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Giornalisti palestinesi uccisi a Gaza e minorenni israeliani arruolati nelle milizie di coloni
“L’immagine è presente, la penna è presente, la voce è presente e i volti sono presenti, nonostante tutte le perdite, il dolore e la stanchezza”: questo il testo del cartello che ieri i giornalisti hanno esposto dove un anno fa venivano assassinati Anas Al-Sharif, corrispondente di Al-Jazeera, i reporter Mohammed Al-Khalidi e Mohammed Qariqa e i cameramen Mohammed Noufal, Ibrahim Zahere e Mo’men Aliwa. Il 10 agosto 2025 un raid aereo israeliano ha bersagliato la tenda adibita a postazione stampa di fronte all’ospedale Al-Shifa di Gaza City, colpendo l’obiettivo mentre i sei giornalisti stavano svolgendo il proprio lavoro. Filmati d’archivio mostrano che il drone israeliano ha sparato il missile pochi istanti dopo che nella tenda erano rientrati Qariqa e Zahere, che avevano appena trasmesso una diretta a cui erano presenti anche Al-Sharif, Nawfal e Aliwa. Nato nel 1996 nel campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza, Anas al-Sharif è stato una delle figure di spicco del giornalismo palestinese a Gaza. Ha trasmesso immagini di bombardamenti, sfollamenti e fame da ospedali, strade e rifugi nonostante sapesse di essere nel ‘mirino’ dell’IDF, pubblicamente minacciato da alti ufficiali israeliani. Poco prima di venire assassinato aveva scritto: “Queste minacce sono continue e persistenti, compresi i tentativi di intimidamento da parte dell’esercito di occupazione per impedirmi di trasmettere queste immagini. Ma questo è il mio dovere, e sto diffondendo le immagini con la massima professionalità e credibilità”. Con bombardamenti mirati, dall’ottobre 2023 a oggi a Gaza Israele ha ucciso 262 giornalisti, per la maggior parte palestinesi. Di altri 3 non si sa più nulla da quando sono ‘spariti’, inghiottiti nei campi di concentramento israeliano nel deserto del Negev. E oggi, all’alba, le forze di occupazione israeliane hanno demolito la casa del contadino palestinese Farouq Ramadan, ucciso nel suo terreno nei pressi del villaggio di Tell, a sud-ovest di Nablus, dove era stato attaccato dai coloni ebrei israeliani armati e, riuscito a strappare il mitra dalle mani di uno dei suoi aggressori, aveva colpito a morte due soldati intervenuti a supporto dei coloni. Questa sparatoria, in cui sono stati uccisi anche Farouq Ramadan e suoi 3 cugini, è stata oggetto di molte polemiche e uno scandaloso servizio del giornalista RAI Giovan Battista Brunori che mostrava l’attacco terroristico palestinese definendo i coloni armati degli ‘escursionisti’. Un nostro contatto a Tell ha riferito che prima delle squadre del genio militare sono intervenute le forze israeliane supportate da decine di veicoli militari. Le truppe hanno fatto irruzione nel villaggio e costretto decine di famiglie palestinesi ad evacuare le proprie abitazioni, quindi circondato l’area intorno alla costruzione, un edificio di tre piani, che hanno minato e fatto esplodere. GAZA – Saba Naeem Abdullah al-Hashash, tredicenne, è deceduta ieri a causa delle ferite riportate in seguito ai colpi di artiglieria israeliana nella zona di al-Mawasi, a Khan Younis. Diversi civili palestinesi sono rimasti feriti dai colpi di artiglieria israeliana a Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza. Nostri contatti locali hanno riferito che l’artiglieria israeliana ha bombardato diverse aree di Khan Younis, al-Bureij e Beit Lahia. Veicoli militari israeliani hanno aperto il fuoco anche nella zona di Qizan Rashwan, a sud di Khan Younis. Secondo i rapporti del ministero della sanità, il numero totale di palestinesi uccisi dall’11 ottobre, data dell’accordo di Sharm Sheikh, è salito a 1.259, con 4.139 feriti e 807 corpi recuperati da sotto le macerie. EMERGENZA UMANITARIA – Il sistema di trasporto e spedizione nella Striscia di Gaza è stato completamente paralizzato dalla distruzione, da parte di Israele, delle infrastrutture stradali e di stoccaggio, dagli attacchi contro gli autisti e dal blocco dell’ingresso di pezzi di ricambio. L’Organizzazione euro-mediterranea per i Diritti Umani, che ha sede a Ginevra, ha affermato che Israele sta attuando “una politica vendicativa volta a smantellare la catena di approvvigionamento, dal momento in cui anche le poche merci e aiuti che entrano attraverso i valichi non è possibile trasferirle all’interno per essere distribuite alla popolazione”. Prima dell’invasione israeliana, nella Striscia operava una flotta di circa 1.200 camion, che coprivano i bisogni della popolazione in termini di cibo, medicine, carburante, foraggio, materiali da costruzione e altri beni di prima necessità. Solo circa 400 camion sono sopravvissuti ai bombardamenti e alla distruzione israeliani, di cui circa 100 si sono guastati a causa dell’impedimento dell’ingresso di pezzi di ricambio, pneumatici, oli e batterie, così che il numero di camion attualmente operativi è solo di circa 300, ovvero il 25% della dimensione della flotta precedente. CISGIORDANIA – Ieri, lunedì 10 agosto, le forze di occupazione israeliane hanno lanciato una campagna di arresti contro 25 palestinesi, tra cui nel governatorato di El-Khalil (Hebron) un giornalista del campo di Al-Fawwar, e in concomitanza alla dichiarazione del villaggio di Al-Taybeh “zona militare chiusa” hanno effettuato raid e demolito due case. Nostri contatti locali hanno riferito che a Taybeh i coloni insediati nei terreni della comunità di Ka’abneh hanno attaccato attivisti internazionali per la solidarietà e che venerdì il villaggio è stato anche teatro di un attacco da parte dei coloni contro i suoi abitanti. I palestinesi della zona vivono in uno stato di paura e apprensione, poiché la scena di giovani coloni che assaltano i loro villaggi, supportati dall’esercito, diventa sempre più frequente. Questa operazione sistematica mira a stringere la morsa intorno a loro e a costringerli ad abbandonare le loro terre, nell’ambito di una continua espansione degli insediamenti volta a modificare la composizione demografica della Cisgiordania, con una sostituzione etnica, cacciando i nativi. Un residente, che per timore di ritorsioni ha preferito rimanere anonimo, ha espresso il timore che “l’occupazione ci ucciderà o ci costringerà a lasciare le nostre case, come ha fatto con le nostre famiglie”, una scena che riflette la realtà quotidiana di paura e oppressione vissuta dai palestinesi nella zona. Il ruolo dei coloni è combinato con le attività militari, con l’obiettivo di deportare coercitivamente la popolazione nativa. I testimoni palestinesi intervistati hanno confermato che i coloni arrivano armati e scortati dall’esercito. Un’indagine ha rivelato una rete organizzata che persegue gli obiettivi degli insediamenti nella città di Deir Jarir e nelle aree circostanti a nord-est di Ramallah. MINORENNI ARRUOLATI NELLE MILIZIE DEI COLONI – Un rinomato leader, considerato il padre spirituale del movimento dei “giovani coloni delle colline” e risiede su una collina che domina migliaia di dunam, recluta minorenni per compiere atti di intimidazione che hanno costretto gli abitanti della città di Yanoun alla deportazione forzata. Per quanto riguarda la provenienza di questi ragazzi, un’inchiesta spiega che sono adolescenti “ribelli contro le loro famiglie” o “affetti da difficoltà di apprendimento”. Il Ministero dell’Istruzione israeliano ha istituito per loro un programma chiamato Terapia nella Natura, che prevede il loro impiego sulle montagne della Cisgiordania. In seguito, il Ministero della Difesa israeliano ha adottato un altro programma chiamato Forza del Cuore, che mira a valorizzare le potenzialità di questi ragazzi e a fornire loro supporto educativo e terapeutico, arruolandoli nelle milizie che attaccano i villaggi palestinesi. L’inchiesta documenta un addestramento militare estenuante dei minorenni tra le colline e le valli della Cisgiordania, comprese esercitazioni di attacco e controllo, guidate da un ufficiale dell’esercito israeliano che pubblica video, diffusi sui suoi profili personali, in cui appare in uniforme militare e si vanta apertamente, dalla cima delle colline, di ciò che sta facendo, invitando gli altri a non “perdere l’occasione” e a partecipare a “questa missione”. Le dichiarazioni di alcuni leader dei coloni confermano che stanno lavorando per preparare una generazione che “formerà un esercito più capace di controllare il territorio ed espellere chiunque non sia uno di loro”, rivelando una strategia a lungo termine volta a consolidare il controllo dei coloni attraverso successive generazioni di minori addestrati militarmente. Gli osservatori dei diritti umani sottolineano che questi programmi offrono protezione legale ai minorenni di fronte agli organismi internazionali, poiché la loro giovane età viene sfruttata come scudo per eludere le proprie responsabilità. Nel frattempo, l’intero sistema israeliano è responsabile dell’organizzazione e della direzione di questa violenza, ponendo questi ragazzi in prima linea negli attacchi contro i nativi palestinesi. ANBAMED
August 11, 2026
Pressenza
SOS Villaggi dei Bambini: imputabilità dei minorenni, “Responsabilità sì, automatismi no”
“SOS Villaggi dei Bambini esprime preoccupazione per il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 23 luglio, che introduce una presunzione relativa di imputabilità per i minorenni tra i 14 e i 18 anni”, dichiara l’organizzazione chiedendo al Parlamento di preservare la valutazione individuale dei giovani e di rafforzare prevenzione, servizi educativi e percorsi di giustizia riparativa: “La maturità non si presume: deve continuare a essere valutata caso per caso”. Nel comunicato divulgato oggi, 30 luglio, SOS Villaggi dei Bambini precisa: > Responsabilizzare un adolescente che commette un reato, anche grave, è > necessario. Trasformare però la sua capacità di intendere e di volere in una > presunzione generale rischia di indebolire uno dei principi fondamentali della > giustizia minorile: la valutazione individuale del ragazzo o della ragazza, > della sua maturità e del contesto personale, familiare e sociale nel quale è > cresciuto. > > Il provvedimento non abbassa l’età minima dell’imputabilità e non aumenta le > pene, ma cambia il punto di partenza dell’accertamento: la capacità di > intendere e di volere del minorenne verrebbe considerata la regola, salvo che > emergano elementi concreti in senso contrario. È proprio questo rovesciamento > a sollevare una questione di equità. Non tutti i ragazzi e le ragazze, > soprattutto quando provengono da contesti familiari e sociali difficili, > dispongono della stessa rete di adulti, e risorse necessarie per far emergere > tempestivamente il proprio grado effettivo di maturità. Il rischio è che la > presunzione finisca per incidere più duramente proprio sui minorenni più > vulnerabili. «Un ragazzo che commette un reato deve essere aiutato a comprenderne la gravità, ad assumersi la responsabilità delle conseguenze e, quando possibile, a riparare il danno provocato – dichiara Samantha Tedesco, responsabile dell’Accademia SOS di SOS Villaggi dei Bambini – Ma responsabilizzare un adolescente non significa presumere che sia già un adulto. Significa costruire una risposta capace di proteggere le vittime, interrompere il percorso che lo ha condotto al reato e ridurre concretamente il rischio che torni a commetterlo». SOS Villaggi dei Bambini precisa: “I dati mostrano che l’esclusione dell’imputabilità per immaturità viene già applicata in un numero estremamente limitato di casi. Le sentenze di non luogo a procedere emesse dal giudice dell’udienza preliminare per accertata immaturità sono passate da 256 nel 2004 a 110 nel 2014 e a 60 nel 2024. Nello stesso anno i proscioglimenti pronunciati per la medesima ragione dal Tribunale per i minorenni sono stati quattro (Ministero della Giustizia, Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità / dati 2024 e serie storiche 2001-2024). Questi numeri non descrivono un sistema indulgente, nel quale l’immaturità rappresenti una facile via d’uscita. Mostrano, al contrario, che la non imputabilità è già riconosciuta soltanto in situazioni eccezionali. Eliminare la necessità di un accertamento positivo rischierebbe, quindi, di produrre un cambiamento più culturale e sistemico che concretamente utile sul piano della sicurezza”. SOS Villaggi dei Bambini chiede che, nel corso dell’esame parlamentare, – sia preservato il dovere del giudice di valutare individualmente la capacità e la maturità del ragazzo, – siano ascoltati magistrati minorili, avvocati, neuropsichiatri, educatori, assistenti sociali, organizzazioni impegnate nella tutela dell’infanzia e giovani con esperienza diretta dei percorsi di accoglienza e della giustizia minorile. «La domanda non è se un adolescente debba rispondere delle proprie azioni, ma quale risposta sia davvero capace di renderlo più responsabile e di evitare nuovi reati – conclude Samantha Tedesco – La sicurezza non si costruisce scegliendo tra fermezza ed educazione. Si costruisce attraverso una giustizia rigorosa e individualizzata, insieme a scuola, sostegno alle famiglie, servizi territoriali, opportunità educative e percorsi di giustizia riparativa. Il compito degli adulti comincia prima del reato e non può terminare con la condanna». Redazione Milano
July 30, 2026
Pressenza
Puro veleno
Per il governo Meloni e i suoi fan essere giovani è socialmente pericoloso, se poi si è giovani e figli di migranti si è potenzialmente criminali, se inoltre si sventola la bandiera della Palestina, allora la colpevolezza è ai massimi livelli. Il sionismo, il razzismo e l’odio di classe verso […] L'articolo Puro veleno su Contropiano.
July 25, 2026
Contropiano
A volte dal Parlamento arriva anche qualche buona notizia
Non sono frequenti le buone notizie dal Parlamento. Eppure, in questi ultimi giorni i nostri eletti approvando la legge “Liberi di scegliere” e un emendamento alla legge elettorale ci hanno meravigliato per ben due volte. Mercoledì 15 luglio il Senato ha approvato all’unanimità il disegno di legge chiamato “Liberi di scegliere”, che garantisce assistenza e protezione a minori e madri in fuga da ambienti mafiosi. La Camera lo aveva approvato il 1° luglio scorso e, quindi, con la delibera finale, la legge estende a tutto il territorio nazionale il protocollo Liberi di scegliere, avviato nel 2012 su iniziativa del magistrato Roberto Di Bella, allora presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, ora a Catania. Alla buona riuscita del progetto hanno contribuito anche Libera e la Conferenza episcopale italiana (Cei), che hanno favorito il trasferimento e il reinserimento delle donne e dei minori che hanno scelto di allontanarsi dai contesti mafiosi. “La legge approvata – ha sottolineato Luigi Ciotti in occasione del voto – è motivo di enorme gioia, per chi come noi da anni sperimenta i problemi di donne, bambini e ragazzi che cercano la propria libertà e dignità lontano dai contesti mafiosi di origine, a costo di affrontare minacce e rischi concreti”. Il testo prevede misure di tutela, come il trasferimento in luoghi protetti e il cambio dei documenti, forme di supporto economico, psicologico e sociale e strumenti per favorire l’inserimento lavorativo e la prosecuzione degli studi. I beneficiari del programma Liberi di scegliere sono: i figli di persone indagate, imputate o condannate per associazione mafiosa oppure finalizzata al narcotraffico, o ancora per delitti commessi con l’aggravante del metodo mafioso, ma la platea è stata allargata anche ai minori di persone coinvolte in procedimenti per associazione a delinquere semplice (un’apertura che ha fatto discutere); i minori coinvolti nella commissione di questi reati che manifestino la volontà di allontanarsi dal contesto criminale; minorenni vittime di violenza o intimidazione da parte delle organizzazioni criminali; i giovani fino ai 25 anni che erano già beneficiari da minorenni e confermano la volontà di allontanarsi dalle famiglie; i genitori, o chi esercita la responsabilità genitoriale, che scelgono di allontanarsi insieme ai figli. La legge si applica solo quando non ricorrono i presupposti per l’ammissione ai programmi già previsti per i collaboratori di giustizia o i testimoni di giustizia. Il Procuratore per i minorenni può muoversi a seguito di denunce, segnalazioni di servizi sociali o scuole, su istanza diretta della persona interessata, oppure dopo aver ricevuto informazioni emerse nel corso di indagini della procura su mafia e traffici di droga che coinvolgano minori a rischio. La nuova legge prevede che i vertici della Procura ordinaria informino i colleghi della Procura per i minorenni sui procedimenti penali che coinvolgono genitori accusati o condannati per mafia, in modo da far scattare tempestivamente le verifiche sulle condizioni di vita dei figli minori, per verificare se la loro crescita e la loro integrità sia a rischio. In attesa della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, il testo approvato è disponibile sul sito del Senato e il dossier parlamentare è pubblicato sul sito della Camera dei deputati. Per consentire ai cittadini di vota in un Comune diverso da quello di residenza, la Camera dei deputati nei giorni scorsi ha approvato all’unanimità anche un emendamento alla discutibilissima legge elettorale da tanti ritenuta palesemente incostituzionale. L’ISTAT stima che nel nostro Paese siano circa 4.9 milioni le persone alle quali viene sistematicamente preclusa la possibilità di esercitare il diritto di voto. Si tratta soprattutto di giovani tra i 18 e i 35 anni che si spostano per motivi di studio o alla ricerca del primo impiego. Moltissimi di loro provengono dalle regioni del Sud, dalle quali sono costretti a emigrare verso il Nord Italia a causa delle scarse opportunità offerte nei loro territori. Come evidenziato nel rapporto “Fuori sede al voto: realtà in Europa, miraggio in Italia” elaborato da The Good Lobby e Comitato Iovotofuorisede, con l’eccezione di Cipro e Malta, piccole isole che non necessitano di sistemi per votare da remoto, l’Italia è l’unico Paese europeo a non permettere il voto ai fuori sede. La norma introdotta nella legge elettorale prevede la possibilità che, attraverso l’iscrizione in un apposito albo, chi per motivi di studio, lavoro o cure mediche abita lontano dal proprio Comune di residenza, eserciti il diritto di votare dove è temporaneamente domiciliato. “In questi anni di campagna – ha sottolineato l’organizzazione non profit The Good Lobby – insieme a Will Media e tutta la Rete Voto Fuorisede siamo riusciti a compattare la maggioranza su un tema inizialmente divisivo, rendendolo così trasversale che anche le opposizioni hanno votato a favore dell’emendamento. Fino all’ultimo abbiamo lavorato, in stretto dialogo con i decisori politici, per proporre riformulazioni che migliorassero il testo. Il requisito per chi si sposta per motivi di cura, per esempio, è stato ridotto a tre mesi ed è stata introdotta una seconda finestra di registrazione per chi acquisisce lo status di fuorisede fino a quarantacinque giorni prima delle elezioni. Si tratta di un risultato significativo, ma il percorso non è concluso. Per diventare legge dello Stato ed essere applicata alle prossime elezioni Politiche, alle Europee e ai Referendum, la riforma deve completare il suo percorso istituzionale. Restano ancora alcuni punti che, per le organizzazioni che da anni si battono per questo risultato, a partire dalla Rete Voto Fuorisede, sarebbero da modificare, come la soglia temporale di 9 mesi per rientrare nella categoria dei fuori sede e, quindi, avere diritto a votare nel nuovo domicilio. Un requisito da abbassare perché escluderebbe numerose categorie di persone. Per chi si trova invece lontano da casa per motivi documentati di cura, il requisito minimo è di tre mesi. Giovanni Caprio
July 21, 2026
Pressenza
Il governo continua la costruzione di uno stato di polizia.
Nell’ultimo decreto sicurezza emanato martedì dal CDM è stato introdotto nel nostro sistema normativo il fermo preventivo di 12 ore nei confronti di liberi cittadini, per ipotetici potenziali motivi di ordine pubblico, fuori da commissioni di reati o da ipotesi di indagini in atto, e soprattutto fuori da ogni autorizzazione, […] L'articolo Il governo continua la costruzione di uno stato di polizia. su Contropiano.
July 15, 2026
Contropiano
Fragili razzisti senza senso
Sì è parlato di Bakary Sako come di una persona “fragile perché di colore”. E capisco che la procuratrice di Taranto a capo delle indagini stia cercando di fare del suo meglio per rendere chiaro all’intero Paese che il suo omicidio non è una tragica casualità ma la prevedibile conseguenza […] L'articolo Fragili razzisti senza senso su Contropiano.
May 14, 2026
Contropiano
La “coalizione Epstein”, a puntino
E veniamo al mio rompicapo enigmistico preferito: unisci i puntini. 1) Scoppia lo Scandalo Epstein in seguito alla parziale pubblicazione dei file da parte del dipartimento di giustizia del governo Trump. I File evidenziano il legame tra il finanziere pedofilo e il Mossad. Una fonte confidenziale dell’Fbi indica Epstein come […] L'articolo La “coalizione Epstein”, a puntino su Contropiano.
March 7, 2026
Contropiano
Le carceri governate dal non senso
Minori in gabbia: un artcolo di Diogene commenta il nuovo rapporto di Antigone. A seguire la lettera aperta di Vito Totire al direttore del Dap sulle difficoltà di accesso al medico di fiducia per le persone detenute. Decreti governo: aumentano del 50% i minori  redazione di «Diogene – lotta alla povertà» Non c’è un’emergenza di “criminalità minorile” che giustifichi l’allarme
February 27, 2026
La Bottega del Barbieri
Torino laboratorio di repressione: dagli arresti di giovani minorenni alle novità della Procura si anticipano le tendenze del nuovo ddl sicurezza@1
I giovani minorenni arrestati per aver contestato un volantinaggio razzista e xenofobo davanti alla loro scuola sono ancora sottoposti a misure cautelari quali gli arresti domiciliari da dicembre scorso. Per recarsi a scuola devono essere accompagnati dai loro genitori, per tornare a casa la stessa cosa. In prima battuta era stato loro negato il diritto allo studio. Un colpo all’autonomia, alla socialità, alla formazione di giovani ragazzi e ragazze che stanno pagando preventivamente una “responsabilità” che un processo dovrà ancora stabilire. Nei fatti ciò che si vuole colpire è la volontà e la vivacità di giovanissimi che non hanno voluto lasciare passare sotto silenzio una provocazione fascista condita da propaganda “anti-maranza”. Questo è ciò che viene proposto dal governo Meloni per le giovani generazioni e, a Torino, in queste settimane e mesi si sono verificati moltissimi episodi di questo genere, sono molte infatti le segnalazioni da parte di diverse scuole della città di volantinaggi di Gioventù Nazionale davanti all’ingresso. Insieme a una mamma di una ragazzo agli arresti domiciliari diamo spazio alla vicenda e condividiamo l’urgenza di mobilitarsi in maniera unita per tenere alta l’attenzione su un fatto come questo, anche in vista dell’udienza del riesame del 20 gennaio. Qui un estratto del testo scritto dalla rete di genitori del Liceo Einstein: “Come genitori degli studenti del Liceo Einstein di Torino riteniamo che le misure cautelari (permanenza in casa o detenzione domiciliari per minorenni) disposte dalla Procura ed operate dalle Forze dell’Ordine all’alba del 30.12.2025 nei confronti di ragazze e ragazzi minorenni (oggi indagati per i fatti avvenuti il 27.10.2025 al momento dell’ingresso per la frequenza della prima ora di lezione, presso la sede di via Bologna e per gli eventi svoltisi a Torino nello scorso autunno), rappresentino strumenti sproporzionati e stigmatizzanti che non contribuiscono in alcun modo alla costruzione di una società migliore, né alla formazione di cittadine e cittadini consapevoli: ne chiediamo pertanto e sin d’ora l’immediata revoca, anche al fine di garantire loro il diritto allo studio, al momento formalmente negato.” Anche i docenti del liceo Giordano Bruno hanno scritto una lettera per una scuola inclusiva e aperta, in risposta a un ulteriore volantinaggio di Gioventù Nazionale davanti alla loro scuola di qualche giorno fa. La lettera è stata pubblicata dalla Cub Scuola Università e Ricerca. Torino è per molti versi un laboratorio che anticipa le tendenze generali in ambito repressivo. In queste settimane si sono verificati diversi episodi che vanno nella direzione di una stretta repressiva. In particolare, ci si riferisce alle misure cautelari per altri 8 giovani minorenni arrestati a seguito delle manifestazioni per la Palestina del 3 ottobre 2025. In questo caso le maglie repressive si chiudono intorno a una composizione specifica, scegliendo di condurre un’operazione chiamata “riot” nei confronti di ragazzi di seconda generazione, isolandoli da principio rispetto al resto di chi si è mobilitato in quelle date di sciopero generale. Questo genere di approccio è in linea con il nuovo pacchetto sicurezza che sta venendo definito dal governo: il pacchetto sicurezza bis individua dei soggetti be precisi contro i quali condurre un accanimento puntuale. In primis, le persone non bianche, ormai soprannominate da governo e media “maranza” senza alcuna difficoltà nel riprodurre una narrazione razzista e stigmatizzante, e in secondo luogo le persone che si mobilitano in manifestazioni di piazza e quindi chi dissente. Lo scudo penale per gli agenti è solo una parte di questo decreto e le nuove misure prendono ispirazione da alcuni episodi delle ultime settimane come il tentativo di espulsione di Mohamed Shahin, l’inchiesta nei confronti di Hannoun, le manifestazioni per la Palestina. Zone Rosse, rafforzamento di presidi di polizia, aumento dei poteri per la polizia penitenziaria, operazioni sotto copertura soprattutto in carcere. Aumento dei reati per cui il questore può ammonire ragazzi tra i 12 e i 14 anni, con un’estensione del decreto Caivano. E’ previsto inoltre il divieto di ingresso in determinate zone del centro per chi ha anche solo una denuncia per reati di piazza, vengono liberalizzati i controlli e le perquisizioni preventive con la possibilità di fermi per prevenzione fino a 12 ore disposti direttamente dalla polizia per chi si pensa possa pregiudicare lo svolgimento dei cortei. Si inaspriscono le sanzioni amministrative, quindi escludendole dal diritto penale e dalle minime garanzie, indicando nelle deviazioni, disobbedienza civile, manifestazioni non autorizzate motivo di salassi fino a 20 mila euro. In questo contesto, si iscrive anche un ulteriore fatto inedito come quello per cui la Procura torinese vorrebbe creare un precedente, ossia la richiesta del carcere e dunque l’aggravamento delle misure per Giorgio Rossetto, all’oggi ai domiciliari, a seguito di una sua intervista su Radio Onda d’Urto, in cui il compagno aveva espresso alcune considerazioni in seguito allo sgombero dell’Askatasuna (come viene raccontato qui). Alla redazione di Radio Onda d’Urto va la nostra solidarietà per contrastare il tentativo di intimidire compagni e compagne che svolgono lavoro di informazione dal basso puntuale e lucido. Rispetto a tutti questi temi abbiamo chiesto un commento all’ex magistrato Livio Pepino
January 16, 2026
Radio Blackout - Info
Torino laboratorio di repressione: dagli arresti di giovani minorenni alle novità della Procura si anticipano le tendenze del nuovo ddl sicurezza@0
I giovani minorenni arrestati per aver contestato un volantinaggio razzista e xenofobo davanti alla loro scuola sono ancora sottoposti a misure cautelari quali gli arresti domiciliari da dicembre scorso. Per recarsi a scuola devono essere accompagnati dai loro genitori, per tornare a casa la stessa cosa. In prima battuta era stato loro negato il diritto allo studio. Un colpo all’autonomia, alla socialità, alla formazione di giovani ragazzi e ragazze che stanno pagando preventivamente una “responsabilità” che un processo dovrà ancora stabilire. Nei fatti ciò che si vuole colpire è la volontà e la vivacità di giovanissimi che non hanno voluto lasciare passare sotto silenzio una provocazione fascista condita da propaganda “anti-maranza”. Questo è ciò che viene proposto dal governo Meloni per le giovani generazioni e, a Torino, in queste settimane e mesi si sono verificati moltissimi episodi di questo genere, sono molte infatti le segnalazioni da parte di diverse scuole della città di volantinaggi di Gioventù Nazionale davanti all’ingresso. Insieme a una mamma di una ragazzo agli arresti domiciliari diamo spazio alla vicenda e condividiamo l’urgenza di mobilitarsi in maniera unita per tenere alta l’attenzione su un fatto come questo, anche in vista dell’udienza del riesame del 20 gennaio. Qui un estratto del testo scritto dalla rete di genitori del Liceo Einstein: “Come genitori degli studenti del Liceo Einstein di Torino riteniamo che le misure cautelari (permanenza in casa o detenzione domiciliari per minorenni) disposte dalla Procura ed operate dalle Forze dell’Ordine all’alba del 30.12.2025 nei confronti di ragazze e ragazzi minorenni (oggi indagati per i fatti avvenuti il 27.10.2025 al momento dell’ingresso per la frequenza della prima ora di lezione, presso la sede di via Bologna e per gli eventi svoltisi a Torino nello scorso autunno), rappresentino strumenti sproporzionati e stigmatizzanti che non contribuiscono in alcun modo alla costruzione di una società migliore, né alla formazione di cittadine e cittadini consapevoli: ne chiediamo pertanto e sin d’ora l’immediata revoca, anche al fine di garantire loro il diritto allo studio, al momento formalmente negato.” Anche i docenti del liceo Giordano Bruno hanno scritto una lettera per una scuola inclusiva e aperta, in risposta a un ulteriore volantinaggio di Gioventù Nazionale davanti alla loro scuola di qualche giorno fa. La lettera è stata pubblicata dalla Cub Scuola Università e Ricerca. Torino è per molti versi un laboratorio che anticipa le tendenze generali in ambito repressivo. In queste settimane si sono verificati diversi episodi che vanno nella direzione di una stretta repressiva. In particolare, ci si riferisce alle misure cautelari per altri 8 giovani minorenni arrestati a seguito delle manifestazioni per la Palestina del 3 ottobre 2025. In questo caso le maglie repressive si chiudono intorno a una composizione specifica, scegliendo di condurre un’operazione chiamata “riot” nei confronti di ragazzi di seconda generazione, isolandoli da principio rispetto al resto di chi si è mobilitato in quelle date di sciopero generale. Questo genere di approccio è in linea con il nuovo pacchetto sicurezza che sta venendo definito dal governo: il pacchetto sicurezza bis individua dei soggetti be precisi contro i quali condurre un accanimento puntuale. In primis, le persone non bianche, ormai soprannominate da governo e media “maranza” senza alcuna difficoltà nel riprodurre una narrazione razzista e stigmatizzante, e in secondo luogo le persone che si mobilitano in manifestazioni di piazza e quindi chi dissente. Lo scudo penale per gli agenti è solo una parte di questo decreto e le nuove misure prendono ispirazione da alcuni episodi delle ultime settimane come il tentativo di espulsione di Mohamed Shahin, l’inchiesta nei confronti di Hannoun, le manifestazioni per la Palestina. Zone Rosse, rafforzamento di presidi di polizia, aumento dei poteri per la polizia penitenziaria, operazioni sotto copertura soprattutto in carcere. Aumento dei reati per cui il questore può ammonire ragazzi tra i 12 e i 14 anni, con un’estensione del decreto Caivano. E’ previsto inoltre il divieto di ingresso in determinate zone del centro per chi ha anche solo una denuncia per reati di piazza, vengono liberalizzati i controlli e le perquisizioni preventive con la possibilità di fermi per prevenzione fino a 12 ore disposti direttamente dalla polizia per chi si pensa possa pregiudicare lo svolgimento dei cortei. Si inaspriscono le sanzioni amministrative, quindi escludendole dal diritto penale e dalle minime garanzie, indicando nelle deviazioni, disobbedienza civile, manifestazioni non autorizzate motivo di salassi fino a 20 mila euro. In questo contesto, si iscrive anche un ulteriore fatto inedito come quello per cui la Procura torinese vorrebbe creare un precedente, ossia la richiesta del carcere e dunque l’aggravamento delle misure per Giorgio Rossetto, all’oggi ai domiciliari, a seguito di una sua intervista su Radio Onda d’Urto, in cui il compagno aveva espresso alcune considerazioni in seguito allo sgombero dell’Askatasuna (come viene raccontato qui). Alla redazione di Radio Onda d’Urto va la nostra solidarietà per contrastare il tentativo di intimidire compagni e compagne che svolgono lavoro di informazione dal basso puntuale e lucido. Rispetto a tutti questi temi abbiamo chiesto un commento all’ex magistrato Livio Pepino
January 16, 2026
Radio Blackout - Info