Da Gaza al mondo: la fotografia come progetto politico
Non vi perdete questa mostra che si è inaugurata l’altro giorno (3 maggio) alla
Fabbrica del Vapore di Milano. Si intitola Documenting life, death and
resistance in Palestine (Documentare vita, morte e resistenza in Palestina)
proseguirà fino al 21 maggio ed è una carrellata di immagini che lascia
letteralmente senza fiato, non solo per ciò che le foto ci mostrano, anno dopo
anno, abuso dopo abuso, violenza infinitamente perpetrata su corpi, campi,
abitazioni, nascite, funerali, ma anche per le condizioni di inimmaginabile
difficoltà, rischio personale, allucinante impraticabilità di qualsiasi cosa,
che hanno reso chissà come possibile ogni singolo scatto.
Un uomo che urla al mondo il suo dolore tenendo tra le mani il fagottino di un
bimbo ucciso dalla denutrizione. Ritratti di donne durante quelle Marcie del
Ritorno che vennero tentate tra il 2018 e il 2019 e in cui vennero uccise più di
200 persone. Bambini che tentano di acchiappare qualche briciola di cibo,
ammassati intorno ai dispensari della Gaza Humanitarian Foundation. La bara
della giornalista Shireen Abu Alheh presa d’assalto dall’IDF nel maggio 2022:
target anche da morta. Famiglie beduine che impacchettano i loro averi prima di
andarsene. Incredibile sfilata di tavoli per la fine di un recente Ramadan,
seppur tra le macerie. Gaza/lungomare prima del 7 ottobre: sfilata di sdraio e
ombrelloni, nonostante tutto. Gaza adesso: spianata di macerie… fotogrammi di un
film che non avremmo mai voluto vedere, che in gran parte abbiamo in effetti
ignorato, prima di quella data che ha precipitato tutto in un’apocalisse.
Il tutto ci viene proposto nell’ambito del Festival LIFE di Zona K ed è a cura
di Prospekt Palestine Project, progetto di tre fotografi italiani (Francesco
Giusti, Pietro Masturzo e Samuele Pellecchia) varato nell’ottobre del 2025 con
l’obiettivo di dare visibilità al lavoro di tanti colleghi palestinesi affiliati
al collettivo Activestills.
Da sinistra a destra: Pietro Masturzo, Samuele Pellecchia, Ahmad Al-Bazz,
Mohammed Zaanoun, Francesco Giusti.
Stiamo parlando quindi di una riuscitissima collaborazione creativa tra
professionisti che normalmente immagineremmo in competizione e che invece hanno
deciso di unire forze, risorse, contatti, spazi espositivi per valorizzare
l’unico reportage effettivamente possibile. Com’è noto infatti dal 7 ottobre le
autorità israeliane impediscono qualsiasi accesso a Gaza ai giornalisti
internazionali – e anche in Cisgiordania sta diventando sempre più difficile
lavorare. L’unica documentazione del genocidio e della pulizia etnica in corso
ci arriva dunque dal coraggio, dalla determinazione, dall’incredibile dedizione
dei fotografi palestinesi nonostante i rischi: sono più di 270 i giornalisti e
foto-reporter rimasti uccisi dall’inizio del conflitto ad oggi, e spesso con
attacchi mirati.
Come infatti hanno raccontato Mohammed Zaanoun e Ahmad Al-Bazz, che grazie ad
Assopace Palestina (che ha contribuito ai loro viaggi) erano presenti l’altro
giorno all’inaugurazione della mostra. “Quel che rimane della mia casa lo potete
vedere laggiù, su quella parete. L’unica cosa che sono riuscito a salvare è
stato il mio hard disk con l’archivio fotografico” ha raccontato il primo alla
piccola folla che lo ascoltava. “La storia del mio lavoro risale a 20 anni fa,
quando mi sembrava che nessuno raccontasse davvero ciò che succedeva a Gaza. Non
sono mancati i momenti difficili, come quando a causa di un attacco sono rimasto
in coma per quasi un anno. E’ stato in quel momento che mio fratello Yousef si è
messo a fotografare al posto mio, seguito da tutti gli altri fratelli e le mie
sei sorelle: l’impegno di documentazione è ormai una storia di famiglia. Il mio
progetto? Dare vita a un corso di formazione per giovani attivisti palestinesi,
perché siano sempre di più a raccontare ciò che succede tra Gaza e
Cisgiordania.”
Il lavoro di Ahmad Al-Bazz, residente a Nablus, occupa un’intera parete e
documenta la Nakba visibile ormai ovunque in Cisgiordania: i reperti
architettonici di ciò che è rimasto della Nakba “storica”, l’esodo in massa di
700.000 palestinesi da un imprecisato numero di villaggi in quel lontano maggio
del 1948 e l’odierna Nakba che i palestinesi subiscono ogni giorno da parte dei
coloni, con le ruspe che arrivano e spianano ogni cosa, gusci di case, aule di
scuole, uliveti, nella totale impunità.
“C’è qualche speranza?” osa chiedere qualcuno dal pubblico.
“Sempre meno” ammette Ahmad. “E però oggi siamo qui, voi siete qui, dopo Milano
questa mostra continuerà a girare in altre città… speriamo che prima o poi le
cose cambino. E comunque continueremo a lavorare.”
“Come mai le foto sono prive di credits? Le didascalie descrivono ciò che la
foto ha ripreso, ma non chi l’ha scattata” è la domanda successiva.
“Abbiamo voluto sottolineare ciò che soprattutto anima il nostro progetto”
rispondono entrambi i fotografi. “L’importanza che deriva dal fatto di essere un
collettivo e il valore per la collettività del nostro lavoro. Il nostro è un
progetto politico.”
La mostra è già prevista in replica in altre città: a Bergamo, a Lecco e a
Genova in coincidenza con i 25 anni del G8. “Ma saremmo felicissimi di ricevere
proposte da altri Comuni” segnala Samuele Pellecchia di Prospekt Palestine
Project. “Il nostro è un progetto in progress e quindi flessibile, in continuo
aggiornamento, disponibile a misurarsi con le più diverse occasioni e
collaborazioni.”
Per il programma completo del Festival Life di ZonaK: https://zonaklife.it:
teatro, dibattiti, mostre fino al 21 maggio alla Fabbrica del Vapore di Milano,
Via Procaccini 4, 20154 Milano.
Progetto activestills: https://www.activestills.org
Prospekt Palestine Project:
https://www.prospektphoto.net/news/prospekt-palestine-project/prospekt/
Daniela Bezzi