Simon Critchley / Oltre il séÈ interessante notare come in un periodo e in un mondo così materiale, arido e
superficiale sia stato concepito un libro, una sorta di saggio un po’ atipico,
sul misticismo, in particolare quello cristiano. Simon Critchley, filosofo
britannico e docente presso la New School for Social Research di New York,
affrontando questo tema sembra voler offrire, da un lato, una nuova esperienza –
l’uscire da noi stessi per sentirci sopraffatti dalla pura sensazione di essere
vivi –, dall’altro, ridare lustro al misticismo che ritiene essere un po’
relegato ai margini della filosofia moderna ma, soprattutto, a mio avviso, vuole
dare spazio e risonanza ad argomenti che gli stanno particolarmente a cuore: la
poesia, la musica e la scrittura.
Con questo saggio, a tratti un po’ frammentario e ripetitivo, il filosofo ci
rende partecipi di pratiche che potrebbero permetterci di liberarci dal consueto
immaginario quotidiano e dalla routine che appiattisce le nostre vite, per
mostrarci una diversa realtà, invitandoci a viverla in maniera differente, in
maniera “estatica”. Ci presenta, in pratica, la possibilità di evadere dalla
prigione delle nostre teste per ritornare alla gioia e al piacere, a qualcosa
con cui, forse, avevamo maggiore dimestichezza nell’infanzia, quando giocavamo
in libertà, mettendo in qualche modo da parte volontà e razionalità,
abbandonandoci semplicemente all’esperienza che stavamo vivendo; un approccio
alla vita cui abbiamo, quasi tutti, abdicato nell’adolescenza e l’età adulta.
Esistono, secondo il filosofo, dimensioni dell’esperienza umana che ci
permettono di spingerci al di fuori del nostro ego appiccicoso, verso qualcosa
di più grande; questo slancio verso l’esterno è quello in cui la pratica
religiosa riesce meglio e ciò che l’arte, specie nella sua forma più nobile – la
poesia – è in grado di risvegliare e che, a volte, può capitare nella vita
sessuale o, più frequentemente, quando ci abbandoniamo all’ascolto della
musica. L’estasi è ciò che si prova nell’essere vivi senza la tristezza che ci
attanaglia; il misticismo può quindi sollevarci dall’infelicità, dalla
malinconia, dalla pesantezza d’animo, dallo sconforto, dalla spossatezza
mentale, prendendo così le distanze da una realtà che ci preme addosso con forza
implacabile e dalla violenza che prosciuga le nostre energie e riduce la
capacità di vivere serenamente e gioire per le piccole e grandi cose.
Eroina del libro è la mistica medievale inglese Giuliana di Norwich (1342-1416
circa), di cui Critchley analizza la vita e l’opera, facendoci capire come la
scrittura mistica abbia contribuito in modo decisivo alla nascita
dell’autobiografia femminile: l’io di Giuliana è il primo io di una donna nella
letteratura inglese e molti dei primi resoconti di vita di donne giunti fino a
noi, riguardano spesso vite di mistiche, a volte scritti dalla mistica stessa o
registrati da un frate scriba o da altri religiosi. Leggendo queste pagine ci si
rende conto che il misticismo femminile non è solo un’intensa esperienza di
visione e unione con Cristo, ma può essere considerato una forma di resistenza,
se non di emancipazione; in un mondo abituato a negare la parola e ogni tipo di
autorità alle donne, l’estasi poteva diventare una sorta di pratica di potere.
Parlare con Dio era un modo per sottrarsi all’ordine dominante.
Critchley sostiene che il misticismo è uno stile di vita, un insieme di
pratiche, un modo di agire per ridimensionare il nostro ingombrante ego e
provare a vedere le cose per come sono e non filtrate dalle nostre idee, dai
nostri preconcetti. Non solo, ascoltare la musica che amiamo, e che può
catturarci con l’energia di una conversione religiosa, significa già
sperimentare una forma di coscienza mistica; anche scrivere, che significa
sperare, è un contributo alla lotta per eliminare sé stessi. È vero che
diventiamo mistici ogni volta che ci addormentiamo, quando sperimentiamo visioni
sotto forma di sogni, ma ritengo che nella società attuale il terrore del
fanatismo e una certa adesione a un pensiero sobrio e allineato rendano quasi
impossibile, oggi, un’esperienza che ci strappi a noi stessi e che ci esponga a
un’emotività intensa, senza filtri, così difficile da condividere, specie in un
mondo che ha anestetizzato il corpo e impoverito il desiderio. Eliminato
l’afflato mistico-religioso dal discorso di Critchley, si può però pienamente
concordare con lui quando scrive «Se il distacco dalla sofferta inquietudine
della volontà potesse essere mantenuto come una disposizione d’animo, uno stato
emotivo, una sintonia quasi musicale con le persone e le cose, allora forse
potremmo trovare riposo, gioia, persino felicità, potremmo costruire un baluardo
contro la malinconia, incontrare la buona sorte che si oppone alla cattiva».
L'articolo Simon Critchley / Oltre il sé proviene da Pulp Magazine.