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Fakir e i minuti di nessuno
Di David Vagni, 21 luglio 2026, Per arrivare a un cadavere basta un protocollo che addestri a leggere il segnale sbagliato. Nei video girati al Pilastro il 19 luglio c’è chi vede un uomo a terra, prono, che urla inerme. C’è chi vede una persona fuori controllo e dei poliziotti che faticano a fermarlo prima che faccia danni. Fakir si dimena. Fakir urla. Fakir smette di urlare, poi smette di muoversi. Questa non è la storia di chi ha ragione, è la cronaca di tanti errori di sistema e come evitare che accadano in futuro. I fatti accertati sono pochi, il caso è recente, voglio evitare speculazioni. Alcuni residenti chiamano il 112 perché un uomo si comporta in modo agitato; la centrale segnala una crisi psichiatrica; arrivano una volante e un’ambulanza; gli agenti usano lo spray urticante, lo mettono a terra prono, il video mostra difficoltà nell’ammanettarlo (troppa difficoltà), rimane bloccato per qualche minuto, alla fine smette di lottare, gli legano polsi e caviglie. Quattro volontari della Croce Rossa sono sul posto e non intervengono durante la contenzione. Abderrahim Fakir muore lì, poco più di cinquanta minuti dopo la prima chiamata al 112. L’autopsia è stata disposta e affidata a un collegio di specialisti, non è ancora pubblica, e la causa della morte non è accertata: tutto quello che segue riguarda il meccanismo tipico di queste morti, non la certificazione di questa. In due giorni ho visto il caso tirato per la giacca in due direzioni opposte. Chi denuncia l’ennesimo morto nelle mani dello Stato confonde una morte a causa di uno Stato violento che recluta persone violente, con la morte per uno Stato ignavo che non forma adeguatamente chi lavora per esso. Chi difende gli agenti ha ragione che (probabilmente) non sono assassini, e chiamarli così ha prodotto una piazza da cui la famiglia Fakir ha dovuto dissociarsi, agenti e manifestanti feriti, nessun passo avanti verso la verità; ma dimentica che non è “normale” o “meritato” che un fermo finisca in quel modo. Il guaio è che stanno litigando su una domanda a cui la giurisprudenza ha già risposto, e la risposta non piace a nessuno, perché non permette di prendersela con qualcuno, ma obbliga a prendersela con qualcosa. Riccardo Magherini muore a Firenze nel 2014 tenuto prono per una ventina di minuti, anche dopo essere diventato non responsivo. Tre carabinieri vengono condannati in primo grado e in appello per omicidio colposo. Nel 2018 la Cassazione li assolve perché il fatto non costituisce reato: per prevedere quella morte avrebbero dovuto possedere un sapere scientifico che le loro competenze non comprendevano. Il 15 gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per doppia violazione dell’articolo 2, e la sentenza è definitiva dall’11 maggio. Le linee guida in vigore, scrive Strasburgo, spiegavano come ammanettare a terra in posizione prona ma non contenevano istruzioni adeguate sui rischi di quella posizione, e mancava la formazione necessaria perché gli agenti sapessero quello che stavano facendo. Le due sentenze si incastrano perfettamente. La colpa non è degli agenti, la responsabilità è a monte, mancavano formazione e protocolli corretti da parte dello Stato. L’arresto cardiaco da contenzione prona Gli agenti non sono medici. La morte da contenzione prona non è qualcosa di aspettato secondo il senso comune, io stesso con anni di lotta alle spalle, mi sono dovuto documentare per capire “come si può morire in quel modo”. È un arresto cardiocircolatorio prodotto dalla combinazione di tre cose che si potenziano a vicenda. La prima è meccanica: a pancia in giù, con un peso sulla schiena e le braccia bloccate dietro, la gabbia toracica non si espande e il diaframma non ha spazio, e la ventilazione cala proprio mentre la richiesta di ossigeno è al massimo. La seconda è metabolica: una lotta a piena intensità produce acido lattico in quantità enormi, e la serie di casi raccolta da Hick e colleghi nel 1999 documenta pazienti arrivati in ospedale con un pH di 6,25, un valore che di norma si legge sui referti di chi non ce l’ha fatta. Per compensare quell’acidosi il corpo ha un solo strumento rapido, iperventilare, ed è esattamente lo strumento che la posizione gli toglie. La terza è la tempesta adrenergica: sotto sforzo estremo il cuore lavora in un bagno di catecolamine, in un miocardio già acidotico e magari già malato. Una rassegna di Steinberg del 2021 ha proposto di smettere di chiamarla asfissia posizionale e di chiamarla prone restraint cardiac arrest, arresto cardiaco da contenzione prona, perché il prono deprime insieme la ventilazione e la gittata cardiaca, e la questione è per quanto tempo l’organismo riesce a compensare, più che quanta aria entra. La riformulazione conta, perché lo studio più citato in senso opposto, quello di Chan e Vilke del 1997, misurava quindici volontari sani e tranquilli messi in posizione di contenzione, e trovava una restrizione respiratoria senza conseguenze cliniche. Aveva ragione sui suoi soggetti. Nessuno di loro aveva appena lottato in preda al panico per cinque minuti. Nella fase di recupero, poi, a sforzo finito, le catecolamine non scendono. Continuano a salire, e la noradrenalina arriva a dieci volte il valore basale: lo misurò Joel Dimsdale nel 1984, in uno studio che quel pericolo lo battezzò postexercise peril, il pericolo del dopo-sforzo. Il momento più pericoloso non è quello in cui l’uomo si dibatte con tutte le forze. È quello immediatamente successivo. È il momento in cui, visto da sopra, si è calmato. Questo è il falso positivo della calma. Ogni addestramento alla contenzione insegna a leggere la resistenza: finché il soggetto spinge, la presa si mantiene; quando smette, si è ottenuto il controllo. Nel momento in cui l’operatore registra che l’uomo si è finalmente calmato, l’arresto è già in corso o è appena avvenuto, e la finestra utile per rianimarlo non si misura più in minuti ma in secondi in cui a nessuno viene in mente di cercare un polso, perché la scena ha appena smesso di essere un’emergenza e finalmente si mettono le manette. C’è una ragione storica per cui questo segnale è stato letto male così a lungo, e ha un nome che le società mediche americane hanno passato gli ultimi anni a smontare. Excited delirium, delirio eccitato, è stato per trent’anni il costrutto che permetteva di trattare l’agitazione acuta come un problema di ordine pubblico con qualche complicazione sanitaria. L’American Medical Association lo ripudia nel 2021, l’American College of Emergency Physicians ritira il proprio documento del 2009 nell’ottobre 2023, la California lo vieta per legge come causa di morte. Al suo posto la Società italiana di medicina di emergenza-urgenza, che il 20 luglio ha scritto ai ministri Schillaci e Piantedosi chiedendo un tavolo tecnico, usa la formula “delirio iperattivo con agitazione severa” e la qualifica per quello che è: un’emergenza medica tempo-dipendente, con una mortalità che il presidente Alessandro Riccardi indica fino al 30% in assenza di trattamento adeguato. Un’emergenza tempo-dipendente si tratta come un infarto. Le alternative esistono e sono note. De-escalation verbale come prima linea, secondo il consenso Project BETA del 2012 che il Regno Unito ha recepito da anni. Contenzione ridotta al tempo strettamente necessario ad ammanettare, poi riposizionamento immediato supino o su un fianco, mai il prono mantenuto, mai il peso sul torace. Monitoraggio continuo del respiro. E soprattutto sedazione farmacologica precoce, perché è l’unica cosa che interrompe la spirale invece di comprimerla. La sedazione però non risolve da sola, e mal eseguita uccide a sua volta: a Elijah McClain, in Colorado, furono somministrati 500 milligrammi di ketamina, per un uomo di 65 chili una dose molto superiore al dovuto, senza monitoraggio adeguato. La differenza la fa chi la esegue, e con quale addestramento. Sulla scena di Bologna c’erano quattro sanitari, e il buco che si apre lì nessuno dei due cortei lo sta nominando. C’è chi insulta la Croce Rossa per non essere intervenuti, ma non sono intervenuti perché la dottrina di sicurezza della scena, che è sensata e serve a non far ammazzare gli infermieri, dice che i sanitari entrano quando la scena è sicura, e la scena diventa sicura quando il soggetto è immobilizzato. Cioè quando è già dentro la fase letale. In mezzo rimangono i minuti di nessuno: troppo pericolosi per la medicina, troppo clinici per la polizia. E anche a scena sicura non avrebbero potuto fare la cosa utile. Sapendo di una crisi psichiatrica, la centrale ha mandato un’ambulanza di base con quattro volontari: soccorritori formati e certificati, ma senza medico a bordo, e senza medico non si somministra nulla. Il presidente della Società italiana sistema 118, Mario Balzanelli, ha detto all’ANSA che con un medico sul posto Fakir «con grande probabilità si sarebbe potuto salvare», perché il medico avrebbe potuto sedarlo. La Procura ha aperto su questo una seconda linea di indagine, che non riguarda le sei persone iscritte ma il sistema a monte: perché a un uomo in crisi acuta si mandi un mezzo che, per come è equipaggiato, può solo guardare. I buchi da sanare sono quattro e nessuno di essi è nel video La circolare della Polizia di Stato che per la prima volta scrive nero su bianco che non va prolungata la posizione di decubito prono è dell’11 maggio 2026 ed è ancora in bozza, ferma dopo il termine per le osservazioni sindacali, con il rilievo del Silp-Cgil che quelle istruzioni non aiutano in alcun modo a riconoscere una crisi psichiatrica. Non esiste un protocollo nazionale del 118 sul paziente agitato, la materia è frammentata regione per regione. Non esiste una norma che dica chi comanda la scena quando polizia e sanità ci sono entrambe e chi decide quando il medico entra. E manca ancora un meccanismo indipendente di controllo, che è precisamente la seconda delle due violazioni contestate all’Italia da Strasburgo, quella procedurale. Sono quattro vuoti che cadono tutti nello stesso intervallo, i minuti di nessuno. Le sentenze le abbiamo già avute, e dicono che continuare a processare i singoli mentre le procedure restano quelle è il modo più efficace per garantire il prossimo morto. Il silenzio nel video non era obbedienza ottenuta. Era la fine. Continuiamo ad addestrare uomini a riconoscere la resistenza e a mandarli sordi davanti al silenzio. _________ Articoli correlati: Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia https://www.pressenza.com/it/2026/05/salute-mentale-e-salute-sociale-come-peggiora-la-situazione-in-italia/ Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa > Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa Tag Fakir su Pressenza: https://www.pressenza.com/it/tag/abderrahim-fakir/ Tag salute mentale su Pressenza: https://www.pressenza.com/it/tag/salute-mentale/ Redazione Italia
July 25, 2026
Pressenza
Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia
A 47 ANNI DALL’EMANAZIONE DELLA LEGGE BASAGLIA, QUALI SONO I RISCHI DI UN DIBATTITO TROPPO POLARIZZATO TRA DERIVA SECURITARIA E DISGREGAZIONE DEI SERVIZI TERRITORIALI PUBBLICI. Oggi, 13 maggio, ricorre il quarantasettesimo anniversario dell’entrata in vigore della legge Basaglia, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”: un provvedimento che, nel 1978, rivoluzionò il modo con cui in Italia si affrontavano i problemi psichici e che creò le basi, all’interno del nascente Sistema sanitario nazionale, istituito il primo dicembre dello stesso anno, dei servizi pubblici territoriali per la salute mentale. UNA STERILE RICORRENZA? Al di là dell’anniversario, molti scienziati e operatori socio-sanitari che si occupano di disagio mentale sottolineano come questa data non debba rappresentare una sterile commemorazione ma offrire l’occasione per rimettere al centro del dibattito pubblico una riflessione matura e responsabile sullo stato di attuazione della riforma. Su questa agenzia, abbiamo avuto anche l’opportunità di avere come ospite Alberta Basaglia grazie a un’intervista che le ha fatto Antonella Musella lo scorso febbraio. (Pressenza – In dialogo con Alberta Basaglia) Dopo la legge ispirata da Basaglia contro le istituzioni manicomiali e per lo smantellamento dei protocolli e delle strutture sanitarie che segregavano e invisibilizzavano la sofferenza psichica, il nostro Paese oggi si trova con una riforma compiuta a metà e con tutte le conseguenze che ciò comporta. In un tale contesto, da un lato c’è chi mette l’accento sui rischi per la sicurezza sociale, determinati dalla mancanza di presa in carico dei casi più gravi; dall’altro, e giustamente, gli psichiatri, gli psicologi e le associazioni legate all’eredità basagliana denunciano il rischio di una deriva “securitaria”, in cui, strumentalizzando i casi di cronaca nera, come quello accaduto a Napoli il 5 marzo scorso, si vuole tornare a trattare il disagio mentale come problema di ordine pubblico. Tra questi, una voce autorevole è rappresentata da Giovanna Del Giudice, che ha pubblicato, nel 2025, un testo dal titolo “Basaglia oggi: un pensiero necessario”, descritto dall’autrice come “una riflessione collettiva e militante che affonda le radici nel presente. Perché tornare a Basaglia significa riconoscere che il suo pensiero non appartiene al passato: è uno strumento vivo di lettura della realtà, una bussola per orientarsi nelle contraddizioni del nostro tempo, una pratica attiva di trasformazione sociale.” La discussione è fondamentale — preme con urgenza la necessità di ristrutturare i servizi territoriali — ma non se condotta con queste posture polarizzate: lo è se riesce a mettere al centro l’idea, fortemente sostenuta da Basaglia, che salute mentale e salute sociale siano strettamente correlate. D’altro canto, tale assunto ha ispirato, in modo evidentemente e fortunatamente precoce, la definizione dell’articolo 32 della nostra Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.” È su questo piano che vanno individuati i bisogni collettivi e implementate le politiche pubbliche per la salute. UN DIBATTITO CHE VUOLE PORTARCI ALLO SCISMA Purtroppo, se la discussione fra i politici e gli operatori si muove su andamenti scismatici, le persone comuni vengono giocoforza influenzate dalla scadente qualità del confronto. In pratica, invece di essere messi in condizione di esprimere i nostri reali bisogni di cura e di rivendicare i nostri diritti sanitari, veniamo indotti a cadere nella trappola della normalizzazione e lo sguardo si sposta su un altro piano: definire cosa (e chi) è “normale” e cosa non lo è. Se noi stessi siamo “normali” oppure no. L’obiettivo sembra non essere la messa in campo di politiche pubbliche e pratiche sociali e sanitarie che favoriscano l’attivazione di comportamenti individuali funzionali alla convivenza civile, cioè curare le disregolazioni e prendere in carico le situazioni più estreme, ma la creazione di liste di proscrizione fra individui conformi e non conformi al sistema sociale attuale. E si sa: la conformità è la condizione per cui siamo chiamati a rispondere a una norma che, non necessariamente, è compatibile con i nostri bisogni; nelle dimensioni atomizzate in cui viviamo, è sempre più strumentale alle necessità di controllo sociale, di aumento della produzione economica, di estrazione di valore dall’individuo a vantaggio di pochi. Le nostre richieste di cura, in un tale contesto, sono più facilmente influenzabili dalla narrazione convenzionale. Solo per fare un esempio: ci occupiamo tanto della salute dei nostri denti. Sicuramente l’igiene orale e l’ortodonzia sono fondamentali per una buona masticazione e per la nostra salute in generale, ma forse c’è anche una ragione estetica dietro tanta attenzione: il desiderio di avere un bel sorriso da sfoggiare. Eppure, quel bel sorriso non è questione soltanto di denti e di labbra: il sorriso, più del riso, è segno di benessere emotivo ma spesso lo dimentichiamo. Perché ci comportiamo così? CONFORMARSI È MEGLIO CHE CURARSI Sarà che, mentre sull’igiene orale ci hanno martellato di pubblicità negli ultimi quarant’anni — per tutti i nati negli anni ’80 lo slogan di una famosa marca di dentifricio che usava il detto “prevenire è meglio che curare” è stato un mantra quotidiano — per la salute psichica è accaduto l’opposto? Anche a causa del modo distorto con cui si è portato avanti il dibattito sulla scuola basagliana e sugli strumenti per affrontare il disagio psichico e le malattie mentali, come prima si evidenziava, assistiamo a un riproporsi, sotto altre vesti, dello stigma sociale, che colpisce chi ammette, o mostra, di soffrire di questi disturbi. Quindi, le cose non sono peggiorate solo dal punto di vista materiale, con la disgregazione dei dipartimenti per la salute mentale a livello territoriale, ma anche dal punto di vista dell’inquadramento del concetto stesso di equilibrio psicologico. Se quello per cui Basaglia dovette combattere fu l’abbattimento dei muri, ideologici e materiali, fra società e disagio mentale, oggi il tema riguarda di più l’aspetto della performance, cioè la nostra necessità di sentirci lavoratori produttivi, persone inserite socialmente, genitori irreprensibili, figli che non deludono le aspettative di successo, e ci coinvolge tutte e tutti. Così finisce che, anche quando non si tratta di essere affetti da patologie gravi, non siamo in grado di cogliere né di esprimere correttamente i nostri bisogni di assistenza. Per semplificare estremamente, potremmo individuare due approcci che nascono entrambi dalla nostra necessità di mitigare questa pressione psicologica: un pensiero giudicante, che ritiene che se vai in terapia sei fragile — poiché, diciamocelo chiaramente, i veri duri le difficoltà della vita le superano da soli, no? —; una forma di autoreferenzialità, che latente alberga nelle persone più strutturate, secondo cui la consapevolezza è una garanzia che mette al riparo dal rischio di sviluppare un malessere psicologico. Un po’ come fa un vaccino contro un virus. Come il giudizio sulla fragilità, così anche la convinzione sulla propria capacità di autocontrollo è, però, un fattore di distrazione dalla questione nodale: nessuno si salva da solo e tutti abbiamo bisogno di aiuto. Sempre per semplificare, c’è anche un atteggiamento edonista della cura, che scaturisce anch’esso da un disagio male interpretato: è quello di chi usa la cura della propria salute mentale come strumento di affermazione sociale, secondo lo stile americano. C’è gente che è in terapia da decenni e se ne vanta e, inoltre, dinanzi ai propri comportamenti reiteratamente e chiaramente disfunzionali, risponde: eh, ma io vado in terapia. I percorsi che rientrano nell’ampia categoria del lavoro clinico sulla psiche diventano, così, uno status symbol. Non solo: a maggior ragione perché costano, essendo sempre più inaccessibili attraverso il sistema sanitario pubblico, assumono la funzione di oggetto, non più di pratica o percorso, e si rappresentano come un bene voluttuario, che dà soddisfazione a chi può “acquistarli”, indipendentemente dal risultato che portano alla risoluzione delle problematiche. SIAMO TUTTI UN PO’ “PICCHIATELLI” MA SOPRATTUTTO PIÙ POVERI Che c’entrano questi comportamenti individuali con il tema della salute collettiva? C’entrano eccome: in un quadro come quello superficialmente descritto, il disagio mentale convive quasi sempre con la povertà. Nell’80% dei casi queste condizioni di disagio mentale coincidono con situazioni di povertà materiale, relazionale e sociale (fonte Caritas). Se ci aggiungiamo che anche chi non si trova in una condizione di precarietà economica è comunque quotidianamente sottoposto alle pressioni psicologiche che abbiamo descritto, come possiamo partecipare da cittadini consapevoli alla formazione di scelte politiche che riguardano i servizi sanitari per la salute mentale e incidere su di esse affinché siano socialmente utili? Il tema sanitario è strettamente correlato con quello sociale, l’abbiamo già detto e va davvero affrontato con urgenza, ma la questione stringente è: rendere possibile l’accesso alle cure in modo diffuso a tutte e tutti, superando le discriminazioni legate al reddito e a ogni altra sperequazione. Senza la possibilità di fare manutenzione della salute mentale collettiva, nemmeno lo stigma può essere superato. Bisogna rifondare il patto sociale: attraverso percorsi di autocoscienza, i singoli possono riuscire a collocarsi correttamente nella società, percepirsi come parte della soluzione e cercare di ribaltare la narrazione dominante. I politici devono agire nell’interesse collettivo e non secondo le chiese e le ideologie. Gli opinionisti devono essere onesti intellettualmente. Chi si assume la responsabilità della propria cura non lo fa solo per sé: tutela anche il benessere di chi gli è intorno. Lo stesso dicasi per le famiglie e le comunità che fungono da caregiver: non lo fanno solo per i propri cari ma agiscono come agenzia di protezione sociale. In conclusione: è davvero il momento di smettere di considerare il disagio mentale come un problema di altri e i sofferenti psichici come scarti sociali. Ecco, ammettere che siamo tutti un po’ “picchiatelli” e partire da questo: creare, attraverso la cura collettiva, come intesa dal pensiero femminista, un tipo di anticorpo sociale. Non guardare più alla cura come a uno strumento per essere individui più conformi e produttivi, ma come pratica di sostegno alla lotta contro la compressione dei diritti fondamentali a cui stiamo assistendo nel nostro Paese, come il diritto al lavoro, alla casa, alla sanità pubblica gratuita. FONTI Salute Mentale – Oltre il mito: i limiti della riforma Basaglia tra diritti e sicurezza Repubblica – Salute mentale, circuito povertà-disagio psichico RaiPlay – Napoli, il video della donna aggredita sul bus Caritas – Il rapporto su povertà e salute mentale Pensiero Scientifico Editore – Basaglia oggi ResearchGate – Caring Democracy: Markets, Equality and Justice Nives Monda
May 13, 2026
Pressenza