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Il caso Fauci riguarda anche noi e Burioni lo sa. Seconda parte
Seconda parte dell’articolo pubblicato dal Dottor Eugenio Serravalle su ASSIS in merito al caso Fauci negli USA. La prima parte  si può leggere a questo link. I finanziamenti americani a Wuhan Un altro elemento è ormai documentato: fondi pubblici americani amministrati attraverso i National Institutes of Health e l’istituto diretto da Fauci arrivarono, attraverso EcoHealth Alliance, a ricerche sui coronavirus che coinvolgevano l’Istituto di Virologia di Wuhan. Questo non dimostra che gli Stati Uniti abbiano finanziato la creazione del SARS-CoV-2, né che gli esperimenti finanziati abbiano prodotto il virus responsabile della pandemia. Esiste però un problema indipendente dall’origine del Covid: quello dei controlli sulla ricerca riguardante virus potenzialmente pericolosi. Per anni la discussione si è impantanata nella definizione di gain of function, espressione utilizzata per alcune ricerche nelle quali vengono modificate determinate caratteristiche biologiche di un agente patogeno. La disputa terminologica ha finito talvolta per nascondere questioni molto più concrete: quali esperimenti venivano effettuati, quali rischi comportavano, quali misure di sicurezza erano previste e quanto efficacemente le istituzioni americane controllavano ricerche finanziate con denaro pubblico. Fauci dirigeva l’istituto coinvolto in quei finanziamenti. Non sarà stato personalmente responsabile di ogni progetto, ma deve rispondere del sistema di supervisione operante sotto la sua direzione. Il caso Morens A rendere più difficile liquidare queste indagini come semplice vendetta politica è anche la vicenda di David Morens, per anni consigliere di alto livello nell’ambiente professionale di Fauci. Nel corso delle indagini congressuali sono emerse sue comunicazioni nelle quali parlava dell’utilizzo di un account Gmail personale perché le comunicazioni sui sistemi governativi potevano essere richieste attraverso la legge americana sull’accesso agli atti. In altri messaggi discuteva della cancellazione di comunicazioni che non avrebbe voluto vedere pubblicate e faceva riferimento alla possibilità di trasmettere alcune informazioni a Fauci attraverso canali privati. Non abbiamo la prova che Fauci abbia partecipato a un sistema organizzato per sottrarre documenti al controllo pubblico, e sarebbe scorretto sostenerlo, ma quelle comunicazioni esistono e meritano una spiegazione. Nell’aprile 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha incriminato Morens con accuse che comprendono una presunta cospirazione contro gli Stati Uniti e l’occultamento, la distruzione o la falsificazione di documenti nell’ambito di indagini federali. Le accuse dovranno essere provate in tribunale e Morens è innocente fino a un’eventuale condanna. Fauci non è imputato in quel procedimento. Tuttavia, quando un collaboratore di alto livello viene accusato di avere occultato documenti relativi proprio ad alcune delle vicende sulle quali il suo superiore viene interrogato dal Congresso, verificare chi fosse a conoscenza di determinate pratiche e quale controllo venisse esercitato dai vertici non appare una richiesta irragionevole. Il silenzio di Fauci È dentro questa storia che assumono significato le oltre cento invocazioni del Quinto Emendamento. Sul piano giuridico Fauci può avere ottime ragioni per seguire il consiglio dei propri avvocati. Sul piano della fiducia pubblica l’effetto è diverso. Durante la pandemia ai cittadini è stato chiesto di fidarsi delle autorità sanitarie e di accettare, sulla base delle loro valutazioni, cambiamenti profondi nella vita quotidiana, nella scuola, nel lavoro, nelle relazioni sociali e nell’esercizio di alcune libertà personali. Fauci è stato uno dei simboli mondiali di quella richiesta di fiducia. Oggi è il momento di ricostruire ciò che avvenne, la disponibilità alla trasparenza dovrebbe essere proporzionata all’autorità esercitata allora. A rendere la situazione ancora più singolare c’è il provvedimento preventivo di clemenza concesso da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca. Anche questo non dimostra alcuna colpevolezza: Biden lo giustificò con il timore di procedimenti ritorsivi da parte della nuova amministrazione Trump. Resta una sequenza difficile da ignorare: uno dei funzionari più influenti della pandemia riceve un’ampia protezione preventiva dal presidente e, successivamente, convocato dal Congresso per rispondere su quegli anni, invoca ripetutamente il diritto a non autoincriminarsi. Burioni: «Se si mette male per Fauci, si mette male per tutti noi» Anche Roberto Burioni sta seguendo con preoccupazione la vicenda e vi è tornato più volte sul suo Substack. Il titolo di uno dei suoi ultimi interventi non lascia molti dubbi sulla sua posizione: «Per Fauci si sta mettendo male e questo significa che si mette male per tutti noi». Burioni prende spunto anche da un lungo articolo del Washington Post, costruito attraverso interviste ad amici, critici ed ex colleghi, che racconta quella che viene descritta come una delle settimane peggiori della carriera di Fauci. Lo stesso Fauci, attraverso un portavoce, ha rifiutato di commentare. Burioni ritiene che questa vicenda stia definendo in maniera decisiva i futuri rapporti tra scienza e politica e che finirà quindi per riguardare tutti noi. Credo che su questo abbia ragione, ma non necessariamente per gli stessi motivi. Fauci non viene interrogato perché nel 2020 ha sbagliato una previsione, le indagini riguardano finanziamenti pubblici, conflitti di interessi, ricerca sui coronavirus, rapporti con EcoHealth Alliance e Wuhan, comunicazioni interne, gestione di documenti governativi e informazioni disponibili nei primi mesi della pandemia. Confondere queste domande con un processo alla scienza significa attribuire a chi esercita un’autorità scientifica una sorta di immunità dal controllo democratico. Ed è proprio questa idea a preoccuparmi. Difendere l’autonomia della scienza non significa concedere a chi esercita un potere in suo nome il diritto di sottrarsi alla responsabilità delle proprie decisioni. Un ricercatore deve poter formulare un’ipotesi impopolare senza temere la politica. Il direttore di una grande istituzione pubblica deve però rendere conto dei finanziamenti amministrati, delle decisioni prese, dei sistemi di controllo e delle informazioni comunicate ai cittadini. Tutto il contrario rispetto allo slogan che Burioni ripete:” La scienza non è democratica”. La pandemia ha avuto conseguenze umane, sociali, educative ed economiche enormi. Ha portato governi democratici ad adottare limitazioni delle libertà personali che fino a pochi mesi prima sarebbero sembrate impensabili, ha modificato per anni la vita scolastica e sociale dei bambini e ha lasciato una frattura profonda nel rapporto tra cittadini e istituzioni sanitarie. Una storia di questa portata non può essere affidata soltanto alle memorie dei suoi protagonisti. Servono documenti, comunicazioni originali, verbali, dati, registri dei finanziamenti e protocolli di ricerca. Bisogna confrontare ciò che si sapeva privatamente con ciò che veniva detto pubblicamente, senza decidere prima quale debba essere il risultato dell’indagine. Se i documenti dimostreranno che le accuse più gravi rivolte a Fauci erano infondate, sarà necessario riconoscerlo. Se mostreranno omissioni, contraddizioni, errori nella supervisione o discrepanze rilevanti tra comunicazioni private e pubbliche, la sua enorme reputazione scientifica non potrà essere utilizzata come uno scudo. Burioni ha ragione quando sostiene che questa storia riguarda anche noi, perché il caso Fauci contribuirà probabilmente a definire il rapporto tra scienza, politica e cittadini dopo il Covid, ma la scelta non è tra proteggere gli scienziati e perseguitarli, perché una scienza autorevole non teme il controllo, non confonde la critica con l’ostilità e non chiede fiducia in virtù del prestigio di chi parla. Accetta che le proprie istituzioni siano esaminate con particolare rigore proprio perché enorme è il potere che possono esercitare sulla società. La scienza non ha bisogno di uomini intoccabili. Ha bisogno di ricercatori liberi, privi di conflitti di interessi, istituzioni trasparenti e persone che, quando hanno esercitato un grande potere pubblico, siano disposte a renderne conto. Se davvero “la scienza non è democratica”, allora almeno chi esercita potere in suo nome dovrebbe ricordare che la democrazia, invece, pretende risposte.   Anna Polo
August 16, 2026
Pressenza
Il caso Fauci riguarda anche noi, e Burioni lo sa
Proponiamo di seguito l’articolo pubblicato dal Dottor Eugenio Serravalle su ASSIS in merito al caso Fauci negli USA. Interessante è anche l’introduzione all’articolo che il dottore ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Roberto Burioni scrive che «se si mette male per Fauci, si mette male per tutti noi». Credo che abbia ragione, anche se probabilmente per ragioni diverse dalle sue. Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non dovrebbe interessarci perché qualcuno desidera vedere Anthony Fauci sul banco degli imputati. Non è questo il punto, e sarebbe altrettanto sbagliato trasformare un’indagine in una condanna anticipata. Mi interessa invece un’altra questione: possiamo davvero difendere l’autonomia della scienza sostenendo, contemporaneamente, che chi ha esercitato un enorme potere in suo nome debba essere protetto dal controllo pubblico? Durante la pandemia abbiamo assistito a una pericolosa sovrapposizione tra persone, istituzioni e “Scienza”. Contestare una decisione diventava facilmente un attacco alla scienza; chiedere documenti poteva essere interpretato come diffidenza; discutere un’ipotesi scientifica poteva trasformarsi in una questione di appartenenza. Oggi abbiamo l’occasione di fare qualcosa di molto più utile: ricostruire. Servono documenti, comunicazioni, registri dei finanziamenti, protocolli, verbali. Serve confrontare quello che si sapeva nelle stanze delle istituzioni con quello che veniva comunicato ai cittadini. Se le accuse rivolte a Fauci si riveleranno infondate, dovremo riconoscerlo. Se emergeranno omissioni, contraddizioni o errori nella supervisione, il prestigio scientifico non potrà sostituire le risposte. La scienza ha bisogno di libertà. La democrazia ha bisogno di responsabilità. Le due cose non sono nemiche.” La vicenda che si sta sviluppando negli Stati Uniti intorno ad Anthony Fauci va molto oltre il destino personale dell’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. Riguarda il rapporto tra scienza e potere, il modo in cui furono gestite informazioni e incertezze durante la pandemia e la responsabilità di chi, in quegli anni, occupava posizioni dalle quali poteva orientare decisioni destinate a incidere sulla vita di milioni di persone. Il 6 agosto la Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato americano ha votato, con una netta divisione tra repubblicani e democratici, per contestare a Fauci l’oltraggio al Congresso. Pochi giorni prima, convocato formalmente nell’ambito dell’indagine sulle origini del Covid-19, Fauci aveva invocato il Quinto Emendamento più di cento volte, rifiutandosi di rispondere alle domande sui finanziamenti americani alla ricerca sui coronavirus, sui rapporti con EcoHealth Alliance e con l’Istituto di Virologia di Wuhan e sulla gestione delle comunicazioni e dei documenti governativi. Il Quinto Emendamento protegge dal dover fornire dichiarazioni che possano contribuire alla propria incriminazione. Fauci aveva quindi il diritto di invocarlo se riteneva che le sue risposte potessero esporlo a conseguenze penali. Rand Paul, presidente repubblicano della commissione, sostiene invece che l’ampio provvedimento preventivo di clemenza concessogli da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca abbia sostanzialmente eliminato questo rischio. La questione è controversa e potrebbe finire davanti a un giudice: Fauci non è stato incriminato per i fatti sui quali è stato interrogato e appellarsi al Quinto Emendamento non equivale a confessare un reato. Anche la procedura utilizzata da Paul per trasmettere il caso direttamente al Dipartimento di Giustizia potrebbe essere contestata. Tutto vero, ma insufficiente a spiegare l’importanza di ciò che sta accadendo. Fauci non è un ricercatore qualunque trascinato davanti alla politica per avere espresso un’opinione sgradita. Ha diretto per quasi quarant’anni una delle più importanti istituzioni sanitarie americane, amministrando e orientando enormi programmi di ricerca, e durante la pandemia ha acquisito un’influenza che pochi funzionari pubblici hanno avuto nella storia recente. Per milioni di persone è diventato il volto della risposta scientifica alla Covid. Le sue parole venivano riprese in tutto il mondo e le sue valutazioni contribuivano a stabilire non soltanto quali politiche sanitarie adottare, ma anche quali posizioni dovessero essere considerate scientificamente accettabili. Per questo ha ricevuto onorificenze in molti paesi, compreso il nostro. Questa identificazione tra un uomo e “la scienza” è stata uno degli errori degli anni della pandemia. La scienza non è Fauci, non è un ministero e non è un’agenzia governativa. È un metodo fondato sul dubbio, sul confronto tra ipotesi, sulla verifica e sulla possibilità di correggersi. Le istituzioni scientifiche sono invece organizzazioni umane, con gerarchie, interessi professionali, finanziamenti, reputazioni da difendere e gli stessi meccanismi di autoprotezione che possiamo trovare in qualunque altra struttura di potere. Criticare chi dirige queste istituzioni non significa quindi attaccare la scienza. Può significare esattamente il contrario. I DIARI DI FAUCI Tra i documenti che stanno contribuendo a ricostruire i primi mesi della pandemia ci sono oltre mille pagine di annotazioni di Fauci, conservate sui computer governativi e successivamente recuperate dal Dipartimento della Salute americano. I diari non dimostrano che Fauci conoscesse l’origine di laboratorio del SARS-CoV-2 e non dimostrano che abbia mentito al pubblico. Sono interessanti perché permettono di seguire quasi in tempo reale ciò che pensava e discuteva mentre le informazioni sul nuovo virus cominciavano ad arrivare dalla Cina. Già il 26 gennaio 2020 Fauci annotava che i dati epidemiologici e genetici suggerivano che le prime infezioni fossero precedenti al focolaio del mercato di Wuhan e che quel mercato potesse essere stato soprattutto un luogo di amplificazione della diffusione. Nella stessa annotazione continuava a considerare probabile un’origine animale e poche settimane dopo espresse pubblicamente valutazioni simili. Altri documenti mostrano però che, nelle primissime settimane del 2020, la possibilità di un collegamento con un laboratorio veniva discussa seriamente tra scienziati e funzionari di alto livello. È un elemento che merita attenzione perché l’immagine pubblica che si consolidò successivamente fu assai diversa. L’ipotesi di una fuoriuscita accidentale da un laboratorio venne rapidamente associata, soprattutto nel dibattito mediatico e sui social, alle teorie complottiste. Ancora oggi non sappiamo con certezza quale sia stata l’origine del SARS-CoV-2 e non esiste una prova definitiva che smentisca la fuoriuscita dal laboratorio di Wuhan. Proprio per questo colpisce la rapidità con cui una possibilità discussa privatamente da scienziati autorevoli venne considerata pubblicamente quasi impronunciabile. Non si può rimproverare a Fauci di avere avuto dubbi nel gennaio 2020. Sarebbe assurdo. Si può invece chiedere se l’incertezza presente nelle discussioni interne sia stata rappresentata con la stessa chiarezza ai cittadini. L’ARTICOLO CHE CONTRIBUÌ A CHIUDERE IL DIBATTITO Una vicenda collegata riguarda The Proximal Origin of SARS-CoV-2, l’articolo pubblicato nel marzo 2020 su Nature Medicine che ebbe un’enorme influenza sulla discussione internazionale. Gli autori concludevano che le caratteristiche del virus non sostenevano l’ipotesi di una sua costruzione o manipolazione deliberata in laboratorio. Quel lavoro venne presto utilizzato anche per ridimensionare più in generale la possibilità di un incidente di laboratorio. Le comunicazioni private successivamente acquisite dal Congresso mostrano che, durante la preparazione dell’articolo, alcuni degli autori avevano dubbi e prendevano in considerazione scenari più articolati. Nuovi messaggi resi pubblici dalla commissione di Rand Paul hanno riacceso la discussione sui rapporti tra gli autori, i National Institutes of Health e altri apparati governativi. Bisogna essere prudenti nell’interpretarli: sono documenti pubblicati all’interno di un’indagine fortemente politicizzata e le conclusioni dei repubblicani non possono essere assunte automaticamente come fatti. Resta però legittimo ricostruire come si passò dai dubbi iniziali alle conclusioni pubblicate e verificare quanto pesarono le prove scientifiche e quanto, eventualmente, considerazioni istituzionali e reputazionali. Uno scienziato può cambiare idea, naturalmente, ma quando un articolo scientifico contribuisce a orientare il dibattito mondiale sull’origine di una pandemia, conoscere il percorso attraverso il quale si è arrivati alle sue conclusioni non è curiosità politica ma è parte della storia scientifica della pandemia. I FINANZIAMENTI AMERICANI A WUHAN Un altro elemento è ormai documentato: fondi pubblici americani amministrati attraverso i National Institutes of Health e l’istituto diretto da Fauci arrivarono, attraverso EcoHealth Alliance, a ricerche sui coronavirus che coinvolgevano l’Istituto di Virologia di Wuhan. Questo non dimostra che gli Stati Uniti abbiano finanziato la creazione del SARS-CoV-2, né che gli esperimenti finanziati abbiano prodotto il virus responsabile della pandemia. Esiste però un problema indipendente dall’origine del Covid: quello dei controlli sulla ricerca riguardante virus potenzialmente pericolosi. Per anni la discussione si è impantanata nella definizione di gain of function, espressione utilizzata per alcune ricerche nelle quali vengono modificate determinate caratteristiche biologiche di un agente patogeno. La disputa terminologica ha finito talvolta per nascondere questioni molto più concrete: quali esperimenti venivano effettuati, quali rischi comportavano, quali misure di sicurezza erano previste e quanto efficacemente le istituzioni americane controllavano ricerche finanziate con denaro pubblico. Fauci dirigeva l’istituto coinvolto in quei finanziamenti. Non sarà stato personalmente responsabile di ogni progetto, ma deve rispondere del sistema di supervisione operante sotto la sua direzione. IL CASO MORENS A rendere più difficile liquidare queste indagini come semplice vendetta politica è anche la vicenda di David Morens, per anni consigliere di alto livello nell’ambiente professionale di Fauci. Nel corso delle indagini congressuali sono emerse sue comunicazioni nelle quali parlava dell’utilizzo di un account Gmail personale perché le comunicazioni sui sistemi governativi potevano essere richieste attraverso la legge americana sull’accesso agli atti. In altri messaggi discuteva della cancellazione di comunicazioni che non avrebbe voluto vedere pubblicate e faceva riferimento alla possibilità di trasmettere alcune informazioni a Fauci attraverso canali privati. Non abbiamo la prova che Fauci abbia partecipato a un sistema organizzato per sottrarre documenti al controllo pubblico, e sarebbe scorretto sostenerlo, ma quelle comunicazioni esistono e meritano una spiegazione. Nell’aprile 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha incriminato Morens con accuse che comprendono una presunta cospirazione contro gli Stati Uniti e l’occultamento, la distruzione o la falsificazione di documenti nell’ambito di indagini federali. Le accuse dovranno essere provate in tribunale e Morens è innocente fino a un’eventuale condanna. Fauci non è imputato in quel procedimento. Tuttavia, quando un collaboratore di alto livello viene accusato di avere occultato documenti relativi proprio ad alcune delle vicende sulle quali il suo superiore viene interrogato dal Congresso, verificare chi fosse a conoscenza di determinate pratiche e quale controllo venisse esercitato dai vertici non appare una richiesta irragionevole. IL SILENZIO DI FAUCI È dentro questa storia che assumono significato le oltre cento invocazioni del Quinto Emendamento. Sul piano giuridico Fauci può avere ottime ragioni per seguire il consiglio dei propri avvocati. Sul piano della fiducia pubblica l’effetto è diverso. Durante la pandemia ai cittadini è stato chiesto di fidarsi delle autorità sanitarie e di accettare, sulla base delle loro valutazioni, cambiamenti profondi nella vita quotidiana, nella scuola, nel lavoro, nelle relazioni sociali e nell’esercizio di alcune libertà personali. Fauci è stato uno dei simboli mondiali di quella richiesta di fiducia. Oggi è il momento di ricostruire ciò che avvenne, la disponibilità alla trasparenza dovrebbe essere proporzionata all’autorità esercitata allora. A rendere la situazione ancora più singolare c’è il provvedimento preventivo di clemenza concesso da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca. Anche questo non dimostra alcuna colpevolezza: Biden lo giustificò con il timore di procedimenti ritorsivi da parte della nuova amministrazione Trump. Resta una sequenza difficile da ignorare: uno dei funzionari più influenti della pandemia riceve un’ampia protezione preventiva dal presidente e, successivamente, convocato dal Congresso per rispondere su quegli anni, invoca ripetutamente il diritto a non autoincriminarsi. BURIONI: «SE SI METTE MALE PER FAUCI, SI METTE MALE PER TUTTI NOI» Anche Roberto Burioni sta seguendo con preoccupazione la vicenda e vi è tornato più volte sul suo Substack. Il titolo di uno dei suoi ultimi interventi non lascia molti dubbi sulla sua posizione: «Per Fauci si sta mettendo male, e questo significa che si mette male per tutti noi». Burioni prende spunto anche da un lungo articolo del Washington Post, costruito attraverso interviste ad amici, critici ed ex colleghi, che racconta quella che viene descritta come una delle settimane peggiori della carriera di Fauci. Lo stesso Fauci, attraverso un portavoce, ha rifiutato di commentare. Burioni ritiene che questa vicenda stia definendo in maniera decisiva i futuri rapporti tra scienza e politica e che finirà quindi per riguardare tutti noi. Credo che su questo abbia ragione, ma non necessariamente per gli stessi motivi. Fauci non viene interrogato perché nel 2020 ha sbagliato una previsione, le indagini riguardano finanziamenti pubblici, conflitti di interessi, ricerca sui coronavirus, rapporti con EcoHealth Alliance e Wuhan, comunicazioni interne, gestione di documenti governativi e informazioni disponibili nei primi mesi della pandemia. Confondere queste domande con un processo alla scienza significa attribuire a chi esercita un’autorità scientifica una sorta di immunità dal controllo democratico. Ed è proprio questa idea a preoccuparmi. Difendere l’autonomia della scienza non significa concedere a chi esercita un potere in suo nome il diritto di sottrarsi alla responsabilità delle proprie decisioni. Un ricercatore deve poter formulare un’ipotesi impopolare senza temere la politica. Il direttore di una grande istituzione pubblica deve però rendere conto dei finanziamenti amministrati, delle decisioni prese, dei sistemi di controllo e delle informazioni comunicate ai cittadini. Tutto il contrario rispetto allo slogan che Burioni ripete:” La scienza non è democratica”. La pandemia ha avuto conseguenze umane, sociali, educative ed economiche enormi. Ha portato governi democratici ad adottare limitazioni delle libertà personali che fino a pochi mesi prima sarebbero sembrate impensabili, ha modificato per anni la vita scolastica e sociale dei bambini e ha lasciato una frattura profonda nel rapporto tra cittadini e istituzioni sanitarie. Una storia di questa portata non può essere affidata soltanto alle memorie dei suoi protagonisti. Servono documenti, comunicazioni originali, verbali, dati, registri dei finanziamenti e protocolli di ricerca. Bisogna confrontare ciò che si sapeva privatamente con ciò che veniva detto pubblicamente, senza decidere prima quale debba essere il risultato dell’indagine. Se i documenti dimostreranno che le accuse più gravi rivolte a Fauci erano infondate, sarà necessario riconoscerlo. Se mostreranno omissioni, contraddizioni, errori nella supervisione o discrepanze rilevanti tra comunicazioni private e pubbliche, la sua enorme reputazione scientifica non potrà essere utilizzata come uno scudo. Burioni ha ragione quando sostiene che questa storia riguarda anche noi, perché il caso Fauci contribuirà probabilmente a definire il rapporto tra scienza, politica e cittadini dopo il Covid. Ma la scelta non è tra proteggere gli scienziati e perseguitarli perché una scienza autorevole non teme il controllo, non confonde la critica con l’ostilità e non chiede fiducia in virtù del prestigio di chi parla. Accetta che le proprie istituzioni siano esaminate con particolare rigore proprio perché enorme è il potere che possono esercitare sulla società. La scienza non ha bisogno di uomini intoccabili. Ha bisogno di ricercatori liberi, privi di conflitti di interessi, istituzioni trasparenti e persone che, quando hanno esercitato un grande potere pubblico, siano disposte a renderne conto. Se davvero “la scienza non è democratica”, allora almeno chi esercita potere in suo nome dovrebbe ricordare che la democrazia, invece, pretende risposte. AsSIS
August 16, 2026
Pressenza
La grande inversione – Medicina, politica e democrazia
Che cosa è cambiato nella cultura della sinistra davanti alla medicina? Per anni la critica ai conflitti di interesse, alla medicalizzazione e al potere delle grandi industrie era considerata un patrimonio della cultura progressista. Dalla critica del potere alla fede nelle tecnocrazie sanitarie: come una parte della cultura progressista ha smarrito la lezione di Giulio Alfredo Maccacaro. INDICE * Il caso Fauci, la trasparenza e il controllo democratico * Maccacaro e la critica del potere medico * Medicalizzazione e prevenzione quaternaria * La grande inversione della cultura progressista * Obblighi vaccinali e polarizzazione morale * Green Pass, coercizione e consenso informato * Il significato politico della vicenda Fauci * La fiducia nella scienza richiede trasparenza * Recuperare la lezione di Maccacaro IL CASO FAUCI, LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEMOCRATICO Per decenni una parte della cultura progressista ha considerato la medicina uno dei terreni decisivi sui quali esercitare il controllo democratico del potere economico e istituzionale. Oggi, mentre il caso Fauci riporta al centro del dibattito la trasparenza, i conflitti di interesse e il rapporto sempre più stretto tra ricerca pubblica e industria privata, rimane ben poco di quella tradizione. Le vicende che coinvolgono Anthony Fauci negli Stati Uniti, con le commissioni parlamentari impegnate ad acquisire documenti, ricostruire finanziamenti federali, pubblicare corrispondenze private e interrogare uno dei protagonisti della gestione sanitaria della pandemia, dovrebbero interessare chiunque abbia ancora a cuore il delicato rapporto tra scienza, politica e democrazia. Non perché il destino personale o giudiziario dell’ex direttore del NIAID possa, da solo, modificare il giudizio storico sulla più grave crisi sanitaria globale dell’ultimo secolo, ma perché nessuna società che si definisca libera dovrebbe temere di conoscere le modalità, gli intrecci e le logiche attraverso cui furono assunte decisioni che incisero sulle libertà fondamentali, sull’economia, sulla scuola, sul lavoro e sulla salute di miliardi di persone. A provocare un profondo senso di smarrimento non è tanto il conflitto istituzionale che si sta svolgendo negli Stati Uniti, dove maggioranza e opposizione utilizzano inevitabilmente anche le commissioni d’inchiesta come terreno di scontro politico, quanto il silenzio ostinato di una parte molto ampia della sinistra italiana ed europea sul principio stesso della trasparenza. La pubblicazione degli atti, la ricostruzione dei flussi finanziari, l’analisi dei conflitti di interesse e il controllo parlamentare sulle istituzioni sanitarie avrebbero dovuto rappresentare il terreno naturale di una cultura politica che aveva fatto della critica ai poteri economici e istituzionali uno dei tratti più nobili della propria identità. È avvenuto l’opposto. La richiesta di conoscere, verificare e discutere è stata accolta con fastidio, squalificata come strumentalizzazione politica o archiviata come cedimento al complottismo, quasi che rivolgere domande al potere tecnoscientifico significasse indebolire la scienza anziché difenderne l’integrità e la credibilità pubblica. Sul ricorso di Fauci al Quinto Emendamento, cioè sulla scelta di non rispondere a domande le cui risposte avrebbero potuto essere utilizzate contro di lui in un procedimento penale, è calato un silenzio quasi totale. MACCACARO E LA CRITICA DEL POTERE MEDICO La portata di questa trasformazione si comprende meglio tornando alla lezione di Giulio Alfredo Maccacaro, non per celebrarlo con la retorica innocua delle commemorazioni, ma per utilizzare il suo pensiero come misura della distanza che separa la medicina democratica dalla cultura sanitaria oggi dominante. Maccacaro continua a essere ricordato come medico, epidemiologo e intellettuale impegnato, mentre viene progressivamente rimossa la parte più scomoda della sua eredità: la denuncia di una medicina divenuta strumento di controllo sociale e mezzo di espansione economica, dopo aver rinunciato alla propria autonomia e accettato che fossero il mercato, l’industria e gli apparati burocratici a definirne priorità, linguaggio e obiettivi. Aveva compreso, con sorprendente anticipo, che il pericolo maggiore per la medicina moderna non risiedeva soltanto nell’insufficienza delle cure, ma nella loro progressiva centralità ideologica. L’industria farmaceutica non andava giudicata ricorrendo alle categorie infantili del bene e del male, perché era e rimane un’impresa economica, tenuta a produrre utili, ampliare i mercati e accrescere il consumo dei propri prodotti. Il suo obiettivo strutturale non può coincidere con la riduzione della domanda di medicinali, con il miglioramento delle condizioni ambientali e lavorative o con la rimozione delle cause sociali della malattia, perché una società più sana, meno dipendente da trattamenti continuativi e maggiormente capace di prevenzione autonoma non rappresenta necessariamente il modello più redditizio. Per questa ragione Maccacaro considerava pericoloso attribuire all’industria un ruolo dominante nella definizione delle priorità sanitarie, nell’orientamento della ricerca, nella formazione dei medici e nella costruzione delle politiche pubbliche. MEDICALIZZAZIONE E PREVENZIONE QUATERNARIA La sua critica investiva il processo più vasto di medicalizzazione della società, destinato a modificare il modo stesso di interpretare la vita, la sofferenza e la normalità. Sotto la pressione di una ricerca sempre più dipendente dagli interessi economici, la salute cessava di essere un equilibrio dinamico, legato alle condizioni di vita, di lavoro, di alimentazione, di ambiente e di relazione, per trasformarsi in un mercato potenzialmente illimitato. Non più soltanto la malattia, ma anche i fattori di rischio, l’invecchiamento fisiologico, la fragilità emotiva, il disagio sociale, la stanchezza, il dolore, il lutto, la paura e molti passaggi naturali dell’esistenza potevano essere ricondotti entro categorie cliniche sempre più ampie, ciascuna accompagnata da controlli, protocolli, trattamenti, farmaci e nuovi profitti. La medicina smetteva così di occuparsi soltanto della cura e cominciava a trasformare ogni cittadino in un malato potenziale, sorvegliato lungo l’intero arco della vita attraverso parametri, soglie, screening, prescrizioni presentate come preventive e trattamenti destinati a durare indefinitamente. La prevenzione, che avrebbe dovuto agire sulle cause ambientali e sociali delle patologie, veniva ricondotta alla somministrazione anticipata di un prodotto, allargando il mercato sanitario senza modificare le condizioni che producono malattia. Non è un caso che, alcuni decenni dopo, il medico di famiglia belga Marc Jamoulle abbia elaborato il concetto di prevenzione quaternaria, definendolo come la necessità di proteggere le persone dagli eccessi della medicina stessa. L’idea è semplice quanto rivoluzionaria: non ogni fattore di rischio richiede un trattamento, non ogni alterazione di un parametro biologico rappresenta una malattia, non ogni possibilità di intervento costituisce un beneficio. Anche l’eccesso di diagnosi, screening, prescrizioni e terapie può produrre danni, e la prima responsabilità della medicina è evitare interventi inutili o sproporzionati. È lo stesso filo che attraversava il pensiero di Maccacaro: una medicina che perde il senso del limite rischia di trasformare la salute in un mercato e i cittadini in pazienti permanenti. Da questa trasformazione nasceva l’espropriazione della salute. Il cittadino perdeva la capacità di interpretare il proprio corpo, distinguere tra fisiologia e patologia e comprendere il peso degli stili di vita, delle relazioni, dell’ambiente e delle condizioni sociali, venendo educato a considerare ogni difficoltà biologica o esistenziale come un problema tecnico da affidare a uno specialista e, molto spesso, a una soluzione farmacologica. La risposta diventava verticale, iperspecialistica e dipendente da un apparato economico che traeva dalla medicalizzazione permanente la propria possibilità di crescita. La persona non veniva emancipata attraverso la conoscenza, ma resa più dipendente dall’autorità sanitaria, più fragile di fronte all’incertezza e meno capace di partecipare alle decisioni sul proprio corpo. Per decenni questa critica non appartenne a una minoranza eccentrica, ma costituì uno dei riferimenti più importanti della cultura progressista e della sinistra italiana. La denuncia dei conflitti di interesse, la diffidenza verso i rapporti opachi tra multinazionali, governi e autorità regolatorie, la richiesta di trasparenza, la difesa del consenso informato e la partecipazione dei cittadini alle scelte sanitarie erano elementi essenziali di un progetto politico che pretendeva di liberare la scienza dalla subordinazione agli interessi economici e dall’uso autoritario della competenza. La medicina democratica non voleva sostituire un’autorità con un’altra, ma ridurre la distanza tra chi decideva e chi subiva le conseguenze di quelle decisioni. LA GRANDE INVERSIONE DELLA CULTURA PROGRESSISTA Negli ultimi anni questo patrimonio si è dissolto con una rapidità impressionante. La pandemia non si è limitata a imporre scelte difficili in una condizione di emergenza, ma ha reso visibile una metamorfosi politica già iniziata da tempo. Una parte maggioritaria della sinistra istituzionale e intellettuale ha guardato alle grandi organizzazioni sanitarie internazionali, alle agenzie regolatorie e alle multinazionali farmaceutiche con una deferenza che avrebbe giudicato inaccettabile se fosse stata rivolta a un gruppo bancario, a un’industria petrolifera, a una corporation militare o a qualsiasi altro centro di potere economico. Il linguaggio della critica sociale è stato sostituito dal lessico della fiducia. La parola “precauzione”, per decenni vessillo della cultura ambientalista e della sinistra di fronte agli interessi industriali, cambiò improvvisamente significato. Non venne più invocata per chiedere maggiore prudenza verso nuovi prodotti sanitari o nuove tecnologie, ma per giustificarne l’adozione rapida, mentre chi domandava dati più solidi veniva accusato di ostacolare la salute pubblica. La trasparenza diventò un fastidio, i conflitti di interesse una conseguenza inevitabile della collaborazione pubblico-privato, il dissenso scientifico una minaccia da contenere. La richiesta di accesso ai dati, di confronto tra ipotesi differenti e di valutazione rigorosa del rapporto tra rischi e benefici venne interpretata come irresponsabilità, ignoranza o sabotaggio della salute collettiva. La sinistra che aveva insegnato a diffidare di ogni autorità incontrollata cominciò a presentare l’obbedienza alle autorità sanitarie come una virtù civile, rinunciando a distinguere la fiducia nella scienza dalla deferenza verso le istituzioni che pretendevano di rappresentarla. La legge 119 del 2017 aveva già mostrato con chiarezza questa trasformazione. L’introduzione di un sistema esteso di obblighi vaccinali pediatrici avrebbe richiesto, proprio da parte di una cultura politica attenta ai diritti e alla proporzionalità delle misure, una discussione rigorosa sulla diversa funzione epidemiologica dei vaccini, sulla capacità di ridurre la trasmissione delle singole malattie, sul rapporto tra beneficio individuale e collettivo, sulle sanzioni, sull’esclusione dai servizi educativi e sulla necessità di sottoporre periodicamente l’impianto normativo a verifica parlamentare. Le vaccinazioni comprese nella legge non sono epidemiologicamente sovrapponibili: alcune contribuiscono alla riduzione della circolazione dell’agente infettivo, altre proteggono prevalentemente il soggetto vaccinato, mentre il tetano non si trasmette da persona a persona. Un regime obbligatorio unico applicato a interventi tanto diversi avrebbe dovuto suscitare proprio nella sinistra una riflessione particolarmente esigente sul fondamento scientifico e giuridico della coercizione. OBBLIGHI VACCINALI E POLARIZZAZIONE MORALE Quel confronto venne quasi immediatamente soffocato dalla polarizzazione morale. La discussione non oppose interpretazioni scientifiche e giuridiche differenti, ma cittadini responsabili e irresponsabili, progressisti e oscurantisti, amici e nemici della scienza, vaccinati e non vaccinati. La complessità fu sostituita dalla classificazione delle persone, mentre le domande sul rapporto tra corpo, libertà, interesse collettivo e trasparenza dei dati venivano considerate sospette prima ancora di essere ascoltate. Durante la pandemia lo stesso schema assunse dimensioni infinitamente maggiori. Il Green Pass venne trasformato da strumento sanitario in dispositivo di accesso al lavoro, ai trasporti e alla vita sociale; gli obblighi vaccinali furono imposti a intere categorie professionali con la sospensione dal lavoro e dallo stipendio; medici e ricercatori che esprimevano dubbi sulla proporzionalità delle misure, sulla durata della protezione, sulla capacità dei vaccini di impedire la trasmissione o sul rapporto rischio-beneficio nelle diverse fasce di età furono ricondotti alla categoria indistinta dei “no-vax”, cancellando curricula, competenze e argomentazioni. Una parte consistente della sinistra non si limitò a sostenere quelle politiche, ma contribuì a costruire il linguaggio punitivo che le accompagnò, accettando l’emarginazione sociale e professionale di una minoranza con un entusiasmo difficilmente conciliabile con la propria storia. GREEN PASS, COERCIZIONE E CONSENSO INFORMATO La cultura politica che aveva fatto della difesa delle minoranze uno dei propri principi fondativi si mostrò insofferente verso cittadini, lavoratori e professionisti che chiedevano di discutere la proporzionalità di misure destinate a incidere sul corpo e sulla libertà personale. La tradizione che aveva contestato il paternalismo medico finì per sostenere una delle sue espressioni più radicali, mentre il consenso informato veniva svuotato del proprio significato e ridotto all’accettazione di una scelta resa obbligatoria attraverso la privazione del lavoro, del reddito e della partecipazione sociale. La buona fede di chi adottò o sostenne quelle decisioni non cancella la gravità del rovesciamento culturale. L’emergenza può spiegare l’errore, ma non giustifica la rinuncia permanente agli strumenti della democrazia. Proprio nei momenti di maggiore paura sarebbe stato necessario esigere più trasparenza, discussione e controllo; prevalse invece la convinzione che il dissenso dovesse essere compresso per non indebolire la risposta collettiva. La tutela della salute divenne il terreno sul quale rendere accettabili limitazioni che, in qualsiasi altro ambito, la sinistra avrebbe denunciato come autoritarie. La vicenda di Anthony Fauci acquista dentro questo quadro un significato che supera largamente la biografia del medico americano. Quando emergono email, finanziamenti, collaborazioni tra istituzioni pubbliche e soggetti privati, ricerche condotte in laboratori stranieri e decisioni sanitarie presentate al mondo come indiscutibili, una cultura ancora fedele alla propria tradizione dovrebbe pretendere di conoscere ogni dettaglio: la pubblicazione integrale dei documenti, la tracciabilità dei finanziamenti, l’indipendenza delle commissioni e l’accertamento di ogni eventuale responsabilità. Invece prevalgono il silenzio, l’imbarazzo o il tentativo di ridurre tutto a vendetta politica, come se il controllo parlamentare fosse diventato illegittimo nel momento in cui riguarda figure celebrate dal sistema scientifico e mediatico. IL SIGNIFICATO POLITICO DELLA VICENDA FAUCI La trasparenza non è una concessione benevola del potere tecnocratico, ma la condizione che rende possibile la fiducia. Quando i contratti di acquisto rimangono coperti da clausole di riservatezza, i conflitti di interesse dei consulenti vengono minimizzati, le decisioni vengono giustificate con formule d’autorità e le istituzioni reagiscono alle domande classificandole come disinformazione, non difendono la scienza: consumano la fiducia sulla quale la scienza pubblica dovrebbe reggersi. LA FIDUCIA NELLA SCIENZA RICHIEDE TRASPARENZA La perdita più grave della sinistra contemporanea non consiste nell’avere sostenuto un vaccino, un farmaco o una misura emergenziale. Le scelte possono cambiare e devono essere riviste quando cambiano le prove. La frattura riguarda il metodo: l’abbandono della critica al potere economico, la rinuncia a esaminare i conflitti di interesse, l’accettazione della coercizione come strumento ordinario di politica sanitaria e la sostituzione della partecipazione con l’obbedienza. È la rinuncia a quella cultura che aveva insegnato a non confondere la medicina con il mercato, la scienza con l’autorità e la tutela della salute con la disponibilità illimitata del corpo dei cittadini. Maccacaro continua a essere celebrato, citato e ricordato, ma la parte più viva del suo pensiero è stata neutralizzata. È diventato un’icona innocua di una medicina democratica che molti omaggiano proprio mentre sostengono un modello fondato sulla centralizzazione delle decisioni, sulla dipendenza dall’industria e sulla medicalizzazione crescente della vita. Non è una marginale incoerenza storiografica, ma una perdita politica che priva la democrazia di uno dei suoi più importanti strumenti di difesa. RECUPERARE LA LEZIONE DI MACCACARO Recuperare la lezione di Maccacaro, pretendere trasparenza sul caso Fauci e interrogare ogni intreccio tra potere economico e salute pubblica significa restituire alla medicina la libertà che perde quando diventa funzione del mercato, alla politica la dignità che abbandona quando rinuncia al controllo e ai cittadini il diritto di non essere trattati come destinatari passivi di decisioni assunte altrove. Oggi il potere utilizza sempre più spesso la scienza e la sanità per costruire una società più medicalizzata, più sorvegliata e meno libera, con la complicità politica di chi aveva promesso di contrastare proprio questa deriva e ha finito, invece, per diventarne uno dei più zelanti custodi.   Riferimenti bibliografici * Giulio A. Maccacaro, Per una medicina da rinnovare, Feltrinelli. * Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute. * Marc Jamoulle, Quaternary Prevention: First, Do No Harm. * Giovanni Berlinguer, La salute. Lorenzo Tomatis, Il fuoriuscito. AsSIS
August 7, 2026
Pressenza
Influenza aviaria, vaccini e allevamenti intensivi: cosa credete di aver mangiato finora?
UN’ANALISI SCIENTIFICA TRA BIOTECNOLOGIE, NORME EUROPEE E MODELLI PRODUTTIVI Quella carne di pollo o di tacchino che trovate al supermercato a buon prezzo, magari in offerta speciale a pochi euro al chilo, nasconde una realtà che va ben oltre la bella confezione plastificata. Proviene da allevamenti intensivi dove migliaia di animali vivono stipati in pochissimo spazio, nutriti con mangimi OGM — perché in Europa l’uso di soia e mais transgenici è la norma per i mangimi industriali (EU feed protein balance), anche se la legge esenta la carne finale dall’obbligo di etichettatura — e sottoposti a protocolli sanitari intensivi. Lasciamola perdere, ma non per le ragioni “fantascientifiche” o per i complotti che si leggono sui social, facciamo chiarezza evitando il terrorismo mediatico e analizzando i dati scientifici reali, come abbiamo iniziato a fare nell’articolo precedente (clicca qui). 1. I TRATTAMENTI ABITUALI NEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI Nelle grandi filiere industriali, le condizioni ambientali di altissima densità rendono la diffusione di virus e batteri un rischio costante e catastrofico. Per questa ragione, la vita di un tacchino, di un pollo da carne (broiler) o di una gallina ovaiola è scandita da un protocollo sanitario serrato fin dai primissimi giorni di vita. Ecco quali sono i trattamenti e le vaccinazioni di routine a cui sono sottoposti gli animali per evitare epidemie di massa, tra i quali figurano veri e propri vaccini OGM (vivi ricombinanti a vettore virale): * Malattia di Newcastle (Pseudo-peste aviare): Una profilassi applicata a tappeto. Spesso si utilizzano vaccini vivi ricombinanti OGM che impiegano l’Herpesvirus del Tacchino (HVT) come vettore, ingegnerizzato inserendo nel suo genoma il DNA del gene F del virus della Newcastle. Viene somministrato direttamente in incubatoio (in ovo a 18-19 giorni di incubazione o al primo giorno di vita per via sottocutanea). * Malattia di Gumboro (IBD): Colpisce il sistema immunitario dei pulcini. Si previene precocemente con vaccini biotecnologici OGM (vettori HVT modificati in laboratorio per esprimere la proteina virale VP2 dell’IBD, come i prodotti Vaxxitek HVT+IBD, Vectormune HVT-IBD o Innovax-IBD). * Laringotracheite Infettiva (ILT): Un’altra grave infezione respiratoria gestita anch’essa attraverso vaccini vettoriali ricombinanti OGM, generalmente basati su piattaforme HVT o fowlpox (vaiolo aviario) ingegnerizzate. * Bronchite Infettiva (IB): Una patologia respiratoria altamente contagiosa nei capannoni affollati. In questo caso viene contrastata regolarmente tramite vaccini classici (vivi attenuati non ingegnerizzati), somministrati in forma di spray collettivo in incubatoio o nei primi giorni di allevamento. Trattamenti Antibiotici: sebbene l’Unione Europea abbia vietato l’uso di antibiotici come promotori della crescita dal 2006, negli allevamenti intensivi il ricorso agli antimicrobici rimane frequente per scopi terapeutici o metafilattici (trattamento dell’intero gruppo quando si ammala un numero limitato di capi), a causa della facilità con cui le infezioni batteriche si propagano nei grandi gruppi. 2. LA TECNOLOGIA DEI VACCINI CONTRO L’INFLUENZA AVIARIA Il caso dell’Influenza Aviaria: in alcuni allevamenti intensivi ad alto rischio nelle zone di Verona e Mantova è stato avviato un progetto pilota che prevede un ciclo in due dosi: una prima immunizzazione in incubatoio con un vaccino ricombinante OGM (HVT-H5) e un successivo richiamo (booster) con un vaccino inattivato a subunità proteica. Sono quindi due tipi di vaccini differenti: 1. Vaccino vettoriale virale ricombinante (HVT-H5): Utilizza come base l’Herpesvirus del Tacchino (HVT), modificato geneticamente per esprimere la proteina H5 dell’influenza aviaria. Si tratta di un vaccino vivo ricombinante a vettore virale, non a RNA. 2. Vaccino inattivato a subunità (H5): Contiene esclusivamente la proteina purificata dell’emoagglutinina H5, senza la presenza del virus influenzale intero e replicante. Di conseguenza, anche questo non ha alcuna relazione con la tecnologia a RNA. Chiariamo subito la questione principale: i vaccini contro l’influenza aviaria dei polli e dei tacchini sono vaccini genici a RNA? NO. Nel progetto pilota italiano non vengono utilizzati vaccini a RNA o mRNA. I prodotti impiegati appartengono alla tecnologia dei vettori virali ricombinanti o dei vaccini inattivati a subunità, e non prevedono l’inoculo di molecole di RNA destinate a essere tradotte dalle cellule dell’animale. Sebbene l’EMA (il Comitato per i Medicinali Veterinari dell’Agenzia Europea dei Medicinali) abbia avviato consultazioni e pubblicato linee guida sugli aspetti qualitativi dei vaccini a mRNA per uso veterinario, tali linee guida servono unicamente a definire i requisiti regolatori per future domande di autorizzazione; non equivalgono affatto a un’autorizzazione generale al loro utilizzo negli animali da reddito. Ad oggi comunque non esiste alcun vaccino a mRNA autorizzato per animali da reddito in Italia. Sono OGM? SÌ e NO (dipende dall’elemento considerato): SÌ per il vaccino in sé: il vaccino vettoriale (HVT-H5) contiene un Herpesvirus del Tacchino vivo che è stato modificato geneticamente in laboratorio per esprimere l’antigene dell’influenza. Di conseguenza, il principio attivo del vaccino rientra pienamente nella definizione biologica e legale di OGM. Va tuttavia chiarito che secondo la normativa sui mangimi e alimenti, il vaccino non è considerato un OGM alimentare, ma un medicinale biotecnologico (Reg. 726/2004). NO per l’animale e l’alimento: L’animale vaccinato non subisce alcuna alterazione stabile o integrazione del proprio patrimonio genetico, quindi il pollo o il tacchino non diventano OGM. Di riflesso, i prodotti alimentari derivati (carne e uova) non sono considerati alimenti OGM e non richiedono alcuna etichettatura specifica secondo i regolamenti europei e l’animale trattato con vaccino OGM non rientra nemmeno nella definizione di “prodotto ottenuto con OGM” secondo la DG SANCO (Nota 2003). 3. LA CLASSIFICAZIONE OGM E L’IMPATTO SUGLI ALIMENTI Secondo la definizione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un Organismo Geneticamente Modificato (OGM) è un organismo (pianta, animale o microrganismo) il cui materiale genetico (DNA) è stato alterato attraverso la “biotecnologia moderna” o “ingegneria genetica”, consentendo il trasferimento di singoli geni selezionati anche tra specie non correlate. Applicando questi criteri ai vaccini avicoli, possiamo fare una distinzione netta: Il vaccino è un OGM: poiché il vaccino vettoriale HVT-H5 contiene un virus vivo modificato geneticamente per esprimere l’antigene H5, il vettore virale in sé rientra nella definizione di OGM. L’animale vaccinato NON diventa un OGM: La vaccinazione non modifica in alcun modo il genoma del pollo o del tacchino in modo stabile. Da questa distinzione deriva la regolamentazione sui prodotti alimentari (carne o uova) derivati da questi animali. Le linee guida internazionali (FAO, OMS, Codex Alimentarius) e le normative dell’Unione Europea definiscono come “alimenti OGM” (o derivati da biotecnologie moderne) solo quei prodotti che contengono, consistono o derivano direttamente da un organismo geneticamente modificato. Il caso di un animale trattato con un vaccino a vettore OGM ricade invece nella categoria dei prodotti ottenuti “con l’impiego di” OGM. Di conseguenza, l’alimento finale non viene classificato come OGM, poiché non contiene microrganismi modificati né il suo genoma è stato alterato. Esiste una marcata differenza legislativa tra gli alimenti prodotti da OGM e quelli prodotti con l’ausilio di OGM. I regolamenti europei di riferimento (Reg. CE 1829/2003 e Reg. CE 1830/2003) impongono l’obbligo tassativo di tracciabilità ed etichettatura per tutti i prodotti e i mangimi che contengono, consistono o sono prodotti a partire da OGM (con una tolleranza dello 0,9% per mangimi ed alimenti solo in caso di presenza accidentale o tecnicamente inevitabile). Tuttavia, lo stesso Regolamento 1829/2003 esenta da tale obbligo una fetta importante della filiera agroalimentare: Soia OGM nel mangime ──> Il MANGIME deve obbligatoriamente indicare “OGM” in etichetta Pollo nutrito con quel mangime ──> CARNE e UOVA NON devono essere etichettati OGM Allo stesso modo, se un animale viene sottoposto a profilassi vaccinali che includono vettori OGM (come il vaccino HVT-H5), i prodotti alimentari derivati non diventano legalmente “alimenti OGM” e non sono soggetti ad alcun obbligo di dichiarazione in etichetta. Poiché la normativa europea non impone di specificare se un animale sia stato alimentato con mangimi transgenici o trattato con farmaci biotecnologici, l’uso di diciture pubblicitarie come “Senza OGM” o “Non alimentato con OGM”rientra esclusivamente nei claim volontari. I produttori che scelgono di inserire tali claim devono poterne dimostrare la fondatezza lungo tutta la filiera produttiva, avvalendosi di disciplinari interni, sistemi rigidi di segregazione delle materie prime, procedure di autocontrollo e certificazioni di filiera rilasciate da enti terzi privati. Sono, ovviamente, i prodotti che preferiamo e utilizziamo, e che vorremmo avessero la massima diffusione e visibilità. 4. IL MODELLO INTENSIVO E I FAKE-ALLARMISMI DEL WEB Questo massiccio ricorso alla chimica e alle biotecnologie non deve essere usato per fare terrorismo psicologico o per diffondere la falsa notizia che “mangiamo carne trattata con vaccini genici”. Il vero problema è sistemico, ecologico e di biosicurezza. L’esigenza di ricorrere a piani vaccinali così serrati e complessi negli allevamenti avicoli è la diretta conseguenza di un modello industriale intensivo che, per l’elevatissima densità di capi e le condizioni ambientali di stabulazione, crea un terreno epidemiologico estremamente fragile. In contesti simili, la circolazione virale trova praterie biologiche che rendono la profilassi l’unica barriera rimasta per evitare abbattimenti di massa e disastri economici. Per uscire dal circolo vizioso delle emergenze sanitarie e della dipendenza da profilassi biotecnologiche di massa, non possiamo limitarci a correggere il tiro: dobbiamo cambiare prospettive. Il modello biologico non deve essere un lusso per pochi, ma l’unico orizzonte scientificamente sostenibile per la salute animale e umana. Tuttavia, occorre essere intellettualmente onesti: non è possibile produrre carne con standard biologici per i volumi di consumo attuali. Il modello intensivo esiste solo per soddisfare una domanda globale di proteine animali a basso costo e ad alta frequenza. Passare al biologico significa, inevitabilmente, ridurre drasticamente il consumo individuale di carne, trasformandola da bene di consumo quotidiano e seriale a alimento di alta qualità, consumato con consapevolezza e misura. Solo attraverso un ritorno a pratiche rispettose della biologia animale possiamo ricostruire una barriera protettiva di salute integrata, riducendo alla radice la necessità di interventi farmacologici e garantendo una reale robustezza biologica: * Riduzione della densità animale: gli allevamenti intensivi aumentano il rischio epidemiologico. Ridurre il numero di capi per metro quadrato è la prima e più potente misura di biosicurezza, poiché interrompe la catena di trasmissione rapida dei patogeni. * Accesso all’aperto e luce solare: Il contatto con l’ambiente esterno, l’aria pulita e la radiazione solare non sono “comfort” estetici, ma requisiti biologici che attivano le difese immunitarie intrinseche, rendendo gli animali meno suscettibili alle infezioni. * Rispetto dei ritmi naturali di crescita: La zootecnia industriale forza la crescita degli animali (specialmente dei polli broiler) in tempi brevissimi, portando l’organismo al collasso metabolico. Rispettare i tempi fisiologici significa allevare animali strutturalmente sani e capaci di una risposta immunitaria autonoma. * Sostegno alla biodiversità delle razze: L’industria punta su pochissimi ibridi standardizzati, geneticamente identici e quindi tutti ugualmente vulnerabili agli stessi virus. Recuperare le razze locali e la diversità genetica significa creare una “difesa biologica” naturale contro le pandemie animali. In questi giorni il web è letteralmente invaso da false affermazioni sui vaccini genici e OGM, create ad arte per incutere paura, strappare qualche like o soddisfare un ego tracimante ma drammaticamente poco informato. Questo sciacallaggio digitale è il peggior nemico del cambiamento: lanciare allarmi infondati non fa altro che screditare le critiche legittime contro il sistema industriale. Non si difende la salute pubblica, del consumatore e del benessere animale urlando bufale su tecnologie inesistenti (come i vaccini a RNA nei polli), ma: * Analizzando con dati scientifici trasparenti e rigorosi i profili regolatori e le tecnologie reali, senza filtri ideologici, mistificazioni o asimmetrie informative. * Promuovendo un modello dove l’animale non sia una macchina da produzione, ma un essere vivente integrato in un ecosistema. La risposta di lungo periodo non è un nuovo vaccino o un nuovo antibiotico, ma una scelta di civiltà: mangiare meno carne, ma che sia carne sana, biologica e rispettosa della vita. AsSIS
June 5, 2026
Pressenza
Scompare l’antitetanica: la salute sacrificata alle logiche di mercato
Eliminato il vaccino monovalente, resta l’obbligo di accettare soluzioni combinate: meno scelta, più imposizione Non è un’indiscrezione, non è un complotto, è una manovra di mercato scritta nero su bianco, eseguita con la freddezza di chi considera i pazienti non come persone, ma come numeri di serie su una catena di montaggio. Il vaccino antitetanico monovalente (IMOVAX TETANO) sparirà dall’Italia entro il 2026. Non lo tolgono perché non funziona, lo tolgono perché non rende abbastanza. E la cosa più insopportabile è la spocchia con cui questa decisione viene servita al pubblico. Si sono dotati di un alibi, la “Scienza” è usata come scudo.  L’azienda produttrice ha il coraggio di dichiarare che il vaccino è sicuro, efficace e privo di difetti qualitativi, ma lo ritira comunque. Perché? Per “allineamento alle raccomandazioni”. Siamo davanti a un esercizio di ipocrisia senza precedenti: usano il prestigio della scienza per nascondere una banale operazione di upselling. L’upselling è quella tecnica commerciale in cui un venditore sprona il cliente ad acquistare una versione più costosa, sofisticata o “premium” del prodotto che intendeva comprare inizialmente. E’come se un concessionario smettesse di venderti un pezzo di ricambio perché “la scienza consiglia l’acquisto dell’intera auto“. Vogliono venderti tre vaccini al prezzo di uno, e ti dicono che lo fanno per il tuo bene. La logica è tanto semplice quanto spietata: * Produrre un vaccino singolo costa e frammenta il mercato. * Vendere il pacchetto “3 in 1” (Difterite-Tetano-Pertosse) semplifica la logica industriale e massimizza i profitti per singola iniezione. Nessun supermercato arriva a tanto. Ma la salute non è un menu fisso dove non puoi cambiare il contorno. Questa è un’offesa alla libertà terapeutica, l’arroganza della ditta sta nel decidere, unilateralmente, che le tue esigenze cliniche specifiche sono meno importanti della loro ottimizzazione dei costi. Se hai bisogno solo del tetano, ti becchi anche il resto, prendere o lasciare. Decidono loro cosa deve entrarti in corpo. La manovra è meschina: in Italia, la vaccinazione antitetanica è obbligatoria per tantissime categorie di lavoratori. Togliendo il monovalente, la ditta (col silenzio assenso delle istituzioni) mette milioni di persone in trappola: 1. La Legge ti obbliga a proteggerti dal tetano. 2. La Ditta ti toglie l’unico strumento mirato per farlo. 3. Il Risultato: sei costretto a subire somministrazioni superflue di antigeni contro malattie che non ti riguardano o per cui sei già protetto, solo per poter lavorare. È una coercizione sanitaria indiretta alimentata dall’avidità. Un lavoratore che chiede solo di essere in regola con la sicurezza sul lavoro diventa l’ostaggio di un consiglio di amministrazione che vuole pompare i margini di guadagno. L’arroganza si trasforma in ridicolo quando guardiamo oltre il confine: in Germania, Svizzera, Polonia e Paesi Bassi, per esempio, la “scienza” (che dovrebbe essere universale) permette ancora l’uso del monovalente. Perché lì sì e qui no? Forse perché all’estero i cittadini non accettano di essere trattati come consumatori passivi? La soluzione proposta è un insulto: “Potete sempre importarlo dall’estero”. Quindi, lo Stato e l’azienda distruggono la distribuzione interna per poi costringerti a implorare un farmaco tramite procedure burocratiche estenuanti. È disorganizzazione spacciata per razionalizzazione. Se oggi accettiamo che una multinazionale possa decidere di eliminare un farmaco essenziale e mirato solo per spingere versioni “multitasking” più redditizie, abbiamo rinunciato al concetto stesso di medicina. Domani ci toglieranno altre opzioni: ci abitueranno a protocolli standardizzati dove il parere del medico e la volontà del paziente contano zero di fronte ai grafici di vendita. La salute dei cittadini è trattata come la gestione del bestiame: meno scelta, più profitti. Non è progresso, è un ritorno al medioevo dei diritti. Difendere il vaccino monovalente è una battaglia per la dignità umana contro l’arroganza di chi vuole decidere cosa deve scorrere nelle nostre vene in base al prezzo delle azioni in borsa. Basta maschere, questa non è scienza, è solo business sulla nostra pelle. AsSIS
May 9, 2026
Pressenza