Il genoma scritto da una macchina, e la politica che non sa ancora leggerlo
PER LA PRIMA VOLTA MODELLI DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE HANNO PROGETTATO GENOMI
VIRALI COMPLETI E FUNZIONANTI. UNA SVOLTA DELLA BIOLOGIA SINTETICA CHE PONE UNA
DOMANDA URGENTE: COME GOVERNARE UNA CAPACITÀ TECNICA CHE LE REGOLE NON SONO
ANCORA PRONTE A SEGUIRE?
Il 6 agosto 2026 la rivista Science ha pubblicato il primo genoma virale
progettato interamente da un’intelligenza artificiale. Lo stesso giorno, il
Congresso degli Stati Uniti dichiarava Anthony Fauci in oltraggio alla corte per
essersi rifiutato di rispondere su fondi alla ricerca gain-of-function negli
anni in cui dirigeva l’istituto nazionale per le allergie e le malattie
infettive — una controversia politicamente contestata su cui non prendo
posizione qui. Interessa piuttosto la coincidenza di calendario, perché racconta
con precisione come funziona l’attenzione istituzionale davanti alla tecnica: si
concentra quasi sempre su un incidente già accaduto, spesso di un decennio
prima, mentre il fronte reale si è già spostato altrove. Mentre un ramo del
potere americano processava il passato, un laboratorio universitario in
California apriva, senza clamore proporzionato, un capitolo nuovo della biologia
sintetica.
Il fatto scientifico, spogliato dell’enfasi giornalistica, è documentato
nell’articolo di Samuel King, Brian Hie e colleghi tra Stanford University e Arc
Institute, pubblicato su Science con il titolo “Generative design of
bacteriophages with genome language models”. Il team ha addestrato due modelli
linguistici genomici, Evo 1 ed Evo 2, su milioni di sequenze genetiche naturali,
escludendo di proposito ogni virus capace di infettare l’uomo. Come punto di
partenza è stato scelto ΦX174, un batteriofago minuscolo — meno di seimila basi,
undici geni — che Frederick Sanger sequenziò per primo nel 1977 e che Craig
Venter risintetizzò a mano nel 2003: un organismo modello con cui si studia la
biologia molecolare da mezzo secolo. Ai modelli è stato chiesto di proporre
genomi completi capaci di infettare Escherichia coli. Delle centinaia di
sequenze generate, i ricercatori ne hanno sintetizzate 302, e sedici si sono
rivelate pienamente funzionanti: si assemblano in particelle virali, si
replicano nelle cellule batteriche, e in alcuni casi superano l’efficacia del
virus naturale di partenza. Il dettaglio che raramente compare nella cronaca è
che il team ha puntato su un cocktail di sedici varianti distinte proprio perché
una miscela eterogenea rende più difficile la resistenza batterica: una scelta
terapeutica intelligente, e la resistenza agli antibiotici uccide, secondo The
Lancet, oltre un milione di persone l’anno.
Il codice di Evo 2 è stato inoltre rilasciato in modalità open source. Brian Hie
ha difeso pubblicamente questa scelta con un argomento che merita di essere
riportato senza ironia, perché non è banale: i patogeni naturali, ha osservato,
non possono essere filtrati né sottoposti a controllo preventivo, evolvono
liberamente e sono già accessibili a chiunque li cerchi in natura; uno strumento
di intelligenza artificiale aperto, al contrario, può incorporare vincoli fin
dentro i dati di addestramento, ed è più facile da ispezionare di un genoma che
circola in un pipistrello. È un argomento difensivo legittimo. Non risolve però
il problema successivo, quello su cui si concentra il commento che accompagna lo
studio sulla stessa rivista, firmato da Thomas Inglesby e Moritz Hanke del Johns
Hopkins Center for Health Security: la stessa architettura, addestrata da un
altro gruppo su un dataset diverso — che includa, questa volta, patogeni umani —
potrebbe produrre risultati molto meno rassicuranti. Inglesby e Hanke lo hanno
scritto in una riga che vale la pena citare per intero, perché è la sintesi più
netta del problema: la capacità di comporre genomi virali con l’intelligenza
artificiale generativa oggi esiste, la governance per orientarla in sicurezza
no. Hanke ha reso il rischio concreto con un esempio quasi didattico: si può, in
teoria, chiedere a un modello linguistico genomico di scrivere un genoma
dell’influenza modificato per essere più trasmissibile o più letale, senza che
nulla, oggi, impedisca la domanda.
Qui la vicenda tocca un punto tecnico che è anche il cuore politico della
storia. L’unico argine oggi operativo alla sintesi di sequenze pericolose è il
controllo che le aziende di sintesi del DNA applicano agli ordini che ricevono,
coordinato su base volontaria dall’International Gene Synthesis Consortium, che
riunisce circa l’ottanta per cento della capacità di sintesi commerciale
mondiale. Il meccanismo confronta ogni sequenza ordinata con archivi di patogeni
noti. Il problema, come hanno mostrato ricerche indipendenti — inclusa una
guidata da Microsoft, che è riuscita a far passare inosservate varianti
pericolose sufficientemente diverse dalle sequenze catalogate — è che questo
controllo è tarato sulla somiglianza con ciò che già conosciamo, e un genoma
scritto da un modello generativo può non somigliare a nulla in archivio. Negli
Stati Uniti un ordine esecutivo del maggio 2025 aveva provato ad affrontare la
parte del problema legata ai finanziamenti federali, ma la sua attuazione resta
sospesa, e nulla copre ancora la sintesi commerciale non finanziata dal governo.
Filippa Lentzos, biosicurezza al King’s College di Londra, insiste da tempo su
un punto che vale più di ogni singola misura: serve un approccio a strati che
tenga insieme vincoli sui modelli, revisione etica della ricerca e screening
della sintesi, perché nessuno di questi livelli, da solo, tiene.
È a questo punto che conviene tornare a un filosofo che di intelligenza
artificiale non ha mai scritto una riga, perché ha visto il problema strutturale
prima che avesse un nome tecnico. Hans Jonas, nel 1979, in un’epoca in cui la
tecnica moderna aveva già cominciato ad agire su scala di continenti e di
generazioni, propose un principio di responsabilità pensato apposta per
situazioni in cui l’etica tradizionale — calibrata sul rapporto faccia a faccia
fra due persone che si guardano — smette di funzionare. La sua mossa più utile
non è un divieto, è un metodo: quando le conseguenze possibili di un’azione sono
irreversibili e riguardano chi non può ancora difendersi, la previsione di
sventura merita metodologicamente più ascolto della previsione di successo. Non
è pessimismo, è aritmetica applicata alla storia: dell’errore ottimista non ci
si può pentire, perché non resta nessuno per pentirsene. Ne discende
un’inversione dell’onere della prova che dovrebbe essere già familiare a chi si
occupa di diritto europeo, perché è la stessa logica del principio di
precauzione: chi accelera deve dimostrare l’innocuità, non chi frena deve
dimostrare il pericolo. Chi progetta un modello capace di scrivere genomi interi
ha, in questa logica, una responsabilità positiva di dimostrare che
l’architettura non sia riproducibile in chiave offensiva da altri, non solo che
il proprio dataset sia pulito.
Günther Anders, filosofo del secolo delle bombe, aveva dato un nome a ciò che
rende questa responsabilità difficile da sentire come propria: il dislivello
prometeico, lo scarto crescente fra ciò che sappiamo produrre e ciò che sappiamo
immaginare o sentire come nostro. Sappiamo costruire ordigni capaci di uccidere
decine di migliaia di persone in un istante, scriveva, ma non riusciamo a
rappresentarcele davvero; oggi sappiamo scrivere un genoma virale, ma non
riusciamo a sentire come nostra la responsabilità di un evento sanitario che
nessuno, esplicitamente, ha voluto causare. Da questo scarto nasce quella che
Anders chiamava cecità all’apocalisse: davanti a un rischio troppo grande per
essere immaginato, la reazione non è l’allarme, è l’indifferenza. La notizia dei
sedici fagi ha avuto la vita breve di una notizia qualunque, superata in poche
ore dal ciclo successivo, nonostante segnasse — lo scrivono gli stessi autori —
la prima dimostrazione sperimentale che un modello linguistico può generare
genomi interi e funzionanti.
Sul piano istituzionale, la fotografia è impietosa. La Convenzione sulle armi
biologiche del 1972 vieta agli Stati di sviluppare armi di questo tipo, ma non
ha mai avuto meccanismi di verifica reali — il protocollo del 2001 che avrebbe
dovuto introdurli fu bloccato dagli Stati Uniti — ed è comunque pensata per
laboratori statali, non per modelli generativi che girano su un cluster
commerciale e i cui pesi si spostano da un server all’altro come un file di
pochi gigabyte. L’AI Act europeo, che pure ha introdotto obblighi di trasparenza
importanti — in Italia recepiti con la scelta, più severa rispetto ad altri
Stati membri, di responsabilità penali dirette per omissioni di sicurezza nei
sistemi ad alto rischio — resta concentrato sull’uso dei sistemi di intelligenza
artificiale e dice poco sulla progettazione dei modelli fondazionali a monte,
quello che gli addetti ai lavori chiamano l’upstream. È esattamente la parte
della catena in cui si colloca un modello come Evo.
Non è un motivo per raccontare questa storia come un incubo imminente, e non lo
è nelle intenzioni di chi l’ha portata alla luce con il rigore che merita. È un
motivo per chiedersi, con la stessa serietà con cui l’Europa ha saputo scrivere
il principio di precauzione altrove, chi debba dimostrare che cosa prima che uno
strumento capace di scrivere genomi diventi disponibile a chiunque abbia un
server e qualche settimana di fine-tuning. La finestra fra il poter fare e il
saper decidere se farlo, avvertivano Jonas e Anders una generazione prima di
lui, si sarebbe accorciata sempre di più. Ci resta il compito meno filosofico e
più urgente: scrivere la regola prima che quella finestra si chiuda. Non fra
dieci anni, davanti a un’altra audizione tardiva su un incidente ormai compiuto.
Adesso, mentre la capacità tecnica esiste già e la governance, per ammissione di
chi la biosicurezza la studia per mestiere, ancora no.
FONTI
✓ King, S. H., Hie, B. et al., “Generative design of bacteriophages with genome
language models”, Science, vol. 393, eaec2657, 6 agosto 2026, DOI:
10.1126/science.aec2657.
✓ Inglesby, T., Hanke, M., commento di accompagnamento allo studio King et al.,
Science, 6 agosto 2026.
✓ Stanford Report, “AI designs a novel E. coli killer”, 6 agosto 2026.
✓ Axios — “Now AI can create new viruses”, 6 agosto 2026.
✓ International Gene Synthesis Consortium — Harmonized Screening Protocol v3.0.
✓ International Biosecurity and Biosafety Initiative for Science (IBBIS) —
International Screening Standards.
✓ Convenzione sulle armi biologiche e tossiniche (Biological Weapons Convention)
— United Nations Office for Disarmament Affairs, 1972.
✓ Regolamento (UE) 2024/1689 — AI Act, EUR-Lex.
✓ Hans Jonas, Das Prinzip Verantwortung, Insel Verlag, 1979 (trad. it. Il
principio responsabilità, Einaudi).
✓ Günther Anders, Die Antiquiertheit des Menschen, C. H. Beck, 1956 (trad. it.
L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri).
✓ Matteo Flora, “Giochiamo alla Guerra Batteriologica Globale?”, newsletter
Denkschule, 8 agosto 2026 (spunto interpretativo iniziale).
Francesco Russo