William Sloane / Il male cresce dentro casa
C’è una differenza sottile ma decisiva tra il terrore che viene da fuori —
l’intrusione di qualcosa di radicalmente estraneo nel tessuto del reale — e
quello che nasce invece dall’interno delle cose, dalla loro lenta, inesorabile
distorsione. Attraverso la notte (ce ne siamo occupati qui:
https://www.pulplibri.it/william-sloane-una-storia-senza-certezze/) era
soprattutto il primo tipo di racconto: un’entità altra che si insinuava nella
vita ordinaria dell’alta borghesia americana con la sua bellezza incomprensibile
e la sua logica aliena. La porta dell’alba (The Edge of Running Water
nell’originale del 1939, secondo e purtroppo ultimo romanzo di William Sloane)
percorre la direzione opposta, e per certi versi più inquietante: qui non arriva
nessuno dall’esterno. Il male, se così si vuole chiamarlo, cresce dentro una
casa, dentro una mente, dentro un’amicizia, con la stessa pazienza silenziosa
con cui l’umidità cresce dentro i muri.
Il punto di partenza è quasi banale nel panorama della letteratura fantastica:
uno scienziato di nome Julian Blair, vedovo da poco più di un anno, si è
ritirato in una villa isolata nel Maine — paesaggio di acque scure, boschi
chiusi, villaggi diffidenti — per portare a compimento il classico esperimento
eretico. Vuole costruire una macchina capace di stabilire un contatto con i
morti. Non per curiosità intellettuale, non per ambizione scientifica: per poter
parlare ancora con sua moglie Helen. Il narratore Richard Sayles, amico
d’infanzia di Blair, arriva fin lì su invito, con la speranza di riportarlo al
mondo dei vivi e alle sue responsabilità universitarie, e invece si trova
catapultato in una vicenda che non riesce a controllare né a comprendere fino in
fondo.
Già in questa premessa Sloane rivela la sua autentica originalità rispetto alla
tradizione del weird tale e del romanzo horror: l’ossessione di Blair non è
quella dello scienziato prometeico classico — Frankenstein, Moreau, Jekyll — che
vuole sfidare i limiti della conoscenza per pura hybris e per curiosità senza
freni. Blair è semplicemente un uomo che non si rassegna. E questa differenza è
abissale, perché trasforma quello che potrebbe essere il solito villain del
genere in qualcosa di molto più scomodo: un personaggio comprensibile,
addirittura empatico, con cui il lettore è costretto a fare i conti moralmente
senza avere mai la certezza di dove stia il confine tra dedizione e follia, tra
amore e autodistruzione. Sloane, che di professione era uomo di lettere e di
editoria raffinata, non cede mai alla tentazione di semplificare i suoi
personaggi per renderli funzionali alla trama. Piuttosto, è la trama a piegarsi
intorno alla loro complessità. Ma è sul piano della costruzione formale che il
romanzo rivela la sua natura più distintiva e, per molti versi, ancora oggi
irripetuta: La porta dell’alba non è semplicemente un romanzo fantastico con
elementi di fantascienza e horror, ma una macchina narrativa in cui tre
tradizioni di genere vengono smontate e rimontate con una precisione quasi
ingegneristica, ciascuna contribuendo qualcosa di strutturalmente necessario
all’insieme, nessuna dominando le altre.
La componente mystery — il romanzo poliziesco nella sua accezione più classica —
è quella che governa la superficie del testo e ne determina l’architettura di
base. Come in ogni giallo che si rispetti, c’è un crimine (o qualcosa che gli
somiglia pericolosamente), c’è un investigatore, c’è una comunità ristretta di
sospettati e testimoni, e c’è la progressiva rivelazione di una verità nascosta
attraverso l’accumulo e la decodifica di indizi. Sloane padroneggia la
grammatica del mystery con sicurezza: sa dosare le informazioni, sa costruire
false piste, sa utilizzare i silenzi e le reticenze dei personaggi come
strumenti di suspense. Ma rispetto alla tradizione del detective classico —
quella che da Poe arriva ad Agatha Christie passando per Conan Doyle — il
mystery di Sloane è strutturalmente sovvertito dal fatto che la soluzione,
quando arriva, non è razionale nel senso convenzionale del termine. Il detective
può raccogliere tutti gli indizi del mondo, può ragionare con la massima
acutezza, può escludere tutte le spiegazioni impossibili: eppure ciò che resta
alla fine non è la spiegazione probabile secondo la logica deduttiva di Holmes,
ma qualcosa che quella logica non è attrezzata a contenere. Il genere poliziesco
viene dunque utilizzato come una promessa che il testo si impegna solennemente a
non mantenere — e questa rottura del contratto narrativo implicito è
precisamente il motore del disagio che il romanzo genera nel lettore.
La struttura dell’indagine, tuttavia, non è mai puramente decorativa: Sloane la
usa per costruire quello che potremmo chiamare il livello sociologico del
racconto. Come nel migliore mystery anglosassone, la comunità locale — i vicini
diffidenti, il medico del paese, la governante di Blair — funziona come un coro
che commenta l’azione principale e la relativizza. Il villaggio del Maine con le
sue chiacchiere, i suoi pregiudizi, la sua diffidenza atavica verso lo straniero
e verso la scienza costituisce un contrappeso realistico, insieme umoristico e
inquietante, all’eccezionalità degli eventi centrali, e questa dialettica tra il
normale e l’abnorme è una delle fonti di tensione più sottili del romanzo. Su
questo scheletro poliziesco Sloane innesta la componente fantascientifica con
una disinvoltura che non smette di sorprendere. Blair non è uno stregone, non
pratica riti occulti, non invoca spiriti secondo le convenzioni dello spiritismo
vittoriano — quella tradizione tardo-ottocentesca che ancora pesava sulla
narrativa degli anni Trenta. È un fisico. Ha teorie precise sulle frequenze,
sulla struttura della materia, sulla possibilità di rilevare e trasmettere
segnali attraverso soglie che la scienza ufficiale non ha ancora identificato.
Il suo laboratorio è pieno di strumentazione autentica, di bobine,
trasformatori, oscillatori. Il linguaggio che usa per descrivere il suo lavoro è
quello della fisica teorica degli anni Trenta, aggiornato e plausibile. Sloane —
che frequentava ambienti accademici e scientifici e aveva una curiosità
intellettuale genuinamente enciclopedica — si preoccupa che le fondamenta
pseudo-scientifiche del romanzo reggano a uno sguardo esigente, e in effetti
reggono: non perché siano scientificamente corrette (ovviamente non lo sono), ma
perché sono internamente coerenti e presentate con la serietà di chi le prende
sul serio. Questa serietà è tutto. È ciò che distingue la fantascienza dal
fantastico: non la plausibilità delle idee in sé, ma la qualità dell’impegno
intellettuale con cui vengono elaborate e difese.
L’effetto di questo innesto fantascientifico sul corpo del mystery è duplice. Da
un lato, fornisce una spiegazione alternativa — razionale nel metodo,
straordinaria nelle premesse — per ciò che altrimenti sembrerebbe pura
manifestazione soprannaturale: gli eventi inquietanti che accadono nella villa
hanno una causa fisica, non metafisica, anche se quella causa fisica appartiene
a una fisica che ancora non conosciamo. Dall’altro, e qui sta il vero colpo di
genio di Sloane, questa razionalità di superficie rende il momento in cui la
razionalità crolla, molto più devastante di quanto non sarebbe se il
soprannaturale fosse stato annunciato sin dall’inizio. Il lettore che ha seguito
Blair nelle sue spiegazioni scientifiche, che si è lasciato convincere dalla sua
logica, che ha accettato provvisoriamente le sue premesse — quel lettore è
impreparato, molto più dell’altro, a fronteggiare ciò che la macchina produce
alla fine.
Ed è qui che entra in gioco la componente soprannaturale, che nel romanzo non si
contrappone alla fantascienza ma ne costituisce il bordo estremo, il punto di
fuga verso cui la speculazione scientifica converge inevitabilmente quando si
spinge abbastanza lontano. Sloane non ha paura dell’ambiguità: non ci dice mai
con certezza se ciò che Blair ottiene sia davvero un contatto con i morti o
piuttosto qualcosa di altro — qualcosa che appartiene a quella zona di realtà
non cartografata che Charles Fort aveva esplorato nei suoi lavori, quella fascia
crepuscolare in cui i fenomeni esistono indipendentemente dal fatto che la
scienza abbia un nome per designarli. Ma è impossibile leggere certi passaggi
del romanzo senza avvertire anche l’ombra di Howard Phillips Lovecraft, morto
appena due anni prima che The Edge of Running Water uscisse in libreria: quella
stessa idea che oltre la soglia del conoscibile non ci sia il nulla, ma qualcosa
di attivo e indifferente, un’alterità radicale che non è maligna nel senso
morale del termine perché semplicemente non condivide con noi nessuna categoria,
nemmeno quella del bene e del male. L’horror cosmico lovecraftiano è esattamente
questo: non il mostro che vuole divorarci, ma l’universo che non sa che
esistiamo. Sloane non percorre questa strada fino in fondo — la sua formazione
letteraria e il suo temperamento lo tengono ancorato a una dimensione più
intimamente umana e psicologica — ma la costeggia abbastanza da lasciarci
intravedere il precipizio. L’orrore finale del romanzo è irriducibile a una
categoria: non è soprannaturale nel senso religioso o folklorico del termine,
non è fantascienza nel senso tecnico, non è neppure la risoluzione che il
mystery aveva promesso. È qualcosa di ibrido, di inclassificabile, che partecipa
allo stesso tempo della vertigine fortiana davanti all’anomalia inspiegabile e
del brivido cosmico lovecraftiano davanti all’indifferenza assoluta del reale —
e questa inclassificabilità è il suo elemento più perturbante.
Il risultato complessivo di questa stratificazione è un testo che può essere
letto a più livelli e che restituisce qualcosa di diverso a ogni lettura. Come
thriller poliziesco, funziona: la tensione è sostenuta, i colpi di scena sono
calibrati, il finale è memorabile. Come romanzo di fantascienza, stimola: le
idee sono originali, l’elaborazione è seria, la speculazione è condotta con
onestà intellettuale. Come horror, inquieta nel modo più duraturo: non
attraverso la paura immediata dello shock ma attraverso quel disagio di fondo
che resta dopo che il libro è chiuso, quella sensazione di aver sfiorato
qualcosa che sarebbe stato meglio non sfiorare. Ma è proprio nel rifiuto di
scegliere tra questi livelli, nell’insistenza a occuparli tutti simultaneamente
senza che nessuno prevalga sugli altri, che risiede la vera natura
dell’operazione di Sloane — e la ragione per cui i suoi due romanzi, a quasi
novant’anni di distanza dalla loro pubblicazione, conservano una freschezza e
una capacità di disturbare che molta narrativa di genere coeva ha perduto da
tempo.
L’ambientazione contribuisce in modo determinante all’effetto complessivo. La
villa sul fiume — con le sue stanze chiuse, i suoi corridoi che sembrano
contenere il suono anziché trasmetterlo, il giardino che si dissolve
progressivamente nel paesaggio selvaggio circostante — è uno spazio narrativo
costruito con la cura di un architetto che conosca sia le regole del gotico che
quelle del realismo psicologico. Sloane non indugia in descrizioni ornamentali:
ogni dettaglio dell’ambiente è funzionale a creare quella sensazione di
pressione crescente, di spazio che si restringe mentre il tempo avanza, tipica
dei grandi romanzi di suspense. Siamo lontani dal castello diroccato e dalla
cripta romantica; siamo invece in un’America concreta degli anni Trenta, con le
sue automobili, i suoi dottori di paese, le sue chiacchiere di comunità rurali.
Eppure qualcosa non torna, qualcosa è fuori posto, e Sloane ha la maestria di
far percepire questa dissonanza attraverso i dettagli quotidiani piuttosto che
attraverso gli elementi dichiaratamente soprannaturali.
Il narratore Sayles merita un’attenzione particolare, perché è uno dei
dispositivi retorici più raffinati del romanzo. Come nella grande tradizione del
narratore-testimone — da Watson a Nick Carraway — Sayles vede tutto e capisce
meno di quanto crede di capire. Ma Sloane utilizza questo scarto in modo più
sofisticato di quanto non faccia la convenzione di genere: il narratore non è
semplicemente meno intelligente del lettore, è piuttosto emotivamente
condizionato dalla sua amicizia con Blair, dalla sua attrazione per Anne Conger
(l’altra ospite della villa, sorella minore della defunta Helen e figura chiave
della vicenda), dalla sua riluttanza a trarre le conclusioni che pure i fatti
gli impongono. La sua cecità non è stupidità ma fedeltà — fedeltà a un’immagine
di Blair che non vuole abbandonare — e questa fedeltà ha un costo che il romanzo
presenta senza sconti. Il lettore, dunque, non è nella comoda posizione di chi
guarda dall’alto: è anch’esso implicato, trascinato nella stessa corrente di
comprensione parziale e ritardata. Anche in questo, del resto, il romanzo
tradisce la propria anima mystery: il Watson di turno che non vede ciò che
Holmes vedrebbe subito è qui sostituito da un uomo che non vuole vedere, il che
è una variazione psicologicamente molto più ricca.
Stilisticamente, anche questo secondo romanzo conferma le qualità che
distinguono Sloane dalla produzione coeva di narrativa fantastica: la prosa è
precisa, sobria, con un senso del ritmo che deve certamente qualcosa alla
tradizione del mystery ma con una raffinatezza tutta propria. I dialoghi
rivelano i personaggi per sottrazione, per ciò che non dicono quanto per ciò che
dicono. E la tensione non viene mai costruita attraverso l’accelerazione del
ritmo narrativo — la tecnica del thriller — ma al contrario attraverso un
rallentamento progressivo, una dilatazione del tempo che costringe il lettore a
sostare nei momenti di inquietudine anziché attraversarli di corsa. Non è un
caso che nel 1941, quando Dmytryk traspose il romanzo in The Devil Commands con
Boris Karloff nel ruolo di Blair, qualcosa di essenziale andasse inevitabilmente
perduto. Il cinema dell’epoca — e in particolare il cinema horror a basso budget
della Columbia — non aveva gli strumenti per restituire quella qualità di
disagio intellettuale e morale che è la vera cifra del libro, né tantomeno la
complessità della sua architettura ibrida. Karloff era bravissimo, ma il suo
Blair sullo schermo diventava necessariamente un personaggio più leggibile, più
catalogabile nella tradizione dello scienziato pazzo. Il Blair di Sloane sulla
pagina resta fino alla fine qualcosa di meno rassicurante: un uomo che forse ha
avuto ragione, che forse ha trovato ciò che cercava, e che per questo è perduto
in modo definitivo.
La domanda che il romanzo lascia aperta non è “esiste un aldilà?” — sarebbe
troppo semplice, quasi consolatoria nella sua grandiosità metafisica — ma una
molto più lacerante: se fosse possibile contattare i morti, sarebbe giusto
farlo? Avrebbero voluto essere contattati? E soprattutto: siamo sicuri di poter
gestire la risposta? La macchina di Blair, quando produce i suoi effetti, non
produce ciò che lui si aspettava. E l’horror finale del romanzo non è
nell’apparizione soprannaturale in quanto tale, ma nell’irriducibile ambiguità
di ciò che quella apparizione significa: per lo scienziato, per chi gli vuole
bene, per chi ha sacrificato qualcosa per lui.
Con La porta dell’alba Adelphi completa dunque la pubblicazione dell’opera
narrativa di questo autore appartato e inclassificabile, di cui è difficile dire
se sia più stupefacente il talento o l’oblio in cui è rimasto per decenni. Due
romanzi soltanto, scritti a distanza di due anni l’uno dall’altro, così diversi
nel registro eppure così coerenti nella visione: che la realtà contenga qualcosa
di inaccessibile alla nostra comprensione, e che il tentativo di raggiungerlo
costi sempre più di quanto siamo disposti ad ammettere. Una lezione che la
letteratura fantastica ha raramente saputo formulare con altrettanta eleganza e
altrettanta inquietante fermezza.
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