August Strindberg / Il bene e il male
Occorre entrare in sintonia con un pensiero erratico, profondamente spiazzante,
provocatorio fino all’estremo, nutrito di impulsi contrastanti per apprezzare i
Libri blu di Strindberg, appena pubblicati in una antologia che ne seleziona i
passi salienti all’interno di una messe immensa, occorre trovare la forza di
riprendere l’intero lascito dello scrittore, per quanto ostico possa apparire a
uno sguardo superficiale. Opera di un uomo braccato dalla follia, dirà qualcuno,
ma percorsa da brani di alta letteratura, disseminata di segni da decifrare,
foriera di soddisfazioni per il fruitore attento. Strindberg l’ossesso, il
paranoico, il cui sguardo inquietante e lucido al tempo stesso ci osserva dalla
copertina del volume, sul quale campeggia un magnetico ritratto fotografico. La
sua voracità onnivora, analogamente alla curiosità goethiana, tocca molteplici
tematiche, dal religioso al filosofico, dal naturale al musicale ma,
contrariamente al vate tedesco, appare anarchica, a volte contraria alla
scienza, impervia e sommamente disturbante.
Da un mondo preda del caos emerge un ordine, dettato dal misticismo di
Swedenborg, autore le cui opere sono purtroppo poco diffuse nei lidi italici e
dunque scarsamente conosciute. Il tono, con la costante evocazione di un Maestro
e di un Discepolo, può ricordare quello dello Zarathustra di Nietzsche. I
destini degli uomini appaiono oscuri, per cui occorre astenersi dai giudizi
frettolosi. “Non è facile essere uomini, anzi è quasi impossibile”, scrive
Strindberg. Luce e tenebra si danno battaglia. Bisogna saper scorgere
l’invisibile, superando i limiti mondani in quanto il folle vive nell’oggi,
mentre il saggio vive in ogni epoca. La sostanza del tempo gli appare più
complessa della consueta distinzione fra passato, presente e futuro. Quanto è
trascorso, a volte, ricompare con immediata evidenza.
Fra brevi parabole ed elucubrazioni filosofiche, Strindberg edifica la complessa
trama del suo pensiero, animato da una inesausta brama di assoluto. “Non c’è
illusione maggiore della realtà”, scrive. I sensi ingannano e solo la
sensibilità interiore è attendibile. Indagatore dell’immateriale, volge le
spalle ai fantasmi che cercano di confonderci per cercare l’autentica realtà.
Poco importa che questa sua indagine si compiaccia fin troppo del gusto del
paradosso. In una messe caotica di notazioni troviamo eccessi di misoginia,
affermazioni in totale contrasto con le acquisizioni scientifiche coeve,
regolamenti di conti con la critica ostile, pareri perlomeno discutibili sui più
grandi geni di tutti i tempi, quali Rembrandt, Shakespeare e Wagner. Il caso di
un uomo, suicida perché il vivere gli appare troppo complicato, lo colpisce.
Nella medesima maniera un melanconico orangotango lo tocca nel profondo, in
quanto “sembrava voler ricordare qualcosa, ma non ci riusciva, e questo lo
affliggeva”. La metempsicosi balena nella narrazione. La civiltà, con tutti i
suoi orpelli e le sue costrizioni, gli sembra un fardello insopportabile. L’arte
è inutile per chi vive immerso nella natura, mentre chi crede nella religione
non necessita della scienza. Lodi vengono spese in favore della fede dei popoli
orientali, che quasi non conosce ateismo e libero pensiero. Al di là degli
eccessi e delle esternazioni spiazzanti, Strindberg coglie la dualità insita
nell’animo umano con profonda lucidità: “incomprensibile è comunque che più in
alto ci si sforzi di elevarsi, più a fondo si precipiti”. Il dramma
dell’esistenza umana risiede nell’impossibile conciliazione degli opposti, nella
terrifica convivenza fra la gretta materialità e i più nobili aneliti
spirituali.
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