Contro il rumore dei social: la lezione di Igiaba Scego sul potere della lettura
“In un mondo disumanizzato dalle guerre e dal rumore dei social, la scrittura
deve tornare a farsi strumento di incontro e non di isolamento”. È il messaggio
lanciato a interris.it dalla scrittrice di origini somale Igiaba Scego.
L’autrice sottolinea l’urgenza di riscoprire la lettura come esercizio di
concentrazione, ricordando l’emozione dei confronti con gli studenti nelle
scuole e l’importanza di intendere la cultura come spazio di ascolto reciproco.
Ricordando il recente incontro con Leone XIV in occasione dei 100 anni della
Libreria Editrice Vaticana, riflette sulla differenza tra il pettegolezzo e il
valore autentico della parola stampata. Contro la frammentazione digitale e il
declino della lettura in Italia, Scego invita a ritrovare il silenzio e
l’empatia, definendo la passione per i libri come l’unico vero baluardo capace
di allontanare l’odio e riaprire gli orizzonti dell’umano.
Che impressione le hanno fatto le parole rivolte a voi scrittori da Papa Leone
XIV sull’umanità e sulla relazionalità?
“Mi ha colpito molto quando il Papa ha parlato del contributo di umanità che
possiamo portare noi scrittori. Viviamo in un mondo disumanizzato dalle guerre e
dall’uso sbagliato delle nuove tecnologie — che io non rifiuto, ma che dovremmo
usare per la pace e per costruire relazioni, non per isolarci. Il Pontefice ci
ha ricordato il nostro ruolo: indagare, scavare e raccontare la relazione,
ponendoci domande universali sulla vita e sulla morte. In un mondo in cui la
parola è abusata o messa al margine in favore del pettegolezzo, oggi mi sono
sentita molto utile. Il Papa ci ha richiamati alla parola, alla pagina e allo
spazio, ed è stato bellissimo”.
In un mondo così rumoroso e veloce, come si può comunicare l’importanza della
parola e ritrovare la bellezza dell’essenzialità attraverso la scrittura?
“Penso che accanto alla pratica della scrittura debba esserci sempre la pratica
dell’incontro. Per esempio, io ho creato un book club sull’Africa che vogliamo
allargare nelle biblioteche: sembra una cosa semplice, ma attraverso un libro
che viene da lontano — che sia dallo Zimbabwe o dall’Etiopia — le persone
raccolgono e si scambiano riflessioni collettive. C’è bisogno di questo scambio.
Una scrittrice deve essere prima di tutto una lettrice, connessa ai colleghi e
alle parole degli altri. Sono stata felicissima di vedere autori a cui sono
affezionata come lettrice, una su tutte la scrittrice statunitense Elizabeth
Strout. È stato emozionante ricordarsi di questo doppio ruolo e di quanto le
parole aiutino ad aprire orizzonti e ad allontanarci dall’odio”.
Tra i tanti incontri con i suoi lettori, qual è l’emozione o la soddisfazione
più grande che porta nel cuore?
“Quando vado nelle scuole. Vedere le ragazze e i ragazzi che mi fanno domande,
si emozionano e riescono a identificarsi attraverso un racconto che io ho
concepito in solitaria. La scuola è in assoluto la cosa che mi emoziona di più”.
Che consiglio o suggerimento si sente di dare alle nuove generazioni che
vorrebbero intraprendere il percorso della scrittura?
“Più che consigli, posso offrire la mia esperienza. A chi vuole fare questo
mestiere dico subito che serve un secondo lavoro, perché non si può vivere di
sola scrittura a meno di non essere super famosi. Però la scrittura deve far
parte della propria giornata. E poi c’è un’altra cosa fondamentale: bisogna
leggere. Non si può essere scrittori — e credo nemmeno buoni esseri umani —
senza la lettura. Dobbiamo fare di più per la lettura perché in Italia si legge
sempre meno e si fa fatica a concentrarsi. Leggere ti costringe a stare lì per
mezz’ora o un’ora, concentrato su un mondo fuori di te. È una capacità di
concentrazione che stiamo perdendo a causa dei social e del rumore di fondo; la
lettura, invece, ci aiuta a ritrovare il silenzio e le parole dentro di noi”.
Redazione Italia