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In tonalità minore? La Biennale e altre mostre veneziane
Che cosa accade quando storie custodite dalle donne, saperi manuali e pratiche di cura a lungo giudicati minori diventano il centro del racconto? Nella 61ª Esposizione, In Minor Keys, concepita da Koyo Kouoh, la prevalenza della creatività femminile dà rilievo a questa domanda, con un’ampia presenza di artiste e artisti dell’Africa e di aree a lungo marginalizzate dai circuiti egemoni dell’arte. La seguo anche in altre mostre veneziane, accostando opere che attraversano terra e corpi, fili e archivi, voci e suoni. La lettura segue tre assi: materia vivente, ambiente e rigenerazione organica; dimensione tattile delle pratiche artigianali e della manualità; geopolitica e critica della modernità egemone. Ma sono direttrici intrecciate: un materiale organico può legare terra, pratica artigianale e denuncia politica. Si tratta perciò di una lettura parziale che segue le dissonanze e le libere interconnessioni della rassegna, come in un ensemble musicale. fig. 1 María Magdalena Campos-Pons, Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, 2026 Il percorso si apre nel padiglione centrale dei Giardini con Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison (fig. 1) di María Magdalena Campos-Pons che traduce il protagonismo femminile in una genealogia simbolica. Otto pannelli ritraggono tra rami fioriti la curatrice e la scrittrice, prime donne nere, rispettivamente, a curare la Biennale e a ricevere il Nobel per la letteratura; sette sculture di magnolie e un paesaggio sonoro immersivo completano l’omaggio a un’eredità che cresce attraverso chi la raccoglie. Il rapporto tra esseri umani e cicli della terra si manifesta già all’esterno del Padiglione Centrale dei Giardini, dove Otobong Nkanga accoglie il pubblico rivestendo le colonne con blocchi d’argilla e vasi da cui crescono piante rampicanti, tra vetri di Murano e formelle in ceramica. All’Arsenale, invece, Dedication II di Uriel Orlow esplora su schermi LCD la vita nascosta della natura e i suoi fragili legami. fig. 2 Vera Tamari, Tale of a Tree, 2002 Il rapporto con il mondo vegetale assume una precisa valenza storica e politica ai Giardini, in Tale of a Tree (fig. 2) di Vera Tamari: seicento piccoli ulivi d’argilla, davanti alla fotografia di un esemplare secolare, evocano il radicamento nella terra palestinese, dove la continuità del paesaggio, della cultura, della memoria è parte della resistenza di una comunità. Sempre ai Giardini, l’intreccio fra paesaggio, memoria e appartenenza si carica della storia della schiavitù nelle sculture di Adebunmi Gbadebo: l’argilla rossa prelevata dalle fosse comuni di una piantagione della Carolina del Sud viene impastata con ciocche di capelli, riportando nella materia la storia degli antenati ridotti in schiavitù.  fig. 3 Marcia Kure, Roadkill II, da Network V, 2026 Il corpo femminile nero è invece sottoposto alle pressioni economiche e ai modelli estetici contemporanei nelle opere Network V: Roadkill I–IV (fig. 3) dell’artista nigeriana Marcia Kure: busti di manichini, giacche e parrucche di capelli sintetici diventano corpi insieme costruiti e svuotati.  fig. 4 Wangechi Mutu, SimbiSiren, 2026 In entrambe le sedi, Wangechi Mutu espande il nesso tra corpo femminile, natura e spiritualità. All’Arsenale, il bronzo SimbiSiren (fig. 4) fonde donna, animale e creatura acquatica, richiamando uno spirito delle acque della tradizione Kongo che mette in rapporto vivi e antenati; ai Giardini, l’installazione The End, Where All began, EdEN reimmagina il Giardino dell’Eden da una prospettiva ecofemminista e diasporica, attraverso la cosmologia del popolo Kikuyu del Kenya.    La figura materna come origine condivisa e il suo legame con i cicli naturali trovano un’ulteriore declinazione al Salone Verde, fuori dalla Biennale, nella mostra Matriclysm: An Archaeology of Connections Lost dell’artista e musicista Jewel. All’esterno ci accoglie First Mother, un’imponente figura di donna incinta inginocchiata, rivestita di juta ed elementi organici che ne trasformano la superficie nel tempo: rende omaggio alla madre mitocondriale, antenata comune dell’umanità in linea materna. Nelle sale, dipinti, arazzi e sfere di vetro intrecciano mito, scienza e autorità femminile alla vulnerabilità ambientale così che in Heart of the Ocean, dati oceanici in tempo reale diventano luce e suono, dando voce al mare in un ciclo che culmina nella rappresentazione del riscaldamento delle acque. In entrambe le sedi della Biennale ricami, stoffe, miniature e assemblaggi danno forma a linguaggi nei quali la ricerca artistica si nutre di saperi artigianali e memorie familiari. Portare questi saperi nello spazio della mostra significa anche riconoscere il valore di chi li ha custoditi e trasmessi e mettere in discussione le gerarchie che hanno separato l’arte dalle pratiche domestiche e artigianali.  fig. 5 Alice Maher e Rachel Fallon, The Map, 2021 All’Arsenale, The Map (fig. 5) di Alice Maher e Rachel Fallon rielabora le mappe medievali e la seicentesca Carte de Tendre in una grande carta tessile della storia delle donne irlandesi, dalle Case Magdalene alla subordinazione sancita dalle leggi nel lavoro e nella vita riproduttiva. Toponimi inventati e creature mostruose introducono però un’ironia che sottrae la denuncia a un’immagine soltanto dolorosa. La riscrittura della storia attraverso il tessile conduce oltre la Biennale, a Palazzo Bonvicini, dove Penelope. Her Journeys rovescia l’immagine della sposa obbediente in attesa. Gayle Chong Kwan trasforma stoffe e utensili in strumenti di resistenza all’assedio domestico; Stephanie Blake affida a Penelope, alla macchina da scrivere, il racconto sottratto a Omero; Kimiko Yoshida ricompone attraverso sete ricamate, vetri di Murano e convivialità i legami spezzati dalla violenza. La casa diventa così uno spazio d’invenzione e autorità femminile. Anche Alice Maher sovverte l’immaginario mitologico. Nelle acque dell’Arsenale, Les Filles d’Ouranos richiama la nascita di Afrodite dalla schiuma generata dai genitali recisi di Urano: quindici teste arancioni in resina affiorano come boe, moltiplicando con ironia l’immagine dell’unica dea. Ai Giardini, è esposta la serie di disegni e sculture intitolata le Sibille: nei grandi disegni i rotoli e i turbanti che caratterizzano l’iconografia tradizionale diventano matasse di capelli che erompono dai corpi come organismi viventi; ai loro piedi specchi scuri su cui poggiano piccole sculture amorfe ne distorcono i riflessi, evocando una divinazione indecifrabile. Bellezza e profezia diventano così immagini instabili, sottratte a un significato definitivo.  fig. 6 Nalini Malani, Of Woman Born, 2026 La riscrittura del mito acquista una straordinaria intensità ai Magazzini del Sale, nell’evento collaterale Of Woman Born (fig. 6) di Nalini Malani. Tornando al processo dell’Orestea che assolve Oreste dall’uccisione di Clitennestra, l’artista interroga la cancellazione della madre su cui si fonda quel racconto della giustizia. Nove proiezioni nate da disegni digitali invadono pareti ed elementi architettonici, accompagnati da voci, musica e rumori di guerra. Sono figure femminili, corpi feriti, scene d’infanzia e parole che fanno entrare le guerre di oggi nella tragedia antica. La madre e le Furie tornano così a occupare lo spazio, riaprendo nel presente la questione della giustizia attraverso la violenza sui corpi delle donne e delle creature piccole. Ma una bambina salta con la corda, cade e ricomincia, indicando una tenace possibilità di sopravvivenza.  La maternità esclusa o subordinata nei racconti dominanti è anche al centro della ricerca di Judy Chicago, cui la galleria Alberta Pane dedica The Materiality of Judy Chicago. La mostra attraversa oltre sei decenni, da The Dinner Party e Birth Project fino a opere più recenti e mostra come le possibilità espressive dei materiali si intreccino al riconoscimento artistico di saperi svalutati perché associati alle donne. Chicago estende questa attenzione alle ricamatrici dei suoi progetti, ricordandone i nomi e rendendo visibili i singoli contributi all’opera condivisa. fig. 7 Chiara Camoni, Colonna (Farfalla), 2024; a ds. Colonna (Demone), 2026; a sn Sister (Falena), 2025 La pratica di relazione è alla base anche del modo di operare di Chiara Camoni e trova espressione nel Padiglione Italia all’Arsenale. Persone, materiali e forme di vita confluiscono in un percorso che coinvolge chi lo attraversa. Nella prima sala, ventiquattro figure in terracotta poco più grandi della scala umana — Sister, Colonne e Daimon — formano un bosco in penombra, con corpi animati da fiori, rami, conchiglie e frammenti raccolti. La Colonna Demone accoglie fra le mani due coppe di Fausto Melotti (fig. 7), anticipando Dialoghi, la mostra nella mostra che occupa il secondo ambiente. Aperto alla luce naturale e alla sosta, questo spazio ospita, tra mobili riassemblati, opere e documenti anche di figure dell’arte moderna e contemporanea vicine alla sensibilità di Camoni.    fig. 8 Sumakshi Singh, Permanent Address, 2026 La dimensione domestica, che Camoni apre alla condivisione, diventa nel Padiglione India uno spazio da ricostruire attraverso la memoria. In Permanent Address (fig. 8), Sumakshi Singh restituisce in filo bianco le stanze della sua casa demolita a Delhi: il ricamo si sviluppa in un’architettura traslucida, nella quale pareti e dettagli conservano la forma di un luogo perduto.   fig. 9 Billie Zangewa, Wish You Were Here, 2026 Dalla memoria degli spazi ai gesti che li abitano, il tessile racconta la vitadomestica anche nei lavori di Billie Zangewa, ai Giardini: lembi di seta strappati e ricomposti, dai margini irregolari, raffigurano scene quotidiane e pratiche di cura abitualmente sottratte allo sguardo pubblico (fig. 9). fig. 10 Annalee Davis, Let this be my Cathedral, 2026 Dalla vita domestica la cura si estende alla terra in Let This Be My Cathedral (fig. 10) di Annalee Davis, in mostra all’Arsenale. Un erbario raccolto dal suo giardino, in un’ex piantagione di Barbados, è accostato alla riproduzione di un chiurlo eschimese, adagiato su un sudario ricamato. L’uccello, il cui ultimo avvistamento documentato sull’isola risale al 1963, introduce il lutto per la perdita delle specie, mentre le piante indicano una possibilità di rigenerazione. Alla memoria dello sfruttamento della terra si affianca quella delle vite perdute nelle miniere: sempre all’Arsenale, Senzeni Marasela rilegge la storia mineraria sudafricana in sette monumentali opere tessili che portano i nomi dei disastri minerari in cui persero la vita tanti lavoratori neri. Dai tjali, gli scialli tradizionali delle donne che di quelle perdite hanno sostenuto il costo, fitte cascate di fili di lana rossa si allungano fino al pavimento, trasformando i tessuti in un corpo scultoreo. Sempre all’Arsenale, la contesa per le risorse naturali diventa esplicita in The End of the World di Alfredo Jaar: un ambiente scarlatto custodisce un cubo di quattro centimetri con dieci minerali strategici per energia, tecnologie e armamenti. Lo scarto di scala evoca le conseguenze dell’estrazione sulle vite e sui territori. Dalle risorse che alimentano i conflitti alla circolazione delle armi, Postscript to the Arabic Edition di Walid Raad intreccia guerra e destino delle opere. Secondo il racconto dell’artista, armi destinate dal Libano ai conflitti jugoslavi sarebbero state spedite su pallet sotto i quali sarebbero apparse copie di dipinti arabi, turchi e iraniani perduti. L’installazione ricrea un deposito, dando alla finzione un tono documentario. fig. 11 Senzeni Marasela, Installazione di sei pezzi, intitolati ai disastri minerari in Sudafrica e ai minatori rimasti ittime, 2025 La violenza politica e lo sradicamento delle comunità sono invece al centro del lavoro di Sawangwongse Yawnghwe, che affronta le persecuzioni nel Myanmar: le 2.500 figure d’argilla di People’s Desire (fig. 11) evocano la fuga dei Rohingya, mentre dipinti, mappe e fotografie interrogano la sottrazione di terre e risorse ai popoli Shan, Karen e Kachin. fig. 12 Lubaina Himid, Tailors, 2026 Lo sradicamento assume una dimensione quotidiana nel Padiglione britannico dove Lubaina Himid dà vita alla complessa installazione Predicting History: Testing Translation (fig. 12) che affronta il tema della migrazione. In cinque monumentali dipinti l’artista raffigura donne e uomini che svolgono diversi lavori contribuendo alla vita del paese, ma i loro sguardi tradiscono incertezza. Ventisei domande interrogano l’appartenenza, mentre suoni inizialmente rassicuranti si alterano: ciò che appare accogliente può farsi estraneo a chi cerca una propria dimora. La possibilità di sentirsi accolti trova però un’apertura fiduciosa in khalil di Khaled Sabsabi, all’Arsenale: una tela-schermo di quaranta metri disposta a spirale accoglie proiezioni, suoni e profumi. Il titolo, amico intimo, esprime una vicinanza nutrita dall’esperienza migratoria e dalla spiritualità sufi. Nel Padiglione australiano, Conference of one’s self, ispirata al poema di Attar Il verbo degli uccelli, estende questa possibilità d’incontro oltre le differenze di provenienza e di fede. Uscendo dalle sale, porto con me immagini che continuano a richiamarsi: una coperta cucita, una stanza ricostruita con fili, una voce che ritorna, un terreno di sale su cui camminare. E dietro la varietà dei materiali e dei linguaggi rimane una domanda: chi ha potuto tramandare una storia e chi ha dovuto inventare un modo per farla ascoltare? Redazione Italia
October 10, 2026
Pressenza
La solidarietà non si arrende
Global Sumoud Flotilla Le navi sono partite e attualmente sono in acque internazionali. “Non lasciamo i palestinesi da soli. Il mondo intero ha visto le atrocità compiute dai militari israeliani contro noi uomini e donne disarmat3 e impegnati in una missione umanitaria. Quello che fanno ai palestinesi è peggio”, ha detto un attivista da un porto greco prima di partire alla volta delle coste turche. Per seguire il viaggio umanitario: Il Tracker Appello congiunto di ARCI, ANPI, Pax Christi, ACLI e Libera per la liberazione dei due attivisti della Flotilla, rapiti dall’esercito israeliano in acque internazionali: “Tutte le Corti internazionali intervengano per condannare i reati commessi dalle forze armate israeliane. Governo italiano e UE operino per la liberazione dei rapiti dai militari”. Appello per la liberazione dei rapiti dall’esercito israeliano Presidio per la Flotilla a Roma, ieri. Attivisti consegnano una lettera alla Commissione Ue: “Liberi subito Avila e Abukeshek”. Il presidio è stata l’occasione anche per lanciare le prossime tappe della mobilitazione. Oltre alla manifestazione nazionale, che si terrà a Milano sabato 16 maggio, Guido Lutrario, dell’esecutivo nazionale Usb, ha annunciato lo sciopero generale a Roma per il prossimo 18 maggio. Giornalisti palestinesi In Belgio si terrà la cerimonia di consegna del Premio Shireen Abu Aqileh. L’11 maggio 2026 si terrà a Bruxelles la cerimonia di consegna del Premio Shireen Abu Aqileh 2026 “Per il coraggio e l’impegno delle giornaliste”. La Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) e l’Unione Internazionale della Stampa Francofona (UPF) invitano giornalisti e sostenitori della libertà di stampa a partecipare alla cerimonia. Leggi in francese sul sito del’IFJ. Cultura Biennale di Venezia nel caos, dopo le polemiche. 20 padiglioni chiusi per la protesta dei lavoratori. Sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici della cultura contro la presenza israeliana alla mostra internazionale. La polizia ha attaccato il corteo pacifico. Non è garbato ai commissari del governo il cartello “No al padiglione del genocidio”. La mobilitazione è stata promossa dal collettivo Anga – Art Not Genocide Alliance. La manifestazione è stata convocata “contro il genocidio e la militarizzazione dell’economia, per i diritti di lavoratrici e lavoratori e in solidarietà con gli attivisti della Global Sumud Flotilla Thiago e Saif, detenuti ora in Israele”. La cultura non può essere neutrale di fronte alle atrocità della guerra. I due pesi e due misure non si addicono alle istituzioni culturali, ma il “civile occidente” è guercio. Due anni fa a Venezia è stata impedita la presenza della Russia per l’invasione dell’Ucraina. Non si è voluto escludere Israele malgrado il genocidio in corso a Gaza e l’Apartheid e pulizia etnica nei territori palestinesi occupati. La pensata “geniale” degli organizzatori, che non volevano cancellare la presenza di Israele, è stata quella di ammettere la Russia, anche se il contesto della guerra non è cambiato rispetto a due anni fa. Ipocrisia all’ennesima potenza, che ha scatenato litigi all’interno del governo e indotto l’UE a cancellare il finanziamento alla Biennale. Sciopero della fame a staffetta contro il genocidio Prosegue il digiuno a staffetta. Sono passati 11 mesi e 24 giorni dall’avvio della campagna di Digiuno x Gaza, l’iniziativa lanciata a maggio 2025 da Anbamed.   ANBAMED
May 9, 2026
Pressenza
Laetitia Ki: segui la treccia!
La giovane artista ivoriana che usa i suoi capelli come forma d’arte e denuncia sociale Quando, nello scorso autunno, l’organizzatore e presentatore dell’edizione 2025 di Miss Universo, il tailandese Nawat Itsaragrisi, ha offeso in diretta televisiva la concorrente Miss Messico, il gesto ha avuto delle reazioni sdegnate, a cominciare dalla concorrente messicana, Fatima Bosch, che ha abbandonato il set, seguita