Il futuro dell’agricoltura tra nuovi OGM, droni e IA: perché “Mangiare è un atto di guerra”
L’agricoltura è investita da innovazioni tali da poter trasformare, nel giro di
pochi anni, il modo in cui la concepiamo, la struttura delle aziende e del
lavoro, i nostri stessi paesaggi rurali. Parliamo delle sementi prodotte tramite
editing genomico (NGT; in italiano TEA, Tecniche di Evoluzione Assistita), la
cui introduzione nei campi e sul mercato è stata facilitata dal recente voto del
Parlamento europeo; e, inscindibilmente, delle tecnologie digitali per
l’agricoltura “di precisione”. Entrambe queste innovazioni sono presentate
all’opinione pubblica come green, capaci di produrre colture più resistenti e
capaci di adattarsi ai cambiamenti climatici, ottimizzando l’utilizzo di acqua e
di pesticidi e disinfestanti chimici. Ma davvero è questo il loro scopo? Il
collettivo “Alcuni amici di Ludd”, formato da contadine e.contadini che si
ostinano a resistere alla mercificazione del cibo, raccontano, in un libro
appena pubblicato (Mangiare è un atto di guerra), una storia completamente
diversa. Prima smontano, una ad una, le bugie della narrazione green; poi,
rovesciano la prospettiva: quelle tecnologie servono piuttosto a giustificare, e
a rendere sostenibili sul piano economico, i crescenti investimenti militari. Un
contributo prezioso, il loro, anche per capire se manipolazioni genetiche e
digitalizzazione possano conciliarsi con gli obiettivi dell’agroecologia. Quella
che segue è un’intervista collettiva ad alcuni di loro.
Perché avete deciso di cimentarvi con la scrittura di questo libro?
«Il libro nasce dall’esperienza che abbiamo fatto in questi due anni nel
tentativo di far nascere una mobilitazione più popolare e allargata possibile
contro le nuove tecniche genomiche. W. Berry, scrivendo che “mangiare è un atto
agricolo”, voleva evidenziare come, nella società industriale, si fosse perso il
nesso tra il cibo e l’atto agricolo che lo produce; nella nostra analisi questo
discorso si ribalta: proprio perché non è più un atto agricolo, il cibo diventa
invece un atto di guerra, per via del legame stretto tra produzione industriale
di cibo e industria bellica; alla ricostruzione di questo legame è dedicato il
libro, dalla Rivoluzione verde, alle guerre mondiali, fino al presente».
«In questi anni abbiamo trovato forti difficoltà, in particolare per un
conflitto nella narrazione che coinvolge il campo della sinistra ed ecologista:
quindi l’abbiamo scritto perché volevamo portare la discussione all’altezza
della posta in gioco, anche superando un certo relativismo assoluto. Abbiamo
voluto portare nel dibattito quello che sappiamo, le idee che noi ci siamo
fatti: se qualcuno non è d’accordo e ha gli strumenti per controbattere, bene:
altrimenti bisognerà che, come movimento ecologista e contadino, ci assumiamo
certe responsabilità e cerchiamo un modo di agire che sia coerente con la nostra
analisi».
Iniziamo da questi conflitti nella narrazione: perché le TEA non sarebbero
sostenibili?
«Le TEA, ottenute con strumenti di modifica del DNA vegetale come le famose
“forbicine” CRISPR/Cas 9, vengono equiparate alle mutazioni che avvengono
naturalmente in campo; siccome non c’è inserimento di materiale genetico
estraneo, si sostiene che non abbiano nulla a che fare con gli OGM tradizionali.
Peccato però che l’equiparazione a fenomeni naturali sia basata su un approccio
fortemente riduzionista, che la stessa ricerca in campo epigenetico sta
sconfessando, mostrando come le caratteristiche effettive della pianta non
dipendano solo dalle informazioni genetiche, tanto meno dalla minima proporzione
di quelle “note”. Stiamo quindi abbandonando del tutto il principio di
precauzione: al di là delle dichiarazioni, non abbiamo alcuna certezza dei
risultati che possono venirne fuori. In realtà, come viene documentato nel libro
di S. Mori e F. Panié (Perché fermare i nuovi OGM, TerraNuova 2024, NdI),
l’equiparazione delle TEA a fenomeni naturali prende forma in un convegno
organizzato da multinazionali chimiche e biotecnologiche, che stavano studiando
come dirottare l’opinione pubblica e gli enti preposti alla regolamentazione al
fine di introdurre le loro nuove tecnologie».
«Poi le TEA vengono giustificate come risposta alla crisi climatica, ma questa
si affronta solo con la biodiversità! È l’agricoltura industriale che sta
desertificando il pianeta: introdurre le TEA significa trovare palliativi
tecnologici che permettono di non mettere in discussione l’impianto. Poi, se
andiamo a vedere: quali TEA si stanno facendo in Italia? Pomodoro, uva… sono le
monoculture italiane. Le monoculture devastano i territori e noi introduciamo le
TEA, che servono per fare le monoculture “sostenibili”: invece noi come
movimento ecologista dobbiamo dire no, la monocultura non si fa.»
«In realtà sono innovazioni finalizzate alla privatizzazione del genoma, quindi
ad accaparrarsi delle risorse, a privatizzare quello che la natura ha offerto ai
contadini per generazioni. Anche in Italia i coltivatori hanno contribuito a
creare una banca dati di informazioni genetiche di semi che hanno sviluppato
particolari resistenze, che è depositata presso il Crea. Tornando al conflitto
nella narrazione, questo regalo della biodiversità nella sua forma digitalizzata
alle multinazionali viene spacciato come superdemocratico perché gli archivi
sono pubblici, open source – parliamo di mega archivi genetici in cui c’è la
rappresentazione informatica del genoma di tutte le piante presenti sulla Terra,
ma non sono privati, eh? Chiunque può accedere… Ma nessuno si pone la domanda:
sì, ma noi contadini cosa ci facciamo con la rappresentazione informatica dei
semi? Non ce ne facciamo niente. Invece chi possiede tecnologia e
apparecchiature di altissimo livello necessarie per passare dalla
rappresentazione informatica al seme vero e proprio ha a sua completa
disposizione questo enorme patrimonio estorto e raccolto con soldi pubblici e
messo a disposizione per chi lo può utilizzare per ottenere brevetti.»
Corteo contro nuovi OGM. Parma, giugno 2025
Parliamo della digitalizzazione: questa può essere conciliabile o hackerabile
per le finalità dell’agroecologia?
«L’agroecologia è la disciplina che ha come finalità produrre cibo attraverso
agro-ecosistemi sostenibili. Sostenibilità significa che i limiti di produzione
di un territorio sono fissati dalla quantità di energia che lì può essere
prodotta e da quella di rifiuti che vi possono essere smaltiti. Immaginiamo come
questo possa essere attuato attraverso satelliti, sensori, droni e
apparecchiature che hanno bisogno di enormi quantità di energia e di acqua, come
i Data Center: come può essere sostenibile tutto questo? Poi, se lo ritengono
sostenibile perché magari si può limitare un po’ l’uso dei concimi questo può
anche essere vero, ma diamo le dimensioni reali alle cose: è una pagliuzza in
mezzo a un campo di rotoballe di paglia!»
«Quanto sia vero tutto questo lo vediamo nella materialità del nostro
quotidiano, perché i progetti di devastazione ambientale legati all’estrazione
di energia o di materie prime strategiche si susseguono l’uno dopo l’altro.
Dovremmo riuscire a fare uno sforzo di immaginazione e renderci conto che nel
giro di pochi anni potremmo trovarci a non avere più una dorsale appenninica ma
un centro industriale di produzione di energia eolica; e poi c’è il progetto di
riaprire le miniere sulle Alpi, c’è la speculazione sulle rinnovabili in
Sardegna, fino al nucleare. Dobbiamo chiederci non solo se una tecnologia possa
servire a qualcosa; ma anche fino a quando possiamo accettare tutto questo, e se
lo accettiamo dove ci troveremo a vivere, in che condizioni.»
«Negli ultimi anni si è consolidata, anche nei nostri ambienti abituali, di
sinistra ed ambientalisti, un’ideologia scientista secondo cui la risoluzione ai
problemi creati dall’attuale modo di produzione industriale si troverà
attraverso la tecnoscienza; quindi è piuttosto diffusa l’idea che il problema
non sia la tecnologia, ma l’uso che se ne fa…»
Corteo contro nuovi OGM. Parma, giugno 2025
Per quali motivi ritenete necessario superare questa idea della neutralità delle
tecnologie?
«L’effetto di queste tecnologie è di rendere il lavoro contadino ancora più
dipendente: già dipende dalle multinazionali della chimica, dell’energia, del
petrolio; in questo modo diventerà dipendente anche dai laboratori di
bioingegneria e dai giganti del digitale e dell’IA… Oltre che dall’energia
atomica necessaria per alimentarli.»
«Di recente è stato firmato l’EU Drone Deal: rilanciamo l’economia europea
producendo droni, così che l’Ucraina possa raddoppiare l’attuale produzione di
10 milioni di pezzi l’anno. Cosa c’entra con l’agricoltura? C’entra! Si portano
in agricoltura questi oggetti, che sono tra i più importanti e strategici nei
campi di battaglia, con due risultati: giustificare la loro presenza – dal
satellite al quadricottero che ti vola sul campo, cosa ci fa tutta ‘sta roba
sulla mia testa? Beh, serve per l’agricoltura, serve per fare i video, per la
mobilità sostenibile… Però nel frattempo serve a controllare il territorio 24
ore su 24. Inoltre, le società che producono i droni, come quelle che producono
i software di IA e i data center necessari per elaborare i dati raccolti,
capitalizzano. Tutto questo crea mercato ma crea anche potenza militare. Le
guerre contemporanee, industriali, non sono vinte dal più coraggioso, dal
generale più geniale, ma dall’apparato industriale più resiliente: quello che
riesce a mantenere più attiva la produzione in tempi di guerra come in tempi di
pace.»
«Il punto è che queste tecnologie forniscono all’élite gli strumenti per attuare
politiche di predazione coloniale. Per spiegarlo siamo partiti dal “sistema
Israele”, caratterizzato, per la limitata estensione e le caratteristiche del
suo territorio, dalla necessità di ampliare al massimo le possibilità umane di
trasformazione grazie allo sviluppo tecnologico. Ora, la ricerca di un buon
rendimento contraddistingue anche il nostro lavoro di contadini, ma la
perseguiamo attraverso tecniche agroecologiche che permettono di coltivare cibo
con le nostre mani, sano, senza chissà quali macchinari. Il “sistema Israele”
invece parte dall’assunto che sia necessario sviluppare tecnologie per rendere
possibile un’agricoltura senza i contadini. In questa logica coloniale, le
aziende si muovono dove vi sono migliori possibilità di accaparramento, in
termini di manodopera, risorse, e grandi estensioni di terreni. Un esempio che
coinvolge l’Italia è il Piano Mattei dove decine di migliaia di ettari in
Algeria, o in Kenya, vengono acquisite e coltivate con piante ingegnerizzate e
tecnologie digitali che servono sia per scopi agricoli che per controllare la
popolazione e sedare eventuali proteste: stiamo andando verso un modo di
produzione e di vita totalmente insostenibile anche dal punto di vista umano e
sociale, oltre che ecologico.»
«Ma l’annichilimento delle piccole aziende che erano l’ossatura di un rapporto
diretto tra contadini e consumatori si registra anche in Europa e in Italia.
Attraverso una rete di logistica che non paga più il valore del prodotto in
maniera decente al contadino, si è arrivati al punto che gli agricoltori sono
con l’acqua alla gola; per questo si vogliono sviluppare tecnologie che
permettono lo sfruttamento di enormi monoculture con pochissimo lavoro umano:
del resto, i costi tecnologici possono essere ammortizzati solo su grande scala.
Nel libro approfondiamo lo strapotere di aziende come Bonifiche Ferraresi, oltre
che dell’Agritech Center, il Centro nazionale di R&S sviluppato con fondi PNRR e
volto alla trasformazione dell’agricoltura in settore high-tech, al cui interno
figurano, insieme alla quasi totalità delle università italiane, multinazionali
come Leonardo.»
«Mi viene in mente quando, durante la Prima guerra mondiale, il Kaiser in
persona dà mandato a Fritz Haber di inventare i gas chimici che avrebbero
stanato il nemico dalla guerra di trincea, che era in fase di stallo. A Haber
viene messa a disposizione un’enorme quantità di tecnici e laboratori, e produce
l’iprite (dicloro), poi il gas “Mostarda”, sempre più potenti ed efficaci.
Finita la guerra, alla Germania viene impedito di proseguire questa ricerca, e
tuttavia Haber continua lo stesso, giustificandola in nome dell’utilizzo di
questi stessi prodotti come pesticidi o insetticidi necessari per
l’industrializzazione dell’agricoltura. Questo è stato l’alibi per mettere a
disposizione fondi e laboratori per prodotti che in tempo di guerra sono utili
alla guerra, e in tempo di pace servono per l’agricoltura: lo è stato con i
concimi, con i pesticidi, e lo è esattamente per la digitalizzazione oggi…».
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