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«Hunger Games»: dentro le trappole mortali di Israele per i gazawi affamati
Massacri quasi quotidiani da parte delle forze israeliane ai punti di
distribuzione di cibo hanno ucciso oltre 400 palestinesi nell’ultimo mese. I
sopravvissuti raccontano di dover calpestare i cadaveri per afferrare un sacco
di farina: «Quale altra scelta abbiamo?»
di Ahmed Ahmed e Ibtisam Mahdi
+972, 20 giugno 2025
Nelle prime ore del 11 giugno, prima dell’alba, Hatem Shaldan (19 anni) e suo
fratello Hamza (23) si sono recati vicino al Corridoio di Netzarim, nella
Striscia di Gaza centrale, per attendere i camion che avrebbero distribuito
farina. Speravano di portare a casa un sacco di 25 kg per la loro famiglia di
cinque persone. Invece, Hamza è tornato con il corpo del fratello, avvolto in un
panno funebre bianco.
La famiglia Shaldan aveva vissuto praticamente senza cibo per quasi due mesi a
causa del blocco israeliano, rinchiusa ina un ex aula scolastica trasformata in
rifugio. La loro casa era stata completamente distrutta da un bombardamento
israeliano nel gennaio del 2024.
Verso l’una e mezza del mattino, i due fratelli si sono uniti a decine di
palestinesi affamati su via Al-Rashid, la strada costiera, dopo aver sentito che
i camion erano in arrivo. Due ore dopo, si sono udite urla: «I camion stanno
arrivando!», seguite subito da colpi di artiglieria israeliana.
«Non ci importava dei colpi», ha raccontato Hamza a +972. «Correvo solo verso le
luci dei camion.»
Ma nel caos della folla i fratelli si sono separati. Hamza è riuscito a prendere
un sacco di farina da 25Kg, ma Hatem non si è fatto trovare al punto concordato.
“Continuavo a chiamare il suo telefono, più e più volte, senza ottenere
risposta”, racconta Hamza. "Avevo il mal di cuore. Ho iniziato a vedere corpi
senza vita che venivano trasportati dove mi trovavo. Mi rifiutavo di credere che
mio fratello potesse essere tra loro".
Un uomo palestinese ferito mentre altre centinaia di persone camminano lungo
Al-Rashid Street portando sacchi di farina dopo che i camion degli aiuti sono
entrati dall'area di Zikim, nel nord di Gaza City, il 17 giugno 2025. Molti di
coloro che cercavano aiuto sono stati colpiti dalle forze israeliane. (Yousef
Zaanoun/Activestills)
Alcune ore dopo aver perso il contatto con Hatem, Hamza ha ricevuto una
telefonata da un amico: nei gruppi Whatsapp locali era apparsa la foto di un
corpo non identificato, scattata all'ospedale Al-Aqsa Martyrs di Deir Al-Balah,
nel centro di Gaza. Hamza ha mandato un cugino - un autista di tuk-tuk - a
controllare. "Mezz'ora dopo ha richiamato, con la voce tremante. Mi ha detto che
era Hatem".
Quando l'ha saputo, Hamza è svenuto. Quando si è ripreso, la gente gli stava
versando acqua sul viso. Si è precipitato all'ospedale, dove un uomo ferito
nella stessa raffica di artiglieria gli ha spiegato cosa era successo: Hatem e
circa 15 altre persone avevano cercato di nascondersi nell'erba alta quando i
carri armati israeliani avevano aperto il fuoco.
“Hatem è stato colpito da schegge nelle gambe”, ha detto l'uomo. "Ha sanguinato
per ore. I cani li hanno accerchiati. Alla fine, quando sono arrivati altri
camion di aiuti, la gente ha aiutato a trasportare i corpi su uno dei camion".
In totale, quella mattina 25 palestinesi sono stati uccisi mentre aspettavano i
camion dei soccorsi in via Al-Rashid. Hamza ha riportato il corpo di Hatem a
Gaza City e lo ha seppellito accanto alla madre, uccisa da un cecchino
israeliano nell'agosto del 2024. Il loro fratello maggiore, Khalid, 21 anni, era
morto mesi prima, in un attacco aereo in gennaio, mentre stava evacuando dei
civili feriti sul suo carretto trainato da cavalli.
“Hatem era la luce della nostra famiglia”, ci dice Hamza. "Dopo la perdita di
nostra madre e di Khalid, è diventato il preferito di tutti, comprese mia nonna
e le zie. Andava a trovarle e le aiutava. Mia nonna è crollata quando ha visto
il suo corpo. Piange ancora".
Hatem era un abile tecnico di accessori per auto e sognava di aprire un proprio
negozio. “Era gentile e generoso e amava i bambini, ai quali regalava sempre dei
dolci”, ha raccontato Hamza. "Tutti quelli che lo conoscevano sono venuti al suo
funerale. Che Dio ritenga l'occupazione responsabile per averci rubato la vita,
solo perché siamo di Gaza".
Migliaia di palestinesi camminano lungo Al-Rashid Street portando sacchi di
farina dopo che i camion degli aiuti sono entrati dall'area di Zikim, nel nord
di Gaza City, il 17 giugno 2025. Molti di coloro che cercavano aiuto sono stati
colpiti dalle forze israeliane. (Yousef Zaanoun /Activestills)
Massacri quasi quotidiani
Mentre l'attenzione del mondo si concentra sulla guerra tra Israele e Iran — e
mentre Israele interrompe contemporaneamente i servizi internet e di
telecomunicazione, imponendo di fatto blackout mediatici e informativi a milioni
di palestinesi — gli attacchi di Israele contro i gazawi affamati in attesa di
aiuti si sono solo intensificati.
Dopo due mesi senza che fosse entrata a Gaza nemmeno una goccia di cibo,
medicine o carburante, dalla fine di maggio è stato permesso l’ingresso di una
minima quantità di farina bianca e generi alimentari in scatola. La maggior
parte è stata destinata a due siti a Rafah e nel Corridoio di Netzarim gestiti
dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF), sorvegliati da contractor americani
privati e soldati israeliani. Dal 10 giugno, piccole spedizioni hanno cominciato
ad arrivare anche tramite camion umanitari del Programma Alimentare Mondiale
(PAM).
Ma con l’aumento della fame, la popolazione non aspetta più che i camion passino
oltre le truppe israeliane in sicurezza. Al contrario, si precipita loro
incontro non appena compaiono, disperata nel tentativo di afferrare qualsiasi
cosa prima che le scorte finiscano. Decine di migliaia di persone si radunano
nei punti di distribuzione, a volte con giorni di anticipo, e molti tornano a
casa a mani vuote.
Civili affamati si accalcano in enormi folle, aspettando il permesso di
avvicinarsi. In molti casi, i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro la
folla — anche durante la distribuzione stessa — uccidendo decine di persone
mentre cercavano di raccogliere qualche chilo di farina o cibo in scatola da
portare a casa, in quello che i palestinesi hanno soprannominato "Hunger Games -
I giochi della fame”.
Dal 27 maggio, oltre 400 palestinesi sono stati uccisi e più di 3.000 feriti
mentre aspettavano aiuti, secondo quanto riferito dal portavoce della Protezione
Civile di Gaza, Mahmoud Basel. L’attacco più letale contro persone in cerca di
aiuti è avvenuto il 17 giugno, quando le forze israeliane hanno sparato
proiettili da carri armati, mitragliatrici e droni contro una folla di
palestinesi a Khan Younis, uccidendone 70 e ferendone centinaia.
I limitati aiuti che riescono a entrare a Gaza non soddisfano nemmeno i bisogni
più elementari. Di conseguenza, molti residenti sono costretti a comprare scorte
da altri che sono riusciti a procurarsi del cibo nei punti di distribuzione e
ora lo rivendono nel disperato tentativo di ottenere altri beni di prima
necessità.
Un uomo palestinese porta un sacco di farina sulla Al-Rashid Street, vicino al
Corridoio Netzarim, 16 giugno 2025. (Yousef Zaanoun/ActiveStills)
La gente veniva uccisa, ma tutti continuavano a correre per cercare la farina".
Il giorno successivo al massacro di Al-Rashid Street, che ha causato la morte di
Hatem Shaldan, una folla ancora più numerosa si è radunata nello stesso punto,
compreso il diciassettenne Muhammad Abu Sharia, arrivato con quattro parenti. I
pochi camion di aiuti arrivati quella settimana hanno dato un briciolo di
speranza alle famiglie affamate.
Abu Sharia vive con la sua famiglia di nove persone nella loro casa parzialmente
distrutta nel sud di Gaza City, unico figlio tra sei sorelle. “All'inizio la mia
famiglia non voleva che partissi”, ha detto. “Ma stiamo morendo di fame da due
mesi”.
Alle 22.00 si è diretto verso Al-Rashid Street, dove la folla si era radunata
sulla sabbia vicino alla riva, in attesa dei camion degli aiuti. La gente si
scambiava avvertimenti a bassa voce: "State dietro ai camion. Non correte
davanti, potreste essere schiacciati".
Abu Sharia è rimasto scioccato da ciò che ha visto. “Anziani, donne, bambini,
tutti in attesa di un'opportunità di sopravvivenza”. Poi, senza preavviso, i
proiettili di artiglieria cominciano a cadere tutto intorno.
Si è scatenato il panico. Alcuni sono fuggiti. Altri, come Abu Sharia, si sono
precipitati verso i camion. "La gente veniva uccisa e ferita, ma nessuno si
fermava. Tutti continuavano a correre verso la farina".
È riuscito ad afferrare un sacco accanto a un cadavere, ma ha fatto solo pochi
metri prima che una banda di quattro uomini armati di coltello lo circondasse e
minacciasse di ucciderlo se non lo avesse consegnato. Si è arreso.
Sperando ancora di raggiungere un altro camion, ha aspettato altre ore. Poi ha
visto la gente gridare: “Sono arrivati altri aiuti!”. I camion sono arrivati,
rallentando a malapena mentre la folla li assaliva. “Ho visto un uomo cadere
sotto un [camion] e farsi schiacciare la testa”. Con le ambulanze troppo lontane
per avvicinarsi per paura degli attacchi aerei israeliani, i feriti e i morti
sono stati trascinati via da carretti trainati da asini e tuk-tuk.
Palestinesi portano via un ferito colpito dal fuoco israeliano mentre cerca di
ottenere aiuti alimentari in Al-Rashid Street, nel nord di Gaza City, 16 giugno
2025. (Yousef Zaanoun/ActiveStills)
Abu Sharia era l'unico della sua famiglia allargata in grado di trasportare un
sacco di farina. La sua famiglia, preoccupata, ha provato sollevio nel vederlo.
Hanno subito preparato il pane e lo hanno condiviso con i parenti.
“Nessuno rischia la vita in questo modo se non ha altra scelta”, ci dice.
"Andiamo perché stiamo morendo di fame. Andiamo perché non c'è altro".
"Un giovane è saltato in aria spezzato in due parti. Ad altri sono stati
strappati gli arti"
Yousef Abu Jalila, 38 anni, faceva affidamento sugli aiuti umanitari distribuiti
dal World Food Program per sfamare la sua famiglia di 10 persone. Ma da oltre
due mesi non è arrivato nessun pacco e il prezzo di quel poco che rimane nei
mercati è salito alle stelle.
Ora si rifugia in una tenda nello stadio di Al-Yarmouk, nel centro di Gaza City,
dopo che la loro casa nel quartiere di Sheikh Zayed è stata distrutta durante
l'incursione dell'esercito israeliano nel nord della Striscia di Gaza,
nell'ottobre del 2024: “I miei figli mi gridano che hanno fame e io non ho nulla
da dar loro da mangiare”.
Senza farina bianca o resti di cibo in scatola, Abu Jalila non ha altra scelta
che presentarsi ai punti di distribuzione degli aiuti o aspettare i camion degli
aiuti. “So che potrei essere uno di quelli uccisi mentre cerco di procurare cibo
per la mia famiglia”, dice Abu Jalila a +972. “Ma vado, perché la mia famiglia
sta morendo di fame”.
Il 14 giugno, Abu Jalila ha lasciato la tendopoli con un gruppo di vicini dopo
aver sentito voci sull'arrivo di camion di aiuti nell'area dell'Equestrian club,
nella parte nord-occidentale della Striscia di Gaza. Quando è arrivato, è stato
sorpreso di trovare migliaia di altre persone che speravano di portare cibo per
le loro famiglie.
Con il passare delle ore, la folla si è avvicinata a una postazione militare
israeliana. Poi, senza preavviso, diversi proiettili di artiglieria israeliana
sono esplosi nel mezzo dell'assembramento.
Palestinesi portano via un ferito colpito dal fuoco israeliano mentre cercava di
ottenere aiuti alimentari in Al-Rashid Street, vicino al Corridoio Netzarim, 16
giugno 2025. (Yousef Zaanoun/ActiveStills)
“Non so ancora come ho fatto a sopravvivere”, dice Abu Jalila. "Decine di
persone sono state uccise, i loro corpi fatti a pezzi. Molte altre sono state
ferite".
Nel caos, alcuni sono fuggiti in preda al panico, mentre altri si sono affannati
a caricare i morti e i feriti su carretti trainati da asini, poiché non c'erano
ambulanze o auto nelle vicinanze. “Un giovane è saltato in aria spezzato in due
parti; ad altri sono stati strappati gli arti”, ricorda Abu Jalila. "Erano
persone innocenti, disarmate, che cercavano solo di procurarsi del cibo. Perché
ucciderli in questo modo?".
Sconvolto e a mani vuote, Abu Jalila ha camminato per quattro ore fino a Gaza
City, con le gambe che gli tremavano. Quando ha raggiunto la tenda, i suoi figli
erano già fuori, in attesa. “Speravano che portassi del cibo”, ha detto. “Avrei
voluto morire piuttosto che vedere la delusione nei loro occhi”.
Ha giurato di non tornare mai più, ma non avendo più nulla per sfamare la sua
famiglia e non avendo ricevuto alcun aiuto, sa che dovrà riprovarci.
"Sapevamo di poter morire. Ma che scelta abbiamo?"
Massacri simili si sono verificati nel sud di Gaza. Zahiya Al-Samour, 44 anni,
si reggeva a malapena in piedi dopo aver corso per oltre due chilometri per
fuggire da un attacco israeliano contro la folla radunata per gli aiuti nella
zona di Tahlia, nel centro di Khan Younis.
Lottando per riprendere fiato, ha detto a +972: "Mio marito è morto di cancro
l'anno scorso. Non posso provvedere ai miei figli. Non c'è cibo in casa, non da
quando c'è stato il blocco e l'interruzione delle consegne di aiuti che ci
sostenevano durante la guerra".
Spinta dalla disperazione, Al-Samour si è recata a Tahlia la notte del 16
giugno, sperando di essere tra i primi della fila per l'arrivo dei camion degli
aiuti. Insieme a migliaia di altre persone, si è accampata lungo la strada.
Migliaia di palestinesi camminano lungo la via Al-Rashid portando sacchi di
farina dopo che i camion degli aiuti sono entrati dall'area di Zikim, nel nord
della città di Gaza, il 17 giugno 2025. Molti di coloro che cercavano aiuto sono
stati colpiti dalle forze israeliane. (Yousef Zaanoun /Activestills)
Ma la mattina dopo, mentre la gente aspettava nei pressi di Al-Rashid Street, i
colpi dei carri armati sono piovuti improvvisamente sulla folla, uccidendo oltre
50 persone.
“Ho visto persone perdere arti, corpi dilaniati”, ha raccontato. "Tre dei miei
vicini di Al-Zaneh [a nord di Khan Younis] sono stati uccisi. I loro corpi erano
irriconoscibili".
Sebbene sia riuscita a salvarsi senza danni fisici, il trauma persiste. “Il mio
cuore trema ancora”, ha detto. “Ho visto persone morire mentre altre
sanguinavano su carri trainati da asini; non c'erano ambulanze”
È tornata a mani vuote alla tenda che ha eretto ad Al-Mawasi dopo che l'esercito
israeliano ha ordinato l'evacuazione del suo quartiere. “I miei figli hanno
fame”, ha detto, con la voce incrinata. "Aspettano che io porti del cibo. Non so
cosa dire loro".
All'ospedale Nasser, Mohammad Al-Basyouni, 22 anni, si sta riprendendo da una
ferita d'arma da fuoco alla schiena. Gli hanno sparato il 25 maggio mentre
cercava di raccogliere cibo nella zona di Al-Shakoush a Rafah.
“Mi sono svegliato all'alba e sono uscito di casa [nella zona di Fash Farsh, tra
Rafah e Khan Younis] con un solo obiettivo: raccogliere farina per mio padre
malato”, ha raccontato a +972. "Mia madre mi ha pregato di non andare, ma io ho
insistito. Non avevamo cibo. Mio padre è malato e avevamo bisogno di aiuto".
“Sono partito verso le 6 del mattino e poco dopo il mio arrivo si sono sentiti
degli spari”, ha raccontato Al-Basyouni. “Sono stato colpito mentre fuggivo: un
cecchino mi ha sparato alla schiena”. È stato portato in chirurgia in un
tuk-tuk. "Io sono sopravvissuto, ma altri no. Alcuni sono tornati in sacchi per
cadaveri".
Fa una pausa, poi aggiunge a bassa voce: "Sapevamo di poter morire. Ma che
scelta abbiamo? La fame uccide. Vogliamo che la guerra e l'assedio finiscano.
Vogliamo che questo incubo finisca. Sono tornato ferito e non ho portato nulla a
casa. Ora mio padre, malato, ha perso il suo unico sostentamento".
Palestinesi portano via un ferito colpito dal fuoco israeliano mentre cercava di
ottenere aiuti alimentari nella via Al-Rashid, vicino al Corridoio Netzarim, 16
giugno 2025. (Yousef Zaanoun/ActiveStills)
"Sembravamo animali che aspettano l'apertura della mangiatoia in una stalla".
Pur vivendo nel centro di Gaza City dopo essere stato sfollato con la sua
famiglia da Beit Hanoun, Mahmoud Al-Kafarna, 48 anni, si è messo in viaggio il
15 giugno verso il centro di assistenza gestito dal GHF nell'estremo sud-ovest
di Khan Younis.
Il suo viaggio è durato ore a piedi fino a Nuseirat, poi in tuk-tuk fino a Fash
Farsh, un noto punto di raccolta per chi cerca cibo. Lui e altri hanno camminato
dalle 19.30 alle 2.30 del mattino, riparandosi alla fine nella moschea di
Mu'awiyah fino all'apertura del checkpoint israeliano.
All'alba, si sono avvicinati a una barriera di sabbia sorvegliata dalle forze
israeliane. Una voce da dietro la barriera ha abbaiato attraverso un
altoparlante: "Il centro di assistenza è chiuso. Non c'è distribuzione. Dovete
tornare a casa".
Al-Kafarna, come molti altri, è rimasto - conoscendo queste tattiche per
sfoltire la folla. Poi sono arrivate le minacce: “Andate via o apriamo il
fuoco”, seguite da insulti come “Cani”.
Prima ancora di terminare l'avvertimento, le forze israeliane hanno iniziato a
sparare dalla loro posizione a circa un chilometro di distanza da dove si era
radunata la folla. “I proiettili volavano sopra di noi”, ha raccontato
Al-Kafarna. "Decine di persone sono state colpite. Nessuno poteva alzare la
testa". Alcuni giovani sono riusciti ad evacuare i feriti in una vicina
struttura della Croce Rossa, ma molti non ce l'hanno fatta.
Quando, mezz'ora dopo, un secondo annuncio ha permesso l'ingresso, la folla si è
riversata in avanti, correndo per due chilometri con le mani alzate e i sacchi
bianchi sollevati - un gesto di resa. Poi lui e altri hanno percorso altri due
chilometri oltre il posto di blocco, sorvegliato da contractor privati
pesantemente armati.
“Sono esattamente come li ritrae Hollywood: armati fino ai denti, con occhiali
da sole scuri e giubbotti antiproiettile con la bandiera americana, con gli
auricolari dietro le orecchie e le armi puntate direttamente sul nostro petto
nudo”, ha ricordato Al-Kafarna. “Sparano a terra sotto i piedi di chiunque
cerchi di avvicinarsi agli aiuti, che sono posizionati dietro una collina su cui
sono appostati”.
Quando finalmente hanno raggiunto il deposito di aiuti dietro una collina,
“c'era il caos”, ha ricordato Al-Kafarna. “Nessun ordine, nessuna correttezza,
solo sopravvivenza”.
Per evitare di essere calpestati o attaccati, le persone portavano coltelli o si
muovevano in gruppi coordinati. "Una volta presa una scatola, la si svuota nella
borsa e si corre. Se ti fermi, vieni derubato o schiacciato".
Cosa è riuscito a portare a casa? “Due chili di lenticchie, un po' di pasta,
sale, farina, olio, qualche scatola di fagioli”. Al-Kafarna fa una pausa, con
gli occhi pesanti. "Ne è valsa la pena? Le pallottole, i cadaveri, lo strisciare
in mezzo ai morti? Ecco quanto siamo caduti in basso, mendichiamo la
sopravvivenza con la pistola puntata contro".
“Sembravamo animali che aspettano l'apertura della mangiatoia in una stalla
priva di moralità e compassione. La fame ci ha spinto a cercare cibo dalle mani
del nostro nemico - cibo avvolto nell'umiliazione e nella vergogna - quando
prima vivevamo con dignità”.
Ahmed Ahmed è lo pseudonimo di un giornalista di Gaza City che ha chiesto di
rimanere anonimo per paura di rappresaglie.
Ibtisam Mahdi è una giornalista freelance di Gaza specializzata in reportage su
questioni sociali, in particolare su donne e bambini. Collabora anche con
organizzazioni femministe di Gaza per la stesura di rapporti e comunicazioni.
Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze
MEM.MED: report delle attività svolte nel 2024
Violenze, resistenze e memorie tra le due rive del mediterraneo
Le condizioni disumane dei prigionieri palestinesi
Amélie Zaccour, L’Orient-Le Jour, Libano
Internazionale1615 | 23 maggio 2025
Nelle carceri israeliane migliaia di persone sono rinchiuse senza accusa né
processo. Molte subiscono violenze e torture
Ayman (il nome è stato modifica to) è stato rilasciato il 1 dicembre dopo essere
stato detenuto senza motivo dall’esercito israeliano. “Tutto è cominciato il 6
ottobre 2024, quando mia moglie, i miei tre figli e io ci siamo trovati sotto
assedio nel nord della Striscia di Gaza”, racconta. “L’esercito aveva diffuso
dei messaggi dagli alto parlanti indicandoci un passaggio sicuro per fuggire, ma
quando siamo arrivati lì mi hanno arrestato”. L’uomo ha subìto un interrogatorio
di dieci ore, prima di essere imprigionato in condizioni disumane: de nudato,
ammanettato, bendato, picchia to, senza un avvocato e rinchiuso nell’atroce
carcere militare di Sde Teiman, de scritto dall’ong israeliana B’tselem come un
campo di tortura. “Per quaranta giorni ho vissuto la brutalità, le umiliazioni,
le ripetute operazioni di repressione. Eppure sono un civile. Non ho mai fatto
parte di nessuna organizzazione”, afferma Ay man. La sua detenzione si è
conclusa co me era cominciata, senza spiegazioni, quando è stato riportato al
valico di frontiera di Kerem Shalom.
Il trasferimento di alcuni prigionieri palestinesi vicino a Muqeible, in
Israele, il 22 gennaio 2025
Il suo racconto riecheggia le molte testimonianze di maltrattamenti di detenuti
palestinesi arrestati nei mesi successivi all’attacco di Hamas in Israele del 7
ottobre 2023. Le immagini dei corpi smagriti o mutilati hanno inondato i social
media a gennaio, quando molti sono stati liberati in cambio degli ostaggi
israeliani, nel quadro del cessate il fuoco a Gaza entrato in vigore il 19
gennaio e interrotto da Israele quasi due mesi dopo. Uno dei prigionieri,
Mohammad Abu Tawileh, un meccanico di 36 anni, è uscito alla fine di febbraio da
Sde Teiman con la schiena ricoperta di tracce di ustioni, provocate con uno
spray e un accendino. Pane e crema spalmabile
Tanti altri prigionieri sono tornati scheletrici dalle carceri israeliane. Le
loro razioni di cibo, estremamente ridotte dopo il 7 ottobre, consistevano per
esempio in qualche pezzo di pane e un po’ di crema dolce spalmabile. “La fame è
ormai lo strumento di una politica applicata in più contesti”, osserva Jenna Abu
Hasna, responsabile delle campagne internazionali per Addameer,
un’organizzazione palestinese per la difesa dei prigionieri. A marzo Walid
Ahmad, 17 anni, è morto nell’istituto di massima sicurezza di Megiddo, dove era
detenuto da sei mesi senza un’incriminazione. Il rapporto dell’autopsia realizza
to da esperti israeliani ha rivelato che l’adolescente, di corporatura robusta
nelle foto scattate prima della detenzione, soffriva di grave malnutrizione e
scabbia.
In un rapporto del febbraio 2025, la se zione israeliana dell’associazione
Physicians for human rights (Medici per i diritti umani) parla di “una politica
sistematica di riduzione alla fame, negligenza sanitaria, contenzione fisica
prolungata, umilia zione e violenza”. Oltre alle percosse e alle violenze
sessuali, ci sono gli attacchi con i cani o i casi di prigionieri cosparsi di
acqua bollente, scrive l’ong. Anche l’assenza e il rifiuto di prestare cure
mediche, la priva zione del cibo, del sonno e dell’igiene, oltre alle
interruzioni della fornitura d’acqua, sono forme di tortura.
Documentato da tempo, l’uso della tortura nei centri di detenzione israeliani
non è una novità. Di nuovo c’è però la por tata di questi metodi dopo il 7
ottobre. Le testimonianze dei prigionieri, le analisi degli esperti e i rapporti
delle ong concordano su un aspetto: nel contesto della campagna di distruzione
della Striscia di Gaza e d’intensificazione delle operazioni militari israeliane
in Cisgiordania, gli abu si commessi nelle prigioni stanno avvenendo con una
frequenza senza prece denti. Una cifra riflette questa svolta: secondo Addameer,
66 palestinesi sono morti in detenzione dall’inizio della guerra, rispetto a
poco più di duecento in totale tra il 1967 e il 2023. Una statistica
sproporzionata, pur tenendo conto dell’enorme au mento di prigionieri
palestinesi dal 7 ottobre in poi, la metà dei quali incarcerati senza un’accusa.
Secondo i dati dell’ong israeliana HaMoked, che si basano su quelli del servizio
penitenziario israeliano, oggi Israele tiene in carcere 10.068 palestinesi
definiti “detenuti di sicurezza”, spesso al di fuori delle tradizionali
procedure giudiziarie. Il doppio rispetto all’ottobre 2023.
Prima del 7 ottobre la tortura e le per cosse erano usate soprattutto durante
gli interrogatori. “Oggi invece è diventata una cosa abituale”, continua Abu
Hasna. “La maggior parte dei detenuti è sottoposta ad aggressioni brutali e a
trattamenti inumani e degradanti dai soldati e dagli agenti penitenziari, spesso
come parte di punizioni collettive”. Sono metodi diventati “così sistematici che
senza dubbio rientrano in una politica organizzata e deliberata delle autorità
penitenziarie israeliane”, afferma B’tselem in un rapporto uscito nell’agosto
2024 e intitolato “Ben venuti all’inferno”, il più completo sulle violenze in
carcere dall’inizio della guerra. “Gli abusi collettivi commessi da decine di
guardie, portati avanti apertamente per mesi negli istituti penitenziari, non
potevano avvenire senza il sostegno e l’incoraggiamento dall’alto”, conclude
l’inchiesta, citando più volte il ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben
Gvir, che supervisiona il sistema carcera rio israeliano.
Voglia di vendetta
Da quando si è insediato nel gennaio 2023, Ben Gvir, un colono suprematista
condannato nel 2007 per incitamento all’odio e sostegno a un’organizzazione
terroristica, ha inasprito le condizioni di detenzione. Il giro di vite dopo il
7 ottobre si è concretizzato in particolare nella costruzione di carceri
militari come quello di Sde Tei man, un edificio composto di aree senza tetto in
pieno deserto del Negev, o come il campo di Ofer, o nella riapertura del cen tro
di detenzione di Anatot. In questi isti tuti gestiti dai soldati la diffusa
voglia di vendetta delle truppe spinge i superiori a chiudere un occhio,
permettendo o perfino incoraggiando gli abusi. “Eppure ci sono migliaia di
detenuti che non hanno avuto alcun ruolo nel 7 ottobre”, osserva Abu Hasna.
Nel maggio 2024 un’inchiesta del canale statunitense Cnn ha rivelato alcune
violazioni commesse dall’esercito israeliano a Sde Teiman. Tra queste ci sono
detenuti sottoposti a contenzioni fisiche estreme, come i feriti legati ai
letti, co stretti a indossare pannoloni e ad alimentarsi con una cannuccia. In
alcuni casi le manette troppo strette hanno causato le sioni tali da dover
amputare gli arti.
All’epoca una petizione di vari gruppi per la difesa dei diritti umani, lanciata
dall’ong Comitato pubblico contro la tortura in Israele, aveva chiesto la
chiusura del campo, spingendo il governo israeliano a dichiararsi pronto a
ridurre il numero di detenuti nelle strutture militari. In particolare Sde
Teiman dovrebbe diventare un luogo per interrogatori e detenzioni brevi. Circa
settecento prigionieri sono stati quindi trasferiti nei campi militari di Ofer e
di Anatot, riducendo a poche decine il numero di quelli trattenuti a Sde Tei
man. In seguito il generale Herzi Halevi, all’epoca capo di stato maggiore
dell’esercito, ha nominato un “comitato consulti vo” per esaminare la
compatibilità delle condizioni di detenzione con il diritto internazionale.
Tuttavia, solo poche settimane dopo, alla fine di luglio, è scoppiato uno scanda
lo quando si è saputo che cinque soldati israeliani avevano stuprato un detenuto
palestinese a Sde Teiman. Nonostante lo scalpore suscitato dal caso, che ha
contrapposto le forze dell’ordine ai militari, a settembre la corte suprema
israeliana ha respinto la richiesta delle ong di chiudere la prigione, citando
le migliorie introdotte nelle condizioni di detenzione, in partico lare con
l’annuncio dell’apertura di una nuova ala. Dal gennaio 2025 varie organizzazioni
israeliane per la difesa dei diritti umani, comprese HaMoked e Physicians for
human rights, hanno denunciato le condizioni di detenzione a Ofer e Anatot,
ritenute gravi come di quelle di Sde Tei man. Sembra quindi che gli abusi e le
torture siano stati solo trasferiti altrove.
Tutti i prigionieri provenienti da Gaza approdano nelle carceri militari, anche
se non hanno legami con Hamas o con altri gruppi armati. Sono classificati come
“combattenti illegali”, una definizione che permette di incarcerare chiunque
possa essere considerato una minaccia alla sicurezza d’Israele, senza obbligo di
formalizzare accuse concrete, negando la protezione riconosciuta ai prigionieri
di guerra sulla base del diritto internazionale umanitario.
Molti esempi dimostrano in che modo le autorità israeliane usano e abusano di
questa definizione dal 7 ottobre. Una donna di Gaza di 82 anni affetta da
Alzheimer è stata detenuta per due mesi come “combattente illegale”. Secondo un
rapporto del Comitato pubblico contro la tortura in Israele del luglio 2024, il
47 per cento di questi detenuti alla fine è stato rilasciato senza
incriminazione, a conferma dell’infondatezza di molti arresti.
La categoria di “combattente illegale”, prevista da una legge del 2002, era rima
sta marginale fino alla guerra a Gaza. Ma da allora è diventato uno dei
principali strumenti di detenzione di Israele. Attualmente 1.747 palestinesi di
Gaza sono in carcerati come “combattenti illegali”, mentre diciannove mesi fa
non ce n’era neanche uno.
La guerra ha inoltre inasprito il relativo quadro giuridico. Inizialmente la de
tenzione in questo regime richiedeva una convalida entro 96 ore. Ma nel dicembre
2023 un emendamento ha esteso il termine a 45 giorni. La modifica riguarda an
che le regole del controllo giudiziario, tra cui la comparizione davanti a un
giudice, in precedenza prevista entro 14 giorni. Il termine è stato esteso a 75
giorni e l’udienza trasformata in una videoconferenza, in modo da impedire al
giudice qualsiasi valutazione delle condizioni fi siche del detenuto. Anche il
periodo con sentito senza vedere un avvocato è stato esteso da dieci a 75 giorni
a discrezione dei funzionari, e da 21 a 180 giorni a discrezione dei tribunali.
Questi termini sono stati però ridotti da un nuovo emendamento nel luglio 2024.
Vuole dire che Israele si è accorto che le ripetute violazioni stanno
danneggiando la sua immagine e rischiano a lungo termine di indebolire i suoi
leader? Il 2024 è stato segnato dall’emissione dei mandati d’arresto della Corte
penale internazionale contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex
ministro della difesa Yoav Gallant, per crimini di guerra e crimini contro
l’umanità. Una decisione che Tel Aviv ha fatto di tutto per impedire, mentre il
caso del Sudafrica contro Israele alla Corte internazionale di giustizia per
violazione della convenzione sul genocidio è ancora in corso. ◆ fd