come del resto la maggior parte dei nidi, dei gradi infanzia e primaria, sono tenute in piedi dal lavoro di maestre, di donne, sia nelle attività di aula che in quelle organizzative. Così, cercando ancora, incrocio il nome di Loretta Giaroni, comunista, moglie di un partigiano, figura importante dell’Unione Donne Italiane (UDI). Oggi, a circa tre anni dalla sua morte, le è stato dedicato un archivio contenente le sue carte, i suoi lavori, le riflessioni e i resoconti degli incontri (vedi qui). Ma, come icona della Reggio Children, non fa testo e non può competere con Malaguzzi. Maestre, donne, nate in famiglie umili che hanno studiato spesso da autodidatte, hanno lavorato senza troppa risonanza e costruito quel che ora vediamo sotto le pagliuzze luccicanti. È un aspetto della storia della scuola democratica in Italia che non fu un’impresa solo di grandi Maestri (da Milani, a Ciari, a Dolci, a Rodari, a Malaguzzi, ecc) ma di donne di poca istruzione e di grandi capacità, soprattutto nella lettura socio-politica dei territori in cui lavoravano e vivevano. Chi oggi dirige Reggio Children non bada a spese (anche perché sostenute dal Comune di Reggio che firma le convenzioni con le cooperative che costituisco il sistema integrato pubblico-privato). Così la macchina pubblicitaria non si ferma. Nei giorni scorsi è andata in visita anche la principessa del Galles, Catherine Middleton, moglie di William primogenito di Carlo III e di Diana Spencer. La missione era volta a rendere più performativa l’offerta Centro per la Prima Infanzia Royal Fundation (vedi qui). Gli scopi della fondazione inglese consistono nel prestare un aiuto nei percorsi di crescita ai minori di famiglie svantaggiate perché si sa, è scientificamente provato (leggo dal sito inglese), che i primi 6 anni di vita decidono del futuro. Lo sa anche l’INVALSI che su questa fascia di età investe nelle sue ricerche sulle soft skills… I cui obiettivi sono più chiari se esploriamo le pagine della rivista on line ROARS: è il mercato (anche militare…) bellezza!. Nel caso dell’istituzione della principessa Kate i denari li mette la corte, il suo patrimonio famigliare, altre istituzioni private: un caso di sgocciolamento verso il basso della ricchezza? La classica carità e generosità dei grandi filantropi. Sempre per non farsi incantare da tanto luccicare di cristalli aggiungo due annotazioni. Alcune insegnanti di Reggio Children hanno confidato alla mia informatrice, maestra e sindacalista, quanto sia forte la pressione su di loro di tutta questa fama. Registrazioni, video, report, visite illustri, incontri di formazione a tamburo battente, riunioni, il carico e l’ansia di prestazione possono sembrare l’anticamera del burnout. Ma nessuna paura, sempre sulla carta dei servizi della scuola Diana, leggo che il personale viene fatto girare per una sana alternanza dei ruoli e delle relazioni: non so bene cosa voglia dire. A seguire ascolto anche lo sconforto con cui la mia amica racconta lo stato deplorevole in cui versano le scuole d’infanzia e primarie statali a Reggio, dagli edifici alle mense. Del resto, in un plesso nella periferia della città che conosco per esserci stata diverse volte a incontrare, su tematiche educative e politiche, insegnanti e genitori, le classi sono per il 50% formate da alunni non italiani e italiani di seconda generazione, le famiglie sono disfunzionali, faticano a crescere i loro figli, la scuola rappresenta il solo luogo dove riporre qualche speranza di futuro. Ma questi aspetti non li conosce la principessa e li misconosce il Ministro Valditara. Cosmopolitismo e parmigiano: tutto sta nel proteggere il marchio. Ah, viene a fagiolo: il Centro Malaguzzi è all’interno dell’edificio di bella archeologia industriale Locatelli, acquisito e donato dal Comune della Città. Ancora latte e formaggi, pur passati i noti marchi Locatelli, Galbani, Parmalat a miglior vita nel gruppo francese Lactalis (qualcuno ricorda lo scandalo del fallimento Parmalat, nel 2003?). Nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sappiamo che tutto si tiene sotto la voce mercato: l’istruzione, l’educazione, la guerra e la relativa propaganda incantatrice. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Accordo tra Rheinmetall e Deutsche Telekom per uno “scudo di difesa” militare
Rheinmetall e Deutsche Telekom si uniscono per costruire uno “scudo di difesa” contro i droni e gli atti di sabotaggio, dicendo di farlo per salvaguardare le infrastrutture nazionali da probabili attacchi provenienti dalla Russia. Il Paese con cui la Germania intratteneva da decenni rapporti commerciali stretti, comprando petrolio e gas a prezzi contenuti, diventa in un batter d’occhio la nazione nemica dalla quale guardarsi e difendersi e anche per questo decine di notizie debitamente pettinate mettono in allarme l’opinione pubblica tedesca da pericoli oggettivi provenienti dall’Est – a cui magari imputare le non brillanti performances della economia renana. Le due aziende non sono nuove a progetti di tipo militare: fin dal 2017 la Telekom tedesca protegge infrastrutture critiche da droni non autorizzati, essendo dotata delle infrastrutture necessarie per la loro intercettazione, mentre, ad esempio, Rheinmetall lavora a un progetto simile per il Porto di Amburgo dal dicembre 2025. Del resto anche la notizia dell’accordo tra Rheinmetall e Deutsche Telekom non è nuova ma risale all’autunno scorso, come si evince direttamente dal sito della multinazionale di armi.[1] Tuttavia in questi giorni è stata ripresa dal documentato portale “Analisi difesa”[2] e la riteniamo meritevole della massima attenzione, poiché rappresenta un precedente che presto si presenterà anche in Italia (ricordiamoci di quando un paio di estati fa, proprio nel nostro Paese, i sistemi di arma israeliani sono stati utilizzati per prevenire registrazioni “pirata” di concerti rock). Da alcuni anni siamo davanti a un salto di qualità: tecnologie militari vengono presentate come indispensabili per la salvaguardia dell’economia e delle infrastrutture civili, dell’economia e dei posti di lavoro e, allo stesso tempo, tecnologie civili iniziano a servire direttamente e in maniera estesa il complesso militar-industriale. La vera notizia – e il motivo per cui abbiamo deciso di scriverci sopra –, difatti, è l’utilizzo della rete mobile per il sistema di controllo, ossia l’esistenza di una partnership strategica fra un’impresa civile e una specificamente militare, quale è per l’appunto Rheinmetall. Il fatto che aziende controllate dalle istituzioni (lo Stato tedesco detiene circa il 30% di Deutsche Telekom) siano parte attiva di progetti che un tempo afferivano al settore militare è un vero e proprio salto di qualità, che conferma come la tradizionale distinzione tra civile e militare sia ormai completamente saltata. Deutsche Telekom, difatti, lavora direttamente a un’operazione militare ricorrendo ai radiocomandi attraverso la radiofrequenza (RF), dal momento che i sensori RF saranno installati sulle torri della telefonia mobile. Uno dei primi risultati dell’economia di guerra, dunque, è che le infrastrutture civili vengano messe a disposizione dell’apparato bellico. In conclusione, l’evoluzione tecnologica è sempre più rapida e rende ininfluente ogni dubbio etico e morale sull’utilizzo delle innovazioni, che avanzando a una certa velocità impediscono anche al legislatore di riflettere a lungo sulle norme da applicare: l’Intelligenza Artificiale, difatti, riduce i tempi dei processi decisionali, ma ciò non equivale a una maggiore qualità delle scelte politiche, bensì alla prontezza operativa. E se il confine tra civile e militare è sempre più sottile diventa difficile cogliere la pericolosità di certi processi: la mancanza di chiarezza sull’utilizzo delle tecnologie dual-use (civili e militari allo stesso tempo) e sullo scopo reale della ricerca è un oggettivo ostacolo alla loro regolamentazione. La competizione sull’innovazione esistente fra i diversi Paesi, non per nulla, avviene all’insegna di chi applica le minori restrizioni legislative. A far quadrare il cerchio, come dicevamo, vi è la costante e reiterata motivazione della minaccia interna ed esterna, che impone segretezza, riservatezza delle informazioni, efficacia della azione preventiva e repressiva. Detto in altri termini: meno si sa e meglio è per la “nostra sicurezza” e perfino – a detta loro – per mantenere il nostro stile di vita. [1] Rheinmetall, Press Release: Rheinmetall and Telekom plan to develop a drone defence shield, 11th May 2026, https://www.rheinmetall.com/en/media/news-watch/news/2026/05/2026-05-11-rheinmetall-and-telekom-are-collaborating-on-drone-defence-in-the-civilian-sector. [2] Redazione Analisi Difesa, Rheinmetall e Deutsche Telekom svilupperanno uno scudo di difesa anti droni, 15 Maggio 2026, https://www.analisidifesa.it/2026/05/rheinmetall-e-deutsche-telekom-svilupperanno-uno-scudo-di-difesa-anti-droni/. Federico Giusti, Emiliano Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La “Repubblica tecnologica” di Palantir: per una nuova società distopica, sempre in mano ai capitalisti
La “Repubblica Tecnologica” è il titolo di un documento strategico della Big Tech Palantir, pubblicato su X poche settimane orsono1, il cui fine è quello di sdoganare definitivamente l’idea che la società tecnologica sia edificabile soprattutto a partire dal settore militare. La narrazione, dal punto di vista economico, segue più o meno il copione canonico dei capitalisti contemporanei: la visione di una nuova era tecnologica che impone la padronanza e l’utilizzo massivo delle strumentazioni e tecnologie di ultima generazione, da cui dipenderà anche la crescita del paese. L’idea di fondo è semplice: dopo anni di processi innovativi che hanno rivoluzionato l’industria e la tecnologia, anche la Silicon Valley deve onorare un debito morale verso gli USA e da qui scaturisce quello che Palantir definisce «l’obbligo di partecipare alla difesa della nazione». Obbligo che l’azienda estenderebbe, esplicitamente, all’intera popolazione. «La Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell’affrontare la criminalità violenta. Molti politici negli Stati Uniti hanno sostanzialmente scrollato le spalle di fronte alla criminalità violenta, abbandonando qualsiasi serio tentativo di affrontare il problema o assumendosi qualsiasi rischio con i propri elettori o finanziatori nel proporre soluzioni e sperimentare in quello che dovrebbe essere un disperato tentativo di salvare vite umane». Si tratta, dunque, dell’idea che i monopoli capitalistici debbano estendere il proprio controllo sulla popolazione al di là dei poteri dello Stato, e indipendentemente da questo. In quest’ottica vanno letti i molteplici accordi che Palantir sta stringendo con le grandi aziende del settore militare, non ultimo quello con Anduril2. Questo accordo consentirà di sfruttare le tecnologie di Palantir per strutturare, etichettare e preparare i dati della difesa per l’implementazione dei sistemi di sicurezza nazionale, che sono votati non solo al monitoraggio delle minacce estere ma anche alla sorveglianza della popolazione statunitense. Nel documento di Palantir, infatti, si descrive un paese (gli USA) perennemente sotto minaccia a cui compete l’obbligo del riarmo e la efficacia di ogni tempestiva e puntuale operazione militare. Tutto quel che vada a rafforzare la supremazia tecnologica e militare USA è benvenuto in nome della sicurezza nazionale e non sono ammesse critiche o titubanze di sorta.  L’idea della nazione, e quindi del sorgere di una ideologia nazionalista nuova, trova corpo nell’efficienza dell’apparato tecnologico e militare, ragion per cui ciascun cittadino dovrà fare la propria parte affinché la guerra non sia demandata solo ai militari professionisti: «il servizio nazionale sia un dovere universale». Viene perciò prefigurata una società distopica nella quale saranno centrali il settore militare e quello tecnologico, e in cui ogni richiesta delle forze armate dovrà essere esaudita, diventando immediatamente un obiettivo di rilevanza strategica attorno al quale lavorare con adeguate risorse e strumenti – sia economici che politici e legislativi. Nel documento ci sono poi altri aspetti interessanti. Ricorderemo, ad esempio, la richiesta della destra statunitense di accrescere lo stipendio dei militari accordando loro anche forme di sanità e di welfare agevolate e ampliate rispetto ai comuni mortali… ebbene, questi principi li ritroviamo pienamente in Palantir, che pensa a una nuova centralità del pubblico – dove per “pubblico” si intenda non solo la tradizionale macchina militare ma anche la subordinazione a questa dei servizi civili ad essa piegati. Non si tratta, dunque, di un segnale di rinnovato statalismo, quanto piuttosto di un composito processo di militarizzazione della società. Complessivamente il messaggio lanciato da Palantir è tanto semplicistico da apparire rozzo: basta con messaggi complicati e con il politically correct. E basta pure con la tolleranza e l’accoglienza. La società da costruire ricorda un fortino assalito da nemici e da difendere ad ogni costo, per andare a costruire una nuova società nella quale l’IA e gli apparati militari dovranno farla da padrona. La “vecchia America” del New Deal è morta e sepolta e gli USA sarebbero addirittura in credito con il mondo per avere promosso una lunga era di pace – o, come è stata definita, «una pace straordinariamente lunga». Lo stesso riarmo di Germania e Giappone sarebbe stato ostacolato dal disarmo imposto all’indomani della Seconda guerra mondiale, durato troppo a lungo, che avrebbe leso gli interessi statunitensi e della stessa Europa. Non manca, infine, la mera esaltazione di Musk, visto come una sorta di cavaliere della nuova era nato per «contrastare la diffusa intolleranza verso la fede religiosa in certi ambienti. L’intolleranza dell’élite verso la fede religiosa è forse uno dei segnali più eloquenti del fatto che il suo progetto politico costituisca un movimento intellettuale meno aperto di quanto molti al suo interno vorrebbero far credere». Il manifesto di Palantir dichiara inoltre la necessità di un cambiamento radicale della stessa cultura sociale, con la democrazia e il pluralismo visti come un lusso del tutto inutile: «Dobbiamo resistere alla superficiale tentazione di un pluralismo vuoto e privo di sostanza. Noi, in America e più in generale in Occidente, negli ultimi cinquant’anni abbiamo resistito alla definizione di culture nazionali in nome dell’inclusività. Ma inclusione in cosa?». Sarà… ma è in nome dell’inclusività che Palantir, da ben tre anni, non versa un dollaro al fisco?3 Questa prefigurata tecnocrazia industrial-militare, dunque, rappresenta un’autentica minaccia alla libertà individuale e alla democrazia rappresentativa. Il fatto che una multinazionale possa esprimerla con un post sui social adatto al grande pubblico è un preoccupante indice delle capacità egemoniche di questa ideologia. Per ulteriori approfondimenti: https://grad-news.blogspot.com/2026/05/caffe-e-cornetto-il-manifesto-di.html Federico Giusti, Emiliano Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1 Cfr. R. Agrawi, «Palantir» e l’alleanza tra capitale monopolistico ed estrema destra, 1 maggio 2026, https://contropiano.org/interventi/2026/05/01/palantir-e-lalleanza-tra-capitale-monopolistico-ed-estrema-destra-0194557. 2 Cfr. Reuters, Palantir, Anduril sign partnership for AI training in defense, 6th December 2024, https://www.reuters.com/technology/artificial-intelligence/palantir-anduril-sign-partnership-ai-training-defense-2024-12-06/. 3 Cfr. A. Cesana, Sono le tasse il vero “Anticristo” di Palantir, che non versa un dollaro al fisco da tre anni, 18 marzo 2026, https://altreconomia.it/sono-le-tasse-il-vero-anticristo-di-palantir-che-non-versa-un-dollaro-al-fisco-da-tre-anni/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NL18326ANS. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Da 11 anni la spesa militare cresce senza sosta. I dati sulla crescita della spesa sono forse inferiori alla realtà?
Il SIPRI segnala l’estrema opacità dei dati relativi alla spesa militare, del resto abbiamo già toccato con mano come il bilancio della difesa di numerosi paesi riporti solo una parte delle spese effettuate lasciando fuori capitoli di bilancio che riguardano il riarmo o le missioni militari all’estero ma risultano a carico di altri ministeri. Quanti investimenti legati a ricerca e sviluppo sono a beneficio del riarmo? E quanti lo sono per le tecnologie duali e le ricerche di innovazione dei processi tecnologici che poi finiscono con l’incrementare la ricerca bellica? E infine l’intelligenza artificiale potrà dirsi neutra quando è ampiamente utilizzata nei più efferati strumenti di guerra esistenti? Ad oggi destinare il 5% del PIL alla difesa sembra l’obiettivo da raggiungere nei prossimi anni. Non sarà facile in un contesto economico dominato da incertezza, bassa crescita o rischio di recessione. E scopriamo che perfino i dati SIPRI possono essere superati dalla realtà se pensiamo all’aumento delle spese militari del Canada. Ricevere documentazione ufficiale che attesti l’esatto ammontare della spesa bellica resta comunque un’impresa proibitiva. La NATO, ad esempio, alla richiesta di dati evita di fare dati disaggregati, bilanci particolareggiati, dettagli tecnici. L’epoca odierna non ammette trasparenza, la linea di confine tra spese militari e civili è forse definitivamente tramontata in una fase storica nella quale molte tecnologie mostrano un utilizzo duale. Intanto, a fine aprile 2026, la relazione SIPRI annuncia la spesa militare record nel mondo pari a 2.887 miliardi di dollari, una crescita ininterrotta da 11 anni. per approfondimenti: https://www.sipri.org/visualizations/2026/sipri-map-world-military-expenditure-2025 (Mappa SIPRI della Spesa Militare Mondiale 2025) Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Invito webinar internazionale 7 giugno sulla militarizzazione organizzato da Global Women
Sabato 7 giugno, alle 17:00 ora europea, si terrà un webinar internazionale organizzato da Global Women for Peace against Nato, in collaborazione con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, dedicato alla militarizzazione dell’educazione in Europa.  Cinque relatrici, tra cui la nostra Alessandra Alberti, illustreranno sinteticamente la situazione in vari paesi: oltre che di Italia, si parlerà di Germania, Svezia, Ungheria, Lituania e Bielorussia.  Si tratta di una prima, interessante occasione per allargare gli orizzonti di conoscenza, nonché i legami che l’Osservatorio ha stretto da ormai due anni con questa rete internazionale femminile. Qui sotto il programma e il link per registrarsi. GWUAN invites you to join our next and final webinar before the actions and meetings in The Hague during June 21st – 23rd when we will highlight and protest the devastation and militarization by NATO of our communities. From a very young age to University. Saturday 7th June 5:00 p.m. CET Your registration link is here:  https://us06web.zoom.us/webinar/register/WN_9piTh8HJTCGssgaxKw26VA Moderator: Pippa Bartolotti Introduction  Alessandra Alberti  1. Olga Karatch – The militarisation of schools in Belarus and Lithuania (and what we can do to stop it. Olga Karatch is head of human rights Organisation “Our House”, member of WILPF, Peace activist  2. Heidi Meinzolt – Spaces for creative solutions, solidarity and cooperation sacrificed for militarism, law/order and profit. Heidi Meinzolt is a member of Women’s International League for Peace and Freedom Germany, and participates in GWUAN.  3. Alessandra Alberti- Ministry of Education and Ministry of defence: a long lasting and profitable alliance towards the militarisation of Italian schools Alessandra Alberti is member of the observatory against the militarisation of schools and universities Trade unionist. Member of the steering committee of Resist NATO coalition.  4. Vera Zalka – Militarization in a captured state, beyond irregular governance. Vera Zalka is part of the system critical society of Hungary, this has been articulated in several organizations since 1989 (ESZMÉLET periodical and friends, Karl Marx Society, WSF/ESF/PS2, IPA,IPB, GWUAN and connected PEACE movements)  5. Karin Utas Carlson  – Promoting a culture of peace by teaching conflict prevention and resolution. Karin Utas Carlsson, PhD in peace education, peace activist and member of No to Nato  and Women for Peace in Sweden  6. Pippa Bartolotti is an active member of GWUAN, UNAC, Resist NATO and the Palestine Solidarity Campaign. We plan to have a short Question and Answer session at the end. on behalf of Global Women United for Peace against NATO twitter: @nonatowomen facebook: Women Against NATO www.womenagainstnato.org