Claudia Salaris / Gli scalmanati di Fiume
Per l’eterogenesi dei fini, l’uscita dell’omonimo polpettone storico di Arnaldo
Catinari e Silvio Muccino al cinema ha prodotto almeno un fatto positivo, e cioè
la ristampa di questo influente saggio di Claudia Salaris sull’impresa fiumana
(1919-20), con una postfazione inedita su D’annunzio e l’Avanguardia come bonus
track. Al suo apparire Alla festa della rivoluzione sembrò infatti tra le altre
cose la risposta “seria”, di una critica d’arte affermata e stimatissima,
all’ipotesi provocatoriamente avanzata da Hakim Bey (TAZ, Zone Temporaneamente
Autonome, Shake edizioni, 1993) nel colatoio controculturale degli anni ’80-’90:
la reggenza del Carnaro e l’occupazione di Fiume da parte dei legionari italiani
al comando del Poeta Soldato – esercitata per 15 mesi su un’area cittadina di 21
kmq – poteva essere intesa come l’anello mancante tra le antiche repubbliche
pirate e le “zone temporaneamente autonome” della contemporaneità post tutto.
Il libro si conferma un’immersione lucida e documentata in una atmosfera che
l’autrice definisce appunto come una “festa della rivoluzione”, in un momento in
cui la storia d’Italia sembra deragliare verso territori inesplorati,
insurrezionali, tra nazionalismo, ribellismo e politica radicale, prima di
abbandonarsi al cataletto del regime mussoliniano. A Salaris preme soprattutto
interrompere una tradizione storiografica che ha visto nel Fiumanesimo
esclusivamente il trailer del fascismo – che a festa finita si appropria delle
sue spoglie, compresi motti, canti e discorsi dal balcone, inquadrandole nel
brand mussoliniano – ricostruendo una parentesi storica complessa e avventurosa
soltanto alla luce degli eventi successivi.
Svincolando l’analisi dal futuro del Ventennio, il saggio restituisce la
contraddittoria carica esistenziale ed eversiva di quell’esperienza, la sfida al
“vecchio mondo” liberale di una generazione che avendo creduto fino in fondo
nella guerra e nel nazionalismo milioni di morti più tardi rivendica il suo
posto nella storia, trovandolo in un crescente miscuglio di militarismo hippy,
democrazia diretta e corporativismo letterario. Tra i protagonisti del libro
troviamo soprattutto i reduci del diciannovismo, irregolari e futuristi delusi,
intellettuali spiantati, socialisti massimalisti. Al centro di questo
contradittorio esperimento c’è D’annunzio, un poeta simbolista che i futuristi,
pur rispettando, perculavano già 20 anni prima come passatista e ora, a
cominciare da Marinetti, sono costretti a rincorrere; un vecchietto narcisista,
né fascista né antifascista, che ha capito che la performance ormai fa
largamente premio sulle parole. Un pubblicitario geniale, già riciclatosi in età
avanzata come eroe aviatore nei cieli di Vienna, che investe adesso la sua
immensa popolarità nella più grande diserzione nella storia dell’esercito
italiano. E agli intimi del cerchio magico che si beccano tra loro, divisi come
sono tra lealisti monarchici, futuristi e social scapigliati, confessa
ammiccando che “Il segreto di comandare è non comandare affatto”.
Dietro all’impresa di Fiume, ovviamente, c’è molto altro, a cominciare dai soldi
e dagli interessi contrapposti degli industriali italiani e degli armatori
triestini, e da un governo, tecnicamente alleato alla Serbia ma ora impegnato
soprattutto a boicottarne le rivendicazioni territoriali. C’è la xenofobia verso
la popolazione croata, che abita l’entroterra fiumano, insofferente agli
italiani più benestanti che controllano in maggioranza la città, con la
borghesia che si riconosce nel Consiglio (reazionario e ostile al regime dei
legionari). Ci sono gli appetiti imperiali di inglesi, francesi e americani –
restii a riconoscere all’ Italia i patti dell’anteguerra, figuriamoci le nuove
richieste (“Volete Fiume? E perché non la luna?” chiede Clemenceau). E c’è
soprattutto il nuovo terrore “rosso”, sullo sfondo dell’ondata rivoluziona e
operaia che attraversa l’Europa, che ha già contagiato Russia, Germania e
Ungheria. Ma, durante il biennio rosso, la lotta di classe, non manca neppure a
Fiume, dove assume le sigle molteplici del sindacalismo e della politica
nazionali e locali. Per una conoscenza più articolata e complessiva dei fatti,
quindi, rimandiamo volentieri ad altri testi, ad esempio al recente e
approfondito studio che Mario Rossi ha pubblicato (“Le ombre di Fiume. Tra
nazionalismo e sovversione”, Zero in Condotta, 2024) con un’ampia ricerca e una
selezione critica dei documenti e delle fonti. Salaris segue un’altra strada,
quella del carotaggio estetico e dell’antropologia socioculturale.
A Fiume, “città arcobaleno” e “città irredenta” ma soprattutto “città di vita”,
gli italiani andavano infatti anche per divorziare, non potendo farlo a casa
propria, in un clima più tollerante e aperto verso nudismo, omosessualità e
libero amore. La costituzione del Carnaro, redatta dal socialista
insurrezionalista Alceste De Ambris e emanata da D’Annunzio, caduta
definitivamente la trattativa con Nitti, prevede del resto, al di là delle
corporazioni “arti e mestieri” aggiunte dall’ Immaginifico, assoluta parità
politica tra uomini e donne, diritto al lavoro, al reddito, all’istruzione,
all’assistenza sanitaria e sociale, libertà di pensiero e di culto. Fiume è
anche la prima “nazione” al mondo a riconoscere l’Unione Sovietica di Lenin e la
sua flotta di pirati – sotto la guida del sindacalista dei marittimi, capitano
Giuseppe Giulietti, socialista di ispirazione mazziniana – arriva a
sequestrare un carico di armi destinato ai generali delle armate bianche
sbandierando solidarietà con i sovietici. La “reggenza” è generosa di
solidarietà per i ribelli irlandesi come per gli egiziani e sulla carta arriva a
prefigurare una Società delle Nazioni oppresse, alternativa a quella delle
potenze egemoni. D’Annunzio stesso si spinge a proclamarsi a favore del
“Comunismo senza dittatura” a uno scettico cronista di “Umanità Nova”. In quel
contesto, il rispetto politico che Gramsci esprime per l’impresa fiumana sulle
colonne de “L’Ordine Nuovo”, come l’attenzione che gli riserva costantemente
Enrico Malatesta, fa a pugni con l’ostilità di Turati, l’astio di Giolitti e
l’opportunismo militante di Mussolini (che arriva a pubblicare sul “Popolo
d’Italia” una lettera di D’Annunzio censurando gli insulti del Vate).
Salaris, appoggiandosi ad ampia bibliografia di memorie e romanzi fiumani,
intende ricreare soprattutto lo stile di vita che irrompe nell’esaltazione
estetica, nell’atmosfera orgiastica, da festa mobile e permanente, popolando il
libro di ritratti insoliti. Tra questi spiccano quelli di Guido Keller,
l’aviatore che gira nudo sul suo biplano, vive sugli alberi e pratica lo yoga,
del giapponese Harukichi Shimoi, che introduce il codice d’onore dei Samurai tra
i legionari, del futurista Mario Carli, che prova a coniugare l’epos degli
Arditi con le istanze sociali della sinistra. Qualcuno di loro sceglierà
l’antifascismo, come De Ambris, o finirà al confino come Giulietti, altri come
Keller finiranno male, i più come Carli alla fine troveranno posto tra le
molteplici correnti del fascismo o saranno accolti tra i suoi trofei, come gli
stessi D’Annunzio e Marinetti (che durante la vicenda di Fiume se ne era
distaccato).
Letto ora Alla festa della rivoluzione riesce sicuramente a restituire autonomia
a un evento non solo militare e politico che, col senno di poi e alla luce della
tragedia novecentesca, non possiamo che percepire oggi, almeno sul piano
dell’immaginario, anche come un evento ucronico, prima ancora che storico,
proveniente da una diversa e remota linea temporale. Meno convincente e
sostanziato, il paragone che l’autrice avanza più volte tra Fiumanesimo e
controcultura degli anni ’60-’70, più che una reale ipotesi storico critica, si
può intendere – e apprezzare maggiormente in quanto tale – come dispositivo
narrativo, per avvicinare gli avvenimenti straordinari di un’epoca remota al
pubblico di oggi.
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