Washington prepara la guerra contro Cuba
Il 20 maggio 2026, giorno dell’indipendenza cubana, dagli Stati Uniti sono
partite due operazioni simultanee contro Cuba.
La prima: l’incriminazione annunciata dal Dipartimento di Giustizia statunitense
contro Raúl Castro per i fatti del 1996 legati a Hermanos al Rescate.
La seconda: il videomessaggio di Marco Rubio rivolto al popolo cubano, costruito
con il linguaggio dell’“aiuto umanitario”, ma intriso della solita retorica
coloniale con cui Washington tenta da decenni di parlare a Cuba come se fosse
ancora una propria colonia.
Non è una coincidenza. È una strategia politica coordinata.
Da una parte criminalizzare la direzione storica della Rivoluzione cubana;
dall’altra tentare di presentare gli Stati Uniti come “salvatori” del popolo
cubano dopo aver contribuito per oltre sessant’anni al suo strangolamento
economico.
Rubio ha annunciato 100 milioni di dollari di “aiuti” da distribuire tramite ONG
e Chiesa cattolica, accusando la direzione cubana della crisi economica
dell’isola.
Ma questa è forse la menzogna più oscena.
Perché Rubio appartiene precisamente a quell’apparato politico che ha dedicato
la propria esistenza all’asfissia economica di Cuba. È parte della macchina che
sostiene il blocco, le sanzioni finanziarie, il sabotaggio energetico,
l’isolamento bancario e le misure coercitive contro il popolo cubano.
Prima strangolano un paese e poi si presentano con gli “aiuti”. Prima producono
scarsità e poi accusano il socialismo della fame che loro stessi contribuiscono
a creare.
Rubio parla di diritti umani, ma il suo intero percorso politico è legato ai
settori più aggressivi dell’estrema destra cubano-americana di Miami, cresciuta
storicamente all’ombra della CIA, della guerra fredda, delle operazioni
clandestine e dell’industria milionaria dell’anticastrismo.
Dietro la retorica morale di Rubio esiste infatti un universo politico fatto di
lobby, finanziamenti opachi, reti di potere e personaggi storicamente associati
a corruzione, narcotraffico, riciclaggio e terrorismo anticubano. L’estrema
destra di Miami non è nata come movimento democratico: è nata come continuazione
politica, economica e criminale dei settori che dopo il 1959 persero privilegi,
affari e controllo sull’isola cubana. Rubio è l’erede diretto di quella
struttura.
Non è un caso che durante la sua carriera sia stato coinvolto in numerose
polemiche su fondi occulti, spese personali con denaro politico, relazioni con
ambienti corrotti del Partito Repubblicano della Florida e protezioni costruite
dentro il sistema di potere miamense. Non è un caso che figure vicine alla sua
ascesa politica siano finite travolte da scandali di frode, riciclaggio e
corruzione. E non è un caso che la sua carriera sia cresciuta proprio dentro
quell’ambiente storico dove per decenni si sono intrecciati affari, politica,
servizi d’intelligence, mafia anticastrista e denaro sporco.
Eppure oggi Washington pretende di presentarlo come volto “democratico” della
libertà.
L’ipocrisia raggiunge il livello massimo proprio sul caso Hermanos al Rescate.
Gli Stati Uniti raccontano la storia come se si fosse trattato di innocenti voli
civili abbattuti senza motivo. Ma il Governo Rivoluzionario cubano ha ricordato
che tra il 1994 e il 1996 furono denunciate oltre 25 violazioni deliberate dello
spazio aereo cubano, comunicate ufficialmente agli organismi internazionali e
alle stesse autorità statunitensi.
Cuba avvertì pubblicamente che non avrebbe tollerato ulteriori provocazioni.
Washington lo sapeva. E lasciò che accadesse.
Perché l’obiettivo non è mai stato salvare vite. L’obiettivo era provocare Cuba.
Creare incidenti. Alimentare tensioni. Costruire martiri mediatici utili alla
propaganda anticubana.
Lo stesso Governo cubano ha ricordato che gli Stati Uniti ignorarono
deliberatamente gli avvertimenti ufficiali inviati alle proprie autorità e
permisero che dal proprio territorio continuassero ad agire gruppi ostili contro
Cuba.
Ed è qui che emerge il vero nodo politico: gli Stati Uniti accusano Cuba di
“violazione dei diritti umani” mentre continuano a sostenere guerre,
occupazioni, sanzioni e operazioni di destabilizzazione in mezzo mondo.
Con quale autorità morale Washington parla di diritti umani?
Il paese di Guantánamo.
Il paese dell’Iraq.
Dell’Afghanistan.
Della Libia.
Dei colpi di Stato in America Latina.
Delle sanzioni economiche che affamano i popoli.
Rubio accusa Cuba di essere una minaccia. Ma Cuba non invade paesi. Cuba non
possiede centinaia di basi militari sparse nel mondo. Cuba non fonda la propria
economia sull’industria bellica. Cuba non esporta guerre.
Cuba manda medici.
Cuba manda insegnanti.
Cuba manda vaccini.
Cuba forma gratuitamente studenti stranieri provenienti dai paesi più poveri del
pianeta.
Questa è la differenza storica che l’impero non riesce a sopportare: gli Stati
Uniti esportano guerra; Cuba esporta solidarietà.
Anche chi non condivide il socialismo cubano dovrebbe comprendere una verità
elementare: nessun tribunale statunitense, nessun Marco Rubio e nessun governo
straniero hanno il diritto di decidere il destino del popolo cubano.
Perché quando un impero pretende di stabilire quali paesi abbiano diritto alla
sovranità e quali no, il problema non riguarda soltanto Cuba. Riguarda il futuro
stesso del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli.
L’incriminazione contro Raúl Castro non è giustizia. È guerra politica. È
propaganda imperiale travestita da legalità. È il tentativo disperato di
criminalizzare una Rivoluzione che, nonostante blocco, terrorismo, sabotaggi,
isolamento e sessant’anni di aggressioni, continua a non piegarsi davanti a
Washington.
E forse è proprio questo che gli Stati Uniti non riescono a perdonare a Cuba: il
fatto che una piccola isola assediata abbia avuto più dignità, più coraggio e
più umanità di un impero intero.
Perché l’impero può comprare governi, finanziare campagne mediatiche, imporre
sanzioni, fabbricare accuse e minacciare il mondo con la propria potenza
militare.
Ma davanti a Cuba continua a fallire nel punto essenziale: non è riuscito a
piegarla, non è riuscito a farla obbedire, non è riuscito a metterla in
ginocchio.
Ed è per questo che continua ad attaccarla.
Perché Cuba rappresenta tutto ciò che l’impero teme di più: un popolo che,
nonostante fame, isolamento e aggressioni, ha scelto di restare sovrano invece
di diventare servo. i di parlare a Cuba come se fosse ancora una propria
colonia.
Federica Cresci
Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista
Redazione Italia