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A Taranto una marea umana dà l’ultimo saluto a Sako Bakari
Taranto si trova a dover fare i conti con sé stessa e con quello che è probabilmente diventata, dopo la vile uccisione del giovane Sako Bakari. Hannah Arendt teorizzò ‘la banalità del male’, la giurisprudenza colpevolizza i futili motivi: comunque sia poche parole per motivare (sarebbe più corretto dire ‘non-motivare’) un omicidio che è paradigma dei tempi oscuri che viviamo. Poche certezze, modelli di emancipazione sociale smarriti chissà dove, la povertà educativa che fa credere che i ‘nemici’ siano altri poveri cristi. Sako Bakari, 35 anni, originario del Mali, dal 2022 italiano, tarantino per essere più precisi, è stato accoltellato tre volte, all’alba di un comunissimo giorno di lavoro, sabato 9 maggio, nella città vecchia di Taranto. Era in bici e doveva raggiungere i campi dove lavorava come bracciante; non aveva ancora superato il ponte di pietra che lo avrebbe condotto in stazione, quando è stato accerchiato da una baby gang. Le telecamere di sorveglianza puntate sulla piazza raccontano il suo destino: un caffè, prima di una lunga giornata a raccogliere ciò che portiamo sulle nostre tavole e la vita che, tra tutte le sue tonalità, sceglie il buio più cupo. Futili motivi: è fine e non impegna. Futili motivi è voler infierire su di un corpo che ha un colore diverso dal proprio. Futili motivi: sul piano strettamente penale sono un aggravante, mentre a tutti noi narrano lo scollamento dall’umanità, l’incapacità di riconoscerci in valori condivisi. E tirano in ballo ognuno di noi. Non ci sono risposte semplici a questioni complesse: la bandiera bianca alzata da diverse agenzie educative era un campanello d’allarme, completamente sottovalutato, trascurato, o volutamente ignorato. Per terra, in quell’angolo di piazza, rimangono una bici, uno zainetto e la speranza di poterci definire ancora “umani”. Una marea umana, giovedì 14 maggio, ha voluto dare l’ultimo saluto, laico, a un concittadino ucciso con ferocia e dire – anche solo con la presenza – che la città c’è, che si prende tutte le responsabilità di quello che è accaduto e che non si volta dall’altra parte. Una città che in quei giorni festeggiava il suo santo patrono, che è – per i credenti – pure patrono (quindi protettore) dei forestieri. Forse per questo Taranto sta facendo fatica a metabolizzare l’accaduto: solo chi è nato in una città di mare conosce la frustrazione di chi ha dentro, tatuato sul cuore, il senso dell’accoglienza, del rispetto delle diversità, della vicinanza nella difficoltà. Perché quella difficoltà, al sud, ci appartiene, al di là del colore della nostra pelle. Perché il mare è unione di coste, passaggio di umanità. “Il mio dolore” ha dichiarato Giuseppe, responsabile di una delle tantissime associazioni accorse in piazza Fontana, per segnare la distanza dalla barbarie “che si unisce a quello delle altre associazioni, si moltiplica rispetto all’intolleranza razziale: non avremmo mai voluto che un delitto avesse trovato spunto dal colore della pelle di un altro uomo. Lo viviamo come un dramma nel dramma. Non vogliamo minimamente credere che quella porta di un bar sbattuta in faccia all’unica possibilità di salvezza dell’uomo fosse una ‘chiusura’ tra un fantomatico ‘noi’ e un inesistente ‘loro’. Sako era un ragazzo gentile, rispettoso delle regole; uno dei tanti che, attraverso il lavoro duro, contribuisce a pagare le pensioni dei nostri anziani. Anche in un momento tanto triste” ha continuato Giuseppe, “dobbiamo ribadire che questi ragazzi – o giovani uomini, come nel caso di Sako – sono una risorsa per tutti noi, anche per chi li ‘vede’ soltanto in chiave di Pil e di peso sociale”. Il microfono – per volontà delle associazioni organizzatrici del presidio contro razzismo, odio e criminalità (Libera Taranto, Babele, Mediterranea Saving Humans Taranto e Comunità africana di Taranto e provincia) – è rimasto sempre acceso e chiunque lo avesse voluto poteva parlare alla Taranto bella, bellissima, ma sotto shock. “Siamo qui” ha puntualizzato Caterina di Mediterranea Saving Humans Taranto “per riaffermare che nessuna vita è invisibile e che la violenza, il razzismo, l’odio e l’indifferenza non possono avere l’ultima parola. Taranto non resterà in silenzio! Noi sentiamo forte il bisogno di affermare da che parte stiamo, di fare quadrato come comunità o, semplicemente, esserci. Sì, sentiamo il bisogno di esserci!” “È il momento di mettere in campo azioni che affermino un’idea diversa di città, fondata sulla dignità umana, sul lavoro, sui diritti e sulla convivenza. Tutti insieme – e siamo tantissimi – gridiamo che a Taranto non c’è spazio per il razzismo, anche se è generato dal disagio. Taranto deve ritornare a essere città di accoglienza, diritti, solidarietà e rispetto reciproco. Una città che non si gira dall’altra parte e che sceglie di reagire” ha dichiarato Patrizia. “Ci sono momenti in cui, anche se non sei credente, finisci per pensare che qualcosa di spirituale esista davvero” ci confida Saverio, zuppo fino alle ossa. “Quando ha iniziato a piovere forte, anzi fortissimo, ho guardato piazza Fontana ed era emozionante vedere quanto fosse piena. In quel momento ho pensato che molti sarebbero andati via. Invece no: siamo rimasti lì, sotto un unico grande ombrello invisibile fatto di solidarietà, sorrisi e mani tese. Ho visto ragazzi che condividevano l’ombrello con sconosciuti. Io e il mio amico Claudio siamo stati ospitati sotto un ombrello da un ragazzo del Bangladesh. Un ombrello che nemmeno era suo: glielo aveva prestato una ragazza tarantina. E in quella scena c’era molto più senso civico, molta più umanità e molto più patriottismo di quanto se ne legga ogni giorno nei sermoni dei professionisti dell’odio. Probabilmente guardavano dalla finestra di casa, ben asciutti, sotto l’unico ombrello che conoscono davvero: quello della paura, del cinismo e della miseria umana.” Foto di Peppe Leva   Mimmo Laghezza
May 16, 2026
Pressenza