Valditara indaga sulla solidarietà
A Trieste una scuola porta cibo e umanità ai migranti della rotta balcanica. La
destra, invece di vergognarsi per le persone lasciate in strada, apre un caso
politico contro insegnanti e bambini: quando la solidarietà diventa sospetta, è
la democrazia a essere sotto accusa
A Trieste è accaduto qualcosa di semplice e, proprio per questo, intollerabile
per la destra: una scuola ha scelto di educare alla solidarietà.
Un gruppo di bambini e ragazzi arrivati da Marostica, in provincia di Vicenza,
accompagnati dai loro insegnanti, ha raggiunto piazza Libertà, il luogo che da
anni rappresenta uno degli snodi più dolorosi della rotta balcanica. Hanno
incontrato i volontari di Linea d’Ombra, hanno visto da vicino la condizione
delle persone migranti che arrivano a Trieste dopo viaggi durissimi, hanno
portato cibo, ascolto, presenza.
Niente di scandaloso. Niente di pericoloso. Niente che dovrebbe far scattare
interrogazioni, ispezioni, indagini o campagne politiche. Una scuola ha fatto
quello che una scuola dovrebbe fare: ha messo gli studenti davanti alla realtà,
li ha aiutati a comprendere la sofferenza degli altri, ha trasformato
l’educazione civica in esperienza concreta.
E invece Fratelli d’Italia, l’Ufficio scolastico regionale e il ministro
Giuseppe Valditara hanno deciso di aprire un caso.
Non contro l’abbandono delle persone in strada. Non contro il fallimento delle
politiche migratorie. Non contro il fatto che uomini, donne e minori arrivino
lungo la rotta balcanica stremati, feriti, affamati, spesso senza assistenza
adeguata e in attesa di documenti, protezione, riconoscimento.
No. Il problema, per loro, sono i bambini che portano cibo.
Questa è la fotografia feroce della scuola che la destra vorrebbe costruire: una
scuola obbediente, muta, ripiegata sull’ordine, incapace di guardare il dolore
sociale; una scuola che deve parlare di legalità astratta ma non di ingiustizia
concreta; una scuola che può celebrare retoricamente la Costituzione ma non
praticarne i principi; una scuola che deve educare alla disciplina, non alla
compassione.
La destra si arrabbia quando qualcuno mette in mostra ciò che non riesce, o non
vuole, governare. Si indigna per un percorso educativo, ma non per le persone
lasciate al freddo. Si scandalizza davanti a un gesto di cura, ma non davanti
alla violenza delle frontiere. Si preoccupa dei bambini che incontrano i
migranti, ma non dei migranti ridotti a corpi invisibili, sospesi tra
respingimenti, attese burocratiche, marginalità e abbandono.
Il video diffuso da Linea d’Ombra ha colpito migliaia di persone proprio perché
mostra una verità elementare. I ragazzi non parlano con il linguaggio tossico
della propaganda. Non usano le parole dell’invasione, dell’emergenza, del
decoro, della sicurezza. Dicono semplicemente di essere andati lì “per aiutare”,
“per dare cibo ai più bisognosi”, “per stargli vicino”.
E poi una frase, nella sua limpidezza, dice tutto: “Per noi è poco, ma per loro
è tantissimo”.
È questa frase che la destra non sopporta. Perché smonta anni di veleno
ideologico. Perché mostra che il migrante non è un nemico, ma una persona.
Perché ricorda che la solidarietà non è un reato, non è propaganda, non è
indottrinamento: è il fondamento minimo di una società che non voglia
precipitare nella barbarie.
Ancora più significativo è il percorso fatto a scuola prima dell’arrivo a
Trieste. Gli studenti hanno sperimentato simbolicamente un cammino bendati e
scalzi, tra ostacoli, sassi, acqua, disorientamento. Non per “imitare” il dolore
altrui, non per spettacolarizzarlo, ma per provare a capire. Per avvicinarsi,
anche solo per un istante, alla paura di chi attraversa confini nel buio, di chi
cammina per non essere visto, di chi fugge sapendo che ogni passo può diventare
pericolo.
Questa si chiama educazione. Non propaganda. Non militanza imposta. Non abuso
pedagogico. Educazione.
Educare significa aprire gli occhi, non chiuderli. Significa insegnare che
dietro ogni categoria amministrativa c’è una vita. Significa far comprendere che
“migrante” non è una colpa, “profugo” non è una minaccia, “straniero” non è una
diminuzione di umanità.
Se un ministro dell’Istruzione considera sospetto tutto questo, allora il
problema non è quella scuola. Il problema è il ministro.
Valditara e la destra stanno mandando un messaggio gravissimo a tutto il mondo
scolastico: attenzione a educare alla solidarietà, perché potreste finire sotto
osservazione; attenzione a mostrare la realtà delle frontiere, perché potreste
essere accusati di politicizzare gli studenti; attenzione a insegnare empatia,
perché in un paese governato dalla paura anche la compassione può diventare
sovversiva.
È un messaggio intimidatorio. Ed è tanto più grave perché colpisce insegnanti e
studenti che hanno fatto esattamente ciò che la scuola pubblica dovrebbe fare:
formare persone capaci di pensiero critico, responsabilità sociale,
consapevolezza democratica.
La scuola non è un addestramento all’indifferenza. Non è una caserma culturale.
Non è il luogo dove si producono sudditi obbedienti alle narrazioni del governo.
La scuola, se è davvero pubblica e democratica, deve poter attraversare le
contraddizioni del presente, incontrare le ferite della società, nominare le
ingiustizie, costruire legami.
E la rotta balcanica è una di queste ferite. Trieste lo sa bene. Piazza Libertà
lo sa bene. I volontari che ogni giorno portano cure, scarpe, cibo, medicazioni
e ascolto lo sanno bene. Lì arrivano persone che hanno attraversato violenze,
respingimenti, fame, freddo, botte, umiliazioni. Persone che l’Europa respinge e
poi finge di non vedere. Persone che esistono solo quando devono essere
controllate, identificate, allontanate.
Quei bambini, invece, le hanno viste. E questo è bastato a far scattare la
reazione della destra.
Perché il punto politico è tutto qui: la solidarietà rompe la narrazione
dell’odio. Se un bambino vede un migrante come una persona affamata da aiutare,
e non come un pericolo da respingere, crolla l’intero impianto ideologico su cui
si regge la propaganda razzista e sicuritaria. Se una scuola insegna a
riconoscere l’umanità dove il potere vuole produrre paura, allora quella scuola
diventa un problema per chi governa attraverso la disumanizzazione.
Per questo la vicenda di Trieste non può essere liquidata come una polemica
locale. È un segnale nazionale. Dice che la destra non vuole solo controllare le
frontiere: vuole controllare anche lo sguardo con cui le nuove generazioni
imparano a vedere il mondo. Vuole impedire che la scuola diventi spazio di
incontro, coscienza critica, educazione alla giustizia.
Ma una società che indaga la solidarietà e lascia indisturbata l’indifferenza è
una società malata. Una politica che apre un caso contro bambini che portano
cibo e non contro le persone costrette a dormire in strada ha già scelto da che
parte stare. Una scuola che porta gli studenti dove c’è sofferenza non va
punita. Va difesa. Gli insegnanti che educano alla cura non vanno intimiditi.
Vanno ringraziati. I bambini che dicono “per noi è poco, ma per loro è
tantissimo” non vanno messi sotto accusa. Vanno ascoltati.
Perché in quelle parole c’è più Costituzione che in molti discorsi ufficiali.
C’è più educazione civica che in mille circolari ministeriali. C’è più umanità
che in tutta la propaganda di chi vorrebbe trasformare la scuola in un luogo
sterile, impaurito, obbediente.
A Trieste non è andata in scena una manipolazione degli studenti. È andata in
scena una lezione di umanità. E se Valditara, Fratelli d’Italia e l’Ufficio
scolastico regionale non riescono a capirlo, allora sono loro a dover essere
giudicati. Non quella scuola.
Osservatorio Repressione