Peter Fleming / La storia geopolitica verso il destino individuale
C’è un Fleming meno celebre — e forse, per certi versi, più interessante — di
quello che ha inventato James Bond. Peter Fleming (Londra 1907 – Glencoe 1971),
fratello maggiore di Ian, fu scrittore, giornalista e viaggiatore di razza,
autore di libri d’avventura oggi quasi dimenticati fuori dalla Gran Bretagna,
dove restano classici del genere. Il destino dell’ammiraglio Kolčak, pubblicato
nel 1963, è forse il suo lavoro più maturo e rigoroso: un libro che sfugge a
qualsiasi classificazione comoda, sospeso com’è tra la storia militare, la
biografia e il reportage narrativo, con quella particolare qualità dello sguardo
che appartiene a chi ha conosciuto i luoghi di cui scrive non sui libri ma coi
piedi nella neve.
Il soggetto è uno dei capitoli più oscuri e affascinanti del Novecento: la
guerra civile russa, la lotta tra le armate Bianche zariste e i Rossi
bolscevichi negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d’Ottobre, e
al centro di tutto la figura dell’ammiraglio Aleksandr Vasil’evič Kolčak,
autoproclamato Governatore Supremo della Russia, capo della controrivoluzione
siberiana, destinato a soccombere non tanto per mano dei bolscevichi quanto per
il tradimento sistematico degli alleati occidentali che lo avevano sostenuto
finché faceva comodo e abbandonato senza scrupoli quando la sua parabola
militare aveva cominciato a declinare.
Fleming non scrive una storia della guerra civile russa, né una biografia nel
senso convenzionale del termine. Il suo scopo, dichiarato fin dalla prefazione,
è più preciso e per certi versi più spietato: ricostruire le circostanze della
caduta di Kolčak, del suo tradimento e della sua morte. È un libro sul
fallimento — non come moralità ma come meccanismo storico — e sul modo in cui le
grandi potenze trattano i propri strumenti quando non servono più. L’epopea del
treno che trasporta Kolčak da Omsk a Irkutsk attraverso la Siberia invernale,
inseguito dai bolscevichi e tradito dai legionari cechi che avrebbero dovuto
proteggerlo, è narrata con una lentezza e una precisione quasi cinematografica:
è la sequenza più potente del libro, quella in cui la storia smette di essere
geopolitica e diventa destino individuale.
Kolčak stesso è un personaggio difficile da amare, e Fleming non cede alla
tentazione dell’agiografia. L’ammiraglio era un uomo di rigidità quasi
esemplare, politicamente ingenuo, militarmente valoroso, moralmente
intransigente in un contesto che richiedeva tutt’altre qualità: la flessibilità,
la spregiudicatezza, la capacità di gestire alleati inaffidabili come il
generale al servizio dei giapponesi, Semenov — definito da Fleming con gelida
precisione “un bandito dotato di molti attributi del mostro” — o il generale
francese Janin, che si lavò le mani di Kolčak con la stessa olimpica
indifferenza di un Ponzio Pilato in divisa. Sono i veri antagonisti del libro,
non i bolscevichi: la viltà degli alleati è più devastante della ferocia del
nemico.
Lo stile di Fleming è quello del grande giornalismo britannico d’antan: preciso,
ironico quando serve, capace di condensare in una frase la complessità di
un’intera situazione tattica senza sacrificare la leggibilità. L’erudizione non
opprime mai la narrativa, e la prosa scorre con quella qualità rara che
distingue chi sa scrivere di storia da chi si limita a raccontarla. La
traduzione di Fabrizio Bagatti — che torna su questi territori dopo il lavoro su
Peter Hopkirk per lo stesso editore — restituisce con eleganza il tono
originale, e l’introduzione di Alessandro Colombo offre gli strumenti necessari
al lettore meno familiare con la complessità della guerra civile russa.
Va detto a questo punto qualcosa su Edizioni Medhelan, casa editrice milanese
nata nel 2020 da un gruppo di lettori appassionati che ha scelto come nome
l’antico toponimo latino di Milano — “terra al centro” — per significare una
vocazione al crocevia tra letterature e tradizioni diverse. Il catalogo che
stanno costruendo, con una predilezione per opere del Novecento ingiustamente
dimenticate o mai tradotte in italiano, ha una coerenza e una raffinatezza rare
nel panorama editoriale attuale: ogni volume è curato con attenzione filologica,
dotato di introduzioni affidate a specialisti competenti, tradotto con cura.
Sono libri che si sente di avere tra le mani — cosa non scontata in un’epoca di
produzione seriale. Il destino dell’ammiraglio Kolčak è un esempio perfetto
della loro filosofia: un testo importante, fuori dai circuiti abituali,
restituito al lettore italiano con la dignità che merita.
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