Dall’immigrazione il 9% del PIL
Le analisi del Rapporto annuale 2025 sull’economia dell’immigrazione, curato
dalla Fondazione Leone Moressa (ed. Il Mulino), evidenzia come l’agricoltura e
l’edilizia siano settori con maggiore incidenza e come il fabbisogno di
manodopera sia in aumento a causa del calo demografico. Gli stranieri residenti
in Italia nel 2024 sono 5,3 milioni (8,9% della popolazione totale), ma si
arriva a 6,7 milioni (11,3%) considerando i nati all’estero. Questo divario
deriva essenzialmente dalle acquisizioni di cittadinanza italiana, oltre 200
mila all’anno. La popolazione con background migratorio continua a dare un
contributo positivo alla demografia italiana con un tasso di natalità più alto
(9,9 nati ogni mille abitanti tra gli stranieri, 6,1 tra gli italiani) e un
tasso di mortalità più basso (2,1 / 12,3 per mille). Nel 2023, ad esempio, gli
italiani sono diminuiti di 385 mila unità, mentre gli stranieri sono aumentati
di 375 mila. Tra gli stranieri, solo il 6% ha più di 64 anni, mentre tra gli
italiani questa componente arriva al 26%. Gli occupati stranieri sono 2,51
milioni (10,5%) ma, anche in questo caso, si sale a 3,65 milioni considerando il
Paese di nascita (15,2%). E producono 177 miliardi di Valore Aggiunto, dando un
contributo al PIL pari al 9%, con picchi del 18,0% in agricoltura e del 16,4%
nelle costruzioni.
Il Rapporto sottolinea come le dinamiche demografiche in corso determinino
inevitabilmente una crescente richiesta di manodopera dall’estero. Secondo le
previsioni Unioncamere – Excelsior, nel quinquennio 2024-2028 le imprese
italiane avranno bisogno di 3 milioni di nuovi occupati (esclusa P.A.), di cui
640 mila immigrati (21,3%). Il fabbisogno di manodopera in Italia dipenderà per
l’80% dal ricambio legato ai pensionamenti e solo per il 20% alla crescita
economica. Nelle regioni del Centro-Nord la percentuale di immigrati sul
fabbisogno totale supera il 25%, con punte del 31% in Toscana e Trentino Alto
Adige. Crescono anche gli imprenditori immigrati: 787 mila nel 2024 (10,6% del
totale). In dieci anni (2014-24), gli immigrati sono cresciuti (+24,4%), mentre
gli italiani sono diminuiti (-5,7%). Incidenza più alta al Centro-Nord e nei
settori di costruzioni, commercio e ristorazione. Oltre a dare un contributo
demografico ed economico nei Paesi di destinazione, i migranti contribuiscono
allo sviluppo dei Paesi d’origine, anche attraverso l’invio di denaro. Nel 2024
gli immigrati in Italia hanno inviato 8,3 miliardi di euro a sostegno delle
famiglie nei paesi d’origine, pari a circa 130 euro pro-capite al mese.
Secondo i ricercatori della Fondazione Leone Moressa, “L’invio di denaro verso i
Paesi d’origine è uno degli strumenti attraverso cui i migranti sostengono i
mezzi di sussistenza, rafforzano le economie e contribuiscono direttamente al
raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG). I dati evidenziano
una forte diversità tra i diversi Paesi di destinazione, con una vitalità
maggiore tra le comunità asiatiche. Rilevante il peso dei flussi “invisibili”,
favoriti dai viaggi verso i Paesi vicini e dai nuovi strumenti digitali”.
Tra le prime 20 comunità straniere presenti in Italia, i valori pro-capite
massimi si registrano tra i cittadini del Bangladesh (604 euro mensili
pro-capite). Anche Pakistan e Filippine registrano valori superiori a 300 euro
mensili pro-capite. Sotto la media, invece, i Paesi più vicini come quelli del
Nordafrica e dell’Est Europa, in cui è ipotizzabile un peso significativo delle
cosiddette rimesse “invisibili”. Oltre un quinto delle rimesse parte dalla
Lombardia (1,8 miliardi). La seconda regione è il Lazio, con 1,3 miliardi. Segue
l’Emilia-Romagna, con quasi 830 milioni inviati nel 2024. A livello di singole
province, Roma supera il miliardo di euro inviato nel 2024; segue Milano, con
911 milioni. Quasi un quarto di tutte le rimesse italiane parte da queste due
città. Seguono Napoli e Torino, rispettivamente con 424 e 266 milioni di euro.
Resta basso l’impatto sulla spesa pubblica. I contribuenti immigrati in Italia
sono 4,9 milioni (11,5% del totale) e nel 2024 hanno dichiarato redditi per 80,4
miliardi di euro e versato 11,6 miliardi di Irpef. Rimane alto il differenziale
di reddito pro-capite tra italiani e immigrati (quasi 9 mila euro annui di
differenza), conseguenza diretta della struttura occupazionale. Insomma, il
contributo fiscale è comunque positivo: gli immigrati, principalmente in età
lavorativa, incidono poco sulla spesa pubblica (3%). Inoltre, confrontando le
entrate per lo Stato (gettito fiscale e contributivo) con la spesa pubblica per
i servizi di welfare, il saldo per la componente immigrata è positivo (+1,2
miliardi di euro): gli immigrati, prevalentemente in età lavorativa, hanno
infatti un basso impatto sulle principali voci di spesa pubblica come sanità e
pensioni.
Qui il briefing OIM a cura della Fondazione Leone Moressa sul contributo dei
migranti al settore primario in Italia:
https://italy.iom.int/sites/g/files/tmzbdl1096/files/documents/2026-04/research-brief-flm-italian.pdf.
Giovanni Caprio