Mortality and Mercy: il racconto rinnegato che anticipa Pynchon
Certe volte è facile individuare l’opera prima di uno scrittore: prendiamo per
esempio John Kennedy Toole. Come ben si sa il suo romanzo d’esordio fu Una banda
di idioti, uscito nel 1980, undici anni dopo la morte dell’autore, suicidatosi
senza aver pubblicato nulla in vita. Altre volte le cose sono un po’ più
complicate: Daniel Defoe non comincia nel 1719 con Robinson Crusoe, ma aveva già
alle spalle molteplici scritti su svariati argomenti, e aveva anche il brutto
vizio di dare alle stampe saggi e articoli anonimi, per cui per gli studiosi c’è
di che scervellarsi a individuare il punto di partenza.
Veniamo a tempi più recenti e a uno scrittore ancora vivente, la cui opera più
recente, il romanzo Shadow Ticket, è uscita negli Stati Uniti meno di un anno fa
(siamo in attesa dell’edizione italiana, e incrociamo le dita). Stiamo parlando
ovviamente del Romanziere Invisibile, Thomas Ruggles Pynchon, personaggio
enigmatico ma solo in parte. Tante cose in realtà le conosce chi ha lavorato
seriamente sull’autore, invece di accontentarsi di ripetere logori luoghi comuni
che girano ancora nei supplementi librari; sappiamo per esempio che la
primissima pubblicazione del nostro risale al 1959, quando su Epoch, rivista
della Cornell University della quale Pynchon era allora studente, apparve uno
strano racconto intitolato “Mortality and Mercy in Vienna”. Se pensate a una
rivistina dilettantesca sbagliate: su Epoch uscì anche il primo racconto di Don
DeLillo, e anche alcuni dei primi scritti di Philip Roth, Stanley Elkin e Joyce
Carol Oates. Scusate se è poco.
Viene però qualche dubbio all’idea di dedicare un’intera puntata di Opera Prima
al racconto d’esordio di Pynchon. Se aveste un buon livello di proficiency in
inglese potreste leggervelo gratis (basta mettere il titolo su un motore di
ricerca e lo trovate), ma non mi risulta sia stato mai tradotto in italiano.
Inoltre il suo autore non pare amarlo molto: non lo incluse in Un lento
apprendistato (1984), dove ha raccolto i suoi cinque racconti usciti tra il 1959
e il 1964, facendoli precedere da un’introduzione nella quale si dedica più a
evidenziarne i difetti che a sbandierarne i pregi. Allora dovremmo parlare di
“La pioggerella”, che apre la raccolta, uscito anch’esso nel 1959 su un’altra
rivista dello stesso ateneo, Cornell Writer?
O magari sarebbe il caso di mettere da parte i racconti, perché se Harold Bloom
considerava Pynchon uno dei quattro grandi romanzieri americani del secondo
Novecento (gli altri essendo Philip Roth, Don DeLillo e Cormac McCarthy) non era
certo per la narrativa breve, ma per L’arcobaleno della gravità. Allora faremmo
meglio a concentrarci del primo romanzo di Tom, V., uscito nel 1963, che già
aveva attirato l’attenzione della critica (oltre alle recensioni positive
dell’epoca, arrivò anche il William Faulkner Foundation Award per il miglior
romanzo d’esordio). Per arrivare a V. dovremo però passare rapidamente per
“Mortality and Mercy in Vienna”, e dire anche qualcosetta sui racconti contenuti
in Un lento apprendistato. Un attimo di pazienza, poi parleremo di V., qualsiasi
cosa o persona esso o essa sia.
Il titolo è stato preso di peso da Misura per misura di Shakespeare, e sono le
parole con cui il duca di Vienna affida la città al suo vice, Angelo: “Mortality
and mercy in Vienna/Live in thy tongue and heart”, che possiamo rendere con
“morte e pietà a Vienna/Risiedono nella tua lingua e nel tuo cuore,” come a dire
che il sostituto ha potere di vita e di morte sui viennesi. Però la capitale
austriaca allude anche a Freud, alle cui teorie si accenna nel racconto, che del
resto risuona spesso di echi letterari e filosofici (dall’Ulisse di Joyce a T.S.
Eliot, da Santayana a Conrad, chi più ne ha più ne metta). Non è da escludersi
che Pynchon l’abbia ripudiato anche per questo eccesso di sfoggio
citazionistico. Quanto alla mortalità e alla pietà, bisogna dire due parole
sulla trama.
Il protagonista è Cleanth Siegel, giovane funzionario del ministero degli esteri
statunitense appena tornato a Washington da una missione in Europa, che va a una
festa organizzata da un tal David Lupescu. Del party gliene ha parlato Rachel,
una ragazza che a Siegel interessa molto, e che dovrebbe incontrare a casa di
Lupescu. Giunto nell’appartamento di quest’ultimo Siegel scopre di essere il
primo arrivato degli invitati, e si trova alle prese con un tipo decisamente
strambo, che dopo aver appeso un feto di maiale imbalsamato sopra una porta, lo
lascia da solo ad accogliere gli altri invitati, annunciando prima di scappare
“Mistah Kurtz—he dead”, ovviamente citazione di Cuore di tenebra. Siegel
telefona a Rachel per avere chiarimenti, ma lei gli rifila il due di picche
informandolo che alla festa non ci potrà venire per sopravvenuti impegni.
Arrivano i primi ospiti, un marinaio di nome Duckworth che porta a cavalcioni
una ragazza di nome Lucy; quest’ultima propone a Siegel di andare a letto con
lei – solo che è evidentemente minorenne e Siegel non ha molta voglia di finire
in galera (erano gli anni Cinquanta…). Nel resto del racconto la tonalità è tra
il comico e il cartone animato: arrivano altri scapestrati, si balla, si sballa
(ancora presto per le droghe ma l’alcol non manca), solo che il finale è
tutt’altro che allegro.
Tra gli invitati c’è infatti un nativo americano (indiano, se preferite), Irving
Loon, un ragazzone imponente, incupito e taciturno, membro della tribù Ojiwba;
nella festa sembra un pesce fuor d’acqua. Attenzione al cognome: Loon in inglese
è un termine che deriva da loony, lunatico, cioè pazzo. Alla fine del racconto,
forse istigato da qualcosa che gli dice Siegel, che innesca la “Windigo
psychosis” della quale ogni tanto soffrono gli Ojiwba, Irving va in camera da
letto, stacca dalla parete uno dei fucili automatici Browning che stanno appesi
lì, lo carica, e mentre Siegel sgattaiola via dal party, comincia a sparare agli
altri invitati.
A tutti gli effetti “Mortality and Mercy in Vienna” è ancora acerbo, però l’idea
della festa sfrenata che degenera nel caos si ritrova anche in un racconto che
Pynchon pubblica l’anno dopo, “Entropia”, tra i più analizzati dalla critica
accademica; non bastante ciò, anticipa un episodio importantissimo del primo
romanzo di Pynchon.
Veniamo dunque a V. Il romanzo inizia verso la metà degli anni Cinquanta a New
York, e ha come protagonisti due avatar di Don Chisciotte e Sancho Panza: il
cavaliere dalla trista figura si è reincarnato nell’inglesissimo Herbert
Stencil, uno scioperato che campa a scrocco grazie alle conoscenze del padre,
Sidney, agente segreto inglese morto in circostanze poco chiare. Herbert ha
dedicato la sua vita alla ricerca di V., qualcuno o qualcosa che viene
ripetutamente menzionato nei diari di Sidney; è una queste forse altrettanto
folle delle imprese di Alonso Quijano. La parte di Sancho, il contadino scarpe
grosse e cervello fino, la interpreta Benny Profane, uno yo-yo umano che vaga
per l’America senza uno scopo preciso, indeciso sul suo futuro, dopo aver
servito la patria nei ranghi della marina degli Stati Uniti (nota bene: Pynchon
era stato in marina, e in tutte le sue narrazioni ci sono sempre marinai
americani, come pure imbarcazioni di tutti i tipi). Benny ha una storia aperta
con Rachel Owlglass (guarda un po’ come ricorrono certi nomi), ogni tanto si
mollano per poi rimettersi insieme, e Rachel fa parte di un gruppo di
scapestrati non molto diverso da quelli di “Mortality and Mercy in Vienna”,
denominato in inglese The Whole Sick Crew, letteralmente “tutto l’equipaggio (o
la banda) malato/a”, reso in italiano da Giuseppe Natale come “la banda dei
morbosi”.
In realtà V. non consiste solamente nella storia di Stencil e Profane, delle
loro peripezie a New York e del viaggio che intraprendono a Malta, in cerca
della verità definitiva sulla morte di Sidney Stencil e su V. Incastonati nel
romanzo ci sono cinque capitoli (e mezzo) nei quali si rievocano le gesta di
Sidney in varie località, da Firenze al Cairo, da Parigi a Malta, tutte vicende
risalenti alla prima metà del novecento; si possono leggere come grandi
flashback, ma anche come veri e propri racconti indipendenti (chi le legge come
“divagazioni” non ha capito bene come funziona il romanzo). Uno di essi, il
nono, venne in effetti pubblicato nel 2009 da Rizzoli col titolo che ha nel
romanzo, La storia di Mondaugen, sicuramente col beneplacito di Pynchon. Del
resto si sa che nel manoscritto sottoposto all’editore Lippincott quel capitolo
chiudeva il romanzo, e il suo spostamento al centro di V. ne attestava già la
relativa indipendenza dalla narrazione incentrata su Stencil e Profane (difatti
in questa storia non v’è traccia di Stencil padre).
A ben vedere V. attinge da due modelli. A monte, la buona vecchia raccolta di
novelle medievale, come il Decameron di messer Boccaccio e I racconti di
Canterbury di Chaucer, dove una storia fa da cornice per una serie di racconti,
narrati dai personaggi della cornice (nel romanzo di Pynchon si sottintende che
i cinque capitoli e mezzo siano contenuti nei diari di Sidney o raccontati da
suo figlio Herbert). Ci si può anche vedere l’influsso di Melville, che nel Moby
Dick intervalla la storia della caccia al capodoglio albino con una serie di
divagazioni nelle quali si parte da questioni della baleneria per arrivare a
riflessioni etiche, filosofiche, politiche – del resto, se il vendicativo
capitano del Pequod dà ostinatamente la caccia a un cetaceo impossibile (ma chi
l’ha mai visto un capodoglio bianco?), Herbert Stencil dà caparbiamente la
caccia a qualcosa o qualcuno che si nasconde dietro una consonante, e teme che
se scoprisse chi è potrebbe fare la fine del padre, annegato nel Mediterraneo
quando una tromba d’acqua affonda la sua imbarcazione (e pure nel romanzo di
Melville alla fine la nave affonda e l’equipaggio la segue – con una sola
eccezione).
La Banda dei morbosi, che ha ampio spazio nella narrazione-cornice di V.,
discende dalla banda degli amici di Brennan, il branco di scapestrati che
animano la festa a casa di Lupescu in “Mortality and Mercy in Vienna”, e una
combriccola assai simile la ritroviamo in “Entropia”, sono gli invitati al party
nell’appartamento di Meatball Mulligan che se la spassano rumorosamente per un
intero fine settimana (anche qui un’eco joyciana: il primissimo personaggio
menzionato nell’Ulisse si chiama non a caso Buck Mulligan, un gaudente e
scroccone professionale). Ma c’è una banda di svitati, mezzi matti, artisti e
artistoidi, aspiranti scrittori, eccentrici e veri psicopatici a popolare anche
un romanzo americano uscito nel 1955, bistrattato dalla critica, e oggi
considerato uno dei battistrada del postmodernismo: parlo ovviamente di Le
perizie, opera prima di William Gaddis (prima o poi avrà il suo turno in questa
rubrica). Che Pynchon abbia avuto Gaddis tra i suoi riferimenti è – per chi
conosce un po’ questo territorio letterario – una banalità; entrambi gli
scrittori avevano ben presente l’ambiente bohemien di New York, misto di
intellettualità e marginalità, di creatività e devianza, di talento e psicopatia
(basterebbe pensare alla Factory di Andy Warhol, che pare un misto di Gaddis e
Pynchon entrambi sotto acido…). D’altronde, erano entrambi romanzieri “di casa”:
Gaddis nato proprio a New York, Pynchon a Glen Cove, a un tiro di schioppo dalla
Grande Mela (e ovviamente sul mare).
Ma se l’autore di V. insisteva a raccontare feste scatenate, con una visione
animata fino allo scoppio, era assai probabilmente per un ulteriore motivo,
segnalato dall’insistenza con cui alludeva all’Ulisse: proprio il grande
romanzo-laboratorio di James Joyce ospita, nel capitolo quindicesimo, denominato
“Nighttown” nei paesi di lingua inglese, e “Circe” dalle nostre parti (sulla
base dello schema Linati, dove Joyce associò esplicitamente ogni capitolo a un
ben preciso episodio dell’Odissea), la rappresentazione di una notte brava in un
bordello dublinese, che si conclude con una rissa e l’intervento della polizia.
È uno dei capitoli più innovativi e avanguardistici dell’Ulisse, scritto come un
testo teatrale, dove ai personaggi che plausibilmente si ritrovano nella casa di
tolleranza di Bella Cohen se ne aggiungono sempre altri che non possono trovarsi
lì, come il padre di Leopold Bloom, Rudolf Virág, da lunga pezza deceduto, e
persino il cappello di Lynch, un amico di Stephen Dedalus, a un certo punto
parla. Questa sorta di caos entropico doveva aver colpito l’immaginazione di
Pynchon, che si è ripetutamente sforzato di riprodurlo ma in un contesto
totalmente americano.
Insomma, “Mortality and Mercy in Vienna” non sarà un capolavoro (forse dei
racconti possono ambire a quello status solo “Sotto la rosa” e “L’integrazione
segreta”), però è un testo che ci consente di gettare luci sulla costruzione
della prima opera matura di Thomas Pynchon; a sua volta V. è un po’ la chiave
che consente di decifrare la sua produzione successiva. Come s’è detto, la
storia che funge da cornice, quella di Stencil e Profane, è ambientata nella New
York degli anni Cinquanta, e si chiude a Malta in un anno ben preciso, il 1956
della Crisi di Suez (infatti verso la fine del romanzo compaiono marinai
dell’U.S. Navy che fraternizzano coi commando inglesi…). Per un lettore del
1963, è un passato talmente recente da essere in pratica il presente. I racconti
incastonati nella cornice si svolgono invece tra gli ultimissimi anni
dell’Ottocento e gli anni Quaranta del Novecento; tenuto conto che Pynchon
nacque nel 1937, alcuni di loro appartengono sic e simpliciter alla narrativa
storica. Ebbene, se andiamo a vedere l’opera del romanziere di Glen Cove nel suo
complesso, ci si rende facilmente conto che essa comprende una serie di romanzi
storici (Mason & Dixon, Contro il giorno, L’arcobaleno della gravità e Shadow
Ticket) e una trilogia di romanzi interconnessi tutti ambientati in California
negli anni della vita dell’autore (L’incanto del lotto 49, Vizio di forma e
Vineland), ai quali va aggiunto il romanzo breve La cresta dell’onda, la cui
vicenda inizia poco prima dell’11 settembre e si conclude poco dopo. In V. le
due facce di Pynchon sono compenetrate; dopo V. si separeranno, dando vita a
narrazioni rivolte al passato o al presente.
Inoltre: Pynchon, in tutti i suoi romanzi, dimostra una disturbante capacità di
scivolare quando meno te lo aspetti dalla commedia alla tragedia. Basti pensare
a come la vicenda decisamente comica di Stencil e Profane in V. contenga una
delle più agghiaccianti denunce degli orrori del colonialismo, proprio la storia
di Mondaugen, che racconta il genocidio degli Herero in Namibia perpetrato nel
1905 dal generale tedesco Von Trotha (sembra uno di quei cognomi assurdi che
inventa Tom, e invece è un personaggio storico assolutamente reale), e mostra
inconfutabilmente come la Shoah e l’ideologia razzista che l’ha governata
nascano proprio dalle politiche colonialiste delle varie potenze europee.
(Guarda caso, anche la storia di Mondaugen parla di una festa, il siege party,
la festa in stato d’assedio nella fattoria di un proprietario terriero tedesco
in Namibia, che impazza mentre intorno gli herero cercano vendetta…)
“Mortality and Mercy in Vienna”, come abbiamo già visto, preannuncia già questi
bruschi e talvolta brutali cambi di registro: l’allegra festicciola si chiude
con una strage, e il fucile automatico appeso in camera all’inizio spara prima
che finisca il racconto (Tom conosce indubbiamente Čechov). Ma, si badi bene,
chi spara è un indiano americano. Il suo gesto come va interpretato?
Semplicemente una crisi di pazzia? O una tradizione Ojibwa, quella del Windigo,
un’entità soprannaturale vagante nelle terre selvagge del Grande Nord, che
divora famelicamente animali e uomini, un’entità nella quale in tempo di
carestia i cacciatori Ojibwa si identificano, arrivando a vedere persino mogli o
mariti o bambini come “grossi e grassi succosi castori”, da abbattere e mangiare
seduta stante? Così la vede Siegel, ma ci si può fidare di Siegel, che quando
vede Loon prendere il fucile e cominciare a caricarlo non trova niente di meglio
da fare che svignarsela alla chetichella? Il gesto di Irving Loon non sarà un
atto di rivolta, o di rappresaglia, verso i bianchi che hanno sterminato i suoi,
folle quanto si vuole, ma determinato da tutta una storia pregressa di morte e
fame, per l’appunto? Pynchon si è concentrato spesso sul razzismo, sul
colonialismo, e sugli eccidi causati da queste due piaghe della modernità; ha
ripetutamente presentato gli Stati Uniti come paese coloniale (specialmente in
Mason & Dixon); sono probabilmente interessi (se non angosce) che nutriva già
nel 1959, e che trovano espressione anche in questa prima, immatura prova
d’autore.
E comunque, con tutti i suoi limiti, “Mortality and Mercy in Vienna” si chiude
con una sparatoria improvvisa, imprevista, dove e quando meno te la
aspetteresti. Da allora, passando per Columbine e tante altre località ormai
entrate nella storia di una follia collettiva strisciante, quanti altri hanno
fatto come Irving Loon, hanno preso il fucile e hanno massacrato chiunque fosse
a tiro? A rileggerla oggi questa opera prima rinnegata suona paurosamente
profetica, e anche per questo valeva la pena di ragionarci su.
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Post Scriptum: Non dimentichiamo che quando Pynchon scrisse “Mortality and Meat
in Vienna” aveva una ventina d’anni. Proprio l’età in cui si va alle feste e si
eccede (in tutti i sensi); chi è che non l’ha fatto? Ebbene, non stupisce che
l’argomento rivestisse un tale interesse pure per lui.
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