Le guerre frenano la transizione energetica: il caso Sardegna
Transizione energetica rallentata in Italia da crisi geopolitiche e scelte di
governo inadeguate: il caso della Sardegna tra infrastrutture fossili e
conflitto territoriale
La transizione energetica globale sta attraversando una fase di rallentamento
dovuta a una combinazione di fattori geopolitici e scelte politiche non sempre
coerenti con gli obiettivi climatici. Le tensioni legate al conflitto tra Iran e
Occidente e le instabilità in Medio Oriente hanno riportato al centro le
questioni della sicurezza energetica, inducendo molti governi a rafforzare l’uso
di fonti fossili anziché accelerarne il superamento.
In questo contesto, anche l’Unione Europea fatica a mantenere una linea chiara e
ambiziosa, oscillando tra politiche di decarbonizzazione e nuove dipendenze dal
gas. In Italia, il governo guidato da Giorgia Meloni appare orientato a
sostenere infrastrutture energetiche tradizionali, rallentando di fatto una
transizione che dovrebbe essere urgente e strutturale. È in questo scenario che
si inserisce il caso della Sardegna, emblematico delle contraddizioni tra
retorica della transizione e persistenza di modelli energetici fossili.
Le giornate di mobilitazione contro EPH e Snam, svoltesi tra Sassari e Porto
Torres il 28 e 29 aprile 2026 e inserite nel quadro di un’iniziativa
internazionale promossa dalla rete Stop EPH, si sono collocate all’interno di un
conflitto sempre più centrale nel dibattito contemporaneo sulla transizione
energetica: quello relativo alla persistenza delle infrastrutture fossili e alle
forme di potere economico e territoriale che esse continuano a riprodurre.
L’iniziativa è nata dall’esigenza di denunciare il ruolo delle grandi
multinazionali energetiche nell’espansione e nel consolidamento di modelli
produttivi fondati sull’estrazione, sulla dipendenza dai combustibili fossili e
sulla subordinazione dei territori alle logiche del profitto globale. In questo
quadro, la Sardegna rappresenta un caso particolarmente significativo, poiché
costituisce uno spazio in cui si intrecciano processi di trasformazione
energetica, conflitti ambientali e dinamiche di marginalizzazione politica.
L’azienda EPH, attraverso la propria controllata EP Produzione, continua a
svolgere un ruolo rilevante nel settore energetico italiano, mantenendo attive
infrastrutture legate alla produzione di energia da fonti fossili.
Parallelamente, Snam promuove il progetto di metanizzazione della Sardegna,
presentato dalle istituzioni e dagli attori industriali come una soluzione
necessaria per colmare il cosiddetto “gap energetico” dell’isola. Tuttavia,
numerosi movimenti territoriali, associazioni ambientaliste e studiosi hanno
messo in discussione tale prospettiva, evidenziando come la costruzione di nuove
infrastrutture per il gas rischi di vincolare la Sardegna a una dipendenza di
lungo periodo dai combustibili fossili proprio in una fase storica in cui gli
obiettivi climatici internazionali richiederebbero una rapida riduzione delle
emissioni di gas serra e una profonda trasformazione dei sistemi energetici.
L’analisi di questi processi può essere efficacemente ricondotta al concetto di
estrattivismo, tradizionalmente utilizzato per descrivere modelli economici
fondati sull’estrazione intensiva di risorse naturali nei contesti coloniali e
postcoloniali, ma sempre più applicato anche alle trasformazioni contemporanee
dei territori europei. Nel caso sardo, l’estrattivismo non si manifesta
esclusivamente attraverso il prelievo materiale di risorse, bensì attraverso il
controllo delle infrastrutture energetiche, della distribuzione della ricchezza
prodotta e dei processi decisionali che riguardano il territorio. La Sardegna
viene così configurata come uno spazio funzionale alle esigenze energetiche
esterne, mentre le popolazioni locali rimangono escluse dai processi decisionali
e subiscono gli impatti ambientali, economici e sociali delle trasformazioni
imposte dall’alto.
Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato in maniera crescente
anche sulle contraddizioni legate allo sviluppo delle energie rinnovabili. Le
speculazioni finanziarie associate alla realizzazione di grandi impianti eolici
e fotovoltaici hanno sollevato interrogativi rilevanti sulla possibilità che
anche le tecnologie formalmente sostenibili possano riprodurre logiche
estrattiviste analoghe a quelle proprie del settore fossile. Tale dinamica
suggerisce che la distinzione tra fonti energetiche “pulite” e “sporche” non sia
sufficiente a garantire una transizione equa. Ciò che appare determinante è
piuttosto la struttura dei rapporti di potere che orientano la produzione
energetica, la distribuzione dei benefici economici e la partecipazione
democratica delle comunità locali.
In questo contesto, le mobilitazioni contro EPH e Snam assumono una rilevanza
che supera la dimensione locale e contingente della protesta. Esse si
inseriscono in un più ampio dibattito internazionale sulla giustizia climatica e
sulla necessità di ripensare radicalmente i modelli energetici dominanti. La
nozione di “transizione energetica giusta” implica infatti non soltanto la
sostituzione delle fonti fossili con energie rinnovabili, ma anche una
trasformazione delle strutture economiche e politiche che hanno storicamente
prodotto disuguaglianze ambientali e territoriali. Una transizione realmente
democratica richiede il coinvolgimento attivo delle comunità, la tutela degli
ecosistemi e l’elaborazione di modelli di sviluppo capaci di sottrarsi alle
logiche estrattive che continuano a caratterizzare tanto il vecchio paradigma
fossile quanto alcune declinazioni del capitalismo verde contemporaneo.
La mobilitazione di Sassari e Porto Torres, pertanto, può essere interpretata
come un momento di elaborazione politica e teorica attorno a una questione
cruciale del presente: chi controlla l’energia, chi ne sopporta i costi e chi
beneficia dei processi di trasformazione in corso. Rispondere a tali
interrogativi significa interrogarsi sulle forme future della democrazia
energetica e sulle possibilità concrete di costruire modelli alternativi fondati
sulla giustizia sociale, ambientale e territoriale.
Nota: La transizione energetica in Sardegna mira a rendere l’isola 100%
rinnovabile entro il 2030-2050, focalizzandosi su fotovoltaico ed eolico
(specialmente off-shore). Il piano regionale approvato a marzo 2026 identifica
zone di accelerazione su siti industriali e aree già antropizzate per ridurre il
consumo di suolo. Tuttavia, il processo è caratterizzato da forti conflitti
legati all’enorme mole di richieste di connessione (oltre 47 GW a inizio 2026) e
al dibattito tra sviluppo locale e rischio di “colonialismo energetico”.
Laura Tussi