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“Outsourcing” della frontiera e naufragi in serie come effetto collaterale
Mentre il dibattito pubblico rimane dominato dalla reazione rabbiosa dei politici che contestano una decisione del Tribunale di Palermo che, pur non richiamando direttamente gli obblighi di soccorso in mare a carico degli Stati costieri, condanna il ministero dell’interno a risarcire una ONG dopo il blocco illegittimo subito nel 2019 a seguito di una operazione SAR (di ricerca e salvataggio) in acque internazionali, sono ormai 16 i cadaveri di migranti che le onde hanno spinto sulle nostre coste, in Sicilia ed in Calabria. Gli ultimi due corpi sono stati ritrovati sulla costa di Cefalù e sulla spiaggia di Pachino, vicino Siracusa, a notevole distanza dagli altri cadaveri rinvenuti sulle coste siciliane e calabresi, fino a Paola. Una piccola parte delle centinaia di vittime registrate in questi ultimi mesi nelle acque del Mediterraneo centrale, dunque, non solo sulla “rotta libica”. Ma soprattutto durante traversate che partivano dalla Tunisia, paese ritenuto “sicuro” dall’Italia e dall’Unione europea, dal quale sono di nuovo frequenti le partenze dalla zona di Sfax, per effetto delle retate violente della polizia tunisina ai danni dei migranti in transito, in prevalenza di origine subsahariana o bengalesi. Le date di partenza da Sfax del 14, 18, 20 e 21 gennaio 2026 sono confermate da fonti ufficiali, ma potrebbero trattarsi soltanto di alcune delle imbarcazioni cariche di persone migranti in fuga dalla Tunisia costrette ad affrontare la traversata in giornate proibitive. Si tratta di persone che avrebbero avuto diritto a raggiungere un paese sicuro, come di fatto non può definirsi la Tunisia nei loro confronti, per chiedere asilo o un’altra forma di protezione internazionale. Ma pesa sul loro destino oltre all’accordo bilaterale Italia-Tunisia, il Memorandum UE-Tunisia concluso del 2023 con il patrocinio di Giorgia Meloni e della presidente della Commissione UE Von der Leyen. La Tunisia aderisce solo formalmente alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, che la Libia non ha neppure sottoscritto, ma non riconosce un accesso effettivo alla procedura nel suo territorio, ed anzi si avvale dei finanziamenti dell’Unione europea per bloccare i transiti di persone che sarebbero potenzialmente richiedenti asilo, se arrivassero ad una frontiera europea, e organizza periodici voli di rimpatrio “volontario” verso i paesi di origine, quando non si limita ai respingimenti collettivi alle frontiere di Libia e Algeria, di fatto vere e proprie deportazioni. Quando si intensificano le retate di persone che in Tunisia sono lasciate prive di qualunque status legale, costrette alla sopravvivenza in condizioni di sfruttamento, da una fitta rete di corruzione e di violenza istituzionale, aumentano le partenze, succede da anni, anche durante i mesi invernali. In assenza di canali legali di ingresso in Europa, e della negazione del diritto di asilo nei paesi di transito, i trafficanti hanno buon gioco a raccogliere e mettere in mare per traversate impossibili migliaia di disperati su imbarcazioni che sempre più spesso fanno naufragio. Ed è ormai smentito dai fatti quanto affermato per anni da alcuni politici di destra, come Salvini, secondo cui soltanto con la riduzione delle partenze si sarebbe ridotto il numero delle vittime. Quanto successo in questi ultimi mesi, con i cadaveri affioranti, in punti anche molto distanti delle coste italiane, testimoni muti di naufragi dalle dimensioni incommensurabili, da Pachino (Siracusa) a Trapani, nelle isole di Lampedusa e Pantelleria, persino sulle coste settentrionali della Sicilia e sulla costa tirrenica della Calabria, non si può imputare ai “cattivi” scafisti, spesso scelti tra gli stessi migranti, e dunque come loro forzati a salire a bordo, quando decidono i soliti trafficanti, che continuano a fare partire imbarcazioni fatiscenti per traversate senza speranza. Il diffuso richiamo alle condizioni eccezionali del mare, spazzato dalle tempeste invernali, prima e dopo il ciclone Harry, sul quale per qualche giorno si è concentrata l’attenzione generale non può assolvere chi ha la responsabilità delle politiche migratorie e dei controlli di frontiera, quando queste politiche e questi controlli costringono a traversate che si concludono con un naufragio. Gli arrivi dopo le traversate della disperazione, comunque, non si sono arrestate neppure in questo periodo. La responsabilità principale di questi corpi che spinti dalle onde raggiungono le nostre spiagge e che vengono cancellati immediatamente dalla memoria collettiva, dopo essere stati ignorati dalle istituzioni che sarebbero tenute a coordinarsi a livello internazionale per garantire la ricerca e salvataggio dei naufraghi in acque internazionali, va individuata negli accordi di esternalizzazione (outsourcing) dei controlli di frontiera, conclusi con i paesi di transito allo scopo di favorire le intercettazioni in mare, perchè di questo si tratta e non certo di azioni di soccorso, dopo che i governi hanno cominciato a qualificare le attività di ricerca e salvataggio come “eventi migratori illegali”.  Le zone SAR (search and rescue) previste dalle Convenzioni internazionali come zone di responsabilità per salvare vite umane, si sono trasformate in riserva di caccia a disposizione dei diversi Stati per catturare, con il supporto dell’agenzia europea FRONTEX, quanti tentavano di attraversarle, per detenere i colpevoli di fuga, magari per riconsegnarli ai loro carnefici dopo respingimenti collettivi su delega. Si è così aggirata la sentenza di condanna dell’Italia sul caso Hirsi, per i respingimenti collettivi in Libia, adottata nel 2012 dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Con questo travisamento dei fatti si sono moltiplicati gli strumenti di deterrenza dei soccorsi, a mare con una cooperazione operativa di polizia rivolta anche a paesi terzi che ignorano il rispetto dei diritti umani, ed a terra con procedimenti diversi contro i soccorritori e gli operatori umanitari, prima con sanzioni penali e poi, dopo il loro fallimento, con sanzioni amministrative, dal fermo al sequestro ed alla confisca della nave. Alle ONG, malgrado le decisioni dei tribunali, che ne riconoscevano il pieno rispetto degli obblighi di soccorso, si è imputata ogni tipo di malefatta, oltre il favoreggiamento dell’immigrazione “clandestina”, anche la ricerca di un lucro economico, se non l’agevolazione dell’ingresso di potenziali criminali. Una campagna di disinformazione e poi di propaganda politica che si è tradotta in pacchetti sicurezza ed in prassi operative, come l’allontanamento delle navi militari europee dai soccorsi nelle aree più vicine alle coste africane, praticati fini al 2017, decisione politica che allo scopo di ridurre dopo i salvataggi gli arrivi in Europa, ha incrementato il numero delle vittime in mare e nei lager libici. L’obiettivo comune degli Stati membri più esposti, come la Grecia, Malta e soprattutto l’Italia, con il concorso dell’Unione europea, è stato quello di utilizzare, come arma di deterrenza delle traversate, la rarefazione degli interventi di soccorso, e dunque un contrasto senza quartiere alle navi del soccorso civile, per imputare alla fine alle stesse vittime la responsabilità dei naufragi per avere esposto se stesse, e le loro famiglie, al rischio di annegamento. Una politica di “gestione dei flussi migratori via mare” che si è affermata dal 2017 ad oggi, segnando la fine del diritto internazionale. I sentimenti di ostilità diffusi per anni contro le attività umanitarie di ricerca e salvataggio in mare hanno profondamente inciso, come una cancrena sociale, sul senso comune, e questo spiega sull’onda del populismo nazionalista l’indifferenza attuale, e la rimozione mediatica, di fronte a cadaveri che galleggiano davanti alle nostre spiagge che tra qualche mese si riempiranno di bagnanti. E forse anche allora qualche cadavere continuerà ad affiorare arenandosi sulla sabbia. Non è facile oggi, in tempi di attacco alla indipendenza della magistratura, pensare ad un improvviso ritorno della solidarietà o del rispetto degli obblighi costituzionali e internazionali, per garantire l’adempimento del dovere di soccorso e il riconoscimento del diritto di asilo, con l’effettiva applicazione del principio di non respingimento (art. 33 Convenzione di Ginevra) e del divieto di respingimenti collettivi (art.19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea). In un momento i cui l’Unione europea e l’Italia si accingono a dare esecuzione ai Regolamenti previsti dal Patto sulla migrazione e l’asilo del 2024, che formalizzano un ulteriore rafforzamento delle procedure di esternalizzazione dei controlli di frontiera nei paesi terzi, in base alla designazione di paesi di origine e di paesi terzi sicuri, e con un ruolo diretto di negoziazione con questi paesi affidato all’agenzia Frontex, si dovrebbero almeno verificare negli effetti concreti gli accordi bilaterali o multilaterali già in corso o da concludere, per accertare l’effettivo rispetto degli obblighi di soccorso e dei diritti fondamentali della persona. L’art.53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei tratttati stabilisce che è nullo il trattato che, al momento della sua conclusione, sia in contrasto con una norma imperativa di Diritto internazionale generale, come sono sicuramente qualificabili l’art.33 della Convenzione di Ginevra, e le norme sugli obblighi di soccorso contenute nelle Convenzioni internazionali del mare, che vengono richiamate, oltre che dal Regolamento UE n.656/2014 su Frontex, anche nella recente sentenza della Corte Costituzionale n.101/2025, che pur affermando la legittimità del Decreto Piantedosi (legge 15/2023) ribadisce come imprescindibile il richiamo al diritto internazionale, con il rispetto dei diritti umani degli obblighi di soccorso e del principio di non respingimento. Regole che riassumono il principio della legalità internazionale e che vincolano tutti, operatori civili ed autorità statali, nelle attività di ricerca e salvataggio che si svolgono, o si dovrebbero svolgere, in aree marittime di soccorso che ricadono nella competenza di Stati terzi, senza però diventare aree di giurisdizione esclusiva. Una giurisdizione esclusiva che nel Mediterraneo centrale può tradursi, se fosse riconosciuta come tale, in trattamenti inumani e in respingimenti collettivi alle frontiere terrestri, ed in intercettazioni violente, anche con collisioni, o al contrario in vero e proprio abbandono in mare. Che poi sono le prassi operative più diffuse applicate dalle Guardie costiere della Tunisia e delle diverse autorità libiche, su cui sta indagando la Corte Penale internazionale, ma che l’Italia sta cercando adesso di ricompattare. Con le conseguenze mortali che stiamo vedendo in questo periodo e che, come insegna l’esperienza del passato, continueremo a vedere ancora in futuro, se non ci sarà una svolta a livello europeo, con l’abbandono delle politiche di esternalizzazione dei controlli di frontiera nei paesi terzi. Di fronte a tutto questo non si può tacere, non si può limitare il diritto di cronaca sui processi sulle stragi in mare, occorre dare voce alle vittime ed alle organizzazioni dei migranti intrappolati in Libia e Tunisia, sollecitare canali legali di ingresso ed evacuazione assistita verso l’Unione europea dei richiedenti protezione internazionale, interrompere la guerra al soccorso civile e la collaborazione con autorità marittime spesso colluse con i trafficanti. Occorre identificare le vittime, creare contatti con le famiglie dei dispersi, riprendere ricerche in mare che forse nessuno ha mai avviato, e soprattutto intensificare la presenza di mezzi di soccorso in acque internazionali, per prevenire ulteriori stragi, garantendo poi lo sbarco in un porto sicuro, interrompendo la collaborazione con guardie costiere che non rispettano gli obblighi di salvaguardia derivanti dal diritto internazionale. Tutto il resto, in particolare la criminalizzazione e la strumentalizzazione delle traversate del Mediterraneo, come leva per diffondere nel corpo sociale paura, insicurezza, odio, e conquistare consenso elettorale, è altrettanto colpevole di disumanità come lo sfruttamento schiavistico in Tunisia o in Libia, o la violenza istituzionale e la repressione violenta del diritto di asilo. Un diritto alla protezione che, ove negato, diventa diritto alla fuga, da quei territori nei quali si continua ad esercitare una pressione insostenibile su persone comunque vulnerabili, una pressione politica ed economica, rafforzata dall’Italia e dall’Unione europea, che poi costringe, in assenza di alternative di sopravvivenza, alle traversate della morte. Fulvio Vassallo Paleologo
February 22, 2026
Pressenza
Oggi nel Mediterraneo centrale si è consumata un’altra tragedia che riporta in primo piano il prezzo umano delle politiche migratorie europee. Secondo Alarm Phone e le prime segnalazioni rilanciate da Sea-Watch, un’imbarcazione partita dalla Libia con circa 117 persone a bordo sarebbe naufragata e 116 vittime sono state segnalate, con un solo sopravvissuto recuperato da pescatori tunisini. Questa notizia arriva mentre mancano ancora dettagli ufficiali e le ricerche sono in corso, ma si inserisce in un anno in cui, secondo dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), già oltre mille persone sono morte lungo questa rotta nel 2025. Il Mediterraneo centrale continua ad essere una delle rotte migratorie più letali al mondo, dove molte partenze avvengono in condizioni di pericolo e con mezzi inadeguati proprio perché mancano vie sicure e regolari per chi fugge da guerre, persecuzioni, violenze o povertà. Questo non è un incidente. È il risultato di scelte politiche. È la conseguenza di sistemi di sorveglianza che non salvano, di frontiere chiuse, di riduzione delle operazioni di ricerca e soccorso e di troppe persone costrette a rischiare la vita per cercare protezione. In questo giorno di festa, ricordiamo chi non è arrivato. Non possiamo celebrare ignorando che il mare, per oltre cento persone, è stato la tomba. Chiediamo con urgenza: operazioni SAR più forti e coordinate; canali legali e sicuri di accesso; una politica che metta al centro la vita e la dignità di ogni persona. Nessuna persona dovrebbe morire cercando protezione. Ogni vita conta. Redazione Italia
December 25, 2025
Pressenza
Accordi che uccidono: zone SAR o zone al di fuori di qualsiasi giurisdizione?
1. In una vasta zona di mare a sud di Lampedusa e di Malta, nella quale nel 2018 si era costruita a tavolino la finzione di una zona SAR ( di ricerca e salvataggio) affidata alla responsabilità del governo di Tripoli, sostenuto fino al 2020 dalla missione della Marina militare italiana NAURAS (nell’ambito dell’operazione Mare Sicuro), si sta rivelando il costo umano e la totale inefficacia del Memorandum d’intesa siglato tra Italia e “Libia”, in realtà soltanto con il governo provvisorio di Tripoli, nel mese di febbraio del 2017, prorogato nel 2020 e ancora nel 2023. Si intensificano intanto le notizie degli abusi a cui sono sottoposti i migranti intrappolati in Libia e già nel 2020 si aveva notizia di tre persone, di nazionalità sudanese, uccise dalla sedicente “guardia costiera libica” al termine di una operazione di intercettazione in alto mare e riconduzione a terra. Persone uccise a colpi di arma da fuoco che, con il loro tentativo di fuga, si volevano sottrarre alle sevizie inflitte dai carcerieri libici anche nei centri di detenzione “governativi” ed al turpe mercato di esseri umani che continua a caratterizzare la condizione di chi viene riportato in Libia. Come riferisce l’AGI, lunedì 13 ottobre “Unità libiche avrebbero sparato contro una imbarcazione di migranti nella Sar maltese: a riferirlo sono il centro di monitoraggio non governativo Alarm Phone e la ong Mediterranea. I 140 migranti sono poi sbarcati a Pozzallo. ‘Una persona, con una pallottola nel cranio – spiega l’ong – è in coma e sta lottando tra la vita e la morte e altre due risultano gravemente ferite, al volto e a una mano, vittime dei colpi sparati da una motovedetta libica’. L’attacco sarebbe avvenuto ieri ‘a circa 110 miglia nautiche a sud est della Sicilia’. Non è ancora chiaro se nell’attacco una persona sia rimasta uccisa. “Insieme ad Alarm Phone – prosegue Mediterranea – avevamo avvisato le autorità italiane fin dal pomeriggio di ieri, ma solo oggi, con ventiquattr’ore di ritardo dalla tragica sparatoria, sono partiti i soccorsi. La persona ora in fin di vita poteva essere raggiunta subito da un elicottero maltese o italiano ieri. Ci auguriamo riesca a sopravvivere. Ma se dovesse finire diversamente, di fronte alla scelta di omettere un necessario soccorso urgente, sappiamo di chi sono le responsabilità’”. Secondo quanto comunicato successivamente dalla stessa agenzia, “ Emorragia cerebrale, teca cranica danneggiata e frammenti ossei all’interno ma non ci sarebbe alcun proiettile: è in condizioni disperate un 15enne migrante egiziano ferito gravemente alla testa prima di un soccorso della Guardia costiera nella Sar maltese, e trasportato in elisoccorso al Cannizzaro di Catania, ora intubato e in stato comatoso. Un altro compagno di viaggio ha una parte del volto disintegrata, mascella e mandibola, ed è cosciente: a colpirlo è stato forse un razzo di segnalazione esploso ad altezza d’uomo. Il terzo è stato colpito ad una coscia, ha un foro d’entrata e un foro d’uscita, è il meno grave dei tre. Gli ultimi due sono al momento negli ospedali di Modica e Ragusa. La Ong mediterranea parla di una aggressione ‘armata da parte dei miliziani libici’ che sarebbe avvenuta nel pomeriggio di ieri. I tre feriti facevano parte di un numeroso gruppo di 140 persone in tutto, che si era imbarcato – secondo quanto apprende l’AGI – su un natante in ferro quattro giorni fa. In molti hanno ferite da percosse, parecchi anche con bruciature, segno di torture patite prima della partenza. A bordo di una motovedetta della guardia costiera e di un pattugliatore della Guardia di finanza, i migranti sono sbarcati a Pozzallo. Lo sbarco si è concluso da poco“. Sembra che i migranti siano stati soccorsi soltanto quando, dopo essere rimasti per ore sotto il fuoco dei libici, erano giunti a circa 50 miglia da Pozzallo. In un comunicato di Alarmphone si denuncia come ” Nonostante avessimo allertato le autorità europee, comprese quelle italiane e maltesi, della presenza dell’imbarcazione in difficoltà, queste non sono intervenute. Per oltre 12 ore, nessuna nave della guardia costiera o altro mezzo è intervenuto per salvare o assistere il gruppo attaccato. Data la mancanza di intervento, l’attacco al barcone di migranti ha potuto proseguire senza ostacoli. Per ore, le persone a bordo hanno riferito che il gruppo di miliziani è rimasto nelle loro vicinanze, attaccandoli e sparando continuamente. Nel pomeriggio, le persone hanno anche riferito che le forze della milizia stavano speronando la loro imbarcazione, rischiando che si capovolgesse”. Soltanto molte ore dopo il primo allarme, lanciato nella giornata di domenica 12 ottobre, e dopo che i contatti con il barcone sotto attacco dei libici in acque internazionali erano stati interrotti, si è appreso che i naufraghi erano stati soccorsi dalla Guardia costiera italiana il giorno successivo, mentre nulla, per quanto risulta, veniva operato dalle autorità maltesi, che pure erano state allertate. Anche questa circostanza non costituisce certo una novità, basti pensare al caso della nave militare italiana Libra, nel 2013, ed al processo che ne è seguito. 2. Gli accordi bilaterali conclusi tra Italia ed autorità libiche di Tripoli, al di là della dubbia legittimità formale,  non possono modificare la portata cogente delle Convenzioni internazionali che regolano le attività di ricerca e soccorso in mare. Quegli accordi che violino quanto prescritto dalle Convenzioni sarebbero illegittimi e determinerebbero la responsabilità di chi li ha sottoscritti e vi ha dato esecuzione. Una argomentazione, quella della  derogabilità delle Convenzioni per effetto di accordi bilaterali,  già utilizzata dal governo italiano nel 2012, davanti alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo sul caso Hirsi, concluso poi con un totale rigetto delle tesi difensive italiane e dunque con la condanna. Una condanna che oggi si cerca di aggirare. Non si tratta semplicemente di riaffermare diritti che sono stati violati, spesso a costo della vita di centinaia di persone, occorre arrivare a sanzioni esemplari che impediscano che questi comportamenti violenti dei libici siano ancora tollerati, se non incentivati, e proseguano in futuro con un costo sempre più elevato in termini di vite umane. A fronte di una opinione pubblica che ormai appare indifferente, se non apertamente complice, rispetto alla morte in mare, alle torture ed agli abusi di ogni genere inflitti ai migranti “soccorsi” in acque internazionali e ripresi dalle diverse milizie libiche, dopo l’intervento della sedicente Guardia costiera “libica”. L’indagine che sarà aperta dalla magistratura dovrà accertare i tempi del soccorso portato dalle autorità italiane ai migranti vittime di questa ennesima aggressione da parte della sedicente Guardia costiera libica, o meglio di una delle diverse Guardie costiere che foraggiate dagli accordi con l’Italia e l’Unione europea hanno trasformato il Mediterraneo centrale in uno spazio al di fuori di qualsiasi giurisdizione. Purtroppo, troppo spesso, sotto gli occhi vigili di Frontex e delle tante autorità militari che sorvegliano questa zona di acque internazionali per prevalenti finalità economiche, per garantire il traffico commerciale e la circolazione delle risorse energetiche che arrivano dalla Libia e dalla Tunisia. Non certo per salvare vite umane, compito che viene svolto dalle ONG con difficoltà crescenti, dopo decine di fermi amministrativi, che hanno riguardato persino i piccoli aerei in uso al soccorso civile per avvistare le imbarcazioni in difficoltà. Ma troppo spesso scomodi testimoni della collusione nelle attività di intercettazione violenta e nei respingimenti collettivi in mare “su delega” dell’Italia, di Malta e dell’Unione europea, che forniscono ai miliziani libici, in divisa di Guardia costiera, mezzi, supporto finanziario e addestramento. 3. La Corte di Cassazione dell’1 febbraio 2024 n. 4557, con riferimento all’epoca dei fatti del caso ASSO 28, dunque al luglio del 2018, poche settimane dopo la istituzione di una zona SAR “libica”, rilevava come “Nonostante la notifica (unilaterale) della istituzione della zona SAR libica all’IMO, la stessa non era operativa, non esisteva uno stato libico unitario e le autorità di Tripoli — riconosciute dalle Nazioni Unite — avevano perso il controllo di parti molto vaste del territorio che prima controllavano”. Una considerazione che può ripetersi ancora oggi, nonostante siano mutati i rapporti di forza e le modalità sul campo dello scontro politico e militare ancora in corso tra le diverse fazioni libiche. Cade la finzione di una zona SAR “libica” e le autorità maltesi, malgrado qualche sporadico intervento, dimostrano per l’ennesima volta di non potere garantire interventi di Search and Rescue in tutta la vasta zona SAR loro assegnata. Dopo la vicenda Almasri, sulla quale il voto del Parlamento non chiude le attività di indagine che proseguono a livello internazionale, i libici hanno alzato il livello della violenza con cui intervengono attaccando i barconi carichi di migranti e sparando persino sulle navi del soccorso civile per allontanarle dalle acque internazionali nelle quali spadroneggiano per conto dei governi italiano e maltese, con i finanziamenti provenienti dall’Unione europea e con il costante tracciamento garantito dagli assetti aerei di Frontex. L’intero sistema di ripartizione delle zone SAR nel Mediterraneo centrale deve essere rivisto, perchè sta costando troppe vite umane, vittime di ritardi se non vere e proprie omissioni di soccorso. Se non interverrà l’Imo (Organizzazione internazionale del mare) di Londra, che è una organizzazione legata alle Nazioni Unite, dovrà promuoversi una vasta mobilitazione internazionale che dovrà coinvolgere quelle altre agenzie delle Nazioni Unite, come l’OIM e l’UNHCR, che denunciano gli abusi commessi dalla sedicente guardia costiera libica, ma non riescono a mettere in discussione i poteri, ma soprattutto i doveri di soccorso, che il riconoscimento di una zona SAR in acque internazionali comporta a carico degli Stati costieri. Quanto successo negli ultimi giorni, ma queste aggressioni si ripetono da anni, impone la sospensione immediata del riconoscimento internazionale di una zona SAR ( di ricerca e salvataggio) affidata esclusivamente alle autorità libiche, ed un ridimensionamento della zona SAR ancora riconosciuta a Malta, per ragioni economiche, ma per una estensione che le autorità maltesi, ammesso che ne abbiano l’intenzione, non sono certo in grado di controllare. Dopo le incursioni armate dei libici nella zona di ricerca e salvataggio maltese, dopo altre vittime innocenti degli accordi bilaterali per contrastare quella che si definisce soltanto come “immigrazione illegale”, occorre che l’Unione europea imponga la sospensione degli accordi tra Malta ed il governo di Tripoli, su una zona SAR riconosciuta a La Valletta solo per ragioni economiche, ma che non assolve ad alcuna effettiva funzione di salvataggio, risultando ormai uno spazio sottratto a qualsiasi giurisdizione, dove si spara e si uccide impunemente. Ma è altrettanto urgente bloccare l’ennesima proroga automatica del Memorandum d’intesa Gentiloni del 2017 con il governo di Tripoli, e fare chiarezza, al di là del procedimento penale bloccato con un voto politico dal Parlamento, sul caso Almasri sul quale si rischia un conflitto di attribuzione, e sulla attuale organizzazione delle diverse autorità militari che si contendono il controllo della cosiddetta zona SAR “libica”, come se fosse uno spazio di sovranità, di traffici e di abusi, e non invece uno spazio riconosciuto a livello internazionale per la salvaguardia della vita in mare. Fulvio Vassallo Paleologo
October 14, 2025
Pressenza
Un tranquillo week end di paura (e caos)
Condividiamo (riprendendola dal sito di Adif, curato da Fulvio Vassallo Paleologo) per gentile concessione dell’autore, che ringraziamo, una importante ricerca di Sergio Scandura (OSINT), corrispondente senior di Radio Radicale per il Mediterraneo 26 maggio 2025 Un tranquillo week end di paura (e caos) Due barconi di legno partiti da Sabrata: allerta Alarm Phone la mattina del 24 maggio. Il primo barcone con 128 Naufraghi soccorso a sud di Lampedusa dalla Guardia Costiera Italiana. Il secondo barcone con 117 Naufraghi abbandonato a sud nel weekend alla deriva, con mare sostenuto (2 metri di onda): una odissea di soccorsi frazionati in tre giorni, con alcuni (35) presi a bordo dal mercantile MvBocic che li ha poi respinti in Libia (a nord di Zawia), altri (26) su EcoOne rimorchiatore italiano in servizio nella piattaforme offshore ENI/NOC, altri ancora (53) su OceanViking, 3 sarebbero i dispersi. Il primo evento SAR (#AP554) La prima imbarcazione in legno con 128 Naufraghi a bordo ha avuto la fortuna di risalire verso nord fino a quando poteva. Dopo una attività SAR della Guardia Costiera Italiana – che sabato sera ha visto in scena il velivolo Manta_10_01 – i Naufraghi sono stati soccorsi a 42 miglia sud di Lampedusa dalla vedetta CP322. Recap * (caso AP554) 25.5.2025 CP322 Sbarco POS Lampedusa 128 Persone: 98 uomini, 21 donne, 9 minori. Nazionalità: Eritrea, Etiopia, Sudan, Siria, Egitto. Località di partenza: Sabrata (Libia). (* fonti OOII a SCA) Il secondo, incredibile, evento. Caso Alarm Phone #AP555. Imbarcazione con 117 a bordo (numero aggiornato alle 13:00 in data odierna suscettibile di aggiornamenti). Una odissea segnata dal rituale pasticcio politico italiano e libico, da ritardi, da sollecitazioni delle ONG, da tentennamenti, disimpegni e tardivi ripensamenti: con soccorsi difficili, recuperi frazionati dei naufraghi col mare ostile (che poi è impietosamente arrivato, cosa che le sale operative degli RCC ben sapevano da giorni). La seconda imbarcazione in legno si è trovata in difficoltà già all’alba di sabato 24 maggio, nelle acque internazionali dell’area SAR libica, a 10 miglia est dal campo offshore della piattaforma petrolifera Al Jurf. Nessuno dei rimorchiatori in servizio nelle aree offshore di Al Jurf e Bouri muove subito un remo: le ‘supply vessels’ restano ferme come al solito, nonostante fossero vicini al caso SAR. Sabato 24 maggio, al momento dell’allerta Alarm Phone, nessuna nave ONG è in area: dal momento che il governo italiano tiene lontane le navi del soccorso civile con l’assegnazione di porti lontani del nord Italia. La mattina del 25 maggio la nave ONG Ocean Viking è ancora all’altezza di Malta, in rotta verso l’area SAR: viene dal porto Ancona, dove era stata inviata giorni fa dal Viminale di Piantedosi nell’ormai rituale giro di rotte vessatorie. Sabato, la nave portarinfuse MvBocic, che stava nel golfo di Gabes con destinazione di scalo commerciale a Sfax, fa rotta verso su sudest alla ricerca dell’imbarcazione. Una volta rintracciata la seconda imbarcazione, il mercantile sarebbe rimasto per diverse ore in ombreggiamento, in attesa di istruzioni e coordinamento da un RCC. Comincia la solita, rituale, disumana, empasse politica tra Italia e Libia. In casi del genere – non sarebbe la prima volta, anzi Roma tende a prendere tempo, come al solito spera (e sollecita) che ad occuparsene siano le vedette libiche: peccato però che i libici siano già ostici a uscire col mare mosso, peccato che il ‘sistema vedette’ in Libia – imbastito da Italia e UE per i respingimenti illegali in mare – vada a bloccarsi spesso quando ci sono guerre sul terreno di Tripoli e nella sua costa ovest, peccato che la Tripolitania sia in preda all’odierna instabilità con gli scontri tra milizie dopo la morte del leader SSA AlKikli Gnewa. Intanto, come previsto, in area è ormai arrivato da tempo il mare ostile con altezze onda fino a due metri. Le correnti da nord avrebbero poi fatto scarrocciare l’imbarcazione coi naufraghi a bordo per diverse miglia verso sud est, rispetto alla posizione dell’allerta Alarm Phone. Nella notte tra sabato e domenica il comandante della nave portarinfuse MvBocic attiva un recupero: ma buio notturno e condizioni di mare mosso avrebbero consentito al mercatile battente bandiera Belize di imbarcarne solo 35 dei 117 che erano a bordo. I restanti naufraghi resteranno poi alla deriva, nel buio della notte tra sabato e domenica. Rimangono ancora 82 naufraghi a bordo del barcone. Il mercantile MvBocic resta in area coi 35 Naufraghi presi a bordo. Degli altri, rimasti a bordo del barcone se ne sarebbe perso l’avvistamento. Domenica 25 maggio MvBocic – nonostante gli avvertimenti delle ONG sulle conseguenze di un respingimento illegale in Libia – punta la prua verso sud: e nel tardo pomeriggio consegna ai libici, dieci miglia a nord di Zawia all’interno delle acque nazionali libiche, i 35 Naufraghi che aveva a bordo. Domenica, alle 10:14 CEST del 25 maggio, decolla da Lampedusa il velivolo Frontex Sparow1 per rintracciare – in sette ore di missione aerea – gli 82 rimasti sul barcone. Sulla scena SAR- finalmente – si attiva il rimorchiatore italiano EcoOne in servizio nelle piattaforme dell’area offshore ENI/NOC Al Bouri. Anche per EcoOne il recupero dei naufraghi sarà parziale: degli 82 Naufraghi rimasti sul secondo barcone ne prenderà 26. Nel frattempo, in area SAR è arrivata anche OceanViking che, alle 03:00 CEST di stanotte 26 maggio, ha soccorso e preso a bordo 53 Persone: sono gli ultimi rimasti nell’odissea del secondo barcone (tra loro 19 donne e 29 minori non accompagnati). Secondo le testimonianze raccolte stanotte dai superstiti a bordo di Ocean Viking ci sarebbero 3 dispersi. Nel dramma: cinismo, disumanità e beffa dalle ‘autorità’ italiane. L’odissea continua. Ai 26 Naufraghi a bordo di Eco One rimorchiatore servizio nelle piattaforme dell’area offshore ENI/NOC Al Bouri il Viminale assegna il porto vicino di Lampedusa. Ai 53 Naufraghi a bordo della nave di soccorso ONG OceanViking il Viminale assegna, secondo i dettami del decreto Piantedosi, la rotta vessatoria del lontano porto di Livorno. Ocean Viking ha persone in condizioni critiche a bordo ed è in navigazione al largo di Lampedusa.   Update 26 maggio 2025 – ore 20,31 da Sergio Scandura (OSINT) La sfortuna di essere Persone e non barili di petrolio. Una scena già vista, più volte, in altre occasioni. EcoOne ha potuto sbarcare in fretta i suoi 26 Naufraghi a Lampedusa: e in fretta il rimorchiatore – in servizio nelle piattaforme petrolifere dell’area ENI/NOC Al Bouri – torna in area offshore per gentile concessione del Viminale e dell’ITMRCC della Guardia Costiera Ocean Viking, con i Naufraghi a bordo decisamente malmessi dopo questa odissea, è riuscita a ottenere un MEDEVAC (evacuazione medica d’urgenza) per 5 Persone al largo di Lampedusa, trasbordate nel tardo pomeriggio su CP322. La nave di soccorso ONG Ocean Viking non ha potuto sbarcare tutti i 53 Naufraghi a Lampedusa. Con 48 superstiti a bordo ora va verso Livorno, rotta vessatoria, 1150 km e giorni di navigazione, per tenerla come al solito fuori dall’area SAR del AR del Mediterraneo Centrale (sempre per gentile ‘concessione’ del Viminale di Piantedosi).   Appena tre giorni fa, sempre da Sergio Scandura, la notizia di un possibile naufragio, su cui nessuno ha fatto ricerche Guardia Costiera Italiana: “possibile naufragio di circa 48 migranti” a sud est di Lampedusa. Il dispaccio di allerta “SAR CASE 775 a tutte le navi in area”, diffuso in data odierna dal Centro di Coordinamento e Soccorso ITMRCC avvisa della ricerca di “circa 48 migranti a bordo di una barca in ferro partita il 17 maggio da Sfax”. Il dispaccio SAR è trasmesso da Roma via rete InMarSAT e rilanciato anche via Navtex dalla stazione RadioMalta (area T – type D Search And Rescue ai numeri #TD66 e #TD22). Nota: il primo dispaccio di allerta del “SAR CASE 775”, appare sul mio monitor InMarSAT il 21 maggio (0427z). Fulvio Vassallo Paleologo
May 27, 2025
Pressenza