La grande inversione – Medicina, politica e democraziaChe cosa è cambiato nella cultura della sinistra davanti alla medicina? Per anni
la critica ai conflitti di interesse, alla medicalizzazione e al potere delle
grandi industrie era considerata un patrimonio della cultura progressista. Dalla
critica del potere alla fede nelle tecnocrazie sanitarie: come una parte della
cultura progressista ha smarrito la lezione di Giulio Alfredo Maccacaro.
INDICE
* Il caso Fauci, la trasparenza e il controllo democratico
* Maccacaro e la critica del potere medico
* Medicalizzazione e prevenzione quaternaria
* La grande inversione della cultura progressista
* Obblighi vaccinali e polarizzazione morale
* Green Pass, coercizione e consenso informato
* Il significato politico della vicenda Fauci
* La fiducia nella scienza richiede trasparenza
* Recuperare la lezione di Maccacaro
IL CASO FAUCI, LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEMOCRATICO
Per decenni una parte della cultura progressista ha considerato la medicina uno
dei terreni decisivi sui quali esercitare il controllo democratico del potere
economico e istituzionale. Oggi, mentre il caso Fauci riporta al centro del
dibattito la trasparenza, i conflitti di interesse e il rapporto sempre più
stretto tra ricerca pubblica e industria privata, rimane ben poco di quella
tradizione.
Le vicende che coinvolgono Anthony Fauci negli Stati Uniti, con le commissioni
parlamentari impegnate ad acquisire documenti, ricostruire finanziamenti
federali, pubblicare corrispondenze private e interrogare uno dei protagonisti
della gestione sanitaria della pandemia, dovrebbero interessare chiunque abbia
ancora a cuore il delicato rapporto tra scienza, politica e democrazia. Non
perché il destino personale o giudiziario dell’ex direttore del NIAID possa, da
solo, modificare il giudizio storico sulla più grave crisi sanitaria globale
dell’ultimo secolo, ma perché nessuna società che si definisca libera dovrebbe
temere di conoscere le modalità, gli intrecci e le logiche attraverso cui furono
assunte decisioni che incisero sulle libertà fondamentali, sull’economia, sulla
scuola, sul lavoro e sulla salute di miliardi di persone.
A provocare un profondo senso di smarrimento non è tanto il conflitto
istituzionale che si sta svolgendo negli Stati Uniti, dove maggioranza e
opposizione utilizzano inevitabilmente anche le commissioni d’inchiesta come
terreno di scontro politico, quanto il silenzio ostinato di una parte molto
ampia della sinistra italiana ed europea sul principio stesso della trasparenza.
La pubblicazione degli atti, la ricostruzione dei flussi finanziari, l’analisi
dei conflitti di interesse e il controllo parlamentare sulle istituzioni
sanitarie avrebbero dovuto rappresentare il terreno naturale di una cultura
politica che aveva fatto della critica ai poteri economici e istituzionali uno
dei tratti più nobili della propria identità. È avvenuto l’opposto. La richiesta
di conoscere, verificare e discutere è stata accolta con fastidio, squalificata
come strumentalizzazione politica o archiviata come cedimento al complottismo,
quasi che rivolgere domande al potere tecnoscientifico significasse indebolire
la scienza anziché difenderne l’integrità e la credibilità pubblica. Sul ricorso
di Fauci al Quinto Emendamento, cioè sulla scelta di non rispondere a domande le
cui risposte avrebbero potuto essere utilizzate contro di lui in un procedimento
penale, è calato un silenzio quasi totale.
MACCACARO E LA CRITICA DEL POTERE MEDICO
La portata di questa trasformazione si comprende meglio tornando alla lezione
di Giulio Alfredo Maccacaro, non per celebrarlo con la retorica innocua delle
commemorazioni, ma per utilizzare il suo pensiero come misura della distanza che
separa la medicina democratica dalla cultura sanitaria oggi dominante. Maccacaro
continua a essere ricordato come medico, epidemiologo e intellettuale impegnato,
mentre viene progressivamente rimossa la parte più scomoda della sua eredità: la
denuncia di una medicina divenuta strumento di controllo sociale e mezzo di
espansione economica, dopo aver rinunciato alla propria autonomia e accettato
che fossero il mercato, l’industria e gli apparati burocratici a definirne
priorità, linguaggio e obiettivi.
Aveva compreso, con sorprendente anticipo, che il pericolo maggiore per la
medicina moderna non risiedeva soltanto nell’insufficienza delle cure, ma nella
loro progressiva centralità ideologica. L’industria farmaceutica non andava
giudicata ricorrendo alle categorie infantili del bene e del male, perché era e
rimane un’impresa economica, tenuta a produrre utili, ampliare i mercati e
accrescere il consumo dei propri prodotti. Il suo obiettivo strutturale non può
coincidere con la riduzione della domanda di medicinali, con il miglioramento
delle condizioni ambientali e lavorative o con la rimozione delle cause sociali
della malattia, perché una società più sana, meno dipendente da trattamenti
continuativi e maggiormente capace di prevenzione autonoma non rappresenta
necessariamente il modello più redditizio. Per questa ragione Maccacaro
considerava pericoloso attribuire all’industria un ruolo dominante nella
definizione delle priorità sanitarie, nell’orientamento della ricerca, nella
formazione dei medici e nella costruzione delle politiche pubbliche.
MEDICALIZZAZIONE E PREVENZIONE QUATERNARIA
La sua critica investiva il processo più vasto di medicalizzazione della
società, destinato a modificare il modo stesso di interpretare la vita, la
sofferenza e la normalità. Sotto la pressione di una ricerca sempre più
dipendente dagli interessi economici, la salute cessava di essere un equilibrio
dinamico, legato alle condizioni di vita, di lavoro, di alimentazione, di
ambiente e di relazione, per trasformarsi in un mercato potenzialmente
illimitato. Non più soltanto la malattia, ma anche i fattori di rischio,
l’invecchiamento fisiologico, la fragilità emotiva, il disagio sociale, la
stanchezza, il dolore, il lutto, la paura e molti passaggi naturali
dell’esistenza potevano essere ricondotti entro categorie cliniche sempre più
ampie, ciascuna accompagnata da controlli, protocolli, trattamenti, farmaci e
nuovi profitti.
La medicina smetteva così di occuparsi soltanto della cura e cominciava a
trasformare ogni cittadino in un malato potenziale, sorvegliato lungo l’intero
arco della vita attraverso parametri, soglie, screening, prescrizioni presentate
come preventive e trattamenti destinati a durare indefinitamente. La
prevenzione, che avrebbe dovuto agire sulle cause ambientali e sociali delle
patologie, veniva ricondotta alla somministrazione anticipata di un prodotto,
allargando il mercato sanitario senza modificare le condizioni che producono
malattia.
Non è un caso che, alcuni decenni dopo, il medico di famiglia belga Marc
Jamoulle abbia elaborato il concetto di prevenzione quaternaria, definendolo
come la necessità di proteggere le persone dagli eccessi della medicina stessa.
L’idea è semplice quanto rivoluzionaria: non ogni fattore di rischio richiede un
trattamento, non ogni alterazione di un parametro biologico rappresenta una
malattia, non ogni possibilità di intervento costituisce un beneficio. Anche
l’eccesso di diagnosi, screening, prescrizioni e terapie può produrre danni, e
la prima responsabilità della medicina è evitare interventi inutili o
sproporzionati. È lo stesso filo che attraversava il pensiero di Maccacaro: una
medicina che perde il senso del limite rischia di trasformare la salute in un
mercato e i cittadini in pazienti permanenti.
Da questa trasformazione nasceva l’espropriazione della salute. Il cittadino
perdeva la capacità di interpretare il proprio corpo, distinguere tra fisiologia
e patologia e comprendere il peso degli stili di vita, delle relazioni,
dell’ambiente e delle condizioni sociali, venendo educato a considerare ogni
difficoltà biologica o esistenziale come un problema tecnico da affidare a uno
specialista e, molto spesso, a una soluzione farmacologica. La risposta
diventava verticale, iperspecialistica e dipendente da un apparato economico che
traeva dalla medicalizzazione permanente la propria possibilità di crescita. La
persona non veniva emancipata attraverso la conoscenza, ma resa più dipendente
dall’autorità sanitaria, più fragile di fronte all’incertezza e meno capace di
partecipare alle decisioni sul proprio corpo.
Per decenni questa critica non appartenne a una minoranza eccentrica, ma
costituì uno dei riferimenti più importanti della cultura progressista e della
sinistra italiana. La denuncia dei conflitti di interesse, la diffidenza verso i
rapporti opachi tra multinazionali, governi e autorità regolatorie, la richiesta
di trasparenza, la difesa del consenso informato e la partecipazione dei
cittadini alle scelte sanitarie erano elementi essenziali di un progetto
politico che pretendeva di liberare la scienza dalla subordinazione agli
interessi economici e dall’uso autoritario della competenza. La medicina
democratica non voleva sostituire un’autorità con un’altra, ma ridurre la
distanza tra chi decideva e chi subiva le conseguenze di quelle decisioni.
LA GRANDE INVERSIONE DELLA CULTURA PROGRESSISTA
Negli ultimi anni questo patrimonio si è dissolto con una rapidità
impressionante. La pandemia non si è limitata a imporre scelte difficili in una
condizione di emergenza, ma ha reso visibile una metamorfosi politica già
iniziata da tempo. Una parte maggioritaria della sinistra istituzionale e
intellettuale ha guardato alle grandi organizzazioni sanitarie internazionali,
alle agenzie regolatorie e alle multinazionali farmaceutiche con una deferenza
che avrebbe giudicato inaccettabile se fosse stata rivolta a un gruppo bancario,
a un’industria petrolifera, a una corporation militare o a qualsiasi altro
centro di potere economico. Il linguaggio della critica sociale è stato
sostituito dal lessico della fiducia.
La parola “precauzione”, per decenni vessillo della cultura ambientalista e
della sinistra di fronte agli interessi industriali, cambiò improvvisamente
significato. Non venne più invocata per chiedere maggiore prudenza verso nuovi
prodotti sanitari o nuove tecnologie, ma per giustificarne l’adozione rapida,
mentre chi domandava dati più solidi veniva accusato di ostacolare la salute
pubblica. La trasparenza diventò un fastidio, i conflitti di interesse una
conseguenza inevitabile della collaborazione pubblico-privato, il dissenso
scientifico una minaccia da contenere. La richiesta di accesso ai dati, di
confronto tra ipotesi differenti e di valutazione rigorosa del rapporto tra
rischi e benefici venne interpretata come irresponsabilità, ignoranza o
sabotaggio della salute collettiva. La sinistra che aveva insegnato a diffidare
di ogni autorità incontrollata cominciò a presentare l’obbedienza alle autorità
sanitarie come una virtù civile, rinunciando a distinguere la fiducia nella
scienza dalla deferenza verso le istituzioni che pretendevano di rappresentarla.
La legge 119 del 2017 aveva già mostrato con chiarezza questa trasformazione.
L’introduzione di un sistema esteso di obblighi vaccinali pediatrici avrebbe
richiesto, proprio da parte di una cultura politica attenta ai diritti e alla
proporzionalità delle misure, una discussione rigorosa sulla diversa funzione
epidemiologica dei vaccini, sulla capacità di ridurre la trasmissione delle
singole malattie, sul rapporto tra beneficio individuale e collettivo, sulle
sanzioni, sull’esclusione dai servizi educativi e sulla necessità di sottoporre
periodicamente l’impianto normativo a verifica parlamentare. Le vaccinazioni
comprese nella legge non sono epidemiologicamente sovrapponibili: alcune
contribuiscono alla riduzione della circolazione dell’agente infettivo, altre
proteggono prevalentemente il soggetto vaccinato, mentre il tetano non si
trasmette da persona a persona. Un regime obbligatorio unico applicato a
interventi tanto diversi avrebbe dovuto suscitare proprio nella sinistra una
riflessione particolarmente esigente sul fondamento scientifico e giuridico
della coercizione.
OBBLIGHI VACCINALI E POLARIZZAZIONE MORALE
Quel confronto venne quasi immediatamente soffocato dalla polarizzazione morale.
La discussione non oppose interpretazioni scientifiche e giuridiche differenti,
ma cittadini responsabili e irresponsabili, progressisti e oscurantisti, amici e
nemici della scienza, vaccinati e non vaccinati. La complessità fu sostituita
dalla classificazione delle persone, mentre le domande sul rapporto tra corpo,
libertà, interesse collettivo e trasparenza dei dati venivano considerate
sospette prima ancora di essere ascoltate.
Durante la pandemia lo stesso schema assunse dimensioni infinitamente maggiori.
Il Green Pass venne trasformato da strumento sanitario in dispositivo di accesso
al lavoro, ai trasporti e alla vita sociale; gli obblighi vaccinali furono
imposti a intere categorie professionali con la sospensione dal lavoro e dallo
stipendio; medici e ricercatori che esprimevano dubbi sulla proporzionalità
delle misure, sulla durata della protezione, sulla capacità dei vaccini di
impedire la trasmissione o sul rapporto rischio-beneficio nelle diverse fasce di
età furono ricondotti alla categoria indistinta dei “no-vax”, cancellando
curricula, competenze e argomentazioni. Una parte consistente della sinistra non
si limitò a sostenere quelle politiche, ma contribuì a costruire il linguaggio
punitivo che le accompagnò, accettando l’emarginazione sociale e professionale
di una minoranza con un entusiasmo difficilmente conciliabile con la propria
storia.
GREEN PASS, COERCIZIONE E CONSENSO INFORMATO
La cultura politica che aveva fatto della difesa delle minoranze uno dei propri
principi fondativi si mostrò insofferente verso cittadini, lavoratori e
professionisti che chiedevano di discutere la proporzionalità di misure
destinate a incidere sul corpo e sulla libertà personale. La tradizione che
aveva contestato il paternalismo medico finì per sostenere una delle sue
espressioni più radicali, mentre il consenso informato veniva svuotato del
proprio significato e ridotto all’accettazione di una scelta resa obbligatoria
attraverso la privazione del lavoro, del reddito e della partecipazione sociale.
La buona fede di chi adottò o sostenne quelle decisioni non cancella la gravità
del rovesciamento culturale. L’emergenza può spiegare l’errore, ma non
giustifica la rinuncia permanente agli strumenti della democrazia. Proprio nei
momenti di maggiore paura sarebbe stato necessario esigere più trasparenza,
discussione e controllo; prevalse invece la convinzione che il dissenso dovesse
essere compresso per non indebolire la risposta collettiva. La tutela della
salute divenne il terreno sul quale rendere accettabili limitazioni che, in
qualsiasi altro ambito, la sinistra avrebbe denunciato come autoritarie.
La vicenda di Anthony Fauci acquista dentro questo quadro un significato che
supera largamente la biografia del medico americano. Quando emergono email,
finanziamenti, collaborazioni tra istituzioni pubbliche e soggetti privati,
ricerche condotte in laboratori stranieri e decisioni sanitarie presentate al
mondo come indiscutibili, una cultura ancora fedele alla propria tradizione
dovrebbe pretendere di conoscere ogni dettaglio: la pubblicazione integrale dei
documenti, la tracciabilità dei finanziamenti, l’indipendenza delle commissioni
e l’accertamento di ogni eventuale responsabilità. Invece prevalgono il
silenzio, l’imbarazzo o il tentativo di ridurre tutto a vendetta politica, come
se il controllo parlamentare fosse diventato illegittimo nel momento in cui
riguarda figure celebrate dal sistema scientifico e mediatico.
IL SIGNIFICATO POLITICO DELLA VICENDA FAUCI
La trasparenza non è una concessione benevola del potere tecnocratico, ma la
condizione che rende possibile la fiducia. Quando i contratti di acquisto
rimangono coperti da clausole di riservatezza, i conflitti di interesse dei
consulenti vengono minimizzati, le decisioni vengono giustificate con formule
d’autorità e le istituzioni reagiscono alle domande classificandole come
disinformazione, non difendono la scienza: consumano la fiducia sulla quale la
scienza pubblica dovrebbe reggersi.
LA FIDUCIA NELLA SCIENZA RICHIEDE TRASPARENZA
La perdita più grave della sinistra contemporanea non consiste nell’avere
sostenuto un vaccino, un farmaco o una misura emergenziale. Le scelte possono
cambiare e devono essere riviste quando cambiano le prove. La frattura riguarda
il metodo: l’abbandono della critica al potere economico, la rinuncia a
esaminare i conflitti di interesse, l’accettazione della coercizione come
strumento ordinario di politica sanitaria e la sostituzione della partecipazione
con l’obbedienza. È la rinuncia a quella cultura che aveva insegnato a non
confondere la medicina con il mercato, la scienza con l’autorità e la tutela
della salute con la disponibilità illimitata del corpo dei cittadini.
Maccacaro continua a essere celebrato, citato e ricordato, ma la parte più viva
del suo pensiero è stata neutralizzata. È diventato un’icona innocua di
una medicina democratica che molti omaggiano proprio mentre sostengono un
modello fondato sulla centralizzazione delle decisioni, sulla dipendenza
dall’industria e sulla medicalizzazione crescente della vita. Non è una
marginale incoerenza storiografica, ma una perdita politica che priva la
democrazia di uno dei suoi più importanti strumenti di difesa.
RECUPERARE LA LEZIONE DI MACCACARO
Recuperare la lezione di Maccacaro, pretendere trasparenza sul caso Fauci e
interrogare ogni intreccio tra potere economico e salute pubblica significa
restituire alla medicina la libertà che perde quando diventa funzione del
mercato, alla politica la dignità che abbandona quando rinuncia al controllo e
ai cittadini il diritto di non essere trattati come destinatari passivi di
decisioni assunte altrove. Oggi il potere utilizza sempre più spesso la scienza
e la sanità per costruire una società più medicalizzata, più sorvegliata e meno
libera, con la complicità politica di chi aveva promesso di contrastare proprio
questa deriva e ha finito, invece, per diventarne uno dei più zelanti custodi.
Riferimenti bibliografici
* Giulio A. Maccacaro, Per una medicina da rinnovare, Feltrinelli.
* Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute.
* Marc Jamoulle, Quaternary Prevention: First, Do No Harm.
* Giovanni Berlinguer, La salute. Lorenzo Tomatis, Il fuoriuscito.
AsSIS