Un tempo Librino si chiamava Terreforti
“Terra di delizia e di incanto, rigogliosa di piante, di profumi, di fiori”, con
un’agricoltura progredita e redditizia, praticata nei ricchi poderi delle elitès
catanesi. Così l’architetto e ingegnere Sciuto Patti descrive, a metà Ottocento,
quelle che si chiamavano allora Terreforti, l’odierno Librino, dove è nata la
città satellite progettata dal grande architetto Kenzo Tange.
Un progetto avveniristico a fronte di una realtà in cui all’iniziale spinta
speculativa è seguito l’abbandono, fino a fare di Librino un emblema di
periferia degradata. Eppure Librino non è solo questo, è un luogo vivo, segnato
da grandi contraddizioni, scuole d’eccellenza e centrali di spaccio,
associazioni attive nella promozione sociale e devianza minorile, sottoservizi
all’avanguardia e rifiuti abbandonati ovunque, ampi viali alberati e trasporti
pubblici quasi inesistenti.
Qui vivono circa 70 mila persone (tra cui la fascia giovanile più numerosa della
città), l’equivalente di una città attrezzata e vivibile come Pavia. I residenti
provengono in buona parte dall’entroterra o da altre aree della città, ma alcuni
sono nati e cresciuti qui, in quel nucleo di case per lo più terrane, oggi
indicato come Librino vecchio. Un nucleo che non ha perso il senso di
appartenenza e coltiva ancora i rapporti di vicinato, rafforzati spesso da
legami parentali.
Non stupisce, quindi, che da qui provenga Eleonora Guzzetta, una giovane
studiosa che fa l’insegnante e ha deciso di condurre una ricerca sui caratteri
originali del “suo” territorio. A questa ricerca ha dedicato la tesi della
seconda laurea, “Prima di Librino. Una periferia catanese tra XV e XIX secolo”,
presentata nella club house dei Briganti, che festeggiavano i venti anni dalla
loro fondazione.
C’è anche la grande storia dell’età moderna nello studio di Guzzetta,
l’alternarsi delle dominazioni straniere, i conflitti tra vescovi e aristocrazia
per la gestione di terreni e casali, le grandi famiglie aristocratiche
protagoniste della ricostruzione post-terremoto, la povertà dei ceti popolari e
le sommosse successive ad eventi drammatici come la carestia e il colera. C’è il
variegato suolo siciliano con le relative colture ed economie diversificate, ed
anche la loro evoluzione.
Ma c’è, soprattutto, la riscoperta delle Terreforti, frutto di un’investigazione
paziente, condotta in archivio, alla ricerca di documenti inediti o poco noti,
nei fondi Benedettini, Biscari, del Tribunale civile di Catania…
Da queste carte sono emersi, innanzi tutto, i nomi delle contrade, leggermente
modificati rispetto al presente ma riconoscibili, in grado di lanciare un’esca
per la ricerca di una identità. Prevale Bombacaro, che poi diventa Bummacaro, ma
troviamo anche Santodaro in cui riconosciamo l’attuale San Teodoro e poi Fossa
della Creta, Nitta, zia Lisa, Gelso Bianco.
Tutti con estensione superiore a quella attuale e tutti dentro Terreforti, la
vasta area a vocazione agricola, fertile e redditizia, prevalentemente in mano
ai Benedettini di San Nicolò l’Arena e, via via, ad alcune famiglie
dell’aristocrazia locale tra loro imparentate, Paternò Castello, Moncada,
Bonaiuto, nomi che ritroviamo nei ruderi delle antiche masserie.
Guzzetta ha ritrovato il toponimo Terreforti già nei documenti del XV secolo.
Documenti da cui, in queste terre argillose, dure da lavorare ma benedette
dall’acqua, risulta la presenza di giardini, orti o agrumeti che fossero, ma
soprattutto quella della vite, che rimarrà dominante fino al secondo Ottocento,
quando si verificherà l’invasione infestante della fillossera.
Il vino di Bombacaro era famoso, messo in commercio a prezzo elevato, esportato
soprattutto in Francia, premiato nelle esposizioni nazionali, cantato dai
poeti. “Chistu è vinu/gratu e finu/binidittinu/riservatu pri l’Abbati/lu fa da
Bummacaru/di racini chiù scelti assulicchiati”, scrive Domenico Tempio
nel Ditirambu secundu. E uno studioso del primo Novecento, Iacono, sottolinea
come il vino prodotto in quest’area procurasse “ai proprietari dei vigneti
larghe risorse rendendo le Terreforti il soggiorno felice di numerosi, abili e
laboriosi coloni”.
Non sappiamo quanto fossero felici questi coloni che lavoravano una terra così
dura, ma leggiamo – nelle pagine dello stesso Iacono – come “la vicinanza della
città, il clima mite, la disposizione del terreno che rende il paesaggio vario
ad ogni istante, sempre grato, la varietà delle colture, i prodotti sempre
ricercati, costituiscono un insieme di condizioni che unite all’incantevole
panorama spaziante fra l’Etna, il mare e la Piana, fanno delle Terreforti una
delle poche contrade maggiormente favorite dalla Natura”.
Nella seconda metà dell’Ottocento avviene un vero e proprio
capovolgimento. L’arrivo della fillossera distrugge i vigneti e l’economia ad
essi legata. Guzzetta racconta i tentativi fallimentari di arrestare l’insetto
nella sua marcia fatale. La composizione stessa del suolo, che rendeva
abbondante la produzione, assorbiva così tanto il prodotto chimico (solfuro di
carbonio) usato per per contrastare l’insetto da danneggiare le radici delle
piante.
Un disastro che, essendo non solo locale ma nazionale, sollecita l’intervento
del governo che istituisce dei campi sperimentali, per guidare i viticoltori
nella ricostituzione dei vigneti con l’impianto di una tipologia di viti
resistenti alla fillossera. Solo pochi proprietari – sottolinea Guzzetta – si
impegnarono in questo percorso, seguendo personalmente l’andamento degli
interventi e investendovi dei capitali, molti non vollero investire alcun
capitale e si disinteressarono dei terreni, abbandonandoli all’incuria. Il
recupero fu, quindi, non solo lento ma anche parziale. La produzione non tornò
abbondante come quella di una volta, e del resto anche il mercato era cambiato.
La morfologia del terreno e il paesaggio erano, tuttavia, rimasti gli stessi e
affascinarono Tange che si propose di “fondere l’ambiente naturale con quello
umano”. Al di là della bellezza e dei limiti del progetto Tange (che comunque
prevedeva verde rigoglioso, passaggi pedonali, servizi sociali…), la
speculazione edilizia e la negligenza delle amministrazioni comunali
hanno trasformato un luogo di delizia e di incanto in “una terra senza bellezza
e senza storia” (Pulvirenti Chiara Maria).
C’è un profondo rammarico nelle parole con cui Guzzetta racconta come questo
luogo, un tempo centrale nell’economia della città, sia stato avvilito,
snaturato. E a snaturarlo – afferma – ha contribuito anche il modo in cui è
stato denominato. L’appellativo Terreforti è scomparso, sono rimasti i nomi di
alcune contrade e di alcuni borghi, richiamati nell’intitolazione dei grandi
viali, mentre tutto il territorio è oggi indicato come Librino, una
denominazione che nulla dice della sua storia.
Guzzetta ci dice che la prima attestazione di questo nome è stata da lei trovata
in uno schizzo topografico degli anni compresi tra il 1952 e il 1960, proprio
gli anni in cui si pensa all’espansione della città “inseguendo l’idea di un
boom demografico assolutamente sopravvalutato”. Una denominazione recente,
quindi, ma anche di origine incerta. Alcuni la individuano nel latino
leporarium, luogo popolato di lepri, ma Guzzetta e la maggior parte di chi lì
abita da generazioni, ha un’altra spiegazione.
Librino sarebbe una espansione semantica dell’aggettivo che indicava un
proprietario della zona che aveva il labbro leporino (leporino, leprino,
lebrino). La sua famiglia, Grillo, possedeva anche un palmento e, attigua ad
esso, una piccola cappella, divenuta poi centro delle attività sociali del
borgo. Da qui l’ampliamento della valenza dell’epiteto, utilizzato per indicare
non solo una persona ma un territorio.
Un ritorno al passato è improponibile, ma non lo è il recupero della memoria, a
cui è legato anche il senso di appartenenza. Le Terreforti non possono tornare i
ricchi vigneti che producevano un vino pregiato e ricercato, anche se non è
escluso che quest’area possa, almeno in parte, recuperare la vocazione agricola
che ne ha contrassegnato la storia. Guzzetta se lo augura e auspica che gli
abitanti di questo luogo possano coltivare, insieme alla memoria, un’idea di
riscatto che deve passare – innanzi tutto – da un maggiore protagonismo nelle
scelte che li riguardano.
Redazione Sicilia