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Convivenza religiosa in Palestina: testimonianza di padre Novruz, pastore cristiano palestinese
Mentre siamo sommersi storicamente dalle narrazioni sulle radici del conflitto israelo-palestinese, esistono voci e testimonianze che fanno luce su aspetti contrastanti con le vulgate sioniste della storia palestinese, che non sono distorte da logiche e progetti di segregazione e colonialismo. Prima dell’arrivo del sionismo, quelle terre oggi martoriate, hanno vissuto una convivenza naturale tra i seguaci delle quattro religioni in Palestina: ebraismo, samaritanesimo, cristianesimo e islam, in un clima di convivenza, partenariato e vita comune. Prima che fosse aggredita dal progetto sionista, la Palestina era un mosaico religioso e comunitario che non distingueva tra un ebreo, un cristiano, un musulmano e un samaritano nelle scuole, negli ospedali o nei posti di lavoro.   In questo quadro, il sacerdote palestinese Ibrahim Nairouz, rappresenta una testimonianza vivente che si rifà a quel passato dimenticato, non solo come religioso, ma come figlio di quella terra, erede di quella storia e nipote di un martire palestinese che ha combattuto il colonialismo britannico. Il pastore Nairouz è il pastore della Chiesa episcopale/anglicana di San Giovanni Battista ad Al-Hosn e nella città giordana di Fuhais dal 2017, avendo precedentemente prestato servizio nella Chiesa episcopale/anglicana di Nablus in Palestina. Ha un’alta posizione e considerazione nei circoli cristiani, arabi e musulmani, ed è una delle voci teologiche che hanno collegato la fede cristiana alla difesa dei diritti dei palestinesi. Accanto alla sua testimonianza sulla storica convivenza palestinese, il pastore Nairouz ha una alta considerazione del gruppo Naturei Karta, il movimento ebraico anti-sionista che lo separa chiaramente dalla concezione sionista nella religione ebraica. Lo descrive come un “isolante per la speranza”, riaffermando l’idea che il conflitto non sia religioso come viene promosso, ma colonialista, e che ci sono ebrei, così come cristiani e musulmani, che rifiutano l’ingiustizia e l’occupazione, e credono nella giustizia e nella vera pace. >  “…L’ebraismo è una religione che era presente nella storia, rispettava e > aveva le sue credenze, spiritualità ed esistenza. Non c’era alcun problema > eccezionale che costringesse allo scontro tra ebrei e le altre religioni in > Palestina prima dell’emergere del movimento sionista. Come è noto, le > religioni storiche in Palestina sono: ebraismo, samaritano, cristianesimo e > islam, e queste religioni hanno sempre coesistito in un clima di fraternità e > armonia sociale per molti secoli. > > Rivedendo i registri delle istituzioni educative, sanitarie e amministrative, > come postali, portuali, aeroporti, radio, ministeri, camere di commercio e > industria, club, squadre sportive, comuni, ecc., notiamo che ebrei, cristiani, > musulmani e samaritani erano insieme come colleghi o studiosi, e questo non > era insolito per la società palestinese in quella fase. Pertanto, si può > stabilire che il rapporto tra i fedeli delle quattro religioni in Palestina, > prima dell’emergere del movimento sionista era armonioso, basato sul rispetto > reciproco e sulla convivenza, in un clima di vicinato, comunione e > partenariato, e questa non è solo un’eccezione in Palestina, ma anche nelle > società arabe circostanti, come l’Iran, l’Iraq, l’Egitto, il Marocco, lo > Yemen, e altri, dove gli ebrei vivevano come parte del tessuto sociale, purché > non ci fosse alcuna ambizione da parte di nessuno di escludere l’altro. > > Ciò che ha successivamente deturpato la realtà è stato l’emergere del > movimento sionista alla fine del XIX secolo, che ha cercato di acquisire la > terra e di espellere gli altri, con l’istituzione di un’entità ebraica > escludente, che ha portato alla tensione nelle relazioni e all’emergere di > movimenti arabi, islamici e cristiani che rifiutavano questo orientamento. Il > movimento sionista ha anche cercato di rappresentare l’ebraismo a livello > globale, il che ha portato all’emergere di movimenti ebraici che lo rifiutano, > in particolare il movimento Naturei Karta. > > Ci sono esempi storici che riflettono la pacifica convivenza dei seguaci di > queste religioni. Un esempio di convivenza tra ebrei, cristiani, musulmani e > samaritani in Palestina prima dell’emergere del movimento sionista, si può > citare le squadre sportive che hanno giocato partite locali e internazionali > in nome della “Palestina”, e tra i suoi giocatori c’erano ebrei e arabi. Il > personale femminile e maschile nei porti di Haifa e Jaffa, nelle poste > palestinesi o nelle stazioni radio palestinesi di Gerusalemme. > > Alla Scuola Episcopale di Nablus, fondata nel 1848, gli studenti ebrei > studiavano insieme a colleghi samaritani, cristiani e musulmani. Inoltre, i > registri dell’ospedale evangelico episcopale arabo di Nablus mostrano la > presenza di ebrei tra i revisori. > > C’erano quartieri in città palestinesi con nomi ebraici come Nablus, Hebron, > Gerusalemme, Tiberiadi, Safed, Jaffa e altri, che sono la prova di una > presenza ebraica storica pacifica. > > L’ebreo in Palestina era un essere umano professionale, che lavorava in più > professioni, in particolare: fare e riparare scarpe, creare oro e argento e > riparare orologi. Alcuni di loro hanno anche lavorato nel commercio e nella > vendita di oggetti d’antiquariato ai turisti, e sono stati anche guide > turistiche. Molti ricoprivano anche posizioni nei dipartimenti governativi, > privati e bancari. Queste professioni, per loro stessa natura, impongono una > comunicazione continua con il resto della società, riflettendo uno stato di > normale e diretta interazione quotidiana, senza barriere religiose o sociali, > fatta eccezione per la differenza di credenze e di culto. > > Il movimento sionista ha rovinato questo tessuto sociale armonioso. La > tensione ha cominciato a emergere mentre cresceva il numero di immigrati ebrei > in Palestina, specialmente quelli che abbracciavano l’ideologia sionista. > Questo improvviso cambiamento nella demografia e nell’ideologia ha portato a > chiare tensioni e all’emergere di scontri in città come Gerusalemme e Hebron, > che hanno contribuito all’instabilità e alle normali relazioni che un tempo > prevalevano. > > Se vogliamo affrontare realisticamente il conflitto sulla terra di Palestina, > credo che l’unica soluzione sia una soluzione a uno stato, che riporta tutti > allo stato prima dell’emergere del movimento sionista. > > L’esperienza ha dimostrato che eliminare una qualsiasi delle parti non è > possibile, e dobbiamo accettarci a vicenda sulla base del partenariato e del > rispetto. > > Ma questo richiede una maturità e una convinzione generale che la guerra e > l’omicidio non porteranno da nessuna parte. L’esistenza di tutte le parti è un > fatto compiuto, e l’unica soluzione è la convivenza, e la ricostruzione della > cultura del rispetto e della convivenza come era prima che fosse corrotta > dalle ambizioni sioniste. > > Credo che il movimento Naturei Karta meriti rispetto, in quanto si sta > muovendo in una linea ferma e chiara verso obiettivi nobili basati sulla pace > e la convivenza. > > > > L’esistenza di un movimento ebraico antisionista dà un’impressione positiva > dell’ebraismo, separandolo dal sionismo come movimento coloniale razzista. > Stabilisce l’idea di separare l’ebraismo come religione spirituale e il > sionismo come progetto coloniale. > > Il movimento Naturi Karta sta andando nella giusta direzione. I suoi sforzi e > le sue idee illuminano una scena tenebrosa, e stabilisce una cultura di > accettazione dell’altro nonostante la differenza religiosa. Li invito a > diffondere maggiormente il loro pensiero negli ambienti ebraici e non ebraici, > essi rappresentano uno spiraglio di speranza verso un dialogo autentico. > > Il cristianesimo rispetta l’altro nella sua fede, e lavora con ogni parte che > cerca la pace. Naturei Karta è un movimento che rispetta la sua fede, e i > cristiani palestinesi vedono la cooperazione con loro come un modo per > costruire una società pacifica, basata sul detto di Cristo: “Beati gli > operatori di pace, sono i figli di Dio invocati”. > > Per chi promuove l’idea che il conflitto sia religioso, mentre è un conflitto > coloniale con interessi di parte e oppressivi, Naturei Karta, combatte questa > falsità e mostra il vero volto del conflitto. Illumina come una candela nel > buio, invitando gli ebrei a liberarsi dal pensiero coloniale sionista e > richiede che il mondo distingua tra religione e occupazione. > > L’esistenza di questi gruppi in sé dà speranza. È vero che ha bisogno di > crescere e diffondersi ulteriormente, ma rappresenta uno sforzo notevole che è > rispettato da tutti coloro che credono nella pace. È il nucleo di un pensiero > che può contribuire a cambiare il futuro in meglio…” Enrico Vigna Redazione Italia
January 27, 2026
Pressenza
Militari israeliani in “libera uscita” in Italia
Stress da genocidio? Se vuoi rilassarti vieni nel Bel Paese! Non è uno slogan pubblicitario di un mondo distopico, ma potremmo rappresentarcela così l’offerta, comprensiva di relax,  tour turistici alle bellezze naturalistiche e culturali delle Marche, di cui ha usufruito a fine 2024 un gruppo di giovani militari israeliani in “libera uscita”, ma pur sempre scortati e protetti dalla DIGOS per garantirne la massima riservatezza. L’IDF, insomma, cerca varie strategie per mandare in decompressione i propri soldati alle prese con droni che valicano corridoi e scale e che per colpirne uno ne ammazzano altri dieci, venti o trenta, spesso bambini. In patria sono stimati in almeno 6.500 quelli sottoposti a percorsi di psicoterapia  ovvero in un breve periodo, tre volte tanto le terapie somministrate in tutto il 2022 (fonte: ministero israeliano ripresa in Italia dall’agenzia Nova). Il centro di riabilitazione psichiatrica del Ministero della Difesa di Israele assiste più di 64.000 soldati, tra cui 8.000 affetti da disturbi da stress post-traumatico. Per alcuni invece, l’anomalo pacchetto turistico è stato organizzato da un’agenzia marchigiana specializzata proprio in “itinerari ebraici marchigiani” che facendo tappa fissa tra Fermo e Porto S. Giorgio, ha poi raggiunto anche mete naturalistiche di grande pregio come la riviera del Conero o le grotte di Frasassi, entrambe a poca distanza una dall’altra. Dalla nostra inchiesta giornalistica emergono diverse testimonianze dirette che raccontano di gruppi di giovani israeliani, con la kippah indosso, che hanno girato di recente le Marche apprezzandone i numerosi siti naturalistici e culturali, bellissimi e rilassanti, ma soprattutto un po’ più “defilati” rispetto a città d’arte come Roma o Firenze. A parte le guide che hanno aperto le porte di sinagoghe semisconosciute e altri luoghi di interesse ebraico, le altre persone che non indossavano la kippah erano appunto gli agenti della DIGOS. Questi turisti con particolari esigenze di riservatezza, “vengono presentati agli albergatori – ci ha rivelato la fonte presso una di queste agenzie specializzate – con nomi di fantasia e solo all’ultimo con quello reale, al momento della loro registrazione. Nei siti naturalistici e culturali – ha aggiunto – si può accedere in via riservata con visite a loro dedicate, in via del tutto esclusiva”. Più di una guida, incuriosita dagli insoliti gruppi con scorta al seguito, ci ha confermato la loro presenza nel fermano e il fatto che non fossero dei semplici cittadini israeliani, ma appunto, dei militari in libera uscita “defatigante”. “Sono guida ambientale AIGAE” ci ha rivelato la nostra fonte “e lavoro da anni tra il Parco del Conero e quello dei Sibillini. A inizio dicembre 2025, mentre stavo a Sirolo sul Conero per lavoro, ho visto in paese un gruppo di giovani dai tratti mediorientali, alcuni dei quali indossavano la kippah. Con loro un uomo di età più matura. Erano accompagnati da un italiano mio conoscente. Incontrandolo ho chiesto chi fossero e mi ha risposto che erano dei militari israeliani che sotto la copertura di semplici turisti stranieri, trascorrevano un periodo di vacanza nelle Marche, dopo essere stati impiegati in servizi operativi a Gaza. Poi sarebbero tornati in servizio. Un periodo di decompressione dallo stress del combattimento. Durante la loro permanenza nelle Marche, venivano accompagnati in altre località naturalistiche e città d’arte della regione”. La Regione Marche, dove ad Ancona e in altri centri minori, sono attive alcune delle più antiche comunità ebraiche italiane, con una legge regionale ha istituito del 2021, proprio l'”Itinerario Ebraico Marchigiano” che mette a sistema il patrimonio ebraico di 25 Comuni tra i quali Fermo, dove sembrerebbe abbiano fatto tappa fissa i giovani dell’IDF. I militi ebrei insomma, per superare i traumi dei massacri perpetrati pochi giorni prima contro donne e bambini palestinesi, si ritemprano, lontani da occhi e orecchie indiscrete, con le bellezze italiche di una regione che ha dato i natali a musicisti, pittori, scrittori e architetti del calibro di Rossini, Raffaello, Leopardi e Vanvitelli, solo per citarne alcuni. D’altra parte, l’Itinerario Ebraico Marchigiano rappresenta uno dei tanti tasselli di iniziative sparse finalizzate a riscoprire le radici comuni delle comunità giudaico-cristiane nel quadro di un dialogo interreligioso dove spicca, per iniziative di rilievo e organizzazione, il Cammino Internazionale Neocatecumenale, con sede proprio tra Porto S. Giorgio e Fermo. Ma è invece in Galilea dove, sul Monte delle Beatitudini, vicino al lago di Tiberiade, viene ospitata la cosiddetta Domus Galilaee. Il Cammino Internazionale Neocatecumenale, esattamente dieci anni fa, si è reso protagonista dell’incontro forse più significativo della storia delle due religioni, cristiana ed ebraica: 120 rabbini provenienti da ogni parte del mondo si sono incontrati con laici e religiosi cristiani, tra i quali 20 vescovi e 7 cardinali. Il tentativo, più che lodevole, di avvicinare le due religioni prosegue tuttora anche con visite svolte presso la Domus Galilaee addirittura dell’esercito israeliano. “A scaglioni vengono a visitare il nostro centro” ci spiega il direttore, don Rino Rossi “incuriositi dalla struttura, ma soprattutto per conoscere la fede cristiana”. Una curiosità che deve aver contagiato anche un alto ufficiale dell’IDF, che visitando la Domus “ne è rimasto impressionato”. Ciò che sorprende, però, vista la vicinanza tra questo centro di preghiera e i luoghi ad altissima intensità bellica, dove l’esercito insieme a coloni ebrei ultra-ortodossi sta spianando interi villaggi palestinesi in Cisgiordania, imprigionando decine di migliaia di persone attraverso l’abuso della cosiddetta detenzione amministrativa, è che la realtà del momento non traspare in nessun modo nelle parole dei responsabili del Cammino intervistati. Nemmeno le notizie di guerra in un periodo tragico come quello recentissimo, intorno ai giorni di Pasqua, hanno fatto sì che durante l’incontro che ha coinvolto nella Domus 250, tra vescovi e arcivescovi, provenienti dai cinque continenti, per un totale di 500 persone tra laici e religiosi da tutto il mondo, si facesse il minimo cenno a un dialogo interreligioso che comprendesse, in maniera sistematica e concreta, la terza più importante religione monoteista al mondo, quella mussulmana, ampiamente maggioritaria, proprio lì, in Medio Oriente: insomma un dialogo interreligioso a dir poco sbilanciato verso la sola riscoperta delle comuni radici culturali giudaico-cristiane, considerato che musulmani e i cristiani rappresentano, ognuna, una fetta di circa il 30% della popolazione mondiale, mentre l’ebraismo sfiora lo 0,2%. Leggendo il sito web ufficiale della location neocatecumenale di Porto S. Giorgio, l’unico scossone emotivo degno di essere riportato nella newsletter è stata la morte di Bergoglio. Il cammino neocatecumenale, per quanto riguarda il dialogo interreligioso tra ebrei e cristiani, secondo le testimonianze rilasciate al telefono dai responsabili, è molto attivo in numerosi Paesi del mondo, tra i quali gli USA, dove si cita anche un memorabile concerto a New York offerto dalla comunità ebraica locale.  Per quanto riguarda invece un’eventuale accoglienza in Italia di ebrei organizzati in gruppi, tutte le fonti laiche e religiose intervistate si sono trincerate dietro un generico “no-comment”; anzi, di eventuali presenze sul territorio marchigiano di gruppi provenienti da Israele non se ne vuole proprio parlare. Su un piano invece laico, accademico e strategico-militare, prosegue a gonfie vele l’impegno dell’Italia, in questo caso lontano dai riflettori mediatici, in sostegno attivo all’IDF. È di non molte settimane fa, infatti, la notizia riportata da “Il Manifesto”, dell’ennesimo carico di armi che il tribunale del riesame di Ravenna ha definitivamente bloccato in porto confermando la sentenza di sequestro di 14 tonnellate di componenti per un valore di 250 mila. La fornitura proveniva dalla Valforge di Lecco ed era destinata alla IMI System, principale produttore di armi e munizioni per l’esercito israeliano. Il tutto in violazione di quel che resta della legge 185 del 1990 e senza essere iscritta nell’infame registro nazionale degli esportatori di sistema d’armamento. Stefano Bertoldi
May 28, 2025
Pressenza