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L’indecenza della delazione e la tutela della sfera privata del corpo docente
L’anno scolastico appena conclusosi, caratterizzato dall’impressionante mobilitazione del mondo della scuola contro il genocidio a Gaza, è stato segnato da diversi tentativi di censura e repressione delle voci di docenti e studenti che hanno manifestato la propria solidarietà nei confronti della popolazione palestinese e condannato le politiche di riarmo del nostro governo. Il caso qui in esame rappresenta un’ulteriore e preoccupante torsione in senso illiberale della postura repressiva che gli apparati dello stato hanno adottato nei confronti del mondo della scuola, vessato negli ultimi anni dall’introduzione di norme sempre più punitive nel Codice di comportamento dei dipendenti pubblici. Riassumiano brevemente i fatti (vedi anche qui, qui e qui). Siamo a Torino, pochi giorni dopo la manifestazione del 31 gennaio a sostegno di Askatasuna a seguito dello sgombero del centro sociale e della militarizzazione del quartiere Vanchiglia. Melania Rovelli, insegnante dell’Istituto Comprensivo “Borgaretto” di Beinasco (TO), trova online una foto che ritrae i due “poliziotti-simbolo” della manifestazione, Lorenzo Birgulti e Alessandro Calista, appena dimessi dall’ospedale dopo la colluttazione avvenuta alla fine del corteo. La foto, corredata da parole che mettono in dubbio l’entità delle lesioni da loro riportate, è condivisa sul proprio “stato” WhatsApp dalla docente, che vi aggiunge un commento indignato. Qualcuno tra i contatti dell’insegnante fa uno screenshot e, sotto falso nome, lo invia al Ministero dell’Istruzione e del Merito e all’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte, innescando una reazione a catena al termine della quale la docente è destinataria da parte della sua Dirigente Scolastica di un procedimento disciplinare che si conclude con un provvedimento di censura, motivato dall’aver agito con «un apprezzabile grado di imprudenza» in violazione del suddetto codice di comportamento, in quanto «il post nuoce al prestigio e al decoro della pubblica amministrazione e utilizza un linguaggio non consono al ruolo educativo del docente» (benché con tutta probabilità esso non fosse visibile da parte delle/degli allieve/i). La sanzione disciplinare irrogata alla collega si configura come un intervento fuori luogo, eccessivo, immotivato, coerente però con la grande macchina repressiva che negli ultimi mesi ha travolto il centro sociale Askatasuna e quella parte della cittadinanza che si è schierata contro lo sgombero e contro l’inasprimento delle misure di gestione dell’ordine pubblico anche a seguito degli scioperi autunnali (per la peculiarità del caso torinese si veda qui) La docente è stata sanzionata per avere espresso tramite un canale privato, non istituzionale, normalmente utilizzato in quanto cittadina e non come docente, una posizione di dissenso rispetto alla vittimizzazione degli agenti, sapientemente operata dai media mainstream nei minuti immediatamente successivi ai fatti in questione (la cui dinamica è stata immediatamente messa in discussione e chiarita dall’ottimo lavoro della giornalista Rita Rapisarda in questo articolo). La netta contrapposizione tra una piazza criminalizzata per la sua presunta “violenza” e forze dell’ordine che avrebbero agito con il solo obiettivo di garantire la sicurezza della cittadinanza è stato il mantra delle istituzioni nei mesi successivi. Evidentemente chi, come la professoressa Rovelli, si è permesso di mettere in discussione questa narrazione, è stato facile preda del tritacarne repressivo che rappresenta oggi un pericolo reale per chi esprima, pur in modo pacifico ed esercitando un diritto costituzionalmente garantito, forme più o meno aspre di dissenso nei confronti del potere. Al netto della strategia che la collega e i suoi legali adotteranno su un piano giudiziario, questa vicenda è importante per tutte/i le lavoratrici e i lavoratori del pubblico impiego e in particolare della scuola per diverse ragioni. La prima riflessione da fare riguarda l’ostilità nei confronti della docente, che è stata vittima di una delazione in puro stile fascista, evidentemente e scientemente volta a danneggiarla sul lavoro, con l’aggravante dell’anonimato dietro cui il delatore ha nascosto, tramite il ricorso a uno pseudonimo, la propria identità: al momento non è dato sapere in che modo MIM e USR abbiano verificato chi sia l’autore della segnalazione, ma sarebbe importante capirlo. La CUB SUR parla nel proprio comunicato di “grande fratello informatico” ed è questo uno degli aspetti più significativi della questione, che ci porta direttamente al cuore del problema, vale a dire i possibili profili di incostituzionalità del nuovo Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (DPR n. 81 del 13 giugno 2023) che introduce importanti modifiche rispetto al vecchio Codice (DPR n. 62 del 16 aprile 2013). L’aspetto rilevante in questa sede è il disciplinamento del «crescente fenomeno della digitalizzazione del lavoro e con l’introduzione di misure in materia di utilizzo delle tecnologie informatiche, dei mezzi di informazione e in particolare dei social media». Se si conferma che i dipendenti pubblici sono tenuti al rispetto dei doveri di «diligenza, lealtà, imparzialità e buona condotta» (mutuati dall’articolo 97 della Costituzione), la novità è «la precisazione che tali doveri debbano essere osservati non solo quando si è in servizio, ma anche nei comportamenti che si pongono in essere nella vita quotidiana, al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione». Nello specifico tale precisazione è contenuta nell’articolo 11-ter del Codice, di cui riportiamo i commi 1 e 2: > 1. Nell’utilizzo dei propri account di social media, il dipendente utilizza > ogni cautela affinché le proprie opinioni o i propri giudizi su eventi, > cose o persone, non siano in alcun modo attribuibili direttamente alla > pubblica amministrazione di appartenenza. > 2. In ogni caso il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o > commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine > dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in > generale. La lettura di queste poche righe ci conduce direttamente al punctum dolens della questione, che possiamo formulare così: quanto il Codice di comportamento, nella sua attuale formulazione, è compatibile con il dettato costituzionale e in particolare con l’articolo 21 sulla libertà d’espressione? Se la gerarchia delle fonti del diritto prevede che la norma suprema sia la Costituzione, è accettabile che i dipendenti pubblici vedano così limitato e minato il proprio diritto di parola e di espressione da una norma di rango inferiore? Quanto è grande il rischio che la «cautela» a cui fa riferimento l’articolo 11-ter induca nelle lavoratrici e nei lavoratori atteggiamenti di autocensura? Quanto è legittimo che, in definitiva, i pubblici dipendenti siano paradossalmente “discriminati” rispetto alle/agli altri cittadine/i per la propria condizione lavorativa che ne subordina alcune libertà fondamentali a un codice di condotta? Quanto la “fedeltà” che si richiede ai pubblici dipendenti è assimilabile a forme di obbedienza acritica e inquadramento totalizzante in una sorta di “stato etico”, che tende a sovrapporsi in quanto tale alla Repubblica democratica fondata sul lavoro, perno della Costituzione, a cui sola le e i cittadini devono fedeltà? Sono domande a cui chiaramente non è possibile dare risposta in questa sede, ma il caso della professoressa Rovelli è inquietante perché mette a nudo la violenza di un sistema che “sorveglia e punisce” non solo con i manganelli e gli idranti, ma anche in modi più sottili, subdoli, pervasivi e minacciosi per la libertà delle persone, costringendole a sperimentare forme di solitudine e sospetto nei confronti del prossimo che sono in completa antitesi con la natura dell’uomo come animale sociale. Sarebbe poi tutta da indagare la questione di cosa si intenda per “decoro” della pubblica amministrazione in un momento storico in cui il Governo italiano, complice diretto di un genocidio, partorisce a ciclo continuo decreti sicurezza finalizzati a colpire chiunque denunci il grande scandalo della guerra e dell’ingiustizia sociale. Viene in mente la provocazione di Socrate che invocò come alternativa alla pena di morte il suo mantenimento a pubbliche spese nel Pritaneo, come benefattore della polis. E invece il premio è toccato ad altri: i poliziotti Birgulti e Calista hanno ricevuto attestati di stima e solidarietà dalle istituzioni, sono stati premiati a Padova durante la festa per il 174° anno dalla fondazione della Polizia di Stato, hanno ricevuto l’attestato di civica benemerenza dal comune di Torino per l’anno 2026 (vedi qui e qui). Come Osservatorio continueremo a seguire la vicenda della collega torinese, a cui esprimiamo la nostra solidarietà, ma invitiamo chi ci legge a non piegarsi a forme di sopraffazione che in tutta evidenza tenderanno a riproporsi con sempre maggiore frequenza nell’immediato futuro e che colpiranno nel segno se troveranno individui resi fragili da silenzio e isolamento. Per questo è importante fare emergere queste storie, perchè quella che dobbiamo intraprendere è una battaglia politica e culturale che i singoli non possono affrontare da soli: contrastare il dispositivo di controllo in cui viviamo immersi richiede la difesa collettiva di spazi di libertà che anche il processo di militarizzazione delle scuole e delle università, che qui denunciamo, tende a limitare ed erodere. La traiettoria della militarizzazione incrocia la logica dell’autoritarismo, della censura, dell’obbedienza acritica, ed è per questa ragione che riteniamo fondamentale che nel mondo della scuola si diffondano gli strumenti di resistenza che qui mettiamo a disposizione di quante/i vogliano impegnarsi nella difesa della libertà di insegnamento, pensiero, parola ed espressione. Scarica qui: * vademecum per contrastare la militarizzazione delle scuole * appunti resistenti per continuare a praticare la libertà d’insegnamento Irene Carnazza e Maria Pastore, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Dalla Resistenza di ieri alle “resistenze” di oggi: Adelmo Cervi incontra le scuole a Torino
> Il collettivo studentesco dell’I.I.S. “Santorre di Santarosa” di Torino ha > organizzato un assemblea d’istituto in cui ha invitato Adelmo Cervi, figlio di > uno dei sette fratelli Cervi, contadini partigiani che vennero fucilati dai > fascisti nel 1943. L’incontro s’è sviluppato lungo un unico filo dalla > Resistenza partigiana alle “resistenze” di oggi. Pubblichiamo qui l’articolo > di Fabio Sarni, studente portavoce del collettivo del “Santorre”, e Irene > Carnazza, docente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e > delle università. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha come suo scopo statutario il monitoraggio e la segnalazione di tutte quelle situazioni in cui gli ambienti dedicati allo studio e alla libera costruzione del senso critico vengono penetrati in modi più o meno evidenti sia dalla propaganda militarista sia dagli interessi dell’industria bellica. Tuttavia una parte importante del nostro lavoro è anche ragionare sui percorsi alternativi che le/i docenti e le/gli studentesse/studenti mettono in atto anche con l’obiettivo di porre un argine nei confronti di questo fenomeno che, per quanto dilagante, può e deve essere contenuto da quante/i nella scuola vivono e lavorano tutti i giorni. In questo anno scolastico caratterizzato dall’attivismo delle/dei ragazze/i, che si sono riversate/i nelle piazze a sostegno della Flotilla, oggi nuovamente sotto attacco, o nella partecipazione agli imponenti scioperi autunnali, appare particolarmente importante la crescita dei tanti collettivi studenteschi che si sono sollevati contro il genocidio in Palestina e che nella giornata del 7 maggio sciopereranno contro il riarmo e la reintroduzione della leva. Tra i tanti gruppi disseminati in tutta Italia vogliamo qui raccontare come, nelle giornate sempre intense a cavallo tra 25 aprile e 1° maggio, il piccolo ma vivace collettivo dell’IIS “Santorre di Santarosa” di Torino abbia lavorato alla costruzione di un’assemblea di istituto che ha mutuato dalla Resistenza di ieri una vocazione sempre più decisa verso le tante “resistenze” di oggi. Non senza difficoltà le/gli studentesse/i hanno convocato per il 27 aprile un’assemblea di istituto alla quale è stato invitato Adelmo Cervi. Ecco le parole con cui uno dei rappresentanti di istituto degli studenti, Fabio Sarni, (che il nostro collaboratore dell’Osservatorio, Stefano Bertoldi, aveva intervistato lo scorso autunno in una puntata di “Scuola Resistente”) ha presentato alle/i compagne/i questo importante testimone delle lotte di ieri e di quelle di oggi: > «Sono onorato di annunciarvi l’ospite di questa assemblea, Adelmo Cervi, che è > venuto a trovarci direttamente dall’Emilia. Adelmo è un combattente, un uomo > che lotta da tutta una vita seguendo le orme di suo padre Aldo e della sua > famiglia: oggi è qui con noi per raccontarci una storia, la storia dei suoi > sette padri, come dice lui, e di tanti altri che hanno pagato con la vita la > loro scelta di libertà, storia di uomini che hanno avuto paura ma davanti alla > paura non si sono mai arresi, storia di uomini che volevano lottare per > sconfiggere le ingiustizie, una lotta cominciata la prima volta che un essere > umano ha detto no per ribellarsi ad un’imposizione, storia di uomini che > avevano capito che era giunta l’ora di resistere, era giunta l’ora di essere > uomini, di morire da uomini per vivere da uomini. > > Vi ringrazio per aver accettato il mio invito a questa assemblea, per > ascoltare la testimonianza di una conquista, la conquista della libertà che > come tutte le conquiste non è per sempre, c’è sempre qualcuno interessato a > portarle via, per cui resistere ancora oggi è un dovere e una necessità di noi > giovani ed è importante essere qui oggi.» Adelmo Cervi ha dialogato con le/gli studentesse/i da pari a pari, con una freschezza e una vivacità che hanno emozionato chi, tra noi docenti, ha avuto la possibilità di partecipare all’incontro. Nel teatro del Santorre campeggiava un enorme striscione che riportava le parole di “Per i morti di Reggio Emilia”, scritta nel 1971 da un altro torinese, il cantautore Fausto Amodei: > > Sangue del nostro sangue > > > > nervi dei nostri nervi > > > > come fu quello dei fratelli Cervi. Queste stesse parole sono state poste in esergo al libro di Adelmo Cervi, I miei sette padri, che l’ospite ha presentato, intervallando il racconto con la proiezione dell’omonimo documentario di Luciana Davì, uscito nel 2023. I miei sette padri: titolo che evidentemente fa da contraltare al celeberrimo I miei sette figli scritto nel 1955 da Alcide Cervi, che nelle foto che scorrono sullo schermo tiene in braccio proprio un piccolissimo Adelmo. Nel teatro della scuola ospitante abbiamo tutte/i provato la fortissima emozione di essere, come ha osservato Fabio Sarni, “legate/i da uno stesso filo”, che attraversa le generazioni, che scorre attraverso il tempo e che oggi si snoda oltre i confini di Torino e dell’Italia, e arriva alla Palestina, al Venezuela, all’Iran, al Libano, e nella sua forza delicata travolge i confini e le barriere e i nazionalismi. La testimonianza di Adelmo è stata importante per le classi perché non si è limitato a raccontare la storia della propria famiglia, ma si è posto come esempio vivente di come si può oggi stare nella lotta e fare resistenza, nel mondo in cui il capitale e i signori della guerra ci vogliono invece resilienti e passive/i. A conclusione dell’incontro, ascoltando le note di “Canzone per Delmo” di Filippo Andreani e di “La pianura dei sette fratelli” dei Modena City Ramblers le/i ragazze/i hanno abbracciato Adelmo, hanno scattato fotografie insieme a lui e hanno fatto la fila per farsi autografare il libro, che è anche stato donato alla scuola. Ecco le parole del comunicato finale dedicato a un bilancio dell’incontro, che il rappresentante del Santorre ha scritto a quattro mani con un altro studente torinese, Zeno Lazzari, rappresentante presso la Consulta Provinciale degli Studenti del Liceo “Gobetti-Segrè” (il terzo istituto superiore di Torino che, insieme al “Santorre” e al Liceo “Einstein”, ha ospitato Cervi): > > > > «Ieri mattina, all’assemblea d’istituto, è venuto a trovare gli studenti > > > > Adelmo Cervi, figlio di un uomo che diede la vita per il suo sogno di > > > > libertà. > > > > > > > > È stata una giornata di resistenza, in cui gli studenti hanno ricordato > > > > sette fratelli che ebbero paura ma, davanti ad essa, non si arresero > > > > mai: sette fratelli contadini che lavorarono per tutta la vita la terra > > > > emiliana e che decisero di partecipare attivamente alla Resistenza > > > > contro il nazifascismo. > > > > > > > > Nel novembre del 1943 qualcuno denunciò l’intera famiglia per le loro > > > > attività antifasciste; la loro casa fu circondata da più di cento > > > > fascisti e venne data alle fiamme. I fratelli e il loro padre, Alcide, > > > > vennero arrestati e, il 28 dicembre, i sette fratelli furono fucilati a > > > > Reggio Emilia. Alcide riuscì a fuggire di prigione pochi giorni dopo, > > > > durante un bombardamento. > > > > > > > > È stata ricordata una conquista: la conquista della libertà ottenuta > > > > grazie ai partigiani. Ma, come tutte le conquiste, non è per sempre: c’è > > > > sempre qualcuno interessato a togliercela. Gli spazi di democrazia > > > > dentro le scuole sono necessari per cogliere questo esempio e continuare > > > > la lotta contro le barbarie di questo sistema, con l’obiettivo di una > > > > scuola libera non dalla politica, ma dai soprusi di chi ci vorrebbe > > > > passivi e senza libertà. > > > > > > > > II 7 maggio scioperiamo, spalla a spalla con i lavoratori, continuando a > > > > lottare contro tutti coloro che vogliono la guerra per i loro sporchi > > > > interessi e che vorrebbero piegare le scuole al profitto!» La percezione che la memoria sia energia viva e che il ricordo non debba restare un’operazione inerte ma vivere nelle lotte di oggi è evidente nelle ultime parole del comunicato, in cui si rivendica una scuola in cui la politica non sia censurata o ridotta a teatrino dalla logica del contraddittorio. Quanto questi temi siano importanti per le studentesse e gli studenti emerge anche da una piccola intervista che abbiamo proposto al rappresentante di istituto del “Santorre”: si tratta di un piccolo esempio di come le/i docenti e le/gli studentesse/studenti possano insieme lavorare su questioni che rappresentano il cuore pulsante di un’autentica “educazione alla cittadinanza”. Irene: Perché proprio nel corso di questo anno scolastico voi studenti avete ritenuto importante tornare sul tema della Resistenza? Fabio: Abbiamo iniziato scendendo in piazza in autunno con gli scioperi del “blocchiamo tutto” per la Palestina, in quel momento abbiamo notato che la repressione contro le varie forme di dissenso continuava ad aumentare, ogni sciopero si concludeva con scontri con la polizia e nelle settimane successive seguivano una serie di arresti soprattutto di studenti che impedivano loro di frequentare la scuola. Questa situazione ci ha fatto pensare che fosse necessario parlare agli studenti, dai più grandi ai più piccoli, di cosa è stata la resistenza e come anche oggi bisogna continuare questa lotta. L’incontro con Adelmo Cervi è stato fondamentale per ribadire questo concetto, lasciando lo spazio agli studenti di esprimersi. Vi siete posti il problema di come reagire a eventuali richieste di contraddittorio? Ci abbiamo pensato, perché Adelmo è una persona molto esposta politicamente, però sarebbe stato assurdo se qualcuno avesse chiesto il contraddittorio quando si parla di resistenza contro la pagina più oscura della storia del nostro paese quale è stata il nazifascismo. Vedendo i tempi in cui viviamo il problema ce lo siamo posti, ma fortunatamente almeno tra i banchi il fascismo è ancora considerato come la morte di tutte le idee nonostante qualcuno stia cercando di legittimarlo. Che rapporto c’è tra la giornata con Adelmo e lo sciopero del 7 maggio? Durante l’incontro, Adelmo ha parlato di come la sua famiglia, i suoi 7 padri come dice lui, lottarono contro il nazifascismo ma anche contro le guerre nel senso più ampio della parola, ha trasmesso un messaggio pacifista che noi stiamo portando avanti da mesi, per questo torneremo in piazza giovedì 7 maggio per ribadire il nostro dissenso nei confronti della campagna di militarizzazione che sta portando avanti il nostro governo e il resto dell’Europa, ci opporremo alla leva militare che sta tornando in molti paesi europei e coglieremo l’occasione per ribadire la nostra ferma condanna alla riforma 4+2 per gli istituti tecnici. In che senso le scuole possono essere dei presidi di libertà anche in riferimento alla situazione di una città come Torino? Credo che le scuole possano essere dei presidi di libertà lasciando agli studenti la possibilità di prendere la parola perché gli studenti hanno molta voglia di esprimere le loro idee e le loro opinioni. Spesso si dice che a scuola non bisogna fare politica; io credo che questa affermazione sia completamente sbagliata perché gli studenti proprio a scuola devono imparare a confrontarsi, devono imparare a dibattere e ad interessarsi su ciò che gli accade attorno, non si può pensare che la scuola si debba isolare da tutto ciò che ci circonda, sarebbe profondamente sbagliato, verrebbe a meno la volontà degli studenti che invece a scuola vogliono proprio fare politica, vogliono confrontarsi, vogliono interessarsi e lo abbiamo visto quando centinaia di studenti si sono riversati in corso Regina Margherita dopo lo sgombero dell’Askatasuna, sgombero che ha tolto nuovamente un luogo di aggregazione per i ragazzi e non solo. I ragazzi hanno voglia di fare, di interessarsi, bisogna solo dar loro la possibilità di farlo. Qual è la parte dell’ intervento di Adelmo che ti ha più emozionato? Quando abbiamo ascoltato “Canzone per Delmo” di Filippo Andreani, io mi ero seduto a fianco ad Adelmo che nel mentre fotografava lo striscione che avevamo fatto per l’occasione e devo dire che quel momento mi ha davvero commosso. È stato in quel momento che ho compreso che eravamo riusciti a fare ciò che ci eravamo prefissati, avevamo creato uno spazio di democrazia all’interno delle scuola, è stata una grande soddisfazione. Nel fare il bilancio di questa esperienza, chi scrive ha avuto modo di confrontarsi con le/i colleghi rispetto al ruolo della scuola nella trasmissione della memoria e vorrei concludere queste considerazioni con le parole di una mia collega, che scrive: Abbiamo tramandato a questi ragazzi sensibili come noi quello che in passato ci aveva toccato al punto di orientare il nostro percorso. Io direi che abbiamo fatto un bel lavoro. L’unico che devono fare gli insegnanti… Fabio Sarni, portavoce del collettivo studentesco dell’I.I.S. “Santorre di Santarosa” di Torino Irene Carnazza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly