Il Piano Mattei due anni dopo: dalla retorica al bagno di realtà
Il 13 e il 14 febbraio, ad Addis Abeba, s’è svolto il secondo vertice
Italia-Africa, presentato dal Governo Meloni come “nuova tappa dell’impegno
italiano volto a promuovere un partenariato politico ed economico strutturato
con le Nazioni africane (…) secondo gli assi strategici del Piano Mattei”1. A
distanza di due anni dal primo summit, svoltosi a Roma nel gennaio 2024, il
governo ha continuato a indicare il suddetto piano come un’autentica svolta
nella politica estera italiana. Perché capace di introdurre un nuovo modello nei
rapporti con il continente africano, distinto da partenariati all’insegna della
reciprocità. Certo, al principio di quest’anno il rapporto tra il governo di
destra e parte del sistema mediatico nostrano ha iniziato a logorarsi: perciò,
rispetto al passaggio in questione diverse testate hanno mantenuto una certa
misura.
Nel 2024 e nel 2025, invece, esse s’erano largamente appiattite sulle
rappresentazioni ufficiali. Un atteggiamento intermedio aveva invece distinto
alcuni dei circoli che cercano di influenzare la politica estera italiana. Lo
attesta un position paper pubblicato nell’agosto 2024, e redatto dai think
thank che compongono la “Comunità Italiana di Politica Estera”2. In esso non
mancano le lusinghe, ma l’atteggiamento di fondo è quello di chi blandisce per
veicolare meglio i suoi consigli.
Avanzando persino qualche notazione critica, come quella riguardante la scelta
dei nove paesi interessati dai progetti pilota. Invero, col tempo la lista degli
Stati coinvolti è andata aumentando. Ma l’elenco dei paesi d’avvio rimane
fortemente indicativo. Perché segnala un forte “sbilanciamento sul versante
nord: 4 Paesi su 5 in Nord Africa, con la Libia come unica eccezione, mentre
quelli subsahariani sono 5 su 49”3. Questa, per capirsi, era la lista iniziale:
Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Costa d’Avorio, Repubblica del Congo,
Mozambico, Kenya ed Etiopia.
Da dove veniva una scelta siffatta? Tra le spiegazioni addotte dai già citati
pensatoi ve n’è una particolarmente significativa, legata al fatto che “con la
sola eccezione dell’Etiopia, in tutti questi Paesi opera ENI, a più riprese
coinvolta in anni recenti nella promozione dei rapporti tra Italia e alcuni
Paesi africani”4.
Dunque, trattasi di un’ulteriore conferma del peso determinante, nella politica
estera italiana, di questa multinazionale del settore energetico. La quale, del
resto, rimane uno dei pochi colossi economici nostrani. Però, il fatto che l’Eni
incida in questi termini può rappresentare una anomalia. Certo, anche in altri
paesi capitalistici le multinazionali tentano di sospingere la politica estera
in una determinata direzione. Ma, dato che spesso si tratta di una pluralità di
soggetti, la dinamica che si determina risulta differente. I governi di
riferimento non si limitano al ruolo di esecutori di volontà esterne, ma
s’impegnano nel comporre in un unico disegno le istanze di vari soggetti
economici. Qui, invece, pare che di entità imprenditoriali d’un certo peso ve ne
sia una sola.
Attenzione, però: quel che stiamo esplicitando viene più che altro accennato dai
think thank, i quali confidano in una capacità di rado posseduta da chi sta in
alto: quella di leggere tra le righe. Più schietta, nel criticare l’Esecutivo, è
risultata una testata indipendente come il Post. Cui dobbiamo, nei giorni del
primo vertice Italia-Africa, un articolo volto a esporre le non poche carenze
del Piano in oggetto5.
Piano che allora veniva indicato come disegno sganciato da qualsiasi logica
predatoria e neocolonialista. Il governo cercava di evocare una radicale
lontananza dalle modalità con cui la Francia ha sempre condotto il suo
intervento in Africa. D’altra parte, negli ultimi anni il continente in
questione ha visto una progressiva perdita di peso di Parigi lecui forze armate
sono state espulse da diversi Stati dell’Africa Occidentale, desiderosi di
allentare i rapporti con un partner a dir poco ingombrante. Dunque, era normale
che l’esecutivo Meloni rivendicasse una filosofia diversa da quella che ha
portato al declino dell’Eliseo.
Senonché sotto questo profilo si è subito commesso un errore, che forse va oltre
il galateo istituzionale. A sottolinearlo è stato Moussa Faki Mahmat, odierno
Presidente della Commissione dell’Unione Africana. In occasione del primo
vertice Italia-Africa egli ha precisato che sarebbe stato meglio consultare i
paesi africani “prima che il Piano partisse”6. Poiché tale passaggio non s’è
dato, le declamazioni italiane circa la ricerca di rapporti paritari sono
risultate poco credibili. A detta di alcuni commentatori, tuttavia, su questo
fronte si è recuperato qualche punto in seguito. Proprio perché tenuto “in
Africa, alla vigilia del Vertice dell’Unione Africana”, il secondo summit
relativo al Piano Mattei avrebbe mostrato “che almeno sul piano della forma
l’Italia intende prendere sul serio il lessico del partenariato”7.
PROMOZIONE DELLO SVILUPPO AFRICANO?
Ma torniamo al vecchio contribuito de il Post, portatore di un’analisi del Piano
tra le più severe. Tra i rilievi, il più incisivo rinvia alla scarsa organicità:
al suo risolversi, cioè, in “singoli progetti di cooperazione e sviluppo che
possono avere un certo impatto sull’economia di alcune aree, garantendo
probabilmente buone ricadute sull’occupazione locale e sul progresso tecnologico
di quelle aree”8. A dirla tutta, qualcosa si potrebbe eccepire pure in merito
alle ricadute locali. Per dire: siamo sicuri che, in Africa, le imprese nostrane
cerchino qualcosa di diverso dalla manodopera a basso costo? Da anni impegnate,
in patria, nella diffusione del lavoro povero, è improbabile che superino questa
logica in paesi in cui, si pensi in particolare all’Egitto e alla Tunisia9, lo
sfruttamento incontra ben pochi limiti.
Ora, qualcuno potrebbe richiamare al superamento della cultura del sospetto.
Rimane il fatto che a porre problemi circa gli effetti del Piano, in termini
sociali e di sviluppo, sono stati analisti di diverso orientamento. Per esempio,
Giovanni Carbone lo ha inquadrato in una tendenza internazionale volta a
superare i termini tradizionali della cooperazione allo sviluppo. Oggi, dalla
centralità degli aiuti si sta passando a quella, pressoché assoluta, degli
investimenti. I quali vengono presentati come autentici toccasana, in grado di
avvantaggiare i capitalisti stranieri come le popolazioni locali.
Viene però da osservare che è un errore “confondere investimento e
sviluppo”10.Di norma, “gli investimenti tendono a concentrarsi dove il rischio è
più contenuto, i rendimenti più prevedibili e le condizioni operative più
favorevoli”11. Perciò, tra i rischi connessi al Piano Mattei, vi è quello di
contribuire “più a una rinnovata stagione di estrazione esterna di risorse
africane” che non” a “un effettivo rafforzamento delle economie locali”12. A
detta di Carbone, per evitarlo “occorre insistere su filiere territoriali,
formazione, trasferimento di competenze, capacità amministrative e istituzioni
locali”13.
Poiché condividiamo tali osservazioni, ci domandiamo: cosa si sta facendo, ad
esempio, sui due terreni intrecciati della formazione e del trasferimento delle
competenze? Si sta cercando di creare, in loco, un personale qualificato, in
grado di misurarsi con l’evoluzione dei sistemi produttivi? Al riguardo i
segnali sono ancora pochi. Per esempio, nel luglio del 2025 l’Italia e l’Algeria
hanno firmato un “protocollo d’intesa per rafforzare la cooperazione nella
formazione, nella ricerca e nell’innovazione in ambito agricolo e
agroalimentare”14.
All’interno di tale accordo, si “prevede la creazione di un polo d’eccellenza
per la formazione professionale in ambito agricolo”, che “sarà dedicato alla
memoria di Enrico Mattei”15. Ovviamente, per esprimersi su tale progetto
occorrerà verificarne la concreta attuazione. Ma in ogni caso parliamo di
un’esperienza isolata. Certo, leggendo le comunicazioni governative potrebbe
sembrare che – su questo fronte – alcuni passi in avanti siano stati compiuti.
Infatti, aprendo i lavori del secondo vertice Giorgia Meloni ha insistito sulla
“valorizzazione del capitale umano fin dai primi anni di scuola”16.
E in tale ottica ha annunciato il lancio “insieme alla Nigeria e in partenariato
con la Global Partnership for Education” di una “campagna per raccogliere 5
miliardi di dollari e migliorare la qualità dell’istruzione per 750 milioni di
bambini in oltre 91 nazioni”17. Al riguardo, si terrà un Vertice a Roma nel mese
di giugno. Bene, si dirà. Ma intanto questo passaggio – rivolto anche a paesi
non africani – si lega al Piano Mattei sino a un certo punto. In secondo luogo,
parliamo d’una campagna volta a sollecitare i governi a porre mano, per così
dire, al portafoglio.
Probabilmente questa chiamata avrà successo, come altre legate alla Global
Partnership for Education. E se più bambini andranno a scuola non si potrà che
rallegrarsene: sul medio e lungo termine ciò può avere ricadute non
indifferenti. Affinché vi siano effetti diretti sullo sviluppo economico, però,
ci vogliono degli autentici progetti di formazione professionale, al momento più
sbandierati che agiti. In ogni caso, l’annuncio meloniano – e il fatto che il
vertice in oggetto si terrà in Italia – possono portare a un ritorno d’immagine
per il Belpaese.
UN EUROPEISMO DI NECESSITÀ
Ma forse è il caso di tornare al già citato documento dei think thank di casa
nostra. Che suggeriva anche di agganciarsi il più possibile all’Unione Europea e
alle sue politiche di investimento in Africa. In primo luogo perché la dotazione
finanziaria nostrana si attesta sui 5,5 miliardi: dunque, pur non essendo
irrilevante, non basta a dare corpo alle velleità egemoniche di casa nostra. In
seconda istanza perché in generale, negli ultimi decenni, il nostro paese ha
perduto molto in termini di capacità di influenza. Perciò nel position paper
poc’anzi menzionato si avanzava l’invito a “delineare i contorni e le modalità
di un’effettiva connessione del Piano con le maggiori iniziative europee in
questo ambito, in particolare il Global Gateway, essenziale per mobilitare
investimenti su larga scala che rafforzino le economie africane”18.
Già… il Global Gateway Africa – Europe Investment Package: delineato dalla
Commissione Europea, questo appare di notevole consistenza. Perché va “a
mobilitare fino a 150 miliardi di euro di investimenti nel continente africano”,
perseguendo ufficialmente i seguenti obiettivi: “accelerare la transizione
energetica e digitale, favorire una crescita sostenibile e l’occupazione,
migliorare i sistemi sanitari, così come l’educazione”19.
Non casualmente, questa rapida ed efficace descrizione si trova sul sito della
Assolombarda e in particolare nel link relativo a un incontro svoltosi a Milano
il 22 Giugno 2023. Tale passaggio, oltre a descrivere l’ambizioso piano, era
volto anche a illustrare “le modalità con le quali le aziende italiane possono
interagire con le istituzioni (europee e nazionali) per approfondire le proprie
conoscenze sul Global Gateway for Africa”20.
Allora il Piano Mattei non era che un vago proposito, ma già una parte del
tessuto imprenditoriale nostrano guardava ai movimenti dell’Ue in un continente
ricco di risorse. È dunque verosimile che a spingere verso un raccordo tra le
ambizioni italiane e il progetto europeo siano stateanche le imprese, desiderose
di crearsi nuove opportunità. Presto, infatti, il Governo ha manifestato la
volontà di saldare il proprio progetto a quello europeo, nella non dichiarata
consapevolezza dei limiti d’azione del nostro paese. Ad esempio, a fine marzo
2025 l’Italia e l’Ue hanno organizzato assieme un evento di alto profilo
tecnico, che “ha riunito oltre 400 partecipanti, tra cui alti funzionari del
governo italiano, dell’UE, delle nazioni africane, degli Stati Uniti, leader del
settore privato e rappresentanti di organizzazioni internazionali”21.
Nel relativo comunicato stampa, il Piano Mattei e il Global Gateway vengono
definiti “complementari”. Tale rinnovata spinta europeista, dettata soprattutto
dalle necessità, ha già portato con sé qualche vantaggio. Ad esempio, il
coinvolgimento nostrano in un “progetto infrastrutturale che collega il cuore
minerario dello Zambia e del Katanga (RDC) all’Atlantico angolano”22: il
corridoio di Lobito. Che interessa aree ove si concentrano risorse a dir poco
decisive negli odierni processi produttivi: litio, manganese, rame, cobalto.
Certo, qui affiora una delle caratteristiche di fondo del Piano Mattei.
Tutt’altro che definito in ogni sua linea, esso appare come un contenitore che –
volta per volta – si riempie di nuovi contenuti. Tra questi, possiamo appunto
annoverare la possibilità di partecipare alla realizzazione del suddetto
“corridoio”, investendo 320 milioni. In merito, da un’intervista all’ex
viceministro Mario Giro, emerge che il 27 Marzo del 2025 si è dato un passaggio
importante. Una riunione “organizzata dalla Struttura di Missione del Piano
Mattei in collaborazione con il Global Gateway dell’Unione Europea, alla quale
hanno partecipato grandi imprenditori italiani – come We Build-Salini, Ghella o
ENI – con esponenti del mondo africano, fra cui i ministri di Zambia, Tanzania e
Angola e il capo di Gabinetto del Primo Ministro della Repubblica Democratica
del Congo”23.
L’INSODDISFAZIONE DELLE PMI
Chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno può sempre parlare di un piano
flessibile, che consente di intercettare al volo tutte le occasioni. Peraltro,
in virtù di un meccanismo un po’ più oliato, oggi il Piano sembra espandere la
sua area d’azione. Nell’ultima riunione della cabina di Regia se n’è celebrata
la “logica incrementale”, tale da portare “a diciotto il numero complessivo di
Nazioni coinvolte nei progetti”24. Invero, andrebbe verificato quanto sia
passato dall’idea alla piena realizzazione. Perché, soprattutto nelle prime
fasi, il Piano Mattei s’è distinto per la lentezza esecutiva. In un contributo
pubblicato a luglio 2025 sulla testata ecologista Greenreport, Nicola Baggio ha
citato la prima relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei, inviata
alla Camera nel novembre del 2024. In essa si riferiva di appena ventuno
progetti attivi, alcuni dei quali rientranti nella categoria dei “Memorandum of
Understanding”, ovvero accordi meramente indicativi e non progetti attuativi”25.
Invero, nella trattazione di Baggio vi è un elemento ancor più interessante,
concernente il punto di vista delle piccole e medie imprese: queste, oltre ad
avere un particolare rilievo nel tessuto economico italiano, sono spesso
portatrici di interessi diversi da quelli delle multinazionali. In particolare,
egli riferisce d’un incontro con un funzionario della Cassa Depositi e Prestiti,
a cui ha chiesto delucidazioni circa il mancato coinvolgimento – nel Piano – dei
soggetti economici meno grandi. Rispondendogli, l’interlocutore ha precisato la
destinazione dei Fondi a quei progetti che “cubano almeno 20 milioni, meglio 50
milioni di euro”26.
Facile osservare, di converso, che “queste taglie di investimento sono del tutto
fuori scala per le iniziative delle numerosissime imprese italiane che lavorano
in Africa in tutti i settori, dall’industria all’agricoltura, dal turismo al
commercio”27. A detta di Baggio, per invertire la rotta vanno sostenuti progetti
“di investimento dai 100mila ai 5 milioni di euro”, perché questa “è la fascia
tipica e ragionevole degli investimenti del tessuto industriale in Africa”28.
Invero, non era facile definire un progetto capace di mettere assieme le imprese
più grandi e quelle più piccole, le realtà economiche ad alto tasso tecnologico
e quelle meno innovative. Però, come si accennava prima, l’ancoraggio al
progetto europeo denominato Global Gateway, oltre che dai think thank, è stato
verosimilmente determinato dal mondo imprenditoriale nostrano, inteso nella sua
globalità. Di fatto, però, una parte di esso è rimasto a mani vuote. E non vi
sono garanzie che, in un prossimo futuro, diventi partecipe dei giochi. Perché
in un contesto come quello africano – segnato come non mai dalla competizione
tra le potenze capitalistiche – risulta difficile seguire le indicazioni di
Baggio.
Se si dovessero sostenere tutte le Pmi, operanti su scala ridotta e in mille
rivoli, dal poco organico di oggi si passerebbe a un’ingestibile frammentazione.
Insomma, ancora una volta il problema coincide con la struttura stessa del
capitalismo italiano, a partire da quella segmentazione del tessuto
imprenditoriale che non ha riscontri tra le maggiori economie del pianeta.
Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera
1 Piano Mattei, l’Italia lancia il secondo Vertice Italia-Africa in Etiopia il
13 febbraio, in
https://www.governo.it/it/articolo/piano-mattei-l-italia-lancia-il-secondo-vertice-italia-africa-etiopia-il-13-febbraio/30948.
2 Si tratta di ISPI, Aspen, Cespi, ECFR e IAI.
3 Il Piano Mattei: rilanciare l’Africa Policy dell’Italia, in
https://www.esteri.it, ISPI_FPC-Piano-Mattei.
4 Ibidem.
5 Ambizioni e limiti del piano del governo italiano per l’Africa, «il Post», 30
gennaio 2024.
6 Ibidem.
7 G. Carbone, Piano Mattei: tappa etiope, prova di realtà,
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/piano-mattei-tappa-etiope-prova-di-realta-234771,
9 aprile 2026.
8 Ambizioni e limiti del piano del governo italiana per l’Africa, cit.
9 Diritti dei lavoratori: in Africa maglia nera a Egitto, Tunisia, eSwatini, in
africarivista.it, 13 giugno 2024.
10 G. Carbone, op. cit.
11 Ibidem.
12 Ibidem.
13 Ibidem.
14 Piano Mattei, Italia e Algeria firmano il protocollo per la formazione di un
polo d’eccellenza per la formazione professionale in agricoltura, 23 Luglio
2025,
https://www.governo.it/it/articolo/piano-mattei-italia-e-algeria-firmano-il-protocollo-la-creazione-di-un-polo-deccellenza-la.
15 Ibidem.
16 Italia-Africa: Meloni, a giugno vertice con Nigeria su piano 5mld per
istruzione, 13 febbraio 2026,
https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_13.02.2026_17.20_492.
17 Ibidem.
18 Il Piano Mattei: rilanciare l’Africa Policy dell’Italia, op. cit.
19 Global Gateway Africa: il piano di investimenti europeo per il continente, 22
giugno 2023, in
https://www.assolombarda.it/servizi/internazionalizzazione/informazioni/global-gateway-africa-uno-sguardo-approfondito-al-piano-di-investimenti-europeo-milano-22-giugno-ore-10.30.
20 Ibidem.
21 Piano Mattei, evento di alto livello tecnico Italia-Ue per rafforzare la
cooperazione con l’Africa, 27 marzo 2025,
https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-congiunto-italia-ue-piano-mattei-evento-di-alto-livello-tecnico-italia-ue.
22 R. Forcellino, Il Corridoio di Lobito: un’occasione strategica per l’Europa
(e l’Italia) nel nuovo scacchiere africano, 20 maggio 2025, in
https://www.geopolitica.info/europa-africa/.
23 R. Missaglia e B. Tintori, Intervista a Mario Giro: il Piano Mattei nel 2025,
14 aprile 2025, in https://www.geopolitica.info/piano-mattei/.
24 Piano Mattei per l’Africa, riunione cabina di regia a Palazzo Chigi, 10 marzo
2026,
https://www.governo.it/it/articolo/quinta-riunione-della-cabina-di-regia-del-piano-mattei-l-africa/31310.
25 N. Baggio, Perché il Piano Mattei non decolla? Ecco cosa ne pensano le Pmi
italiane in Africa, 10 luglio 2025, greenreport.it.
26 Ibidem.
27 Ibidem.
28 Ibidem.
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