Libertà di essere o libertà di avere? Intervista a Gloria Germani
Pil e crescita economica corrispondono a felicità e a benessere? La nuova
economia di rapina ha portato solo un’illusione di benessere permettendo ai
governanti di tenere sotto scacco la popolazione attraverso il ricatto del
lavoro, facendo leva sulla paura attraverso la perdita delle nostre comodità,
ovvero la comfort-zone del consumismo, promettendo più sicurezza e “libertà”. Ma
di quale libertà si parla? Di essere o di avere? Di cooperare o di competere? Di
questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa impegnata da sempre nel
dialogo tra Occidente e Oriente, allieva della filosofa Caterina Conio, del
filosofo Serge Latouche e dell’ecologista svedese Helena Norberg Hodge. Attiva
nei movimenti ecopacifisti e deep ecology fa parte di Navdanya International e
dell’Associazione Ecofilosofica. È praticante dell’Avdaita Vedanta (Via della
Non-dualità), la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta dell’induismo. Già
attiva in ambito pedagogico nelle scuole steineriane, si è dedicata
all’approfondimento dell’educazione non-dualista di Alice Project Universal
Education di Valentino Giacomin. Esponente del pensiero della decrescita, le sue
opere sono dedicate alla critica della visione moderna fondata sulla
colonizzazione dell’immaginario che sta alla base del cosiddetto “sviluppo”
della società industriale di massa, della “crescita economica” e del
riduzionismo della “scienza occidentale”. Ha lavorato per oltre trenta anni
nell’ambito dei media e dell’audiovisivo. Ha viaggiato molto in Asia ed è
riconosciuta come la maggior esperta del pensiero del giornalista Tiziano
Terzani, a cui ha dedicato 3 monografie. L’’ultima: “Tiziano Terzani contro la
guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente” è uscita nel 2024
nel ventennale della morte.
Oggi la parola libertà è abusata nelle nostre opulente, capitaliste e consumiste
società occidentali. Il filosofo conservatore colombiano Nicolás Gómez Dávila
affermava che «La libertà a cui aspira l’uomo moderno non è quella dell’uomo
libero, ma quella dello schiavo nel giorno di ferie». Ma anche il regista
Silvano Agosti, afferma [1]: “Il vero schiavo difende il padrone, mica lo
combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto
quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.” Cosa è la libertà oggi e
cosa invece dovrebbe essere?
Senz’altro l’idea di libertà è stato uno degli araldi dell’epoca moderna:
Libertè, Egalité, Fraternitè era il motto della rivoluzione francese del 1789,
ma è oggi totalmente fraintesa. Sono giustissime le definizioni date da Davila
e da Agosti. Si è liberi di scegliere tra tanti optional ma di fatto si è chiusi
in un mondo incredibilmente circoscritto dove si è costretti a vendere il
proprio tempo per guadagnare un salario e permettersi qualche piccolo svago
che faccia dimenticare la noia della routine del produci-compra –crepa. Anche
Tiziano Terzani si è soffermato su questo tema con parole molto forti, la
libertà non è la per lui la libertà di scegliere, ma la liberta di essere. “Io
lo continuo a ripetere: non siamo mai stati così poco liberi, pur
nell’apparente, enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere tra vari
dentifrici, tra 40.000 automobili, tra televisioni e telefonini che guardano,
che fanno anche le fotografie! Perché non c’è più libertà. La libertà di
diventare, o meglio, di essere quello che sei. Perché tutto è già previsto,
tutto incanalato. E uscirne non è facile. Ed è una grande battaglia. Ma questa
è, secondo me, la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia
che domina le nostre vita, la battaglia verso una forma di spiritualità – la
politica è fuori perché non ha soluzioni – la puoi chiamare anche religiosità –
a cui la gente possa ricorrere”.[2]
L’uomo moderno, al di là degli slogan di una civiltà ormai ritenuta “libera”, è
comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro e di vita che gli tolgono
non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, diventando un perfetto
“schiavo moderno del tempo e del lavoro”. Questa visione si sposa con il libro
di Serge Latouche Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto…
Questo piccolo libro di Latouche del 2023 è molto bello ed incisivo. Cambiare
l’attuale maniera di lavorare è per il pensatore francese la condizione
indispensabile per uscire da quell’economia moderna che anche Terzani
individua come problema. Oggi – sottolinea il nostro – ci troviamo nel mondo
delle assurdità: alcuni lavorano anche 15 ore al giorno, mentre ci sono milioni
di disoccupati (p.36) [4]. Lavorare meno è dunque necessario per lavorare tutti,
ma occorre soprattutto uscire dal paradigma del capitalismo o produttivismo che
ci ha formattato da uno o due secoli. E’ stato un particolare clima storico (ben
colto da Max Weber nel suo Etica protestante e lo spirito del capitalismo o da
K.Polanyi, in La grande trasformazione) costruito da una scia di pensatori del
XVIII e XIX secolo come Locke, Hume, Smith o Ricardo che hanno inventato la
ricchezza e la proprietà come frutto del lavoro. Non hanno considerato la
mercificazione e la disumanizzazione del quotidiano che oggi abbiamo davanti
agli occhi, già denunciata magistralmente da Simone Weil o Hannah Arendt.
Vandana Shiva ha più volte dichiarato, parlando dell’India, che quando
utilizziamo gli “indicatori reali”, come la salute dei nostri bambini, e delle
nostre donne, i dati reali sulla qualità del cibo, sulla qualità e la quantità
dell’acqua – si scopre che non c’è mai stato un livello come quello attuale di
povertà causato dalla globalizzazione. Oggi più aumenta il PIL e la Natura
diventa un “prodotto della mercificazione”; più cresciamo economicamente, più
aumentano i “beni materiali”, ma sempre più scarseggiano i “beni relazionali”…
Nell’era moderna, l’intersezione tra scienza, economia (industria e finanza) e
“illusione di benessere” sta diventando sempre più evidente. Questo sistema ci
porta “naturalmente” a credere che la crescita economica sia un fenomeno
inarrestabile ed un caposaldo indiscutibile.
Sicuramente l’attivista e fisica indiana Vandana Shiva è una delle grandi
pensatrici del nostro tempo, in grado di indicarci vie radicalmente diverse.
Trovai per caso il suo libro dell’1988, Sopravvivere allo sviluppo e ne rimasi
affascinata fino a incontrarla molte volte personalmente in Toscana. Nel suo
libro recente Dall’avidità alla Cura, offre un analisi magistrale del
ribaltamento avvenuto negli ultimi due secoli. Cresciuta tra le foreste alle
pendici dell’Himalaya, da giovanissima, negli anni 70, si mise a capo del
movimento Chipko: donne indiane che abbracciavano gli alberi per impedire ai
buldozzer di deforestare.
Vandana ha percepito in maniera nettissima come il sistema economico moderno
sia, prima di tutto, un artificio intellettuale che distrugge la vita pulsante
ed interconnessa di piante, animali, uomini e di tutta l’ecosfera per
considerarla materia morta e trarne profitto. Per questo motivo critica
radicalmente l’industrializzazione dell’agricoltura come una catastrofe
economica, ecologica, sociale, culturale ed ambientale. Per Vandana Shiva
l’industria agro-chimica è una “guerra alla vita” che si manifesta
nell’ecoimperialismo, nell’ecoapartheid, nella biopirateria, nei brevetti dei
semi, dei vecchi e dei nuovi Ogm.
Con un gruppo di personalità di spicco, tra cui Fritjof Capra, Shiva redasse il
bellissimo Manifesto del futuro dei sistemi di conoscenza nel quale parla
chiaramente di una rottura antropologica, sostenendo che l’attuale immaginario
economico è radicato nella “guerra alla natura”: sia quella fuori, sia quella
dentro di noi.
Se questo sistema genera sempre più disuguaglianze socio-economiche, mercifica,
consuma e spreca tanto, vuol dire che il PIL non è una misura di “benessere” ma
di “benavere”. Il “benavere” dipende solo da “ricchezza materiale consumata”,
mentre il “benessere” dipende solo dalla “ricchezza sociale” e dai “beni
relazionali”: come può il PIL misurare il nostro grado di felicità? Forse – come
dice Latouche – per decenni abbiamo confuso il benessere con il benavere,
collassando in una profonda illusione. Se il “benavere” è sempre per pochi, il
“benessere” è solo un mito a cui ambire nelle nostre società consumiste e rimane
un moto regolatore a cui ambisce trasversalmente ogni essere umano di ogni
classe sociale.
Il fisico quantistico Emilio Del Giudice sottolineava che le logiche della
competizione economica sono diametralmente opposte alle leggi della biologia,
fondate sulle cooperazione. Un’idea che mette in discussione anche tutto il
darwinismo sociale ed avalla le teorie del microbiologo e filosofo giapponese
Masanobu Fukuoka. Qual è la differenza sostanziale tra competizione e
cooperazione?
E’ importante citare il brillante e umanamente trascinante fisico Emilio Del
Giudice. Con i suoi studi ci ha insegnato che la rivoluzione quantistica della
fisica consiste nella caduta del principio galileiano d’isolamento dei corpi. La
realtà fisica è più simile ad un’onda infinitamente estesa nello spazio-tempo,
con una “fase” di oscillazione, che ne permette la “risonanza” con altri campi.
Ciò è molto importante perché l’attuale sistema scientifico –industriale vive
nell’illusione dell’isolamento dei corpi. Del Giudice ha espresso il punto di
vista della fisica quantistica connessa alla società moderna, in un passo molto
calzante, che è diventato molto famoso: “La società attuale si è costruita con
sue leggi, che non sono la conseguenza delle leggi della biologia. Sono
piuttosto le leggi assai diverse dell’economia. La legge della biologia richiede
la cooperazione, la legge dell’economia richiede competizione. Quindi in questo
senso, l’economia è intrinsecamente un fatto patologico, che genera patologia,
che genera malattia. La specie umana per formarsi ha bisogno che i suoi
componenti risuonino tra loro. Lo possono fare? No. Ci insegnano che il
principio della saggezza in economia è la competizione. La competizione è
l’esatto contrario della risonanza. Come faccio a risuonare con uno se devo
stare attento che non mi faccia fuori? È evidente che non posso. Come faccio a
risuonare con quello, se devo competere con lui, se devo dimostrare che sono più
bravo di lui, perché il posto o ce l’ho io o ce l’ha, ma non tutti e due
insieme? Quindi finché esiste un regime fondato sulla competizione degli essere
umani il problema della salute e della felicità non potrà mai essere risolto.
Gli psichiatri potranno dar fondo a tutte le loro esperienze, fare sedute ad
oltranza ed altro, però i risultati saranno transitori”[3].
Ovviamente queste scoperte quantistiche sono molto più in sintonia con
l’approccio per cui è diventato famoso Fukuoka con il suo libro La rivoluzione
del filo di paglia. Fukuoka era giapponese e quindi la sua cultura era formata
dal Buddismo Zen dove ha un ruolo importante il concetto del Mu,
approssimativamente tradotto con “senza” o anche “nessuno”. Per lo Zen
l’Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui ogni cosa avviene
spontaneamente. Per questo, si ritiene che il miglior modo di agire sia “senza
agire”, lasciando libero il campo coltivato, non interferendo nella complessa
simbiosi che si crea e non mettendola in competizione con agenti esterni: cosa
che avviene invece con i sistemi usati in tutta l’agricoltura industriale,
ovvero arature e pesticidi. Il segreto è la cooperazione, non la competizione.
Il sistema moderno sta distruggendo ciò che rimane della Natura, delle nostre
democrazie e ciò che rimane di quei Paesi – denominati “poveri” – che vivevano
di economie di sussistenza e che ora sono definiti “Paesi emergenti”. La
speranza del terzomondismo era quella che il Sud del Mondo potesse essere la
risposta sobria e semplice all’opulenza occidentale. I BRICS riusciranno a far
fronte al modello capitalistico-industriale globalizzato invertendo la rotta, o
sono già in pericolo?
Sicuramente sono in pericolo. Non c’è dubbio che il modello
capitalistico-industriale- globalizzato è molto intrigante, con la sua idea di
libertà – ma, come dicevano prima, essa è sostanzialmente falsa.
Inoltre non possiamo ignorare l’enorme impatto del colonialismo sul cosiddetto
“terzo mondo” o Sud del Mondo che è stato violentemente sfruttato dalle potenze
coloniali europee per vari secoli. Ora India, Cina, intendono far vedere di cosa
sono capaci e il loro alti PIL testimoniano quanto siano riusciti a uguagliare o
superare l’Occidente sul piano materiale, tecnico e dello sviluppo economico.
Però questo modello è sbagliato e lo è dal punto di vista ecologico (l’ecosfera
non sopporta l’inquinamento dovuto ai combustibili fossili di tutti i
continenti) ma anche dal punto di vista esistenziale e di senso.
Ci sono studiosi come Pino Arlacchi che sottolineano che il modello cinese è
diverso da quello capitalistico occidentale e migliore (La Cina spigata
all’Occidente,2025) e senza dubbio si sono significative differenze. Tuttavia
non ci sono dubbi che questa antichissime civiltà di oltre 5000 anni abbiano
abbandonato le loro concezioni di vita e di società per seguire il modello
cartesiano-newtoniano delle società industriali. Io credo che di fondo i due
modelli non siano conciliabili e alla fine delle considerazioni gli antichi
modelli cinesi e indiani portassero più benessere alle persone (anche la loro
antichità lo dimostra). Questa mia posizione non è così anomala, perché infondo
era quella di Gandhi, di Tolstoj, di Thoreau. Il problema, continuo a ripetere,
sono i Media, perché finché questi grandi megafoni continueranno a ripetere che
quella Occidentale Moderna à la civiltà superiore, le possibilità di imboccare
nuovi sentieri anche da parte dei BRICS saranno poche.
Le alternative politiche ed economiche da abbracciare per “un altro mondo
possibile” sono infinite. “Pensare globale, agire locale” è stato il motto dei
movimenti altermondisti ed ecologisti di Seattle e del G8 di Genova. Oggi i
movimenti non usano più questo motto. Si può applicare la decrescita come
soluzione possibile per il benessere di tutti e della Natura?
Per realizzare una vera transizione ecologica attraverso la società della
decrescita, occorre avviare tre misure principali: la rilocalizzazione sistemica
delle attività utili già in atto tramite i i fenomeni dei neo-agricoltori,
neo-rurali, neo-artigiani; una riconversione progressiva delle attività
parassitarie come la pubblicità o nocive come il nucleare e l’industria delle
armi; e una riduzione programmata e significativa del tempo di lavoro. Il
socialismo ecologico e democratico si può realizzare solo attraverso il
localismo, come già sapevano Aristotele, Gandhi oppure Murray Bookchin,
fondatore del comunalismo (p.29) [4]. La mia maestra, l’ecologista svedese
Helena Norberg-Hodge, da anni parla della necessità di localizzare l’economia
ripartendo dalla riconnessione con la Natura attraverso una economia reale:
argomento su cui ha lanciato una campagna (The Real Economy) che sta avendo
molto successo. Riconvertire le attività produttive come l’agricoltura
industriale (fonte di cancro, intossicazioni e inquinamento) in agricoltura
biologica e di prossimità è un passo fondamentale per una vita sana e
conviviale.
Al contrario, il lavoro smart da casa, le innovazioni digitali di Uber, Airbnb e
Delivero fomentano la strumentalizzazione lavorativa più scandalosa che ricade
nel pantano del mondo-merce. Scrive Latouche: “Quello che viene definito il
management senza contatto diventa totale e completa sottomissione agli
algoritmi”[…]Anzi, le nuove tecnologie offrono al capitalismo nuovi mezzi per
rafforzare il proprio dominio sui lavoratori, evocando contemporaneamente la
minaccia della loro inutilità” (p.73)[4] .
Ciò che il progetto della decrescita chiede è immaginare e realizzare una uscita
della società del lavoro, della crescita, della speculazione e dell’avidità
verso una società in cui le attività senza fine economico, pubbliche e private,
sociali e personali, saranno prevalenti (p.77)[4]. Solo il recupero della cura,
dell’attenzione, dell’intuizione tipiche del femminile, possono condurci alla
“piena realizzazione armonica dell’umanità” all’interno dell’ecosfera, che è il
vero obiettivo del progetto della decrescita.
[1] “Il discorso tipico dello schiavo” è una splendida e “spietata” analisi del
2009 – di Silvano Agosti con Fabio Volo come intervistatore – sulle attuali
condizioni lavorative dell’uomo di oggi. Si tratta di una disamina verbale che
descrive molto bene l’uomo moderno che, al di là degli slogan di una civiltà
ormai ritenuta “libera”, è comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro
e di vita che gli tolgono non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, dei
perfetti “schiavi moderni del tempo e del lavoro”.
https://www.youtube.com/watch?v=KysoOofHmi8
[2] T. Terzani, La fine è il mio inizio, cit., p. 400 intergrato con brani
registrati del dialogo tra Terzani e Folco andati in onda su Rai 3, nel luglio
del 2006.Cfr. G.Germani, Tiziano Terzani la forza della verità, Punto di
Incontro 2015.
[3] Intervento di E. Del Giudice al convegno del 2014 su Biologia e Fisica
quantistica (online: www.youtube.com/watch?v=cz7NkgLJxC8).
https://digital-content-producer.webador.it/blog/1432030_il-pensiero-del-fisico-emilio-del-giudice-competizione-economica-e-benessere-umano
[4] Serge Latouche, Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto,
Bollati Boringhieri, 2023
Lorenzo Poli