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Taranto – Modena, andata e ritorno
Riprendiamo le parole di Luca Casarini, fondatore di Mediterranea Saving Humans, di fronte all’ennesima tragedia (quella di Modena) immediatamente strumentalizzata dal razzismo di regime nella deliberata incomprensione della sua complessità (due giovani egiziani, tra gli altri, hanno fermato il ragazzo di origini  marocchine – laureato in economia e disoccupato, incensurato e in cura per sofferenza mentale – autore della strage) (d.m.) Per capire da dove nasce l’odio razziale di Taranto, bisogna guardare alle reazioni degli “onorevoli” ben noti dopo Modena. E dei loro giornali di riferimento, dei loro partiti, dei loro sodali. Da Taranto dunque, andare a Modena. E poi tornare indietro, da Modena a Taranto. E’ lampante, un caso di studio per chi vuole capire da che parte dobbiamo rivolgerci per affrontare, combattere ed estirpare un male profondo, pericoloso per gli esseri umani, per i nostri figli, per noi. Il dolore per le vittime, tutte le vittime, non ha senso se non è messo al servizio del dovere di cambiare, di lottare perché cambi tutto questo. Se cerchiamo una definizione di “male” è quello che stiamo vedendo, che abbiamo visto da Taranto a Modena, andata e ritorno. Redazione Italia
May 17, 2026
Pressenza
Bakari andava al lavoro
𝐔𝐧 𝐠𝐫𝐢𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐯𝐮𝐨𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢 𝐬𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐝𝐝𝐨𝐬𝐬𝐨 𝐶’𝑒̀ 𝑢𝑛’𝑜𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑛𝑎, 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑎 𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑡𝑡𝑒 𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑎𝑡𝑡𝑖𝑛𝑜. Un’ora in cui due mondi si sfiorano senza mai incontrarsi davvero: quelli che stanno tornando da qualcosa e quelli che stanno andando verso qualcosa. Due direzioni opposte, due vite che non si parlano, due solitudini che occupano lo stesso marciapiede. In quell’ora, Bakari Sako attraversava una piazza. Andava al lavoro. Aveva le mani di un bracciante, la schiena abituata alla fatica, il cuore gonfio di un segreto bellissimo: stava per diventare padre per la prima volta. 𝑷𝒐𝒓𝒕𝒂𝒗𝒂 𝒅𝒆𝒏𝒕𝒓𝒐 𝒅𝒊 𝒔𝒆́ 𝒖𝒏𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒆𝒗𝒂. 𝑬̀ 𝒖𝒔𝒄𝒊𝒕𝒐 𝒅𝒂 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒑𝒊𝒂𝒛𝒛𝒂 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂. LA SOCIETÀ CHE ABBIAMO COSTRUITO Parliamo tanto di valori. Li scriviamo nelle costituzioni, nelle campagne elettorali, nei post da diecimila like. Li mettiamo nelle biografie dei profili social, tra un filtro e l’altro, tra una storia che svanisce dopo ventiquattr’ore e la prossima. E poi c’è una piazza, all’alba, e c’è Bakari che ci passa dentro e non riesce ad uscirne, e ci sono persone che non erano ancora andate a dormire e che non lo conoscevano, e lui non conosceva loro, e bastava così, bastava non conoscersi, per morire. COSA SI È ROTTO, ESATTAMENTE? Viviamo dentro una società che il sociologo Zygmunt Bauman ha chiamato liquida e aveva ragione, ma forse non immaginava quanto liquida sarebbe diventata. Così fluida da non riuscire più a tenere nessuna forma. Nessun legame che non sia revocabile con uno swipe. Nessun impegno che non abbia una via d’uscita. Nessun altro essere umano che non sia, prima di tutto, un contenuto da consumare o da ignorare. IL VIRTUALE HA VINTO SUL REALE? I ragazzi crescono dentro schermi che mostrano vite perfette, corpi perfetti, successi perfetti e si svegliano ogni mattina in una realtà imperfetta, lenta, faticosa, che non mette like, che non manda notifiche di approvazione, che non filtra niente. E quella realtà – 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒗𝒆𝒓𝒂 – diventa insopportabile. Grigia. Sbagliata. 𝐿’𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒. Non per colpa loro. Per colpa di un sistema che guadagna sulla loro insicurezza, che vende loro specchi invece di finestre, che trasforma ogni fragilità in un’opportunità di mercato, che li vuole omologati e non pensieri liberi. L’ANESTESIA TOTALE Ci hanno anestetizzato. Lentamente, metodicamente, con grande competenza. Ci hanno tolto il disagio non risolvendo i problemi, ma abbassando la soglia del dolore. Ci hanno dato uno schermo per ogni noia, una distrazione per ogni pensiero scomodo, un contenuto per ogni silenzio che avrebbe potuto diventare consapevolezza. Il risultato è una generazione – anzi, più generazioni – che non sa più stare nel vuoto e cercare un sentiero. Che non sa aspettare. Che non sa incontrare l’altro nella sua differenza, nella sua lentezza, nella sua concretezza di corpo e storia e bisogno. “𝐿’𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡. 𝐿𝑎 𝑚𝑖𝑠𝑢𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑖𝑣𝑖𝑙𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡𝑎̀ 𝑠𝑖 𝑣𝑒𝑑𝑒 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑡𝑡𝑎 𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑚𝑒𝑚𝑏𝑟𝑖 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑒𝑏𝑜𝑙𝑖, 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑝𝑜𝑣𝑒𝑟𝑖, 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑒𝑚𝑎𝑟𝑔𝑖𝑛𝑎𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑣𝑜𝑐𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑖𝑓𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑓𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑟𝑒.”  (Fyodor Dostoevskij) L’empatia si impara nell’attrito reale con gli altri. Si impara guardandosi negli occhi, non nei profili. Si impara sbagliando insieme, non curando il proprio personal brand. E quando l’empatia non si impara, al suo posto cresce qualcos’altro. Qualcosa di freddo. Qualcosa che può attraversare una piazza all’alba e non vedere un uomo. Vedere solo un ostacolo. O peggio — non vedere niente. BAKARI Era nato in Mali. 𝐀𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐢, 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞 𝐛𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 𝐞 𝐧𝐞𝐠𝐚 𝐧𝐨𝐦𝐢, 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐢𝐧𝐠𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐢 𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐞 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐥𝐢 𝐡𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐭𝐚𝐭𝐢. Bracciante agricolo. Una di quelle parole che diciamo in fretta, come se non ci fosse una vita intera compressa dentro. Invece c’era. C’era la storia di un uomo che aveva scelto di costruire qualcosa, non di distruggere. Che alzava la schiena all’alba mentre altri non si erano ancora coricati. Che aspettava un figlio, 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐝𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞𝐫𝐚̀ 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐞𝐫𝐚̀ 𝐜𝐨𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐩𝐞𝐬𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐞 𝐬𝐩𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐨. 𝐵𝑎𝑘𝑎𝑟𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑟𝑎 𝑢𝑛 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑜𝑙𝑜. 𝐸𝑟𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎. 𝐸 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜, 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜, 𝑎𝑣𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑏𝑎𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑙𝑜 𝑖𝑛 𝑣𝑖𝑡𝑎. 𝐍𝐨𝐧 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐯𝐚. 𝐍𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨. 𝐍𝐎 “𝐺𝑙𝑖 𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑖 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑢𝑛’𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎: 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑟 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑢𝑏𝑙𝑖𝑚𝑖 𝑒 𝑚𝑒𝑠𝑐ℎ𝑖𝑛𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑖𝑟𝑜” (Giuseppe Prezzolini). Non accettiamo la narrazione della fatalità. Non accettiamo: ” 𝑒̀ 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑔𝑖𝑐𝑎 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑐𝑖𝑑𝑒𝑛𝑧𝑎”, “𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑐ℎ𝑖𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒 “, la nebbia comoda che si stende sulle responsabilità collettive per trasformare ogni orrore in incidente o in fatalità. 𝐁𝐚𝐤𝐚𝐫𝐢 𝐞̀ 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐩𝐚𝐞𝐬𝐞, 𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐛𝐚, 𝐩𝐞𝐫 𝐦𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐢. È morto perché qualcuno, più di qualcuno, non ha imparato che la vita degli altri ha lo stesso peso della propria. È morto in una società che ha mercificato tutto tranne l’etica. È morto in un’epoca che ha digitalizzato tutto tranne la coscienza. È morto mentre andava al lavoro e questo dettaglio semplice, brutale, dovrebbe bruciarci dentro come un ferro rovente ogni volta che lo ripetiamo. Andava al lavoro. Non serve altro. Non serve sapere altro. Quella frase da sola è già un’accusa, una sentenza, uno specchio che nessuno vuole guardare. QUELLO CHE DOBBIAMO SCEGLIERE Non è una questione di sicurezza nelle piazze. È una questione di cosa stiamo diventando. Di quali esseri umani stiamo allevando in un sistema che premia l’immagine e punisce la profondità, che celebra il successo individuale e deride la cura collettiva, che ha trasformato la solitudine in un’estetica e l’indifferenza in un’attitudine cool. “𝐿’𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖. 𝐶𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜 𝑒̀ 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑡𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖.” (Carl Gustav Jung) Dobbiamo scegliere. Tra una società che vede le persone e una che vede i profili. Tra una comunità che si incontra e una che si scrolla. Tra un futuro in cui Bakari avrebbe potuto stringere suo figlio tra le braccia e questo – questo presente – in cui non può farlo. La piazza in cui è morto Bakari Sako era vuota di umanità prima ancora che lui ci entrasse. Riempiamola. Prima che si svuoti ancora. 𝑩𝑨𝑲𝑨𝑹𝑰 𝑺𝑨𝑲𝑶, 𝒃𝒓𝒂𝒄𝒄𝒊𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒂𝒈𝒓𝒊𝒄𝒐𝒍𝒐, 𝒑𝒂𝒅𝒓𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒉𝒂 𝒑𝒐𝒕𝒖𝒕𝒐 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒍𝒐, 𝒖𝒐𝒎𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒎𝒆𝒓𝒊𝒕𝒂𝒗𝒂 𝒅𝒊 𝒊𝒏𝒗𝒆𝒄𝒄𝒉𝒊𝒂𝒓𝒆. 𝐼𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑛𝑜𝑚𝑒 𝑣𝑎 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑑 𝑎𝑙𝑡𝑎 𝑣𝑜𝑐𝑒. 𝑆𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒. Aurelio Angelini
May 17, 2026
Pressenza
I maestri dell’odio dietro l’assassinio di Bakari Sako
Un caffè prima del lavoro, e la morte Bakari Sako aveva trentacinque anni, la famiglia rimasta in Mali, una bicicletta usata ogni mattina per raggiungere la stazione e da lì i campi di Massafra. Sabato nove maggio, alle prime luci dell’alba, si è fermato in piazza Fontana, nel cuore della città vecchia di Taranto, per bere un caffè prima di salire sul pullman dei braccianti. Non lo ha bevuto. È stato accerchiato da cinque ragazzini incensurati, tra i quindici e i venti anni, malmenato con calci e pugni, inseguito mentre tentava di fuggire, e colpito tre volte al torace e all’addome da un quindicenne armato di coltello. È entrato in un bar chiedendo aiuto, sanguinante. Nessuno gli ha teso la mano. È morto sull’asfalto, in mezzo a una città che si preparava a festeggiare il suo patrono. L’accusa, per tutti e cinque, è omicidio aggravato dai futili motivi. Gli inquirenti parlano di violenza cieca, alla Arancia Meccanica. La parola è evocativa, ma sbaglia il bersaglio. La violenza cieca non esiste. La violenza ha sempre uno sguardo, un orientamento, un bersaglio che le è stato additato. Si può affermare con prudenza, in attesa che le indagini chiariscano fino in fondo movente e dinamica, che non si tratti di un omicidio razziale in senso classico. Ma sarebbe disonesto fingere di non vedere il brodo culturale in cui quei cinque ragazzi sono cresciuti, il clima in cui hanno imparato a distinguere tra vite che meritano rispetto e vite che si possono prendere a calci come una lattina, all’alba, perché non sanno cosa fare di sé stessi. Il silenzio che parla Il modo più onesto di leggere una notizia di cronaca è osservare chi tace. Bakari Sako è stato ucciso da un gruppo di italiani minorenni. Le bandiere della destra non si sono mosse. Giorgia Meloni, abituata a postare condoglianze e indignazione in tempo reale quando l’etnia degli aggressori si presta alla campagna identitaria, non ha trovato una riga per il bracciante maliano. Matteo Salvini, infaticabile commentatore di ogni cronaca che possa essere piegata alla retorica della invasione, ha taciuto. Roberto Vannacci, generale prestato alla politica e teorico della normalità escludente, non ha sentito il bisogno di dire una parola sulla normalità di un ragazzino di quindici anni che esce di casa con un coltello in tasca e lo affonda nell’addome di un lavoratore nero. Quel silenzio non è distrazione. È una scelta politica precisa. Più ancora, è la prova provata che la loro indignazione è selettiva, asimmetrica, costruita a tavolino. Se Bakari fosse stato un giovane italiano e i suoi assassini cinque ragazzi neri o nordafricani, oggi avremmo già avuto conferenze stampa, decreti d’urgenza, dirette dai luoghi dell’aggressione, appelli alla remigrazione, hashtag virali e ministri in commissariato a chiedere il pugno duro. Avremmo avuto la solita orchestra dell’odio che da anni accompagna ogni fatto di sangue trasformandolo in fertilizzante elettorale. Invece, niente. Perché Bakari era il colore sbagliato e i suoi assassini avevano il passaporto sbagliato per la macchina propagandistica della destra italiana. Il consigliere leghista pugliese Antonio Paolo Scalera ha rotto la fila e ha pronunciato parole giuste sulla vergogna che circola nei social network davanti al corpo di Bakari. Bene. Ma il fatto stesso che la sua presa di posizione appaia come una eccezione, un atto di coraggio interno al suo schieramento, dice tutto del partito che lo ospita. La normalità della Lega è l’altra. È il silenzio del segretario federale. È la pretesa di parlare solo quando il morto serve. […] Le narrazioni dominanti e il loro doppio standard Bisogna smontare un pezzo alla volta la retorica con cui da decenni il razzismo italiano si maschera da realismo. Si dice: l’odio non c’entra, sono solo ragazzi disagiati. Si dice: è violenza minorile generica, succede anche tra italiani. Si dice: non strumentalizziamo. Si dice: aspettiamo le sentenze. Lo stesso giornalismo che davanti al cadavere di Bakari predica la prudenza, davanti a un fatto di cronaca commesso da uno straniero pubblica titoli a nove colonne, fotografie segnaletiche, ricostruzioni inquisitorie, editoriali sulle radici culturali della violenza importata. È lo stesso giornalismo che, quando le vittime hanno la pelle scura, scopre improvvisamente la complessità del contesto. Questo doppio standard non è un incidente di percorso. È il prodotto sistematico di una macchina mediatica integrata con il potere politico e con gli interessi materiali che lo sostengono. Le grandi famiglie editoriali italiane, i grandi gruppi assicurativi, le grandi imprese che vivono di sfruttamento del lavoro migrante hanno tutto l’interesse a mantenere viva la finzione di un’Italia minacciata dall’esterno. Una guerra tra poveri è sempre stato lo strumento più efficace per spostare lo sguardo dalla guerra dei ricchi contro tutti gli altri. Il bracciantato agricolo, da decenni, è un settore tenuto in piedi dalla manodopera migrante. Senza i Bakari Sako di tutta l’Italia meridionale e del Nord, la verdura non arriverebbe sui banchi dei supermercati. Eppure la stessa propaganda che descrive gli immigrati come parassiti li impiega in nero, li paga a cottimo, li lascia morire nei furgoni dei caporali, li accampa in baraccopoli senza acqua. Lo stesso sistema che ha bisogno del lavoro nero migrante per reggere i propri margini di profitto produce, in superficie, il discorso pubblico che criminalizza quel lavoro. È una contraddizione utile. Tiene unite due narrazioni opposte: l’immigrato è minaccia quando bisogna prendere voti, l’immigrato è risorsa silenziosa quando bisogna far girare il capitale. Le radici materiali della violenza giovanile Sarebbe insensato fingere che la responsabilità dei cattivi maestri esaurisca la questione. La violenza esercitata da cinque ragazzini incensurati in una piazza alle cinque del mattino racconta anche un altro fallimento: quello di una società che ha smesso da tempo di prendersi cura dei suoi figli. La città vecchia di Taranto, come molte periferie del Sud, è stata abbandonata da una sequenza ininterrotta di governi di ogni colore. La scuola è sottofinanziata, gli educatori di strada sono pochi, i servizi sociali ridotti all’osso, lo sport popolare smantellato, i centri di aggregazione chiusi o trasformati in attività commerciali. La grande questione operaia di Taranto, l’Ilva, l’acciaio, la salute violata dal padronato, ha occupato per decenni l’orizzonte politico cittadino senza che mai si costruisse un’alternativa di sviluppo che non fosse subordinata alla logica del ricatto occupazionale. I figli e i nipoti degli operai dell’Ilva crescono in una città dove l’aria è stata avvelenata legalmente per generazioni, dove la salute pubblica è stata sacrificata sull’altare della competitività, dove la classe dirigente locale ha imparato a gestire il declino piuttosto che a contrastarlo. La violenza dei ragazzini di piazza Fontana non cade dal cielo, nasce in quel paesaggio. Ma attenzione a non lasciarsi sedurre dalla narrazione della miseria che spiega tutto. La povertà, da sola, non produce razzismo. Il razzismo è un dispositivo costruito, alimentato, finanziato. Va a cercare le periferie precisamente perché lì trova un terreno fertile, e perché chi conduce la guerra ideologica sa benissimo che indirizzare la rabbia sociale verso il più debole, il migrante, il rom, l’omosessuale, la donna, costa meno e rende di più che farla deflagrare contro chi quella povertà la produce. I cattivi maestri sanno cosa fanno. Lo fanno apposta. Lo fanno per mestiere. La cornice di sistema: capitalismo, frontiere, gerarchia delle vite Bakari Sako è stato ucciso a Taranto, ma le ragioni della sua morte vengono da molto più lontano. Vengono dal Mali in cui un sistema mondiale lo ha costretto a non poter più vivere. Vengono dalle politiche commerciali europee che hanno distrutto l’agricoltura familiare africana inondando i mercati con prodotti sussidiati. Vengono dalle guerre per le risorse che le potenze occidentali hanno alimentato, direttamente o per procura, nel Sahel e nella regione subsahariana. Vengono dal sistema di frontiera europeo che ha trasformato il Mediterraneo nel cimitero a cielo aperto più grande del pianeta. Vengono dalla criminalizzazione delle navi di soccorso, dai protocolli con la Libia, dal patto con l’Albania, dall’architettura di un sistema migratorio costruito per scoraggiare, respingere, lasciar morire. E vengono, soprattutto, da una gerarchia delle vite che il capitalismo razziale impone come ordine naturale del mondo. Bakari valeva poco da vivo, perché la sua forza-lavoro era pagata pochi euro all’ora nei campi di Massafra. Vale ancora meno da morto, perché il sistema mediatico-politico non ha bisogno della sua memoria. Le vite migranti, nella geografia simbolica costruita dal potere, sono al margine inferiore di una scala che pone in alto il cittadino bianco, occidentale, produttivo, e in basso il corpo nero, africano, sostituibile. Riconoscere questa gerarchia non significa importare categorie estranee. Significa nominare un fatto. L’antirazzismo, quindi, non può essere una postura morale astratta. Deve diventare critica sistemica del modello economico, geopolitico, mediatico che produce, ogni giorno, le condizioni materiali della disumanizzazione. E deve farsi alleanza concreta tra chi quel modello opprime: lavoratori italiani e migranti, precari e disoccupati, giovani delle periferie e giovani dei centri abbandonati. La frattura non passa tra italiani e stranieri. Passa tra chi vive del proprio lavoro o ne è escluso, e chi vive dello sfruttamento del lavoro altrui. Riportare la lotta su questo terreno è il compito politico più urgente che ci attende. […] La Bottega del Barbieri
May 16, 2026
Pressenza
Furundulla 320 – Epidemie…
…netanyhantavirus  di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse…) Epidemie non debellate: netanyhantavirus  Intevista di Monica Maggioni a Giorgio Monti, coordinatore medico di Emergency nella Striscia: raiplay.it /video Gaza-invasa-dai-topi-attaccano-anche-i-neonati   Il bianco muove… Le dichiarazioni del nostro amico Mahamoud Idrissa, presidente della
I maestri dell’odio dietro l’assassinio di Bakari Sako
di Mario Sommella (*) Taranto, piazza Fontana: anatomia di una pedagogia razzista che uccide 1. Un caffè prima del lavoro, e la morte Bakari Sako aveva trentacinque anni, la famiglia rimasta in Mali, una bicicletta usata ogni mattina per raggiungere la stazione e da lì i campi di Massafra. Sabato nove maggio, alle prime luci dell’alba, si è fermato in