Lavoro nero e caporalato: giro d’affari da 77 miliardi di euro
In Italia il lavoro nero continua a rappresentare una realtà economica di
dimensioni rilevanti. Secondo una recente analisi dell’Ufficio studi della CGIA
su dati Istat riferiti al 2023, il volume d’affari generato dall’economia
sommersa supera i 77 miliardi di euro all’anno (77,1 miliardi di euro, di cui
27,5 miliardi nel Mezzogiorno, 19,4 nel Nordovest, 16,5 nel Centro e 13,7 nel
Nordest). Oltre un terzo di questa ricchezza prodotta irregolarmente (il 35,7
per cento) si concentra quindi nelle regioni del Mezzogiorno, dove si registra
anche la quota più elevata di lavoratori coinvolti. Su un totale nazionale di
2,6 milioni di occupati irregolari, infatti, il 37,5 per cento opera nel Sud.
Se storicamente il fenomeno è stato associato alle regioni meridionali, oggi
però il lavoro sommerso è diffuso in misura preoccupante anche nel Centro-Nord.
A livello settoriale, le situazioni più critiche si riscontrano nei servizi alla
persona, dove il tasso di irregolarità raggiunge il 48,8 per cento. In questo
comparto rientrano soprattutto colf, badanti e altre figure impegnate
nell’assistenza domestica. Seguono l’agricoltura, con un tasso di irregolarità
del 20,8 per cento, e le attività artistiche e di intrattenimento (attori,
cantanti, spettacoli viaggianti, giochi, parchi divertimento, ecc.) al 20,3 per
cento. Si tratta di dati che confermano come il lavoro nero continui a
rappresentare un fenomeno strutturale dell’economia italiana, con effetti
rilevanti sia sul piano sociale sia su quello tributario e contributivo.
Il “nero”, sottolinea la CGIA, è diffuso soprattutto in Calabria, Campania e
Sicilia. Se misuriamo la propensione al “nero” delle regioni, vale a dire
l’incidenza percentuale dell’ammontare riconducibile al valore aggiunto del
lavoro irregolare sul valore aggiunto totale regionale, la quota più elevata,
pari all’8,3 per cento, interessa la Calabria. Seguono la Campania con il 7 per
cento, la Sicilia con il 6,4 per cento e la Puglia con il 6,3 per cento. La
media nazionale è del 4 per cento.
Dei 2.608.600 occupati non regolari stimati in Italia dall’Istat, 979.500 sono
ubicati nel Mezzogiorno, 634.000 nel Nordovest, 572.300 nel Centro e 422.800 nel
Nordest. Se calcoliamo il tasso di irregolarità, dato dal rapporto tra il numero
degli irregolari e il totale occupati per regione, la presenza più significativa
si registra sempre nel Sud e, in particolare, in Calabria con il 17,9 per cento.
Seguono la Campania con il 14,4 per cento e la Sicilia con il 14 per cento. Il
dato medio Italia è del 10 per cento.
“L’eccidio avvenuto nei giorni scorsi ad Amendolara (CS), si sottolinea nel
report dell’Ufficio studi della CGIA, è quasi sicuramente riconducibile allo
sfruttamento e alle pratiche schiavistiche praticate da pseudo-imprenditori
agricoli/organizzazioni criminali presenti in quella zona. Spesso, sfruttando lo
status irregolare dei migranti, questi soggetti coinvolgono questi lavoratori
provenienti dall’estero senza garantire contratti regolari, pagando salari bassi
e innescando una serie di problemi legati all’alloggio, ai trasporti e ai
servizi sociali. Tuttavia non va dimenticato che in molti casi queste condotte
criminali sono indotte, non solo al Sud, dalla struttura del mercato
agroalimentare che, spesso, è monopolizzata da poche grandi imprese committenti
che continuano a spremere i piccoli agricoltori, che per rimanere sul mercato
sono costretti a ridurre gli stipendi della manodopera, alimentando così ancor
più il sistema del caporalato”.
La FILLEA CGIL pone invece l’accento sul passaggio velocissimo del caporalato
dall’agricoltura all’edilizia. “Lo sfruttamento dei lavoratori stranieri nella
costruzione del Consolato americano a Milano è una situazione gravissima,
inaccettabile e che ha messo in difficoltà anche noi, visto che abbiamo avuto
difficoltà anche a svolgere le assemblee e anche ad entrare nel cantiere, ha
sottolineato Antonio Di Franco, segretario generale della Fillea Cgil, in
un’intervista all’Adnkronos/Labitalia.
La prima anomalia di un fatto gravissimo, inaccettabile, è che comunque noi ci
troviamo di fronte ad un tipo di appalto che coinvolge un operatore economico
non italiano che è soggetto a regole non italiane, non europee. Ma quanto
avvenuto è il sintomo di quello che succede ormai in maniera diffusa sul
territorio italiano. E, cosa ancora più grave, riguarda in particolare anche il
perimetro delle grandi opere pubbliche. (…)
C’è lo sfruttamento di manodopera migrante, a monte c’è un caporale e tutto
questo avviene con una cornice normativa che agevola questo tipo di ricatto. E
cioè la legge Bossi-Fini che costringe i lavoratori ad avere un contratto di
soggiorno per essere regolari in Italia. E che quindi devono stare sotto ricatto
di chi offre loro un contratto. (…) Per contrastare il caporalato in edilizia
“servirebbe cancellare la legge Bossi-Fini, e uscire dalla logica del contratto
di soggiorno che in questo momento favorisce lo sfruttamento e l’illegalità, che
coincide con l’arricchimento spesso di soggetti vicino alla malavita
organizzata”
(https://www.filleacgil.net/tutto-comunicazione/17749-caporalato-e-paraschiavismo-fenomeno-diffuso.html).
Qui la nota dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre su “Lavoro nero e
caporalato: giro d’affari da 77 miliardi l’anno” :
https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2026/06/Lav.neroCap-06.06.2026.pdf.
Giovanni Caprio