Peppino Impastato — 9 maggio 1978
Ci sono morti che lo Stato vorrebbe far sembrare suicidi. Ci sono voci che il
potere vorrebbe far sembrare follia. Ci sono uomini che la mafia vorrebbe
cancellare dalla memoria come si cancella un nome da un elenco, come si smonta
un corpo su un binario e si chiama quella mattanza gesto disperato.
Peppino Impastato non si suicidò. Lo ammazzarono. Lo fecero a pezzi
letteralmente e poi provarono a ricomporre quei pezzi in una menzogna.
Nacque dentro la mafia come si nasce dentro una lingua che non hai scelto. Padre
mafioso. Parentele con i boss. Cinisi, provincia di Palermo, dove Cosa Nostra
non era un’organizzazione criminale ma l’aria stessa, il confine tra ciò che si
può dire e ciò che non si deve.
Peppino scelse di respirare diversamente.
A vent’anni ruppe con il padre. A ventidue fondò un circolo culturale. A
ventisette aprì i microfoni di Radio Aut e cominciò a fare la cosa più
pericolosa del mondo in una terra dove il potere si regge sul silenzio: ridere
dei mafiosi.
Chiamò Gaetano Badalamenti, il capo mandamento, l’intoccabile Tano Seduto. Lo
sbeffeggiò, lo smontò, lo ridicolizzò con quella satira feroce e gioiosa che è
la forma più alta di coraggio civile, perché chi viene deriso non può più far
paura allo stesso modo, non può più camminare con la stessa solennità sacra e
criminale.
Le sue trasmissioni le ascoltava tutto il paese. Ridevano. E ridendo, capivano.
Lo uccisero nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978. Quella stessa mattina, a
Roma, veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro in via Caetani.
L’Italia aveva gli occhi puntati altrove. La storia ufficiale aveva già deciso
cosa contava. E Peppino un ragazzo di trentadue anni, comunista, figlio di
nessuno e figlio di tutti scivolò per anni nell’ombra di quel giorno
enorme, come se anche nella morte qualcuno avesse voluto che non si vedesse, che
non si sentisse, che non disturbasse.
Prima dissero che si era fatto saltare da solo sui binari. Un suicidio. Un
pazzo. Un esaltato.
Ci vollero vent’anni, vent’anni di lotta tenace di sua madre Felicia, di suo
fratello Giovanni, dei compagni di Cinisi, del Centro Impastato per strappare
alla verità quello che le apparteneva: la condanna di Gaetano Badalamenti come
mandante, pronunciata definitivamente solo nel 2002. Vent’anni per dire in
un’aula di tribunale quello che tutti sapevano dal primo giorno.
Ma qui sta la ferita che non rimargina, il punto che non è solo storia ma è
politica, ancora, adesso: Peppino non fu ucciso solo dalla mafia. Fu ucciso
anche dal depistaggio. Da uomini delle istituzioni che orientarono le indagini
verso la pista del suicidio.
Da una macchina dello Stato che per omertà, per connivenza, per convenienza
scelse di non vedere, o peggio, scelse di guardare dall’altra parte con la
consapevolezza di chi sa esattamente dove non guardare.
La mafia non esiste nel vuoto. Prospera nell’intreccio. Nell’accordo non scritto
tra chi spara e chi poi archivia, tra chi ordina e chi poi insabbia, tra chi
uccide e chi poi chiama quell’assassinio con un altro nome.
Questo è il nodo che l’Italia non ha mai sciolto davvero. Questo è il motivo per
cui Peppino Impastato non è solo un martire della lotta alla mafia, ma è una
domanda ancora aperta sulla natura dello Stato, sui suoi confini, sui suoi
complici, sui suoi silenzi.
Oggi lo ricordiamo. Ma ricordare, senza capire, è solo nostalgia. Ricordare
senza rabbia è consolazione. Ricordare senza trarne conseguenze politiche è
trasformare un rivoluzionario in un santino, e i santini non fanno paura a
nessuno. Peppino faceva paura.
Per questo lo ammazzarono. Faceva paura perché usava le parole come
strumenti, perché credeva che la cultura fosse un atto politico, perché sapeva —
e lo gridava — che la mafia non è un folklore meridionale, non è una patologia
locale, è un sistema di potere che ha bisogno di alleati in alto per
sopravvivere in basso.
Il modo più onesto di onorarlo non è deporre fiori su una lapide. È continuare a
nominare i potenti con il loro nome vero. È non smettere di ridere di chi si
crede intoccabile. È pretendere che lo Stato faccia fino in fondo quello che
invece ha imparato così bene a non fare. È tenere accesi i microfoni anche
quando soprattutto quando qualcuno lavora nell’ombra per spegnerli.
Peppino Impastato, presente nelle nostre idee e nei nostri cuori. Finché ci sarà
qualcuno disposto a dire la verità ad alta voce, tu non sarai mai abbastanza
morto per loro.
Aurelio Angelini