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Gli affari dei fabbricanti d’armi vanno a gonfie vele
Abbiamo chiesto a Gianni Alioti (attivista e ricercatore di The Weapon Watch, uno dei maggiori esperti italiani del commercio armiero) un commento sintetico al recente rapporto SIPRI sulle 100 maggiori aziende con produzioni militari La spesa militare globale, in costante crescita dal 2014, ha subito un’accelerazione negli ultimi tre anni, superando nel 2024 i 2,7 trilioni di dollari. Europa e Medio-Oriente sono le regioni al mondo dove le spese militari sono cresciute (e crescono) di più (del 17 e 15 per cento rispetto al 2023). Per i fabbricanti d’armi, questa ondata di spese militari ha generato entrate record. Come riporta l’annuale relazione del SIPRI (Top 100 Arms – producing and military services companies, 2024) pubblicato a inizio dicembre 2025, le prime 100 aziende mondiali per fatturato militare hanno raggiunto, nel 2024, la cifra record di 679 miliardi di dollari di ricavi relativi al business degli armamenti. Un record destinato ad essere superato nel 2025 e nei prossimi anni, per effetto della folle corsa al riarmo da parte degli Stati (quelli europei in testa) e delle migliaia di miliardi che i mercati finanziari stanno facendo affluire, attraverso le Borse, all’industria bellica. Dieci anni fa (2015), i ricavi militari delle Top 100 (comprendenti anche le aziende cinesi) erano di 448 miliardi di dollari a prezzi correnti, pari a 538 miliardi di dollari a prezzi 2024. Significa che in una decade c’è stata una crescita in termini reali (al netto dell’inflazione) del 26%, smentendo la narrazione bellicista di un prolungato periodo di sotto-investimento nel campo degli armamenti e di un freno al consolidamento del settore industriale della Difesa. Per rendersi conto dei trilioni di dollari spesi in armamenti, nei dieci anni che vanno dal 2015 al 2024, basta osservare quanto elaborato dall’agenzia di stampa internazionale Reuters su dati SIPRI, che mostra l’ammontare complessivo dei ricavi militari delle prime 100 aziende al mondo, raggruppate in base al paese di appartenenza. Le aziende statunitensi nelle Top 100 hanno fatturato in ambito militare, nel decennio considerato, oltre 3,2 trilioni di dollari. Le aziende cinesi si sono avvicinate a un trilione di dollari, mentre quelle europee – considerate nel loro insieme – lo superano abbondantemente (circa il 40% di questa quota è attribuibile al Regno Unito). Stiamo parlando di ingenti risorse già spese in armi che superano di molto i 5 mila miliardi di euro (altro che “dividendo della pace”). https://www.sipri.org/publications/2025/sipri-fact-sheets/sipri-top-100-arms-producing-and-militaryservices-companies-2024 A conferma dell’elevata concentrazione del business degli armamenti, le prime cinque aziende al mondo Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, BAE Systems e General Dynamics, tutte made in Usa tranne la British BAE, hanno registrato nel 2024 ricavi pari a 214 miliardi di dollari, circa un terzo del fatturato totale delle prime 100. Sebbene le aziende americane produttrici di armi rimangano dominanti, hanno però rallentato la loro crescita, a vantaggio delle aziende giapponesi e sudcoreane, di quelle europee (in particolare tedesche, francesi e italiane), di quelle russe e israeliane (i cui paesi sono entrambi coinvolti in conflitti armati), di quelle turche e indiane. Tra i maggiori beneficiari delle guerre e del riarmo troviamo anche le aziende di altri paesi asiatici (Indonesia, Singapore e Taiwan) ed europei (Norvegia, Polonia, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia e Ucraina) che il SIPRI per ragioni di dimensione ha raggruppato nella voce “Other”. Le uniche eccezioni, con i ricavi derivanti dal settore militare in calo nel 2024 rispetto al 2023, sono le aziende cinesi, a causa di accuse di corruzione che hanno ritardato o annullato importanti contratti di appalto. Nonostante questo risultato negativo la Cina si conferma, con 8 aziende nella Top 100, il secondo paese dopo gli Usa (39 aziende) per numero di imprese e fatturato militare se non consideriamo la UE congiuntamente. L’Europa, considerata come regione formata dai paesi UE più la Norvegia, Regno Unito e Ucraina; ma senza la Russia e la Turchia), piazza anche nel 2024 nelle Top 100 26 aziende, con un fatturato complessivo di 151 miliardi di dollari. Una crescita media del 13% rispetto al 2023. L’azienda ceca Czechoslovak Group con 3,6 miliardi di dollari ha triplicato i suoi ricavi rispetto l’anno precedente, registrando il più forte aumento percentuale dei ricavi derivanti dal settore delle armi tra tutte le aziende della Top 100. L’azienda attribuisce la maggior parte dei suoi ricavi alla guerra in Ucraina. Incrementi notevoli sono stati registrati anche dalle tedesche Diehl (+52,9%) e Rheinmetall (+46,6%), dall’ucraina JSC Ukrainian Defense Industry (+40,7%), dalla polacca PGZ (+33,9%) dalla francese Dassault (+30,0%) e dalla svedese Saab (+23,9%). Le due aziende italiane, la Leonardo e la Fincantieri, al 12° e 53° posto nella Top 100 hanno, invece, aumentato rispettivamente i loro ricavi militari del 10,1% e del 4,5%. Un’ ultimo sguardo al report del SIPRI sulle Top 100 consente di cogliere alcune tendenze in base agli scostamenti della quota di fatturato militare dal 2015 al 2024. Gli Stati Uniti passano dal 53 al 49%, l’Europa cresce dal 26 al 27%, la Cina diminuisce dal 14 al 13%, mentre l’Asia (senza la Cina) e il Medio-Oriente (che nella classificazione del SIPRI include anche la Turchia) crescono rispettivamente dal 4 al 6% e dal 2 al 5%. Redazione Italia
Sipri: in dieci anni – 40% nelle Forze di pace
ONU. TAGLI USA E UE, SUD GLOBALE IN PRIMA LINEA NEL PEACEKEEPING LO STUDIO DEL SIPRI: IN DIECI ANNI -40% NELLE FORZE DI PACE (DIRE) Roma, 26 mag. – Il numero dei “peacekeeper” impiegati in missioni multilaterali nel mondo è diminuito del 40 per cento in dieci anni: i dati sono contenuti in un rapporto dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri) nel quale si denunciano tra l’altro le conseguenze di tagli e cali di finanziamenti da parte di Paesi contribuenti chiave. Lo studio è stato diffuso a pochi giorni dalla Giornata internazionale dei peacekeeper dell’Onu, che si celebrerà giovedì 29 maggio. Gli esperti del Sipri ricordano che nel 2024 sono state attive 61 missioni multilaterali di pace in 36 Paesi o territori, due in meno rispetto al 2023. La maggior parte (21) si è concentrata nell’Africa subsahariana. Diciannove quelle in Europa, 14 in Medio Oriente e Nord Africa, quattro nelle Americhe e tre in Asia e Oceania. Al 31 dicembre 2024, si riferisce nel rapporto, erano impiegati 94.451 militari e operatori in 57 missioni: il 42 per cento in meno rispetto al 2015 e il 6 per cento in meno rispetto al 2023. Secondo Claudia Pfeifer Cruz, ricercatrice dell’Istituto, “negli ultimi anni è diventato molto più difficile concordare, avviare e sostenere missioni multilaterali, sia per l’Onu sia per organizzazioni regionali come l’Unione Africana, e questo ha ha conseguenze concrete per i civili sul terreno”. Nello studio si evidenzia che a minacciare l’efficacia delle missioni sono anche i tagli delle risorse finanziarie. “Nel 2024 molte operazioni multilaterali di pace hanno subito le conseguenze della carenza di fondi” sottolineano gli esperti del Sipri. “Una crisi di liquidità nel bilancio del peacekeeping dell’Onu, dovuta a pagamenti ritardati o incompleti da parte di Cina, Stati Uniti e altri Paesi, ha inciso su diverse missioni guidate dalle Nazioni Unite”. Anche le operazioni condotte da organizzazioni regionali hanno affrontato difficoltà finanziarie: la mancanza di fondi ha per esempio contribuito alla chiusura della missione ‘Samim’ in Mozambico lo scorso luglio. Secondo i ricercatori del Sipri, “nel 2025 le sfide potrebbero diventare ancora più difficili, con finanziatori importanti come Stati Uniti e Paesi Ue orientati a tagliare gli aiuti e le operazioni di pace per privilegiare la spesa nella propria difesa”. Nel rapporto sono presi in esame casi specifici, utili anche per inquadrare tendenze più generali. “Nel 2024”, si riferisce nello studio, “i governi della Repubblica Democratica del Congo e della Somalia hanno chiesto alle missioni di pace, precedentemente invitate a ritirarsi, di restare più a lungo, preoccupati dall’avanzata di gruppi armati nelle aree dalle quali le operazioni si erano già ritirate”. Pfeifer Cruz evidenzia: “Quando le missioni di pace vengono ridotte o chiuse prematuramente si crea un pericoloso vuoto di sicurezza, nel quale i gruppi armati non statali avanzano, sfollando e talvolta uccidendo civili”. Un altro dato riguarda la composizione delle forze di pace. “Tutti i primi dieci Paesi contributori di personale militare alle missioni multilaterali provengono dal Sud globale” sottolinea il Sipri. “Il Nepal è diventato il principale contributore, seguito da Bangladesh e India, con tutti e tre i Paesi impegnati principalmente in missioni Onu”. Gli altri membri della “top 10” si trovano nell’Africa subsahariana – Ruanda, Uganda, Etiopia, Sudafrica, Burundi e Kenya – o nell’Asia meridionale (Pakistan). Agenzia DIRE