Obiettivo 2040. L’Italia oltre il fossile: 15 anni per liberarci dalle fonti energetiche inquinanti e belliche
Oggi importiamo gas, petrolio e carbone per oltre cinquanta miliardi di euro
all’anno, arricchendo regimi autoritari e finanziando guerre. Il limite non è
tecnologico, le rinnovabili sono già più economiche dei fossili. Il limite è
politico. E si risolve con decisioni per uscire dai combustibili fossili nel
sistema elettrico entro il 2040, quindici anni. A fine 2025, la capacità
rinnovabile installata in Italia è di circa 81,5 GW, meno della metà del target
Pniec 2030 di 131 GW. Le rinnovabili hanno coperto il 41,2% del fabbisogno
elettrico: un record, ancora insufficiente. Come immagazzinare l’eccesso solare
estivo per coprire la domanda invernale? L’Italia ha un vantaggio enorme che
continua a ignorare: la rete Snam, con una capacità di circa 200 TWh, esiste
già. L’eccesso di energia estiva si può convertire in metano sintetico verde e
immesso in questa rete senza costruire nulla di nuovo. L’indipendenza energetica
entro il 2040 è tecnicamente possibile, economicamente conveniente e
politicamente necessaria. Ci sono le tecnologie. Ci sono le risorse. Manca una
classe politica che dica la verità: il tempo del «non si può» è finito[IL]
C’è un paradosso bruciante al cuore del sistema energetico italiano. Il Paese
dispone di uno dei patrimoni rinnovabili più ricchi d’Europa: tre mari con vento
favorevole, sole abbondante in ogni stagione, una dorsale appenninica che capta
aria da nord a sud, un potenziale geotermico di prim’ordine. Eppure, continuiamo
a importare gas, petrolio e carbone per oltre cinquanta miliardi di euro
all’anno, arricchendo regimi autoritari e finanziando guerre. Il limite non è
tecnologico, le rinnovabili sono già più economiche dei fossili. Il limite è
politico. E come tale, si risolve: con decisioni. La buona notizia è che un
percorso esiste. Concreto, finanziato, dettagliato. Non un’utopia verde, ma un
programma di ingegneria, finanza pubblica e riorganizzazione industriale.
L’obiettivo è uscire completamente dai combustibili fossili nel sistema
elettrico entro il 2040, quindici anni. Il tempo, se si vuole, c’è. Ciò che
manca è la volontà.
IL MIX DI TECNOLOGIE RINNOVABILI È GIÀ OPERATIVO: ENTRO IL 2040 POSSIAMO
LIBERARCI DAI FOSSILI (CREDIT FOTO SHUTTERSTOCK)
I NUMERI: COSA SERVE DAVVERO
A fine 2025, la capacità rinnovabile installata in Italia è di circa 81,5 GW,
meno della metà del target Pniec 2030 di 131 GW. Le rinnovabili hanno coperto il
41,2% del fabbisogno elettrico: un record, ma ancora insufficiente. Le
previsioni Terna-Snam stimano la domanda elettrica a 400 – 430 TWh nel 2040,
trainata dall’elettrificazione di trasporti e riscaldamento. Per coprirla al
100% con le rinnovabili servono obiettivi chiari e decisioni non rinviabili. Il
fotovoltaico deve arrivare a 190/200 GW totali: 155 GW in più rispetto agli
attuali 43,5 GW, compatibili con il potenziale Irena per l’Italia superiore a
900 GW. L’eolico offshore galleggiante deve aggiungere almeno 50 GW. Il punto
più critico è però l’accumulo: non i 100 GWh del piano iniziale, già il target
PNIEC 2030 e già insufficienti, ma 800 – 1.000 GWh, di cui almeno 200/300 GWh di
accumulo stagionale. È qui che si gioca davvero la partita.
LA NERVATURA NAZIONALE DELLA RETE SNAM (IMMAGINE SNAM 2020)
IL NODO STAGIONALE: QUATTRO SOLUZIONI CHE L’ITALIA HA GIÀ
Come immagazzinare l’eccesso solare estivo per coprire la domanda invernale?
L’Italia ha un vantaggio enorme che continua a ignorare: la rete Snam, con una
capacità di circa 200 TWh, esiste già. L’eccesso di energia estiva può essere
convertito in metano sintetico verde tramite power-to-gas e immesso direttamente
in questa infrastruttura senza costruire nulla di nuovo. Eni, con il suo
know-how nel settore gas, è il soggetto naturale per guidare questa conversione,
se il suo statuto viene riformato per legge con obiettivi climatici vincolanti.
Tre tecnologie completano il quadro: la geotermia profonda a ciclo binario,
energia continua e senza emissioni estratta dal sottosuolo tra 3.000 e 6.000
metri; il pompaggio idroelettrico su bacini esistenti, con efficienze round-trip
del 70/85%; la microcogenerazione a biomassa locale per aree montane e rurali,
con emissioni prossime allo zero se la filiera è corta e certificata. Sulle
prime due: metano verde sintetico e geotermia profonda, va concentrato fin da
subito lo sforzo di ricerca e sviluppo industriale.
IL COUNTDOWN FISCALE: SCADENZE VINCOLANTI, NON PROMESSE
La transizione avviene quando cambiare costa meno che restare fermi. Questo
meccanismo va costruito per legge, con scadenze non prorogabili, e finanziato da
una sovratassa progressiva sui profitti fossili dal 20% tra il 2026 e il 2030,
fino al 50% nel 2036 – 2040 e dalla restituzione degli oltre venti miliardi
annui di sussidi pubblici ai fossili, ancora presenti nel bilancio dello Stato
secondo le stime Ocse.
ENI, ENEL, ENEA: TRASFORMARE, NON DISTRUGGERE
La transizione non può avvenire contro i grandi operatori pubblici: deve passare
attraverso la loro trasformazione. Eni deve abbandonare l’esplorazione di nuovi
giacimenti, incompatibile con qualunque obiettivo climatico credibile, e
riorientare le proprie competenze verso idrogeno verde, biometano e geotermia
profonda. Enel, già primo operatore mondiale nel settore rinnovabile, deve
concentrarsi sulla rete intelligente e sulle comunità energetiche, spostando il
modello dalla vendita di energia alla gestione distribuita. Enea deve triplicare
il proprio budget di ricerca, con almeno il 40% destinato all’accumulo. I loro
statuti vanno riformati per legge: obiettivi climatici vincolanti,
rendicontazione parlamentare annuale, verificatori indipendenti. Questo è un
atto di politica industriale, non di ideologia.
SUOLO E BUROCRAZIA: DUE NODI DA SCIOGLIERE SUBITO
Nessuna transizione credibile può sacrificare suolo agricolo produttivo. La
mappatura nazionale delle aree idonee va costruita per esclusione: fuori parchi,
Natura 2000, beni culturali, territori Doc e gp, suoli di alta qualità e per
gerarchia: prima i tetti degli edifici esistenti (potenziale stimato dal Gse:
80/100 GW), poi le aree industriali dismesse, ex discariche ed ex cave, le fasce
laterali di autostrade e ferrovie, e solo infine il suolo marginale come scelta
sussidiaria. Per ogni categoria, il silenzio-assenso con tempi certi, dodici
mesi per le aree ordinarie, novanta giorni per i brownfield elimina il
principale collo di bottiglia: oggi un impianto eolico aspetta in media sette
anni per le autorizzazioni. Sette anni in un Paese che si dichiara in emergenza
climatica.
NON È UN COSTO: È UN INVESTIMENTO
FIORITURA PRIMAVERILE A CASTELLUCCIO DI NORCIA; IN ALTO, SULLA COLLINA, IL BOSCO
CON LA SAGOMA DELL’ITALIA
L’investimento complessivo è tra 400 e 550 miliardi in quindici anni. Ma non è
una spesa: è la sostituzione dei 750/900 miliardi che, senza intervento,
usciranno dall’economia italiana per importare fossili, senza creare un
brevetto, un posto di lavoro stabile, un solo asset permanente sul territorio
nazionale. Quei soldi oggi escono. La domanda è solo dove vanno: ad arricchire
produttori esteri di gas e petrolio, o a costruire infrastrutture, competenze e
lavoro italiano. Le comunità energetiche locali, strumento di giustizia sociale
prima ancora che tecnico garantiscono che i benefici si distribuiscano nei
territori, non si concentrino nelle mani di pochi grandi gruppi industriali.
L’indipendenza energetica entro il 2040 è tecnicamente possibile, economicamente
conveniente e politicamente necessaria. Non mancano le tecnologie. Non mancano
le risorse. Manca ancora una classe politica disposta a dire la verità: che il
tempo del «non si può» è finito.
Aurelio Angelini