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Mi trovo davanti a un bulldozer che sta radendo al suolo la casa di mia madre e mi chiedo perché sventoli una bandiera israeliana
I simboli dei gruppi nazionali sono considerati naturali, ma cosa si fa quando chi detiene il potere ne svuota il significato profondo? Quando tutta la morte, il dolore e la frustrazione causati intenzionalmente non lasciano più spazio nel proprio cuore per quella bandiera? Il 15 aprile, una settimana prima del Giorno della Memoria israeliano e due anni e mezzo dopo il 7 ottobre, la casa di mia madre, Vivian Silver, nel kibbutz Be’eri, è stata rasa al suolo. È stata un’esperienza intensa, sia dal punto di vista sensoriale che emotivo: il rombo assordante, in contrasto con il silenzio di morte che era stato imposto alla casa dopo quello Shabbat. Le nuvole di polvere che ho inalato e che mi hanno soffocato trasportavano le particelle del mio passato e la prova concreta e definitiva della sua scomparsa. Eppure, volevo che la casa fosse cancellata. La sua presenza fuligginosa, esposta all’ondata di turisti del lutto che rubavano souvenir, appendevano bandiere e incidevano graffiti, la rendeva grottesca. Una sorta di “Ritratto di Dorian Gray” fatto di mattoni e cemento. Potrei dilungarmi sul mio stato emotivo per pagine e pagine, ma lo riservo al mio “Caro Diario”. Ma un fenomeno non mi ha dato tregua durante la demolizione e continua a tormentarmi: la bandiera israeliana attaccata alla cabina dell’escavatore, che sventolava con un sincronismo di sfida ad ogni colpo della benna. Avrei dovuto ricordarmi che viviamo in un’epoca di miracoli. Non solo nelle menti dei rappresentanti pubblici affamati di morte ed espansione, ma anche nel miracolo della bandiera israeliana. Bandiere nelle hall degli edifici. Bandiere sui veicoli che strisciano negli ingorghi. Bandiere nelle pubblicità delle banche. Bandiere sulle bombolette di schiuma che i bambini spruzzano nel Giorno dell’Indipendenza. Bandiere alle cerimonie “corrette”. Bandiere sugli aerei che sganciano bombe. Genitori in lutto avvolti nelle bandiere durante le interviste ai media. Bandiere sulle tombe. Bandiere sui bulldozer che demoliscono edifici, nel kibbutz Be’eri e nei territori palestinesi. I simboli dei gruppi nazionali sono considerati naturali. Sono uno strumento efficace per incoraggiare l’identificazione, l’appartenenza e la differenziazione. Ma il loro scopo dovrebbe essere estetico, una sorta di aggiunta artificiale al significato fondamentale del gruppo, ai suoi valori condivisi, alla sua visione e alla sua cultura, per esempio. La bandiera rappresenta solo l’identità collettiva di coloro che la portano. Qual è questa identità nell’Israele di oggi, e chi è considerato parte del collettivo? Quali sono i valori e la visione condivisi? Quando la leadership dissolve il significato fondamentale, l’essenza, quando mina la collaborazione e il gruppo si disintegra in componenti bellicose, vulnerabili e diffidenti, e quando sembra che l’unico “collante” che riesce ancora a tenere insieme in una certa misura parti significative della nazione sia la bellicosità verso i nemici esterni, l’insistenza sui simboli diventa l’essenza stessa e uno strumento violento di etichettatura, esclusione e messa a tacere. Cosa fa una persona quando tutta questa morte intenzionale, questo dolore e questa frustrazione non lasciano spazio nel suo cuore per la bandiera? Quando il suo legame con il luogo, la gente e la lingua è ancora profondo, ma i simboli nazionali, che hanno subito una politicizzazione ultranazionalista, ora lo fanno indietreggiare con disgusto? In quel caso, deve tacere o essere espulso dal gruppo come nemico e traditore. Bandiera israeliana sventolata dai soldati dell’IDF di stanza nella Striscia di Gaza, nel novembre 2023. Crediti: Unità del portavoce dell’IDF Sono in piedi davanti a un bulldozer con una bandiera israeliana che sta scavando tra le rovine della casa di mia madre e penso tra me e me che hanno già domato la terra: ora è lo Stato a divorare i suoi abitanti. Non solo lo Stato ci ha confiscato la vita, ma sta anche invadendo brutalmente il nostro lutto con una ripugnante richiesta di lealtà. Tutto sta crollando: le infrastrutture, le istituzioni, la solidarietà, la responsabilità, la sicurezza personale e generale, l’integrità, gli edifici. L’unica cosa che conta è che l’Istituto Nazionale di Previdenza si assicuri di mettere una piccola bandiera israeliana con il proprio marchio sulla tomba nel Giorno della Memoria. E ci si aspetta che noi sopportiamo questa stridente contraddizione tra essenza e simbolo, interiorizzandola insieme alla nostra appartenenza al gruppo. Ma non riesco a scrollarmi di dosso il senso di alienazione, il senso di colpa e la vergogna che questa contraddizione genera. Il coordinatore dei lavori del kibbutz mi ha gentilmente invitato ad assistere alla demolizione della casa in un momento e in un giorno a me convenienti. Eccomi qui, in comunione con la tomba ombreggiata e ben curata. Ma solo pochi chilometri mi separano dalle masse di persone sepolte sotto le macerie delle loro case, che non si erano coordinate in anticipo. E a est, i loro occhi bruciano per i gas lacrimogeni, i loro corpi saccheggiati, crivellati di proiettili, in fuga. Ogni persona ha un nome, a patto che sia ebrea, a patto che sia avvolta nella bandiera giusta. Alcuni sostengono che rinunciare alla bandiera dia ad altri il potere di definire il significato fondamentale del gruppo, e che la bandiera dovrebbe invece essere riappropriata. Ma il percorso dovrebbe andare dall’essenza al simbolo, non viceversa. L’opposizione che io e molti come me nutriamo non è verso i simboli o i gruppi che essi dovrebbero rappresentare, ma verso il fatto che siano stati svuotati di significato e trasformati in armi di distruzione. Ecco perché non partecipo alla Marcia delle Bandiere nel Giorno di Gerusalemme e non mi sento a mio agio nell’essere rappresentato da essa, ma cerco di costruire qui un’esistenza sostenibile basata su uguaglianza, libertà e sicurezza per ebrei e arabi, israeliani e palestinesi. Ecco perché continuerò a protestare nelle strade contro una guerra senza fine che crea solo divisione e dolore all’interno, e pulizia etnica e annientamento all’esterno. Continueremo a dimostrare solidarietà in Cisgiordania. Continueremo la nostra attività umanitaria a Gaza e il dialogo online con i popoli della regione. Continueremo i nostri sforzi di advocacy nei parlamenti di tutto il mondo per portare un cambiamento reale qui. Continueremo a organizzare l’annuale Cerimonia Commemorativa Congiunta Israelo-Palestinese e il People’s Peace Summit. È un percorso di rifiuto, ma anche di intreccio e costruzione. Forse quando ci riusciremo, anch’io troverò consolazione nella bandiera israeliana. Yonatan Zeigen, Haaretz, 1° maggio 2026 Yonatan Zeigen è un assistente sociale e attivista per la pace; membro del consiglio di amministrazione del Parents Circle – Families Forum, composto da israeliani e palestinesi che hanno perso i propri cari a causa della guerra e del terrorismo e figlio di Vivian Silver, uccisa nel kibbutz Be’eri il 7 ottobre. Traduzione a cura di AssopacePalestina Assopace Palestina
May 7, 2026
Pressenza
People’s Peace Summit terza edizione: il lato creaTTivo della pace
Mentre nella notte le autorità israeliane hanno aperto un ennesimo fronte di guerra contro le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, dal People’s Peace Summitdi Tel Aviv arriva un breve filmato che, sulle note di Give Peace a Chance di John Lennon, visualizza le varie installazioni in progress negli spazi esterni all’Expo Center dove si terranno i vari incontri oggi. Un arco di bacchette di legno dev’essere sicuramente l’opera The Gate, Il Portale, la Porta di Accesso, che lo scultore palestinese Mahmoud Qais ha concepito apposta per questa terza edizione. Accesso più che mai sbarrato per chiunque voglia tentare di rompere l’assedio di Gaza… Non solo dibattiti e testimonianze a confronto, dunque, per questa terza edizione del People’s Peace Summit che si inaugura oggi a Tel Aviv. Per non farsi mancare nulla gli organizzatori hanno infatti incluso nel programmone anche uno buffo spettacolo teatrale per bambini, un documentario che avrebbe quasi meritato l’Oscar di quest’anno se non fosse stato considerato un po’ troppo “fastidioso”, e una bella serie di installazioni artistiche concepite ad hoc per l’occasione. Cominciamo dal documentario anche perché il programma lo segnala in anticipo su tutto il resto, h 12.30: si intitola Children No More: Were and Are Gone (Bambini che non ci sono più: erano e sono andati) che la regista Hilla Medalia ha realizzato iniziando quasi casualmente le riprese in quei primi giorni di silenziosi sit- in che a un certo punto cominciarono a manifestarsi l’anno scorso a Tel Aviv: inizialmente solo tra pochi, più che altro donne, poi sempre di più, nel massimo silenzio, tutti in fila, con le foto dei bambini uccisi a Gaza tra le mani. Man mano che il gruppo cresceva, crescevano anche le manifestazioni di rabbia dei passanti: “Fate schifo / Siete nemici d’Israele / Andatevene a Gaza / Piantatela con questa buffonata”, nel più totale silenzio dei manifestanti. “Non siamo qui per provocare, ma per suscitare dei pensieri, risvegliare se possibile l’umanità che è in tutti i noi, suggerire percorsi di consapevolezza che possano contribuire al cambiamento, perché ogni cambiamento parte sempre dal cuore” spiegavano i manifestanti alla regista che tornò a riprenderli in più occasioni. Le riprese terminarono verso la fine di settembre, quando il presidio silenzioso era ormai diventato l’appuntamento da non mancare del peace camp israeliano, con Habima Square che ogni sabato si riempiva sempre di più. Nonostante la nominationper il Premio Oscar nella sezione documentari il cortometraggio (dura 35 minuti) non ha trovato distribuzione negli Stati Uniti perché ritenuto appunto “troublesome”, ovvero “fastidioso”. Speriamo che non lo sia per qualche distributore o festival nostrano. La proiezione di oggi al Peace Summit di Tel Aviv può considerarsi quindi un evento importante e verrà presentata da Maya Savir, che oltre a essere figlia di Uri Savir (tra i principali negoziatori degli “accordi di Olso”) e autrice di un importante libro sul processo di riconciliazione in Rwanda, è la responsabile israeliana dell’organizzazione Search for a Common Ground, impegnata su progetti di riconciliazione dei conflitti in varie parti del mondo. Sullo stesso tema della strage di bambini gazawi giocherà anche la toccante installazione dal titolo A Child Is a Child Is a Child (Un bambino è un bambino è un bambino) in memoria delle migliaia di bambini palestinesi e israeliani morti durante questi due anni abbondanti di conflitto. “Ogni bambino è un mondo intero” recita il testo di accompagnamento “a cominciare dai genitori che non potranno più chiamarlo per nome la mattina, per gli amici che hanno perso un compagno di giochi e per quella cartella rimasta lì per ricordo… accendi una candela prima di lasciare questa sala.” Non meno toccante l’installazione proposta dai Parents Circle Family Forum, che semplicemente si intitola Con sincerità di cuore: sedici storie di inconsolabile perdita che altrettanti genitori, israeliani e palestinesi, hanno scelto di raccontare attraverso quegli oggetti “che si rifiutano di sparire, perché è tutto ciò che resta di coloro che non rivedremo mai più”. Un giocattolo, un orologio che non segna più nessuna ora, un abito che nessuno indosserà più, una collanina, una cartella da scuola con dentro ancora i quaderni… Oggetti che verranno presentati senza alcuna indicazione, circa il nome, l’età, l’identità, la nazionalità, “perché lo sguardo possa cogliere solo l’essenza di ciò che hanno in comune per chi li ha conservati: il dolore della perdita e la determinazione però di attraversarlo e andare oltre, rinnovando ogni giorno la speranza di un futuro possibile all’insegna della giustizia, della libertà per tutti e della pace”. Spostiamoci sullo spettacolo teatrale, previsto verso le 17.00 in un capannone di Giaffa area, un po’ fuori rispetto all’Expo Center. Si intitola The Stand, La Bancarella e gli autori, i coniugi Norman e Gidona Issa, l’hanno pensato in lingua araba ed ebraica per un pubblico infantile, mettendo in scena due venditori ambulanti, uno israeliano e l’altro appunto arabo, che siccome non si capiscono ma si trovano a condividere lo stesso spazio-vendita al mercato, trovano il modo di capirsi per forza e alla fine, in un crescendo di buffi qui pro quo, si mettono persino in società. E resterebbe da dire dell’installazione del collettivo di artisti di strada Broken Fingaz, originari di Haifa ma ormai noti in tutto il mondo per i loro pirotecnici murals e della mostra fotografica di Alia Khalil e Adam Yekutieli, il cui lavoro attinge a testi e materiali d’archivio, con l’obiettivo di riattivare spazi di memoria e potenzialità d’empatia, altrimenti difficili da esplorare. Tutti lavori concepiti apposta per questo People Peace Summit, che dovremo accontentarci di vedere solo da lontano, magari da domani, sulle varie pagine social. Per assistere alla plenaria di It’s time oggi dalle 18 fino alle 20 oggi 30 aprile: Facebook: https://www.facebook.com/events/1299320968820425/ Per l’elenco di tutte le organizzazioni che aderiscono alla coalizione It’s Time: https://bit.ly/42zfQrB   Daniela Bezzi
April 30, 2026
Pressenza