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[Santiago, Cile]: Sabotaggio contro l’azienda di autobus RED in memoria dex compagnx cadutx
> Da Contra info, 22.05.26 22 MAGGIO GIORNO DEL CAOS PROCURA KE VIVA LA ANARQUÍA PUNKI MAURI PRESENTE «Brucia la merce, rompi le gabbie che ti rinchiudono giorno dopo giorno». – Mauricio Morales – Questa notte, sotto la luce della luna, abbiamo deciso di agire individualmente e di ricordare i nostri compagni con un’azione. Oggi, 22 maggio, a 17 anni dalla tua scomparsa, rivendichiamo il tuo nome. Mauricio Morales, il compagno morto in seguito all’attivazione anticipata dell’ordigno esplosivo che aveva come obiettivo la scuola della gendarmeria [corpo militare che gestisce le carceri cilene, NdT]. Maggio si tinge di nero e ricordiamo anche Vicente Nicosia, anarchico a cui l’11 maggio un autobus della RED [Red Metropolitana de Movilidad, ex Transantiago, il trasporto pubblico della metropoli di Santiago, NdT] ha strappato la vita; il responsabile del fatto ha reagito immediatamente dandosi alla fuga. Irrompiamo nella quotidianità di questa fredda mattina con rispetto per i familiari e gli amici, per agire in rappresaglia contro la (STU), l’azienda che gestisce la linea dell’autobus 107. Abbiamo sabotato un mezzo che effettuava lo stesso percorso che ha causato la morte del nostro compagno. Con questo vogliamo chiarire che l’impunità del responsabile avrà le sue conseguenze. Non ci sarà riposo senza vendetta e non ci sarà azione senza risposta. “Javier Recabarren, compagnx anarchico e antispecista, muore il 18 marzo 2015 dopo essere stato investito da un autobus della compagnia Transantiago. Lo stesso caso si verifica l’11 maggio 2025, quando il compagno Vicente Nicosia perde la vita per mano di un maledetto autista che si dà alla fuga. Mauri, Vicente e Javier ci accompagnano nella nostra azione contro i vostri macchinari. I/le miex mortx vivono nel fuoco che brucia i vostri prodotti”. -CHE L’ANARCHIA NON MUOIA IN BOCCA, MA PRENDA FORMA NELLE MANI ATTIVE- -------------------------------------------------------------------------------- ATTACCO INCENDIARIO CONTRO UN AUTOBUS DELLA RED NEI PRESSI DELL’USACH IN MEMORIA DI MAURI > Da Informativo Anarquista, 28.05.26 Martedì scorso, 26 maggio, un gruppo di compagnx anarchicx, uscitx bardatx dall’Università di Santiago (USACH), ha eretto delle barricate e ha dato fuoco a un autobus della linea RED intercettato in via Matucana, nell’ambito del Maggio Nero in memoria di Mauricio Morales.
memorie di un ribelle: entrare in clandestinità
> Da Act for freedom now!, 16.05.26 Undici anni fa, il 28 aprile 2015, la polizia ha dato il via a un’operazione repressiva nota come Operazione Phoenix (Fénix). Di conseguenza, ho successivamente deciso di entrare in clandestinità, ovvero di vivere nell’ombra. Il testo che segue funge sia da resoconto di quel periodo che da riflessione critica su di esso. Entrare in clandestinità Nel 2015 le autorità hanno si sono scatenate, e in un lasso di tempo relativamente breve sono successe molte cose: quattro anarchici in carcere. Propaganda allarmistica dei media sul terrorismo. Perquisizioni nelle abitazioni e in un centro sociale. Confisca di effetti personali. Interrogatori estenuanti. Intimidazioni, semina di zizzania, sorveglianza della polizia. C’era molto fermento e, nel loro insieme, questi eventi hanno creato un’enorme tensione. Almeno per me, senza dubbio. In primo luogo, la polizia mi ha arrestato e mi ha informato che ero sospettato di aver commesso reati punibili con una pena detentiva da 3 a 10 anni. Anche se mi hanno rilasciato senza formulare alcuna accusa, i miei amici in quel momento erano dietro le sbarre e avevo ancora dei poliziotti in borghese addosso. Mi seguivano da un bel po’ di tempo, senza sosta. Ovunque andassi, mi stavano alle calcagna. Mi era chiaro che si trattava di una strategia di guerra psicologica. Ma non volevo arrendermi senza combattere. Così ho scelto una tattica difensiva che non era difficile ma era piuttosto efficace. Ho iniziato a scattare foto ai poliziotti in borghese e in seguito ho pubblicato online il materiale raccolto. Coloro che avrebbero dovuto seguirmi improvvisamente non erano più invisibili, e questo li ha sicuramente destabilizzati. Di conseguenza, dopo alcuni giorni di scatti, mi hanno lasciato in pace per un po’. Avevo sviluppato dei metodi per capire se qualcuno mi stesse seguendo, quindi non era difficile capire quando la polizia aveva smesso. Beh, sì, ma anche se la polizia era scomparsa dalla vista, la tensione e la paura di ciò che mi aspettava erano ancora presenti. Ecco perché ho deciso di sparire dalla vista delle autorità. Avevo pochissimo tempo per prendere una decisione. Le mie paure e la mia ansia erano così intense che, in quel momento, consideravo la clandestinità la mia unica possibilità di sopravvivenza. Col senno di poi, lo vedo come un errore strategico. A chiunque voglia moralizzare e giudicare da una distanza di sicurezza, vorrei dire solo una cosa: probabilmente non hai mai provato l’intenso senso di pericolo che ho provato io, quindi è difficile per te capire la mia reazione. Mi rassicura il fatto che le persone a cui tengo, fortunatamente, possiedano una dose sufficiente di empatia e comprensione. E con questo intendo anche coloro che hanno visto la mia decisione come un errore, ma comunque l’hanno compresa. Mi sono buttato a capofitto nella clandestinità, anche se devo ammettere che in realtà non avevo idea di cosa mi aspettasse. La fiducia nelle mie capacità e il sostegno di alcuni amici intimi mi hanno dato sicurezza. Senza di loro, non avrei resistito nemmeno due settimane. Non avevo una visione chiara, ma credevo che l’avrei trovata lungo il percorso. In una certa misura è stato così, ma hanno cominciato ad accumularsi anche problemi inaspettati. Inoltre, la tensione interiore di cui volevo liberarmi non è scomparsa. Si è semplicemente spostata in un’altra sfera. L’ho portata con me dalla vita “civile”1 alla clandestinità. La paura del futuro era ancora presente. Così come la frustrazione. Tagliare i ponti È difficile descrivere come mi sentivo. Non riesco a pensare a nulla della vita “normale” a cui poterlo paragonare. Quando una persona decide di sparire, significa, prima di tutto, che sta bruciando consapevolmente i ponti che la legavano a ciò che un tempo considerava una parte importante della propria vita. Si perde il contatto con le persone, con la propria identità, con i luoghi, con le situazioni. Ci si prepara mentalmente all’eventualità che tutto questo sia definitivo. Il pensiero: “Non li rivedrò mai più”, mi passava spesso per la testa. Non potevo più stare dove ero prima e ammettere apertamente chi fossi. All’improvviso, ero un’altra persona, non solo per chi mi circondava, ma anche per me stesso. Naturalmente, dentro di me, ero sempre io. Ma per sopravvivere, ho dovuto imparare a ingannare chi mi circondava abbastanza da farmi vedere come una persona completamente diversa. E non è affatto facile. Avevo bisogno di una nuova identità, il che significava anche inventarmi una storia per renderla credibile. Ho scelto un nuovo nome e mi sono procurato una carta d’identità a quel nome, con la mia foto. Ma anche quella foto era diversa da come la maggior parte delle persone mi conosceva. Quanto fossi diventato irriconoscibile mi è apparso chiaro quando, mentre mi spostavo, mi è capitato più volte di incrociare per strada persone che conoscevo bene. Non mi hanno salutato e dalle loro espressioni ho capito che non avevano idea di chi stessero incrociando. Solo una volta ho incontrato alcuni conoscenti mentre salivo su un autobus; ho attaccato bottone con loro per impedire che raccontassero a qualcuno del nostro incontro. Dovevo mantenere segreto il mio luogo di permanenza e non volevo lasciare nulla al caso. Poi c’erano persone che non conoscevo prima, ma con cui era opportuno mantenere i contatti. A loro raccontavo una storia inventata sulle mie origini e sulle mie esperienze di vita. Dovevo stare sempre in guardia per non dire qualcosa di sbagliato che potesse ricondurre alla mia identità. Dovevo migliorare nell’arte della menzogna e nel decidere quali informazioni fosse meglio tenere per me. Per tutta la vita ti viene ripetuto che mentire è sbagliato. Ma nel mondo clandestino, è uno dei valori fondamentali che ti garantisce una certa sicurezza. Non ho alcun rimpianto per aver mentito, nemmeno alle persone a cui tengo. Voglio solo sottolineare quanto sia difficile, anche quando ti rendi conto che è giustificato e necessario. Risorse e nascondigli Un altro aspetto della vita nella clandestinità era trovare risorse, nascondigli e posti dove vivere. Il lato positivo era che non ero solo in questa situazione. Tuttavia, la mia scarsa padronanza delle lingue mi limitava notevolmente. Questo mio limite mi infastidiva terribilmente, e sicuramente anche i miei amici. Spesso si ritrovavano a dover svolgere compiti che avrei potuto gestire da solo se avessi avuto una migliore padronanza delle lingue. Ho cercato di imparare l’inglese perché con l’inglese è possibile comunicare praticamente ovunque. Ero davvero determinato, ma i miei progressi erano dolorosamente lenti. È sempre stato il mio punto debole. Allora, come facevo a procurarmi ciò di cui avevo bisogno per vivere? È ovvio che chi è in clandestinità probabilmente non può lavorare legalmente. Una parte dei soldi me la davano gli amici della comunità anarchica, mentre il resto lo ottenevo con mezzi che il codice penale non approverebbe proprio. Ma non entrerò nei dettagli. Mi limiterò a dire che, anche se ho fatto cose non legali, non ho fatto nulla di male. Le mie azioni non hanno avuto alcun impatto negativo sui poveri. Fortunatamente, per un bel po’ di tempo ho vissuto in posti dove c’era abbondanza di cibo senza doverlo pagare. Mi arrangiavo tra la raccolta nei cassonetti e piccoli furti nei negozi. I cassonetti dietro i negozi e gli scaffali al loro interno erano pieni di cibo, e prendevo ciò di cui avevo bisogno. Di tanto in tanto, mi servivo anche di altri oggetti. A volte infilavo vestiti, libri, fornelli da campeggio o articoli da toeletta nella mia borsa senza pagare prima. Dato che dovevo mantenere segreta la mia identità, questi atti di appropriazione erano piuttosto rischiosi. Ma non si trattava solo di un passo necessario per la sopravvivenza; era anche un modo per ricordare a me stesso che potevo ancora fare qualcosa che mi dava gioia. Non intendo il consumismo, ma il fatto che, anche se sono un fuorilegge, posso superare in astuzia i miei nemici e prenderli in giro. In un anno di vita clandestina, le guardie di sicurezza del negozio non mi hanno mai beccato una volta. Anche se è vero che mi ci sono voluti diversi mesi per trovare il coraggio di fare quel primo passo. Durante tutto il periodo in cui sono stato in clandestinità, non ho mai sofferto la fame né ho patito privazioni materiali. Quando ero in viaggio, avevo un posto dignitoso dove stare. Non mi mancava l’accesso all’acqua, all’elettricità o ai mezzi di trasporto. Anzi, spesso avevo più soldi di quanti ne abbia nella vita “civile”. Sono grato a tutti coloro che mi hanno aiutato in tutto questo. Allo stesso tempo, però, porto ancora dentro di me il dolore inflitto da coloro che si definiscono così prontamente anarchici, eppure mi hanno gettato fuori bordo ancora prima che entrassi in clandestinità. Da allora, non mi aspetto nulla di buono da loro. Per me, sono un esempio vivente della discrepanza tra parole e fatti. Bisogni insoddisfatti La vita in clandestinità mi ha presto rivelato le sue insidie. Ad esempio, il fatto che l’abbondanza materiale non possa colmare il vuoto esistenziale creato dal desiderio insoddisfatto di stare con i propri cari. Frustrazione è probabilmente la parola giusta per descrivere ciò che così spesso riempiva le mie giornate. Non potevo vedere i miei genitori né molti dei miei amici. Sapevo dove trovarli, ma era troppo rischioso incontrarli. Ecco perché mantenevo le distanze. Non comunicavamo. Non sapevano nemmeno dove fossi o, per quel che conta, se fossi ancora vivo. Mi rendo conto che quella frustrazione non era un sentimento che provavo solo io. Sicuramente anche i miei cari provavano lo stesso dolore, perché sentivano la mancanza di stare in contatto con me. Ma le mie possibilità di trovare conforto e di instaurare altre relazioni erano fortemente limitate, molto più delle loro. C’erano pochissime persone con cui potevo condividere le mie emozioni, i miei desideri, le mie esperienze e i miei pensieri. A volte affogavo i miei dispiaceri nell’alcol. Anche se sapevo che non era una soluzione, non riuscivo a trattenermi e bevevo soprattutto birra. La persona che amavo all’epoca a volte doveva sopportare le mie buffonate da ubriaco. Per fortuna, allora non ho sviluppato un gusto per i superalcolici. Se l’avessi fatto, probabilmente avrei toccato il fondo piuttosto in fretta. Un’altra fonte di frustrazione derivava dalla perdita delle mie vecchie prospettive e abitudini. Ero abituato a stare sotto i riflettori, cosa che non potevo più fare. Cercavo una risposta alla domanda su cosa volessi dedicarmi, sia a livello personale che politico. Ma sapevo che non si trattava solo di ciò che volevo. Si trattava anche di ciò che le circostanze mi permettevano di fare. E quelle circostanze, per lo più, mi impedivano di farlo. Stavo vivendo una crisi davvero profonda a questo proposito. Molte delle cose che volevo erano ormai impossibili. Le cose che potevo fare, a loro volta, non mi davano soddisfazione né avevano senso per me. Una delle poche cose che mi dava gioia era scrivere. Scrivevo e pubblicavo le mie riflessioni e i miei commenti. E quando ogni tanto ricevevo feedback da altri anarchici, era incoraggiante e di sostegno. Penso che la scrittura fosse anche una sorta di sfogo che mi permetteva di scaricare la tensione. Non si può vivere sotto stress costante per troppo tempo, perché si rischia di impazzire. Ecco perché sono contento che la scrittura mi abbia aiutato ad affrontare lo stress in modo costruttivo durante il mio periodo in clandestinità. Ragione ed emozione A volte è difficile trovare un equilibrio tra ragione ed emozione, anche nei momenti di calma. Il compito diventa ancora più complesso quando ogni giornata è piena di stress, tensione, frustrazione e sentimenti di vulnerabilità. Ed è proprio quello che mi è successo durante il periodo trascorso in clandestinità. Questo mi ha portato a sviluppare una forte tendenza all’indifferenza, che si è manifestata in una maggiore propensione a sottovalutare i rischi. Qualcuno potrebbe persino dire che ho iniziato a compiere azioni avventate. Azioni che in uno stato di calma avrei scartato perché troppo rischiose, improvvisamente sono entrate a far parte dei miei piani. E così, un giorno, ho organizzato un incontro con alcuni amici e ho iniziato a pianificare di contattare anche i miei genitori. Anche se l’avessi pianificato a 500 chilometri di distanza da dove vivono i miei genitori, sarebbe stato comunque un bel rischio. Ma ho deciso di farlo proprio nella città in cui vivono. Dove sono nato e ho vissuto a lungo. Inoltre, in un momento in cui sapevo che la polizia aveva distribuito le mie foto agli autisti dei mezzi pubblici e li aveva istruiti a segnalarmi se mi avessero visto. Sapevo che mi stavano cercando. Sapevo di essere nel database delle persone ricercate dalla polizia. Nonostante tutto ciò, ho deciso di fare tutto il possibile per ricontattare amici e familiari. È stata una follia? Probabilmente sì, ma non incomprensibile. Se una persona prova da tempo il dolore di aver perso i contatti con i propri cari, cercherà di ristabilirli, anche se ciò significa essere arrestato se le cose dovessero andare male. E alla fine, le cose sono andate male. Mi sono imbattuto in una pattuglia di polizia composta da un uomo che conosco fin dall’infanzia. Mi ha riconosciuto. Ha obbedito agli ordini e mi ha arrestato. Lo ha fatto anche se non c’era alcun conflitto personale tra noi. Avrebbe potuto lasciarmi andare senza rischiare nulla. Ha deciso di assecondare le sue tendenze da stronzo. La maggior parte degli stronzi non nasce così. Sono le circostanze a trasformarli in stronzi. Nel caso di questo tizio in particolare, indossare l’uniforme e acquisire l’autorità della polizia ha contribuito a renderlo tale. Dopo essere stato arrestato, ho trascorso sette mesi in prigione. Sono stato accusato nel caso Fénix 2. Potrei pubblicare le mie memorie del periodo trascorso in prigione in un secondo momento. Ma ora che sono fuori di prigione, sto pensando a come possiamo arrivare al momento in cui non ci siano prigioni, né Stati, né società di classe. «Lukáš, devi sapere che qualsiasi periodo trascorso in prigione sembra un’eternità. Dimenticherai molti nomi e luoghi. Non sarai più la stessa persona che eri prima di finire “là dentro”. Quella “vecchia” vita svanirà come un guscio; tutto ciò che rimarrà saranno i tuoi valori, le tue convinzioni e le persone a te care. Tutto il resto nella vita è incerto e fugace. Devi attraversarla, soffrirla, sopportarla, e preservare e rafforzare i tuoi valori e le tue convinzioni. È così che le persone diventano veri guerrieri: tenaci, determinati e indistruttibili. Ora sono persino grato per questa scuola di vita. Mi ha dato una seconda possibilità e ho incontrato molte persone fantastiche. Anche tu le incontrerai. La prigione ci unisce. Non rimpiangere nulla; un nuovo mondo ti aspetta.” Nota: Ihar Alinevich mi ha scritto queste righe mentre ero in carcere nel gennaio 2017. Me le ha scritte dopo essere stato rilasciato. Tuttavia, è stato nuovamente incarcerato nell’autunno del 2020. 1Non riuscendo a trovare un termine che differenziasse la vita precedente con quella in clandestinità ho tradotto letteralmente questo termine, nonostante l’utilizzo diverso che se ne fa in italiano. Per questo motivo ho aggiunto le virgolette. NDT
[Salonicco, Grecia]: Attacco contro la società HERON, controllata del gruppo GEK TERNA
> Da Indymedia Atene, 16.04.26 Da due settimane assistiamo a un processo che il potere cerca di sminuire dal punto di vista politico, deviando l’attenzione su presunti terroristi armati e ricorrendo a noti stereotipi per rafforzare la narrazione secondo cui le persone accusate per il caso di Ambelokipi rappresenterebbero un potenziale pericolo per la società. In realtà, i/le nostri/e compagni/e hanno mantenuto intatta la loro dignità politica e la memoria del compagno Kyriakos con il loro comportamento in aula e durante tutta la detenzione. È già passato più di un anno dall’esplosione nell’appartamento di via Arkadias, un evento che ha cambiato la vita di decine di persone. Poche ore dopo l’esplosione, l’edificio viene sigillato per essere ispezionato dall’antiterrorismo e, alcuni giorni dopo, il condominio viene dichiarato inagibile. I lavori di riparazione dell’edificio sono stati affidati alla TERNA, un gruppo che, tra le altre cose, ha collaborato con lo Stato assassino di Israele, è coinvolto nello scandalo delle dighe vuote a Volos, nella costruzione delle carceri di tipo C, nel ripristino del luogo del crimine di Tembi e nel saccheggio di intere aree in nome della “riqualificazione verde”. Tuttavia, in questo anno e mezzo, i lavori di ripristino dell’edificio non sono avanzati affatto, al fine di rafforzare la demonizzazione dei compagni e delle compagne come terroristi che hanno messo in pericolo la vita delle persone, ma anche della sfera pubblica che riproduce costantemente le difficoltà degli abitanti che ancora non possono tornare alle loro case. È evidente che, in collaborazione con lo Stato, la TERNA sta intenzionalmente perpetuando le difficoltà degli inquilini, al fine di dimostrare l’entità dei costi causati dall’esplosione, nonostante in altre circostanze (vedi Tembi) abbiano proceduto all’immediata esecuzione degli ordini ricevuti. A questo punto, desideriamo sottolineare che esprimiamo la nostra incondizionata solidarietà alle persone che hanno perso la propria casa, poiché la nostra lotta, così come quella che si è svolta il 31 ottobre in quell’appartamento, è universale e si schiera al fianco di tutte le persone che subiscono ingiustizie da parte dello Stato. Per questi motivi, nella notte tra martedì e mercoledì 15 aprile, abbiamo scelto di distruggere l’intera facciata della sede della società elettrica HERON, filiale del gruppo TERNA, in via Voulgari, come minimo segno di solidarietà verso gli/le imputati/e del caso di Ampelokipi, ma anche in memoria del compagno Kyriakos Xymitiris. La memoria rivoluzionaria è storia viva. I combattenti che hanno dato la vita non sono solo fonte di ispirazione, ma anche forza motrice per l’azione odierna. Persone come Kyriakos Xymiteris, Christos Kasimis, Lambros Fountas saranno per sempre un grido di guerra sul sentiero irto di spine verso il rovesciamento sociale, saranno in prima linea nelle nostre lotte, guardando sempre alla via della resistenza. E se ne sono andati come hanno vissuto. In questa guerra, sono caduti combattendo, scegliendo la vita. GLI STATI SONO GLI UNICI TERRORISTI GIÙ LE MANI DA PROSFYGIKA FORZA AI/ALLE IMPUTATI/E DEL CASO DI AMPELOKIPI KYRIAKOS XYMITIRIS PRESENTE Anarchici/che -------------------------------------------------------------------------------- NdT: Pur avendo lo stesso nome e la stessa funzione, non sembra che la GEK TERNA sia collegata con il gruppo TERNA, principale holding italiana operatrice delle reti di trasmissione elettrica (sono per esempio suoi tutti i tralicci e tutti i km di linee dell’alta tensione sul territorio nazionale, così come 915 stazioni di trasformazione e smistamento e, tra gli altri, il progetto Thyrrenian Link che devasterà il territorio sardo). Non è d’altronde la prima volta che la GEK Terna viene colpita dai/lle compagni/e in Grecia. Ad Heraklion, ad esempio, il 14.01.25 è stato incendiato un autobus appartenente alla ditta, in quanto responsabile della deforestazione e della distruzione dell’ambiente.
[Atene, Grecia]: Attacco esplosivo contro l’EFKA di Kallithea
> Da Abolition Media, 08.05.26 «La resistenza violenta è affascinante, è speranza in un mondo disperato e silenzioso». Mentre la maggioranza della società cerca di adattarsi a un mondo soffocante, un mondo in cui nemmeno il respiro è scontato, in cui la morte è all’ordine del giorno, in cui l’industria bellica rapidamente si sviluppa, in cui i governanti calpestano la dignità umana e in cui il sangue scorre come acqua, imponendo tutto ciò come normalità, alcuni scelgono di ribellarsi all’oppressione, di rifiutare la sottomissione e di non accettare l’assimilazione della miseria. Alcuni scelgono di combattere, di correre dei rischi, di combattere chi li spoglia dei loro sogni… con orgoglio e combattività. Uno di loro era il combattente armato Kyriakos Xymitiris, ucciso da un’esplosione il 31 ottobre del ’24 mentre maneggiava materiali esplosivi in un appartamento ad Ampelokipis. A ciò ha fatto seguito la vendetta del potere statale , con la custodia cautelare di Marianna Manoura, ferita dall’esplosione, e di Dimitra Zaraveta, nonché di Dimitris, Nikos Romanos e A.K. Dopo un anno e mezzo di carcere, il processo è finito con l’assoluzione degli ultimi tre, mentre le due compagne sono stati giudicate colpevoli di appartenenza a un’organizzazione terroristica. Marianna M. è stata condannata a 19 anni di carcere, mentre Dimitra a 8. Non dovremmo sorprenderci né degli arresti senza prove né delle condanne. Questa è la guerra del potere e chiunque combatte verrà represso, e questo è il minimo. Innumerevoli le vittime della repressione di Stato, migliaia i morti. Modificando e inasprendo il codice penale, lo Stato preannuncia un regime totalitario moderno in cui chi non si adegua rischia la morte o il carcere. I giudici, in quanto eterni difensori dei padroni, condannano ogni esistenza delinquente, tutto ciò che si discosta dalla monotona realtà distopica, dall’esistenza priva di libertà che ci costringono ad accettare. Con le loro decisioni infami, condannano le persone al confinamento in una cella, all’esposizione alla violenza dilagante all’interno delle carceri, alla recisione violenta dei legami familiari e di amicizia e all’orrore della sparizione nel nulla. Nei tribunali, dove il debole vede la propria vita distrutta per reati minori, ministri, parlamentari e ricchi la fanno franca. Dimostrando che l’essenza della giustizia civile è quella di non voltare mai le spalle agli sporchi interessi dei governanti. Alcuni dei loro interessi più importanti sono indiscutibili: il soffocamento dell’azione politica anarchica, la repressione delle lotte per la libertà, il logoramento dei combattenti con accuse inconsistenti, detenzioni arbitrarie e pene pesanti. Ma l’azione politica non si piega. Nelle prime ore del 23 aprile, un ordigno esplosivo è stato collocato nell’EFKA* di Kallithea, i motivi sono evidenti e innumerevoli. L’EFKA, in quanto ulteriore struttura dello Stato, è complice della schiavitù salariale e, dall’altro lato, responsabile del nostro dissanguamento economico attraverso le tasse. Il congegno si è innescato, provocando l’incendio all’ingresso dell’edificio, ma non è esploso perché, secondo alcuni media di regime, qualcuno all’interno ha cercato di “neutralizzarlo” con un tubo dell’acqua prima dell’arrivo dei vigili del fuoco. È un dato di fatto che, nei tempi cupi in cui viviamo, esiste una sorta di uomo contemporaneo delle grandi città capitalistiche, un uomo schiacciato dal potere e dalla miseria che esso stesso crea, sottomesso a ogni decreto dei governi, che a causa della monotonia della sua vita tende a compiere azioni che lo facciano sentire utile. Così, quindi, si affretterà a spegnere gli incendi negli edifici statali, anche se al loro interno si alimenta la sua stessa soffocante repressione… Questo piccolo gesto, il posizionamento dell’ordigno, non è nemmeno la minima vendetta per la violenza che subiamo ogni giorno. Ha però un carattere determinante per le migliaia di azioni che stanno per scuotere i potenti e i loro tirapiedi. Abbiamo 2026 – e più – motivi per attaccare lo Stato e diffondere l’azione diretta in ogni angolo della Terra. Ricordando che i nemici sono vulnerabili. La nostra promessa è che non rinunceremo a nulla senza combattere, e diventa concreta in ogni azione. Con ogni mezzo distruggiamo ciò che incarna il nostro soffocamento con sabotaggi, attacchi, agitazione politica tra gli oppressi, iniziative di solidarietà e tanta voglia di fare. Il 19 marzo si è diffusa la triste notizia della morte dell’anarchico Alessandro Marcogliano e dell’anarchica Sara Ardizzone, a causa dell’esplosione di un ordigno che stavano costruendo in una fattoria abbandonata a Roma. Un evento che suscita tristezza, ma anche passione e ispirazione per intensificare la controffensiva. Coloro che cadono combattendo il potere non saranno dimenticati/e: la loro memoria e il loto spirito rimarranno vivi nelle strade della ribellione, nelle lotte contro l’oppressione e in ogni momento in cui ci mettiamo in gioco e non molliamo. Nella consapevolezza che in un mondo in cui tutto ci è stato rubato… non abbiamo molto da perdere. [Mandiamo] un segno di solidarietà alla comunità dei rifugiati occupanti e con Aristos Hantzis e Suzon Dopaggne, in sciopero della fame. Al di là delle divergenze politiche che possono sorgere, l’essenza è che prosfygika [quartiere occupato di Atene attualmente sotto sgombero, NdT] rimane una viva controproposta di collettivizzazione dei nostri bisogni nel qui e ora, dove fiorisce la solidarietà e dove si combatterà fino alla fine. Poliziotti, padroni e altra feccia fuori dai territori liberati. Lotte incessanti, fino a quando l’ultima galera non sarà data alle fiamme, fino a quando la nostra oppressione non sembrerà solo un brutto ricordo. Andiamo avanti con discorsi e azioni incendiarie per la liberazione, per un mondo senza confini, nazioni, stati, discriminazione e sfruttamento. Contro le logiche riformiste che ci fanno adagiare, le condizioni per la rivoluzione stanno maturando grazie a noi, con ogni nostra azione, con ogni momento di disobbedienza. Il momento è qui e ora, sempre e ovunque. Forza illimitata e rispetto a coloro che percorrono le strade del fuoco, il loro passo saldo e deciso è fonte di ispirazione per tutti noi. Solidarietà ai/lle ribelli di tutto il mondo. La libertà sboccia tra le macerie del potere, e anche se abbiamo ancora molta strada da fare… coloro che hanno osato sognare la illumineranno con l’azione. Onore al combattente armato Kyriakos Ximitiris, all’anarchica Siniša Paraskevaidou, al compagno Alessandro Marcogliano e alla compagna Sara Ardizzone. FORZA E INGEGNO AD OGNI ESISTENZA CHE RESISTE MARIANNA, DIMITRA, FORTI FINO ALLA LIBERTÀ FUOCO ALLE PRIGIONI E AGLI OSPEDALI PSICHIATRICI Cammino Ardente e Ostinato Testo originale su Indymedia Atene -------------------------------------------------------------------------------- *L’EFKA è il fondo assicurativo governativo che in Grecia si occupa di assicurazione sanitaria, pensioni e sussidi di disoccupazione.