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A scuola l’IA accelera i compiti, ma può rallentare l’apprendimento
Le norme sull’intelligenza artificiale tutelano dati, trasparenza e responsabilità. Ma le nuove ricerche mostrano un rischio meno visibile: fare meglio i compiti oggi può significare imparare meno domani. Sono le undici di sera, e circa un quindicenne italiano su due sta aprendo un assistente di intelligenza artificiale per finire i compiti. Non è un’impressione: lo dicono i dati OCSE-PISA 2025, presentati dall’INVALSI l’8 settembre in contemporanea con Parigi, secondo cui il 47,5% degli studenti italiani usa l’IA ogni settimana per studiare, contro una media OCSE del 45,5%. Nello stesso rapporto compare per la prima volta una prova di problem solving computazionale, pensata per misurare quanto sappiano ragionare con strumenti tecnologici, intelligenza artificiale compresa: qui l’Italia scivola a 490 punti contro una media di 500, l’unico ambito in cui resta sotto la media, mentre in matematica la supera di cinque punti. Tre italiani su quattro, il 73,7%, dicono anche di aver imparato a scuola a valutare criticamente ciò che l’IA produce, più della media OCSE del 62,6%. C’è qualcosa di beffardo in questi numeri, perché descrivono un paese che adotta l’intelligenza artificiale più della media e si giudica capace di valutarla con senso critico, ma che quando deve metterla alla prova in un ragionamento autonomo resta sotto la media. È su questo scarto, più che sul confronto complessivo con gli altri paesi, che vale la pena soffermarsi. Il quadro normativo dovrebbe occuparsi proprio di questo scarto. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha adottato il 9 agosto 2025 il decreto n. 166, che introduce le linee guida per l’uso dell’intelligenza artificiale nelle scuole, con il parere favorevole del Garante per la protezione dei dati personali, e da ottobre 2025 ha attivato un servizio dedicato sulla piattaforma Unica. Il decreto rende ogni istituto che adotta strumenti di intelligenza artificiale responsabile della conformità alle norme europee, della tutela dei dati degli studenti e della trasparenza dei processi. Un mese dopo, la legge 23 settembre 2025 n. 132, in vigore dal 10 ottobre, ha dato al governo le deleghe per disciplinare l’intelligenza artificiale in coerenza con il regolamento europeo. È un impianto arrivato prima che il problema esplodesse, e va riconosciuto. Ma resta costruito quasi interamente attorno a due categorie giuridiche, la protezione dei dati e la responsabilità algoritmica, che non toccano il punto su cui si gioca l’apprendimento: che cosa succede quando un compito che dovrebbe costare fatica smette di costarla. Su questo punto, a giugno 2026, è arrivato un dato che nessuna norma aveva in mente quando è stata scritta. Uno studio del Centre for Economic Policy Research, firmato da David Strömberg dell’Università di Stoccolma con Victor Lei e Yanhui Wu dell’Università di Hong Kong, ha seguito per trenta mesi quasi 27mila studenti delle medie e delle superiori in una contea della Cina centrale, incrociando voti dei compiti, tempi di completamento, verifiche mensili ed esami di ammissione in nove materie, nella finestra in cui l’uso di assistenti come DeepSeek e Qwen è passato da marginale a diffuso. Il meccanismo assomiglia a una trappola. Chi comincia a usarli vede i voti dei compiti salire del 18% e il tempo necessario per farli scendere del 30%, ma i risultati nelle verifiche in classe senza assistenza calano del 20% entro sei mesi, e il punteggio nell’esame di ammissione universitario, che in Cina decide il futuro di un adolescente, cala fino al 24%. La penalità piena si vede solo dopo circa due anni, e nel frattempo la pagella dei compiti racconta l’esatto contrario di quanto sta accadendo davvero. Le perdite maggiori riguardano le materie umanistiche, poi quelle scientifiche e le lingue, e colpiscono di più i ragazzi più giovani e quelli che partivano con i risultati migliori. Il dettaglio più scomodo per il legislatore è un altro: le perdite si concentrano nell’80% circa degli utilizzatori che di fatto esternalizzano il compito, riconoscibili da tempi anomali e voti alti, mentre chi mantiene un tempo simile a prima perde pochissimo. Due studi più piccoli, su popolazioni diverse, raccontano la stessa storia. Un esperimento della Wharton School, con Hamsa Bastani come prima autrice, ha dato a circa mille liceali un tutor basato su un modello linguistico privo di accorgimenti pedagogici. Durante l’esercitazione guidata gli studenti risolvevano più problemi, ma nella prova successiva senza assistenza sono andati il 17% peggio rispetto a chi non l’aveva mai usato. Una ricerca su un centinaio di universitari, pubblicata su Social Sciences & Humanities Open, ha misurato quanto resta in testa dopo 45 giorni, trovando il 68,5% di risposte corrette tra chi aveva studiato in modo tradizionale e il 57,5% tra chi aveva usato un chatbot. Cambiano l’età e la materia, ma il risultato è lo stesso, perché con l’assistenza si risolve di più e senza si ricorda meno. Anche il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, in vigore da agosto 2024, guarda dalla parte sbagliata. L’allegato III classifica come ad alto rischio i sistemi usati per decidere l’accesso a un percorso di istruzione, per valutare i risultati dell’apprendimento o per sorvegliare comportamenti vietati durante le prove, e li sottopone a una valutazione di conformità e a supervisione umana prima dell’uso. Sono le decisioni di soglia, quelle che stabiliscono chi entra e chi viene bocciato, a ricevere le garanzie più forti. Ma l’assistente che uno studente apre ogni sera per fare i compiti non decide né l’ammissione né il voto finale, e resta fuori da quel perimetro, soggetto solo agli obblighi più leggeri previsti per il rischio limitato. È esattamente lo strumento su cui si gioca la penalità appena descritta, quello su cui la norma europea ha meno da dire. Ed è proprio questa differenza a sfuggire a un regolamento pensato per la protezione dei dati, perché riguarda l’apprendimento più che il trattamento dei dati personali, ed è il criterio su cui si gioca il bilancio di ogni linea guida scolastica sull’IA. Le linee guida italiane parlano di uso consapevole e responsabile, ma la consapevolezza richiesta riguarda soprattutto i rischi noti, dal bias algoritmico alla privacy fino alla trasparenza dei processi, e nessuna di queste categorie coglie quella differenza, che pure decide se, tra due anni, lo studente saprà o non saprà fare il conto da solo. Nel dibattito pubblico, però, si continua a parlare d’altro. L’amministratore delegato di Nvidia Jensen Huang ha detto, in un’intervista del 23 settembre al podcast di Ezra Klein sul New York Times, che non gli importa se i ragazzini smettono di saper fare una divisione in colonna, visto che lui stesso non ricorda il proprio codice postale e vive bene lo stesso. È un argomento che regge per chi una competenza l’ha già costruita da adulto e ora la delega, non per chi quella competenza non arriva mai a formarla. È la stessa differenza, in fondo, tra chi usa lo strumento e chi se ne fa usare, che lo studio cinese misura con dati alla mano. Non è indifferente che a dirlo sia chi vende i processori dell’intelligenza artificiale. Una regolazione che voglia davvero occuparsi della scuola dovrebbe imporre, a chi progetta strumenti destinati a minori, di rendere visibile e misurabile quanto tempo e sforzo cognitivo lo studente ha effettivamente impiegato, non soltanto quale risultato ha prodotto. È un obbligo diverso, e più utile, del consueto elenco di rischi sulla protezione dei dati, e non andrebbe inventato da zero: lo stesso regolamento europeo impone già ai fornitori dei sistemi ad alto rischio documentazione tecnica e monitoraggio post-commercializzazione, e basterebbe estendere un obbligo analogo, alleggerito, agli strumenti di supporto allo studio, imponendo di comunicare alle scuole il tempo di interazione e il tasso di correzioni autonome, non solo il punteggio finale. È una misura tecnicamente banale e politicamente scomoda, perché sposta la responsabilità dal comportamento del singolo studente al design dello strumento che qualcun altro, con un preciso interesse economico, ha scelto di mettergli in mano. Fonti * David Strömberg, Victor Lei, Yanhui Wu, The Generative AI Learning Penalty: Evidence from Chinese Secondary Education, CEPR Discussion Paper DP21577, 2 giugno 2026 — CEPR – studio completo CEPR * Hamsa Bastani et al., studio sull’uso dell’IA generativa nell’apprendimento — Wharton – Without Guardrails, Generative AI Can Harm Education Knowledge at Wharton * André Barcaui et al., ChatGPT as a cognitive crutch: Evidence from a randomized controlled trial on knowledge retention, Social Sciences & Humanities Open — ScienceDirect – studio ScienceDirect * Ministero dell’Istruzione e del Merito, Decreto Ministeriale n. 166 del 9 agosto 2025 e Linee guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle istituzioni scolastiche — Ministero dell’Istruzione e del Merito Ministero dell’Interno * Legge 23 settembre 2025, n. 132, in vigore dal 10 ottobre 2025 — Normattiva – Legge n. 132/2025 Normattiva * Regolamento (UE) 2024/1689 – AI Act, compreso l’Allegato III sui sistemi ad alto rischio — EUR-Lex – Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale EUR-Lex * OCSE-PISA 2025 / INVALSI, presentazione dei risultati italiani dell’8 settembre 2026 — INVALSI – risultati italiani PISA 2025 INVALSI * Ezra Klein Show, intervista a Jensen Huang, 23 settembre 2026 — ho verificato l’esistenza dell’intervista e la data; il New York Times non è direttamente accessibile dalla ricerca, quindi per questo riferimento userei il link alla pagina originale soltanto dopo averne verificato l’URL esatto. L’intervista del 23 settembre è comunque confermata anche da Reuters. Francesco Russo
September 30, 2026
Pressenza
La rendita che vince, il lavoro che perde da trent’anni: cosa dicono davvero i numeri del 2025
Mentre i salari reali italiani restano sotto i livelli di trent’anni fa, il settore bancario chiude il 2025 con utili record. I dati raccontano uno squilibrio di lungo periodo nella distribuzione del reddito tra lavoro e capitale. Continuiamo a dire che il capitalismo italiano ha smesso di essere industriale per diventare finanziario, come se fosse una metafora. Non lo è. È una sequenza di bilanci, ed è una perdita che dura da tre decenni, non un incidente di percorso. Il punto di partenza è la quota di reddito che il valore prodotto dal Paese destina a chi lavora. Le stime più solide, basate sui dati AMECO e riprese dalla letteratura accademica, indicano che in Italia questa quota è scesa dal 66,9% del 1970 al 50% del 2018: un crollo di quasi diciassette punti che coincide, non a caso, con la fine dell’indicizzazione automatica dei salari nel 1992, con l’apertura ai mercati globali e con la lunga stagione delle riforme di flessibilizzazione del mercato del lavoro. Su questo arco storico la letteratura economica, da Torrini agli studi più recenti di Paternesi Meloni e Stirati, è concorde: i salari reali hanno smesso di seguire la produttività, e quel disallineamento è diventato struttura permanente dell’economia italiana. C’è però un dato che rende questa erosione ancora più netta, perché non riguarda la quota su un aggregato contabile ma il potere d’acquisto concreto delle buste paga. Secondo l’Ocse, tra il 1990 e il 2020 l’Italia è l’unico grande Paese dell’area a registrare una variazione negativa dei salari reali: mentre in Germania, Francia e nei Paesi baltici gli stipendi a prezzi costanti crescevano, anche in misura sostanziale, in Italia diminuivano. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha di recente quantificato la caduta in un 6,6% in termini reali dal 1990. Lo shock inflazionistico del 2021-2022 ha aggravato una tendenza già strutturale: nel solo 2022 i salari reali italiani sono crollati del 7,3% rispetto all’anno precedente, e a inizio 2025 l’Ocse li registrava ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il risultato peggiore tra le grandi economie dell’organizzazione. Un lavoratore italiano oggi, in termini di potere d’acquisto, guadagna meno di un collega di trent’anni fa: non è un’impressione, è la fotografia ufficiale. È in questo quadro che va letto l’aumento nominale del 4,2% dei redditi da lavoro dipendente registrato dall’Istat nei conti 2025 delle società non finanziarie. Non è un segnale di inversione di tendenza, ma in larga parte l’effetto dei rinnovi dei contratti collettivi arrivati dopo anni di CCNL scaduti e bloccati, che nella contabilità di un singolo esercizio producono un salto nominale senza colmare il divario reale accumulato nel decennio precedente. Allo stesso modo, il fatto che il tasso di profitto delle imprese non finanziarie sia sceso al 43,3% nel 2025, dal 44,1% del 2024, non racconta un’inversione strutturale: è l’oscillazione di un solo anno, misurata su una base che resta comunque quella di un’economia in cui, dal 1970 a oggi, la parte spettante al capitale è cresciuta di quasi venti punti percentuali. Un anno di sottoscrizioni contrattuali non cancella mezzo secolo di moderazione salariale, così come una rondine non fa primavera. Il contrasto più stridente, in questo senso, resta quello con il settore bancario. Nel 2025 le banche italiane hanno chiuso l’anno con utili netti record: 47,5 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 46,5 miliardi del 2024 e ai 40,6 miliardi del 2023, secondo l’analisi del Centro Studi Unimpresa su dati di Banca d’Italia. Il quinquennio 2021-2025 ha prodotto complessivamente 176,5 miliardi di utili netti aggregati, il periodo più profittevole nella storia recente del settore. Il motore resta il margine di interesse, cioè la differenza tra quanto le banche incassano sui prestiti e quanto pagano sui depositi: per anni le famiglie e le imprese indebitate hanno pagato di più per lo stesso prestito, mentre chi teneva i risparmi in conto corrente ha visto remunerazioni pressoché ferme. E questi utili record procedono insieme a una riduzione dell’occupazione: circa 8mila posti di lavoro in meno nel settore secondo i dati diffusi da First Cisl, mentre i primi cinque gruppi bancari sfioravano i 28 miliardi di utili con una crescita del 10,6%. La lezione che se ne ricava non è la fine del lavoro come fattore produttivo, ma la conferma che il tempo lungo dell’economia italiana ha una direzione precisa, e quella direzione non si inverte per un rinnovo contrattuale o per un’oscillazione annuale del margine industriale. Trent’anni di salari reali fermi o in calo restano il dato costitutivo, mentre la rendita finanziaria continua a crescere staccandosi sia dalla produzione sia dall’occupazione che dovrebbe generare. Chi continua a chiedere moderazione salariale in nome della competitività dovrebbe spiegare perché quella stessa moderazione non è mai stata chiesta a chi, nello stesso anno, ha distribuito miliardi di dividendi tagliando migliaia di posti di lavoro. Francesco Russo
September 4, 2026
Pressenza
Maria Karapetyan, ex studentessa di Rondine, eletta Vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE
Grande orgoglio e soddisfazione a Rondine Cittadella della Pace per l’importante traguardo raggiunto da Maria Karapetyan. Membro dell’Assemblea Nazionale dell’Armenia e “Rondine d’Oro”, Karapetyan è stata eletta Vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE. L’elezione ha visto una convergenza straordinaria sulla sua figura: la deputata ha ottenuto il maggior numero di preferenze tra i candidati, raccogliendo 119 voti da parte dei parlamentari in rappresentanza di 57 Paesi. A nome di tutta Rondine vanno a Maria le più vive congratulazioni per questo bellissimo riconoscimento, accompagnate dalla certezza che saprà svolgere il suo prestigioso incarico con eccellente professionalità e profonda umanità, continuando a coltivare il dialogo e la riconciliazione tra i popoli. Un traguardo, questo, che dà nuova forza alle parole che Maria aveva pronunciato in passato, proprio durante il suo percorso formativo a Rondine, e che oggi risuonano come una promessa mantenuta e confermata dai suoi eccezionali risultati: “I giovani non sono solo il futuro, ma il presente: se offri ai giovani la possibilità di prendere parte alla formazione del proprio futuro, loro possono essere in prima linea nella costruzione della pace”.   Una vita spesa per il dialogo e per i diritti umani Nata in Armenia nel 1988 – anno in cui la sua terra natale fu squarciata da un terribile terremoto –, Maria Karapetyan ha imparato negli anni ad accettare gli eventi immodificabili, scegliendo però di intervenire con coraggio laddove le è possibile fare la differenza. Un percorso di crescita avvenuto anche grazie all’esperienza formativa a Rondine. Dal 2013 al 2015 è stata infatti studentessa presso la Cittadella della Pace, dove si è impegnata in prima persona nella progettazione e realizzazione di programmi educativi per studenti italiani e internazionali. Nello stesso periodo ha conseguito con successo il Master in Studi sulla Pace presso l’Università di Roma Tre. Il suo percorso personale e professionale è da sempre legato all’impegno per la risoluzione dei conflitti armati e nella diplomazia dal basso. Ha contribuito a progetti innovativi di dialogo tra i popoli del Caucaso meridionale e, dal 2012, ha ricoperto il ruolo di direttrice di sviluppo dell’Imagine Center for Conflict Transformation, organizzazione indipendente nata nel 2007 per la trasformazione positiva delle relazioni e la creazione di fondamenti per una pace durevole e sostenibile nelle società che hanno superato i conflitti. In questo contesto è stata attivamente coinvolta nella progettazione e realizzazione di progetti di dialogo tra i popoli del Caucaso. Nella primavera del 2018, durante la così detta Rivoluzione di velluto, Karapetyan è scesa in piazza a Yerevan tra le protagoniste del cambiamento politico dell’Armenia verso una maggiore democrazia. Entrata nelle istituzioni, ha ricoperto la carica di membro dell’Assemblea Nazionale dal 2019 al 2021, periodo in cui ha fatto parte della Commissione permanente per la protezione dei diritti umani e gli affari pubblici. In seguito alle elezioni parlamentari del 20 giugno 2021, è stata nuovamente rieletta all’Assemblea Nazionale, dove siede tutt’oggi nella Commissione permanente per gli affari esteri.   Fonte: CS di Rondine Redazione Toscana
July 21, 2026
Pressenza
“Sempre più poveri, sempre più a lungo”: i dati del Report 2026 sulla povertà della Caritas
La povertà va assumendo sempre più i contorni di una “strutturale normalità”, radicandosi e diventando una condizione stabile nella vita di molte famiglie. Lo sottolinea il Report statistico nazionale 2026 sulla povertà in Italia di Caritas Italiana, che offre una lettura e un approfondimento sulle fragilità che attraversano il Paese, a partire dai dati raccolti nel 2025 dalla rete dei centri di ascolto, dei servizi e delle opere presenti nei territori, In dieci anni il numero degli over 65 incontrati dalla rete Caritas è cresciuto del 191%, a fronte di una crescita complessiva dell’utenza pari al 48%. È un dato che richiama l’attenzione su un intreccio sempre più stretto tra povertà economica, invecchiamento, fragilità sanitaria, indebolimento delle reti familiari e isolamento sociale. Accanto all’invecchiamento cresce infatti anche la solitudine. Le persone sole sono passate, nello stesso arco temporale, da un’incidenza del 23,8% al 32,9%. Le traiettorie di vita sono spesso attraversate da eventi critici, quali lutti, separazioni o altre forme di rottura biografica, che possono compromettere la disponibilità di risorse economiche, relazionali e sociali. In questa prospettiva, la povertà si mostra sempre di più come progressivo assottigliarsi dei legami, delle relazioni di prossimità e delle possibilità concrete di essere accompagnati nei momenti di maggiore difficoltà. Il Report evidenzia inoltre il rafforzarsi dei bisogni sanitari (+69%), compresi quelli di natura psicologica, e la presenza sempre più rilevante dei lavoratori poveri, condizione che assume particolare rilievo nelle fasce centrali di età, raggiungendo il 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni. Si tratta di persone che, pur avendo un’occupazione, non riescono a sottrarsi a situazioni di vulnerabilità economica e sociale (nel 2015 questo fenomeno si attestava il 13,3%). Sono le famiglie con figli il nucleo principale della domanda di aiuto: il 52% delle persone seguite convive infatti con figli minori. Resta molto forte anche il tema abitativo, non soltanto nella forma più estrema della mancanza di una dimora (sono state oltre 24mila le persone “senza casa” e “senza tetto” incontrate), ma anche nelle crescenti difficoltà legate alla gestione della casa: affitti, utenze, spese ordinarie, condizioni abitative precarie o inadeguate. L’abitare continua così a rappresentare uno degli snodi più delicati della povertà in Italia, perché incide sulla stabilità delle famiglie, sulla salute, sui percorsi educativi e sulla possibilità stessa di progettare il futuro.  E sono sempre di più le persone di nazionalità straniera a rivolgersi ai servizi della Caritas: delle oltre 282mila persone accompagnate nel corso dell’anno, il 56,7% risulta di nazionalità straniera, il 41,6% di cittadinanza italiana; a loro si aggiunge poi, come di consueto, una piccola percentuale di persone apolidi o con doppia cittadinanza. “La distribuzione territoriale delle presenze, si legge nel Rapporto,  conferma differenze ormai strutturali tra Nord e Sud del Paese, coerenti con i dati Istat sulla popolazione residente. Nelle regioni settentrionali l’incidenza di cittadini stranieri resta più elevata, mentre di contro nel Mezzogiorno la componente italiana risulta quella preponderante (62% nel Sud e 65,4% nelle Isole). Rispetto al passato, tuttavia, proprio in queste aree si registra una crescita significativa della componente straniera: in particolare tra il 2024 e il 2025 sale dal 34,7% al 37% nel Sud e dal 27,7% al 33,5% nelle Isole”. La componente più numerosa è quella africana (47,1%), seguita da quella europea (23,8%), asiatica (14,7%) e americana (14,3%). Rispetto all’anno precedente si registra una crescita significativa dell’incidenza asiatica, che tra il 2024 e il 2025 ha superato, seppur di poco, quella americana. Le prime dieci nazionalità di provenienza degli assistiti sono: Marocco, Perù, Romania, Nigeria, Ucraina, Tunisia, Albania, Senegal, Pakistan ed Egitto. Il quadro risulta sostanzialmente stabile rispetto al 2024 ed è nel complesso coerente con la composizione della popolazione straniera residente in Italia: sei di questi Paesi figurano infatti anche tra le principali collettività straniere presenti sul territorio nazionale. Il Rapporto pone l’accento sul tema della dinamica salariale, che negli ultimi decenni ha rappresentato uno degli elementi di maggiore debolezza del mercato del lavoro italiano. “Secondo i dati OCSE, sottolinea la Caritas, tra il 1991 e il 2023 l’Italia è l’unico tra i principali Paesi europei a registrare una riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni (-3,4%), a fronte di una crescita media del 25% nei Paesi OCSE. Anche nel periodo più recente, segnato dalla forte ripresa dell’inflazione, le retribuzioni reali hanno subito una contrazione dell’8%, mentre in Francia, Germania e Spagna il potere d’acquisto è rimasto sostanzialmente stabile o ha registrato lievi incrementi. Il ritardo nei rinnovi contrattuali, la copertura solo parziale dell’inflazione e alcuni elementi del sistema fiscale e contrattuale hanno contribuito a limitare la capacità di recupero delle retribuzioni. Queste dinamiche aiutano a comprendere perché l’occupazione non rappresenti più automaticamente una protezione dal rischio di povertà. La crescita del lavoro povero costituisce infatti una delle trasformazioni più rilevanti degli ultimi anni: bassi salari, precarietà contrattuale, part-time involontario e discontinuità occupazionale rendono sempre più frequenti situazioni in cui il reddito percepito risulta insufficiente a garantire condizioni di vita adeguate”. Qui il Rapporto 2026 “La Povertà in Italia secondo i dati della Rete Caritas”: https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2026/06/CI_Report_2026_completo_15Giugno2026.pdf.    Giovanni Caprio
June 17, 2026
Pressenza
La resistibile ascesa delle destre – 2
di Enrico Semprini Questo elaborato è il secondo di una serie che continuerà nelle prossime settimane. Gli argomenti che saranno approfonditi sono i seguenti: La remigrazione – (il primo è stato pubblicato il sei giugno) la psicologia di massa del fascismo; il ruolo dell’irrazionalità e delle religioni. Il piano del lavoro è in corso di sviluppo e ad oggi non
L’Italia costretta a rimanere al palo. Ocse, Fmi e Bruxelles si mettono di traverso
Alla fine anche secondo l’ultimo Economic Outlook dell’Ocse, l’economia italiana crescerà solo dello 0,5% nel 2026, mentre “il nuovo shock energetico pesa su consumi delle famiglie, investimenti ed export”, frenando lo slancio legato all’aumento delle spese legate al Pnrr. In pratica è la stessa valutazione sulla crescita dell’Italia fatta dalla […] L'articolo L’Italia costretta a rimanere al palo. Ocse, Fmi e Bruxelles si mettono di traverso su Contropiano.
June 5, 2026
Contropiano
I saperi e il mercato del lavoro
L’ultimo rapporto Ocse “Fondamenti della crescita e della competitività” richiama l’Italia a rafforzare il capitale umano, denunciando l’elevato numero di giovani Neet e il basso tasso di laureati. L’organizzazione sottolinea come il debole livello di istruzione e la scarsa qualità dell’insegnamento compromettano le competenze della forza lavoro, in particolare quelle digitali, accentuando gli effetti dell’invecchiamento demografico. L’Ocse propone di migliorare la qualità e la diffusione degli Istituti Tecnici Superiori, potenziare la ricerca universitaria e rendere la formazione più aderente ai bisogni del mercato sollecitando maggiori investimenti. In Italia solo il 22% della popolazione è laureata, contro una media Ue del 33,5%; nella fascia tra i giovani 25-34 anni la quota scende al 31,6%, con forti divari territoriali e di genere (38,5% donne contro 25% uomini). Negli ultimi dieci anni circa 100.000 laureati hanno lasciato il Paese, 21.000 solo nel 2023. Dal 2002 al 2024 quasi un milione di under 35 ha abbandonato il Sud, oltre un terzo con una laurea. Solo il 66,7% dei 25-65enni possiede un diploma superiore (media Ue 80,5%) e i Neet tra 15 e 29 anni sono il 15,2%, con incidenza doppia nel Mezzogiorno. L’Italia è terzultima in Ue per spesa pubblica in istruzione, pari al 4% del Pil contro il 4,7% europeo. Nell’attuale fase di sviluppo del capitalismo finanziario e digitale, fondato sul controllo dell’informazione e sull’estrazione e aggregazione dei dati, le reti informatiche sono sia uno strumento essenziale che una forza trainante al servizio della produttività e della trasformazione digitale ed economica. Le piattaforme Hi-Tech e i grandi Data Center sono diventati strumenti di controllo sociale e infrastrutture strategiche per la competitività economica, accelerate e alimentate dal settore militare che investe risorse massicce nella ricerca e nelle sue applicazioni. Oggi circa l’80% delle infrastrutture digitali globali fa capo a società USA, e lo 0,7% degli azionisti detiene l’88% del capitale globale. La profittabilità maggiore si concentra nel settore militare e Dual-use, sostenuta e trainata da finanziamenti pubblici e privati che esercitano una forte pressione sui debiti nazionali, riducendo gli spazi per la spesa sociale, ambientale e infrastrutturale. Il capitale umano della conoscenza risulta essenziale per la produttività e la competitività economica centrata sullo sviluppo delle tecnologie innovative. Tuttavia l’attuale fase del capitalismo digitale è caratterizzata da una crescente concentrazione di ricchezza e determina drammaticamente un crescente ed inedito sistema di disuguaglianze economiche e sociali. Circa 3.000 individui detengono il 50% della ricchezza globale, mentre la metà più povera possiede appena l’1%. Dal 2000 al 2024 l’1% più ricco si è appropriato del 41% della nuova ricchezza mondiale, mentre al 50% più povero è andato solo l’1%. La ricchezza media dell’élite è aumentata di 1,3 milioni di dollari contro i soli 585 dollari della metà più povera. La disuguaglianza alimenta precarietà, genera salari di sussistenza e accresce l’insicurezza alimentare (2,3 miliardi di persone colpite). Il rapporto Oxfam 2025 rileva che la ricchezza dei miliardari è cresciuta dell’81% in cinque anni, mentre la metà della popolazione mondiale vive in condizioni indegne, in contesti di erosione democratica e rafforzamento di dinamiche autoritarie. Inoltre, negli ultimi anni la eccezionale capacità di elaborazione di dati, e la potenza delle infrastrutture tecnologiche dirette dalla piattaforma Palantir, è stata utilizzata anche per la elaborazione di sistemi di controllo sociale e a fini di “repressione preventiva” e mostrando una disponibilità di interconnessione e funzionalità alle attività di militari nelle guerre. Il sistema produttivo tradizionale, privo di autonomia tecnologica, resta ai margini del processo produttivo. Le politiche europee oscillano tra l’adesione alla “dottrina tecnocratica” dettata dagli oligopoli finanziari e il tentativo di differenziarsi dagli Stati Uniti, oggi in declino per la perdita di supremazia nel mercato globale e con un forte e crescente debito pubblico, ma con un’alta concentrazione di capitale finanziario privato ancora dominante sul piano economico. Il Rapporto Draghi sulla competitività europea (2024) punta a un mercato unico dei paesi UE fondato su sovranità energetica, autonomia digitale e difesa comune europea, con un investimento previsto di 500 miliardi in dieci anni oltre al 2% del Pil per la Nato. Tuttavia persistono tensioni geopolitiche e militari con gli Usa e interessi divergenti tra Paesi membri. L’Italia, con un debito pubblico tra i più alti dell’area Ocse e una struttura industriale arretrata e poco competitiva rimane ancorata e subalterna al sistema politico-militare degli USA. Il Paese importa la gran parte dell’energia che consuma e registra salari reali tra i più bassi d’Europa. L’occupazione cresce quasi esclusivamente negli over 50 e nei servizi a bassa produttività, in particolare turismo e commercio, dove i redditi sfiorano la soglia di sussistenza. Aumenta la povertà, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne, segnate da spopolamento e invecchiamento. Gli investimenti in Ricerca e Sviluppo restano scarsi e concentrati in progetti legati alla difesa e alla sicurezza, spesso condizionati da interessi privati e militari (come nel caso di Leonardo). La formazione secondaria e tecnica è indirizzata a sostenere un’industria di supporto a basso valore aggiunto, legata soprattutto alla manifattura del Nord e all’indotto tedesco. Nella formazione la cultura umanistica è stata progressivamente marginalizzata a favore di competenze tecniche standardizzate, riducendo la capacità critica e logico-analitica delle nuove generazioni. L’Italia, appesantita e resa vulnerabile dal forte debito pubblico si trova in una posizione fragile: dipendenza energetica, incapacità di affrontare i dissesti ambientali, bassa qualità dei servizi sociali, scarsa qualità dell’istruzione e della ricerca pubblica, bassa capacità di innovazione, una distribuzione diseguale delle opportunità costituiscono meccanismi strutturali profondi che non consentono l’accesso alle nuove frontiere della geoeconomia della conoscenza e del potere digitale. Il sistema politico nazionale non riesce ad individuare alcuna via di uscita. Impaurito dalla crescente pressione sociale, generata dalla perdita della capacità di acquisto dei redditi, dalla richiesta di migliori servizi sociali e sanitari, per le recenti scelte politiche complici delle guerre in atto, sia in Ucraina come in quelle genocide in Palestina, il Governo risponde con leggi finanziarie da economie di guerra e provvedimenti securitari e repressivi, senza riuscire ad affrontare i problemi reali delle persone. La soluzione di riserva sembra presentarsi nella possibilità di convergere verso la proposta della ricomposizione degli interessi dei diversi paesi in uno Stato-Sovrano UE. Una sovranità economica federata finalizzata alla affermazione di una geopolitica alternativa agli USA e della Cina. Una riorganizzazione dell’imperialismo europeo che resta ancorato alla supremazia del capitale finanziario delle Big-Tech e si affida al rilancio settore bellico come strategia per lo sviluppo tecnologico, con una previsione di investimento per il riarmo di circa 500 MLD nei primi 10 anni, a gravare sul debito pubblico, già alto, degli stati membri e con scarsissima attenzione verso il sociale Una proposta alternativa è possibile se si riesce ad organizzare e far crescere il movimento antagonista al sistema dell’autocrazia finanziaria a partire dalla ricomposizione degli interessi sociali e di classe, un movimento che definisce chiaramente come obiettivi la riduzione del divario sociale e ambientale e che riesce a fare rete con tutti i movimenti e le popolazioni già in rivolta a livello globale che rivendicano i propri diritti all’autodeterminazione. Una rete solidale basata sui diritti civili e sull’eguaglianza economica e sociale, contro ogni forma di autocrazia politica o religiosa. In questo contesto, il controllo pubblico e la condivisione delle infrastrutture digitali a livello globale che combinano innovazione, riduzione dei costi dei beni di consumo, il potenziamento dei servizi pubblici e l’autonomia energetica delle comunità locali, possono svolgere un ruolo fondamentale per l’eguaglianza economica, sociale ed ambientale. I lavoratori digitali e cognitivi sono i soggetti centrali nell’attuale fase dell’economia digitale, in quanto attore sociale in grado di coagulare e dare sviluppo ai processi di antagonismo sociale, ma soprattutto come soggetto politico (“proletariato instabile o nomade”) con un ruolo fondamentale per lo sviluppo delle tecnologie innovative e con un portato di conoscenze e competenze in grado di avviare un processo per contrastare il dominio delle autocrazie finanziarie. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E STATISTICI RAPPORTO OXFAM 2026 RAPPORTO “G20 EXTRAORDINARY COMMITTEE OF INDIPENDENT EXPERTS ON GLOBAL INEQUALITY”2025 RAPPORTO DRAGHI SUL FUTURO DELLA COMPETITIVITÀ EUROPEA 2024 FONDAZIONE OPENPOLIS OCSE EUROSTAT ISTAT E,BRANCACCIO, LIBERALCOMUNISMO, FELTRINELLI 2025 ZHAO ZICHEN E LIU HAIJUN, IL PROLETARIATO DIGITALE, RIVISTA CONTROPIANO, GENNAIO 2026   CARLO SIMONETTI È ARCHITETTO, HA COORDINANDO IN QUALITÀ DI RICERCATORE SENIOR ATTIVITÀ DI REPORTING AMBIENTALE, AGENDA 21 LOCALE, PIANI DI AZIONE LOCALE E ORGANIZZAZIONE E GESTIONE DI LABORATORI PARTECIPATI. HA SVOLTO ATTIVITÀ DI PIANIFICAZIONE TERRITORIALE E PAESAGGISTICA ED HA COORDINATO LA REDAZIONE DI PROGRAMMI DI RIQUALIFICAZIONE URBANA E COLLABORATO ALLA REDAZIONE DI NUMEROSI PIANI STRATEGICI DI CITTÀ E DI AREA VASTA   Redazione Italia
May 7, 2026
Pressenza
La truffa del salario giusto
dossier di Mario Sommella (*) Anatomia di un Primo Maggio rovesciato. Come il decreto Meloni regala un miliardo alle imprese, svuota l’articolo 36 della Costituzione, dimentica i morti sul lavoro e premia chi non firma i contratti.   Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per