ENI Coral North FLNG. ReCommon: «Soldi pubblici per l’ennesimo progetto fossile»
ReCommon denuncia il potenziale conflitto d’interesse all’interno
dell’assicuratore pubblico italiano SACE, pronto a finanziare il progetto Coral
North FLNG di ENI in Mozambico sebbene nel suo consiglio d’amministrazione sia
presente anche un membro del CdA del Cane a sei zampe, Cristina Sgubin, appena
confermata dall’assemblea degli azionisti svoltasi a porte chiuse lo scorso 6
maggio.
L’agenzia di credito all’export italiana negli ultimi giorni ha comunicato sul
suo sito di aver ricevuto «domanda di copertura assicurativa per il progetto
Coral North Development, che riguarda la realizzazione e l’esercizio di un
impianto galleggiante per il trattamento, la liquefazione, lo stoccaggio e
l’esportazione di gas naturale (Floating Liquefied Natural Gas – FLNG)». La
piattaforma galleggiante sorgerebbe al largo delle coste di Cabo Delgado, la
provincia più settentrionale del Mozambico. La zona è teatro da più di nove anni
di un conflitto armato fra l’esercito di Maputo e insorti che si dichiarano
affiliate allo Stato islamico.
L’infrastruttura è di fatto la copia di Coral South FLNG, che è invece attiva ed
esporta gas fossile (GNL) da novembre 2022. Le due piattaforme, qualora anche la
seconda vedesse la luce, finirebbero per distare solo 10 chilometri l’una
dall’altra. In merito a Coral South FLNG, nel marzo 2025 ReCommon aveva rivelato
nel suo rapporto “Fiamme Nascoste” che l’impianto era stato protagonista di
numerosi fenomeni di flaring dall’inizio della sua attività nel 2022. Il tutto
si evinceva dall’analisi dei dati pubblici e delle immagini satellitari
esaminati dall’associazione e dai suoi consulenti, dati non adeguatamente
riportati dalla compagnia petrolifera. Le analisi alimentano anche il sospetto
che le immagini della piattaforma sul sito istituzionale di Eni possano essere
state ritoccate per rimuovere le fiamme associate al flaring e conferire una
veste “più green”.
Sempre a proposito di conflitto di interesse, la puntata della trasmissione
della RAI Report dello scorso 10 maggio ha rivelato come l’operazione per
l’acquisto da parte del Gruppo San Donato di una parte della sanità polacca, per
un esborso di 600 milioni di euro, fosse segnata da una forte anomalia: era
stata garantita dalla SACE, nonostante il Vice-presidente fosse all’epoca Ettore
Sequi, figura apicale della fondazione che fa capo a Kamel Ghribi, “timoniere”
proprio del Gruppo San Donato.
Va inoltre ricordato che lo scorso marzo esperti delle Nazioni Unite hanno
fortemente criticato il sostegno finanziario di 150 milioni di dollari accordato
al progetto Coral North FLNG dalla Banca africana di sviluppo, rimarcando che
l’opera «rischia di aggravare le violazioni dei diritti umani, di contribuire
al cambiamento climatico e di sottrarre i già scarsi fondi pubblici agli
investimenti urgenti nelle energie rinnovabili». Gli esperti hanno espresso la
loro convinzione che l’opera possa esacerbare indirettamente le tensioni causate
dal settore del gas nella provincia di Cabo Delgado.
«Da tre anni SACE e il governo continuano a farsi gioco degli impegni
internazionali, impegnando in questo lasso di tempo 3,97 miliardi di euro di
soldi pubblici per progetti fossili che niente hanno a che fare con la sicurezza
energetica italiana» ha commentato Simone Ogno di ReCommon. «Si fa sempre più
forte il sospetto che l’operatività della principale agenzia pubblica italiana
sia orientata alla sola tutela del profitto delle multinazionali, a scapito dei
bisogni della collettività. È arrivato il momento che il Parlamento ponga fine a
questo scempio» ha concluso Ogno.
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