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Venezuela: la scommessa dell’amnistia
Il paese cerca di sanare le ferite lasciate dalla violenza, coprendo un arco temporale che va dal 2002 (colpo di Stato contro Chávez) a oggi. di Geraldina Colotti (*) Caracas. Incontrarsi, ascoltarsi, perdonarsi. Il Venezuela bolivariano si trova davanti a una nuova, complessa sfida di elaborazione collettiva dopo il trauma del 3 gennaio. Con l’approvazione della Legge di Amnistia e
Rinviata l’illegale udienza per Nicolás Maduro e Cilia Flores, rapiti negli Stati Uniti
La corte federale di New York ha riprogrammato la seconda udienza – illegale per il diritto internazionale – per il Presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, la deputata Cilia Flores, per il 26 marzo 2026, in seguito a un accordo tra l’accusa e la difesa. Secondo il documento ufficiale, il cambio di data, originariamente previsto per il 17 marzo, è stato autorizzato dal giudice Alvin K. Hellerstein a causa di “problemi di pianificazione e logistici”. E’ stato rivelato che il Presidente Maduro e Cilia Flores avevano effettuato una visita consolare con un rappresentante del Venezuela. In una comunicazione, l’ufficio del Procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Meridionale di New York ha informato il giudice Hellerstein che il 30 gennaio 2026 i due avevano effettuato una visita consolare con un funzionario in rappresentanza della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Il documento, datato 17 febbraio 2026, è conforme all’ordinanza del tribunale emessa durante la presentazione e la lettura delle accuse del 5 gennaio, quando Hellerstein ordinò al governo degli Stati Uniti di facilitare l’accesso degli imputati ai servizi consolari e di informare il tribunale una volta che la decisione fosse stata presa. La comunicazione è firmata dal procuratore federale Jay Clayton e dai suoi sostituti e conferma che lo Stato venezuelano ha potuto esercitare il suo diritto di protezione consolare sul presidente costituzionale e sulla primera combatiente, rapiti il 3 gennaio. Il rapimento di un Presidente in carica – secondo le disposizione della Dottrina Rubio – e il suo trasferimento a un tribunale straniero costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale, contraria ai principi di sovranità e di non-ingerenza, nonchè una dichiarazione di guerra al diritto internazionale che rischia di ridefinire il perimetro del diritto internazionale e dei poteri extraterritoriali degli Stati Uniti. Lorenzo Poli
February 21, 2026
Pressenza
Caracas, Amèrica Pèrez: “Il popolo venezuelano sostiene il presidente Maduro e la Rivoluzione Bolivariana”
Il 12 febbraio 2026, in Piazza Bolívar a Caracas, la deputata dell’Assemblea Nazionale América Pérez si è unita al popolo di Caracas in una grande assemblea pubblica a sostegno del Presidente Nicolás Maduro e della First Lady Cilia Flores. L’evento è diventato uno spazio di incontro, riflessione e impegno collettivo per difendere la Rivoluzione Bolivariana e garantire la continuità della sua leadership. La parlamentare ha sottolineato che la pace è l’unica via possibile per garantire il ritorno di entrambi i leader nel Paese e consolidare la stabilità politica e sociale del Venezuela. “La pace è l’unico modo per riavere il nostro Presidente Nicolás Maduro e la nostra First Lady Cilia Flores in Venezuela”, ha affermato con enfasi, tra applausi e cori di sostegno. Assemblea Popolare in Difesa della Rivoluzione L’evento ha riunito centinaia di abitanti di Caracas che, con bandiere, striscioni e slogan, hanno espresso il loro sostegno al capo dello Stato e alla primera combatiente. Piazza Bolívar, simbolo storico della resistenza e dell’identità nazionale, è diventata un palcoscenico di unità e impegno rivoluzionario. I presenti hanno convenuto che la difesa della pace e della sovranità è un compito collettivo che richiede organizzazione, consapevolezza e mobilitazione costante. A questo proposito, América Pérez ha sottolineato che il popolo venezuelano ha dimostrato, più volte, la propria capacità di resistere alle aggressioni esterne e alle campagne di destabilizzazione. “Oggi più che mai dobbiamo rimanere saldi, uniti e consapevoli che la pace è il nostro principio guida. Non c’è altro modo per garantire il futuro della nostra nazione”, ha affermato la deputata. Il popolo come protagonista Durante l’evento, portavoce della comunità, leader sociali e attivisti di base sono intervenuti per riaffermare il loro impegno per la Rivoluzione Bolivariana. Sono state ascoltate le testimonianze di lavoratori, donne, giovani e anziani, tutti concordi sulla necessità di mantenere l’unità e l’organizzazione popolare come garanzia della vittoria. La deputata Pérez ha sottolineato che la Rivoluzione si sostiene grazie al protagonismo del popolo, che ha affrontato le difficoltà economiche e sociali con creatività, solidarietà e consapevolezza politica. “Il popolo venezuelano è la vera forza trainante di questa Rivoluzione. Senza la sua forza, senza il suo impegno, nulla di ciò che abbiamo realizzato sarebbe stato possibile”, ha sottolineato. La pace come orizzonte Il messaggio centrale della giornata è stato chiaro: la pace come unico orizzonte. Di fronte alle minacce esterne e alle campagne mediatiche che mirano a dividere e indebolire il Paese, la deputata ha insistito sul fatto che la pace è lo strumento fondamentale per garantire la stabilità e il futuro del Venezuela. “Vogliamo che il mondo sappia che qui c’è un popolo impegnato per la pace, che difende la pace e che costruisce la pace ogni giorno. Questa è la nostra più grande forza”, ha affermato. Redazione Italia
February 15, 2026
Pressenza
Strategia delle calunnie per mostrare un Venezuela debole e arrendevole
Non è stata una “passeggiata”, come dichiarato da Trump, l’attacco al Venezuela che, il 3 gennaio, ha ucciso, con armi ultrasofisticate, militari e civili durante un bombardamento notturno che ha colpito la capitale e alcuni porti del paese. Non si è trattato di una “operazione chirurgica e indolore” a cui non è stata opposta alcuna resistenza. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce. Trentadue combattenti cubani, presenti legalmente nel paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi “come leoni” in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori. Un’aggressione che, come le piattaforme dell’opposizione estremista avevano annunciato da mesi, è stata pianificata meticolosamente con l’impiego di tecnologie di spionaggio all’avanguardia. La Cia ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”. Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell’Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l’impiego di 152 velivoli, una tempesta magnetica e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese. È il “modello” applicato all’Iran, ma con un di più di sequestro presidenziale. Vale, qui, ricordare, un episodio che risale ai primi di settembre del 2025, e poi rinfocolato nei mesi successivi. Poche settimane dopo la vittoria elettorale di Nicolás Maduro alle presidenziali del 28 luglio e dopo le violenze scatenate dall’opposizione estremista che ha rifiutato i risultati, sei collaboratori stretti di Maria Corina Machado (tra cui Magalli Meda e Pedro Urruchurtu) si erano rifugiati nell’ambasciata d’Argentina a Caracas, allora sotto la protezione diplomatica del Brasile, poiché il Venezuela aveva espulso i diplomatici argentini dopo le dichiarazioni offensive di Milei. Machado ha cavalcato mediaticamente la situazione dei sei, e ha invocato la “Responsabilità di Proteggere” (R2P), cercando di spingere la comunità internazionale a intervenire militarmente per “salvare” i suoi collaboratori assediati. Il 6 settembre 2025, lo Stato venezuelano ha revocato ufficialmente al Brasile il diritto di gestire la sede. Il motivo? Le prove raccolte dal servizio di sicurezza (il Sebin) dimostravano che dall’interno dell’ambasciata si coordinavano tentativi di assassinio e atti di sabotaggio alla rete elettrica. Per ore, le forze di sicurezza bolivariane hanno circondato l’edificio. Machado ha costruito intorno a questo evento una narrazione di “esodo e fuga”, sostenuta da una formidabile operazione di propaganda internazionale. Ha urlato al mondo che i suoi collaboratori erano “prigionieri in un bunker sotto assedio medievale”. Ha cercato di far passare l’uscita dei diplomatici argentini (che erano già stati espulsi ufficialmente tempo prima) come una rotta disperata sotto la protezione segreta della Cia. Ha presentato il trasferimento dei diplomatici e la tensione intorno all’ambasciata non come una legittima azione di protezione della sovranità venezuelana contro chi ospitava ricercati dalla giustizia, ma come una “fuga di notizie” e di personale, che dimostrava come il governo Maduro non avesse più il controllo del territorio. Era un modo per dire: Washington entra ed esce da Caracas come vuole, il governo Maduro non conta nulla. In realtà, i diplomatici argentini se n’erano andati per via dei canali regolari dopo l’espulsione, mentre i sei ricercati erano rimasti dentro l’edificio, protetti dal muro diplomatico che il Venezuela, pur revocando la custodia al Brasile, aveva continuato a rispettare formalmente per non cadere nella provocazione di un assalto violento, che Trump stava aspettando per invadere. Perché ricordare l’episodio? Intanto, occorre premettere che la Cia non ha bisogno di “permessi” per mantenere le sue postazioni ombra in Venezuela, in America latina, e non solo: a partire dal “lavoro” di certi “operatori umanitari” (regolarmente santificati in patria), e passando per gli edifici faraonici che profumatamente paga, anche se ufficialmente chiusi a livello diplomatico.  A Valle Arriba, nel comune di Baruta, a sud-est di Caracas, una delle roccaforti dell’opposizione venezuelana, c’è l’ambasciata nordamericana. Un imponente complesso situato su una collina che domina strategicamente gran parte della città, e che offre notevoli vantaggi in termini di sorveglianza e monitoraggio delle comunicazioni. Sebbene le operazioni diplomatiche siano state formalmente sospese nel 2019 e tutto il personale evacuato, il complesso rimane di proprietà del Dipartimento di Stato USA. L’edificio è noto per essere stato uno dei più costosi e sicuri costruiti dagli Stati Uniti nella regione. Completata nel 2002 (anno del golpe contro Hugo Chávez), l’ambasciata è costata circa 120 milioni di dollari (dell’epoca). È stata progettata come una vera e propria fortezza, con vetri antiproiettile, pareti rinforzate e sistemi di difesa avanzati. Rapporti recenti (settembre 2025) indicano che gli Stati Uniti spendono ancora milioni di dollari all’anno solo per la manutenzione e la sicurezza del complesso vuoto e di altre proprietà connesse a Caracas, una spesa che è stata oggetto di critiche persino all’interno del Congresso statunitense. Dopo l’aggressione del 3 gennaio 2026 e il sequestro del Presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, l’area è presidiata e monitorata con estrema attenzione. Ufficialmente, l’edificio ospitava diverse agenzie federali, ma per il governo venezuelano e per molti analisti, la sede di Valle Arriba è sempre stata la principale “stazione” della Cia in Venezuela. Il governo bolivariano ha denunciato ripetutamente che il complesso ospitava sofisticate apparecchiature elettroniche per l’intercettazione delle comunicazioni governative e militari. Nell’ottobre del 2025, il presidente Maduro aveva affermato di aver sventato un piano di “false flag”, un falso positivo che prevedeva un finto attacco all’ambasciata, orchestrato dal fascismo locale e appoggiato dalla Cia, per giustificare l’intervento militare diretto di Trump. Si ritiene che i dati raccolti dai droni RQ-170 Sentinel siano stati processati in coordinamento con le informazioni d’intelligence gestite storicamente da questa sede, anche se ora le operazioni sono dirette principalmente dalla base di Porto Rico o da basi mobili nel Mar dei Caraibi. L’ambasciata a Valle Arriba, insomma, rimane un monumento all’ingerenza e una potenziale base operativa che Washington ha mantenuto “calda” in attesa di poterla rioccupare pienamente sotto un regime fantoccio. Machado ha usato allora la parola “fuga” per far credere ai suoi seguaci che il governo bolivariano fosse terrorizzato e che gli Stati uniti fossero già padroni di casa. È lo stesso meccanismo che usa oggi, nel 2026: prende una situazione di tensione diplomatica, la trasforma in una “vittoria” della Cia o in una “resa” di Delcy o di Diosdado, per coprire il fatto che lei, politicamente, non ha più alcuna forza reale nel paese. Ma la sua versione viene ripresa dai media egemonici a livello internazionale per creare anche ora una realtà parallela, per seminare dubbi e confondere le acque, con il gran supporto offerto dall’intelligenza artificiale. Proprio come oggi cerca di dipingere la gestione di Delcy Rodríguez come una “svendita”, allora dipingeva la fermezza contro l’ambasciata argentina come un atto di “disperazione” del governo. Trasformare una difesa della sovranità in una narrazione di caos è servita a giustificare l’intervento di Washington. In questo scenario di guerra ibrida e cibernetica, si inseriscono le calunnie, smentite puntualmente dal governo bolivariano: Delcy sarebbe stata da anni sul libro paga della Cia, Padrino Lopez avrebbe tradito, oppure lo avrebbe fatto il comandante della scorta presidenziale… E poi,  la calunnia più velenosa: quella che mira a colpire Diosdado Cabello, Ministro dell’Interno Giustizia e pace e pilastro della rivoluzione amatissimo dal popolo, accusandolo di una presunta trattativa segreta o di una “svendita” del processo bolivariano agli Stati Uniti. Si dimentica che, prima ancora che Nicolas Maduro fosse accusato di essere a capo del fantomatico Cartello dei Soli, a essere colpito da questa calunnia fu proprio il capitano, compagno di Chávez nella ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992. Una vicenda che abbiamo raccontato più volte nei nostri articoli e che potete trovare in due libri: Comunicación liberadora, pubblicato in Venezuela, e Case morte, il romanzo di Miguel Otero Silva appena tradotto da Argo libri, in cui l’episodio viene ricostruito nell’introduzione al volume. Non va dimenticato che, per questo, anche sulla testa di Diosdado pesa la “taglia” imposta da Trump, autodenominatosi sceriffo globale. Come ha lucidamente analizzato la giornalista argentina Stella Calloni (analista delle ingerenze nordamericane), ora ci troviamo di fronte a una classica operazione di guerra psicologica della Cia, volta a seminare dubbi e dividere il fronte interno proprio nel momento del massimo assedio. La “diplomazia delle cannoniere” di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L’accettazione di un dialogo tecnico o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce, evitare un massacro totale e preservare l’integrità della nazione. Quando un impero tiene sequestrati i leader di un paese (Maduro e Flores) e mantiene una flotta da guerra nei Caraibi, qualsiasi canale di comunicazione che venga aperto non è una “resa”, bensì uno scenario di confronto diplomatico e tecnico sotto assedio. L’inviato della Cia, vicinissimo a Trump, che lo ha imposto nonostante non fosse una spia di carriera, non è stato acclamato dal governo della presidenta incaricata, ma è arrivato nel paese come emissario del sequestratore di Stato globale, suo padrone. Come avverte Calloni, Trump ha ripreso la forma più brutale della politica estera: quella del “fai quello che voglio o sarà peggio per te”. In questo contesto, qualsiasi approccio della CIA non cerca un accordo equo, ma è una manovra per esibire una presunta vulnerabilità della presidente incaricata Delcy Rodríguez e del suo gabinetto. L’obiettivo è proiettare nel mondo l’idea che “il chavismo stia negoziando la propria resa”, quando in realtà ciò che esiste è una resistenza ferma che utilizza tutti i meccanismi possibili — incluso l’ascolto delle richieste dell’aggressore — per evitare un massacro maggiore e garantire la sopravvivenza dello Stato. In questo contesto si inserisce la calunnia che tenta di presentare Diosdado Cabello come un “agente del cambiamento” per gli interessi di Washington, anche se si scontra con la realtà storica: Cabello è il dirigente che l’imperialismo ha più demonizzato e perseguitato. La sua permanenza al Ministero dell’Interno, coordinata con la presidente incaricata Delcy Rodríguez e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López, è invece la garanzia della tenuta del “nucleo di ferro” bolivariano, capace di convincere ma limitando al minimo la coercizione. Pretendere che colui che è stato l’obiettivo principale dei loro attacchi sia ora il loro alleato è un assurdo logico che cerca solo di seminare sfiducia nelle basi chaviste e di mitigare l’ondata di allarme e di indignazione internazionale. In un contesto di scontro globale in cui la prospettiva di un terzo conflitto mondiale non è uno spettro lontano, gli alleati strategici del Venezuela sembrano, infatti, andare oltre i pronunciamenti diplomatici. Come analizza il sinologo tedesco Kurt Grotsch, la Cina ha risposto all’aggressione contro il Venezuela — considerata una dichiarazione di guerra al progetto multipolare e ai BRICS — non con vuota retorica, ma con misure pratiche che colpiscono le linee vitali dell’impero. Dopo una riunione d’emergenza del Partito comunista cinese, durata 120 minuti, Pechino ha attivato una “risposta asimmetrica integrale”: il congelamento degli affari con i giganti della difesa USA come Lockheed Martin e Boeing, la sospensione delle forniture di petrolio alle raffinerie statunitensi (causando un impennata dei prezzi del 23%) e il boicottaggio dei porti americani da parte della flotta COSCO, mettendo in crisi colossi come Amazon e Walmart. Secondo Grotsch, Pechino ha inoltre mobilitato il Sud globale offrendo condizioni commerciali preferenziali ai paesi che si impegnano a non riconoscere alcun governo imposto dagli USA, consolidando una coalizione che include Brasile, India e Russia. L’attivazione del sistema finanziario cinese alternativo allo SWIFT e il blocco dell’esportazione di terre rare verso i sostenitori del golpe completano un quadro in cui la Cina dimostra di poter asfissiare economicamente gli Stati Uniti senza sparare un colpo. Ogni azione cinese è un colpo diretto al cuore dell’imperialismo per difendere il ponte strategico verso l’America Latina rappresentato dal Venezuela. Ciò che i “chavisti da salotto” in Europa non comprendono è che governare con i droni Sentinel che sorvolano Miraflores e con la Cia sotto il letto richiede un’intelligenza strategica che non è “svendita”, ma difesa tattica del territorio. La tenuta del Venezuela poggia sulla solidità di un nucleo di potere dove Diosdado Cabello e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López agiscono in totale coordinamento con Jorge Rodríguez alla guida del Potere Legislativo e Delcy Rodríguez all’Esecutivo. Delcy e Jorge sono figli di un oppositore che ha combattuto con le armi le democrazie camuffate della IV Repubblica, morto sotto tortura, a cui è stato reso onore anche durante la recente assunzione della presidenta incaricata. Questa articolazione civico-militare è la vera ragione per cui Trump ha dovuto scartare un “cambio di regime” immediato basato sulla figura di María Corina Machado, e riconoscere che, nonostante gli abbia regalato il Nobel per la pace, la golpista non ha i numeri per governare. La persistente capacità di mobilitazione popolare delle basi chaviste ha dimostrato che il sostegno interno resta solido. Sebbene Trump insista nell’affermare di possedere la “chiave” delle decisioni, le sue aspirazioni sono mediate dalla negoziazione — o dall’estorsione — con un governo venezuelano che non ha ceduto il controllo delle risorse. La calma apparente non è “normalità” o apatia, ma una risposta difensiva in una guerra multidimensionale che dura dal 1998. Dal giorno dell’attacco, tutti i settori sociali marciano in difesa del governo al grido di “Dubitare è tradimento”. In ogni piazza, si svolgono incontri culturali che servono a esorcizzare il trauma, e le paure dei bambini, che vengono invitati a metterle in versi, o in disegni esposti nelle piazze e nelle scuole, che hanno riaperto. Intanto, Washington tenta di imporre una “transizione ordinata” come nuovo meccanismo di estorsione, ma questo margine temporale sta permettendo al processo bolivariano di rafforzare un consenso sociale che continua a relegare ai margini un’opposizione priva di rispetto popolare. Nelle piazze venezuelane e del mondo, intanto, si raccolgono migliaia di lettere da inviare ai due ostaggi nelle carceri nordamericane in base alla campagna “Bring them back (¡Tráiganlos de vuelta!)”. Free Nicolás and Cilia”. L’obiettivo è quello di “intasare” la posta del Pentagono, come nel caso dei “Cinque eroi cubani”, per arrivare alla loro liberazione. Intanto, grazie alla solidità della difesa di Maduro e Flores – quella che ha fatto scarcerare il fondatore di Wikileaks, Julian Assange -, i tribunali Usa hanno dovuto eliminare l’accusa di “narcotraffico”, riconoscendo l’inesistenza del Cartello dei Soli. “Sono un prigioniero di guerra, una persona onesta, sono il presidente del Venezuela”, ha dichiarato Maduro rifiutando di patteggiare col tribunale. Poi, con i polsi in catene, ha disegnato il simbolo della firma di Chávez, dicendo a suo modo al mondo: “Por ahora”. Lorenzo Poli
January 23, 2026
Pressenza
Il Venezuela ci riguarda
La rivoluzione bolivariana continua a suscitare pareri molto diversi, anche a sinistra. In questo nuovo dossier articoli e opinioni, assai differenti tra loro, di Raúl Zibechi, Giorgio Trucchi, Luciana Castellina, redazione Kulturjam, Stefano Feltri, Lucia Capuzzi, redazione L’AntiDiplomatico, Lorenzo Poli e Geraldina Colotti. In coda i link ai nostri dossier precedenti. America Latina: un continente esposto e sulla difensiva di
January 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Russia non dimentica Maduro, Maria Zakharova: “Il Presidente Nicolás Maduro gode di immunità assoluta”
In conformità con una norma di diritto internazionale universalmente riconosciuta, basata sul principio di uguaglianza sovrana degli Stati, Nicolás Maduro, in qualità di Capo di Stato, gode di immunità assoluta dalla giurisdizione degli Stati Uniti o di qualsiasi altro Stato diverso dal Venezuela. Pertanto, anche tralasciando la questione dell’uso illegale della forza armata – un aspetto che abbiamo già discusso in dettaglio – il fatto stesso del suo rapimento e della sua detenzione costituisce una flagrante violazione degli obblighi internazionali degli Stati Uniti. Altrettanto illegali saranno le decisioni giudiziarie adottate, a meno che un tribunale statunitense non richiami il diritto internazionale e ordini il suo rilascio – non posso nemmeno dire “del detenuto”: si tratta di una persona rapita. Persino Reuters non usa più l’espressione “invitato negli Stati Uniti”, ma piuttosto “catturato”, sebbene in realtà sia stato catturato e rapito. Le argomentazioni secondo cui Nicolás Maduro avrebbe cessato di svolgere le sue funzioni presidenziali e, di conseguenza, avrebbe perso la sua immunità non possono essere prese in considerazione. La sua rimozione dall’incarico è stata il risultato di un’operazione armata illegale condotta dagli stessi Stati Uniti. Non esistevano sanzioni ai sensi del diritto internazionale, come quelle imposte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Esistono norme internazionali chiaramente stabilite, e nessuna di esse è stata applicata in questo caso. Di conseguenza, queste azioni sono illegali. Propongo pertanto di considerare la questione da una prospettiva giuridica, non da un punto di vista puramente congetturale. (da Viva Cuba Libre) Redazione Italia
January 17, 2026
Pressenza
Furundulla 303 – Tanto le guerre passano…
…sui nostri corpi. Allegria!! di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Make Donald   Italia-Venezuela andata e ritorno Confusione “Tu lo chiami solo un vecchio sporco imbroglioMa è uno sbaglio, è petrolioTroppo furbo per non essere sinceroMa è davvero oro nero?”
January 15, 2026
La Bottega del Barbieri
Vi racconto il Venezuela che resiste
Giorgio Monestarolo a colloquio con Geraldina Colotti. Il Venezuela di Rodriguez risponde con la diplomazia e la politica alla violenza dell’Impero. Lottando per la liberazione di Maduro e Cilia Flores. Geraldina Colotti, giornalista, saggista, direttrice dell’edizione italiana de «Le monde diplomatique», è a Caracas dove segue da vicino la situazione venutasi a creare in seguito all’attacco USA tra il 2
January 14, 2026
La Bottega del Barbieri
Venezuela, destituito il generale Javier Marcano Tabata: “Complice nel sequestro di Maduro”
Il generale che guidava la guardia d’onore presidenziale del Venezuela, Javier Marcano Tabata, è stato licenziato pochi giorni dopo che il presidente deposto Nicolas Maduro è stato catturato dalle forze statunitensi durante l’Operazione Absolute Resolve – illegale secondo il diritto internazionale – a Caracas e inviato a New York per essere processato con l’accusa di narcoterrorismo (accusa per altro ritrattata e riscritta) (1). L’ordine di destituzione, arresto e sostituzione del generale Marcano Tabata è stato impartito dalla nuova presidente vicaria ad interim, Decly Rodríguez, la quale lunedì ha prestato giuramento di fronte alla Costituzione Bolivariana alla carica di vertice con l’approvazione dell’Assemblea Nazionale, ricevendo il sostegno pubblico anche della figlia di Hugo Chavez, Rosines Virginia Chávez, e del figlio di Nicolas Maduro, Nicolás Maduro Guerra. Delcy Rodriguez, di fronte al rispetto del Decreto di eccezione n. 5200 – che inaugura lo “Stato di shock esterno” per difendersi dall’aggressione USA e detta la cattura di qualsiasi collaborante con l’aggressore USA – non ha esitato ad ordinare l’arresto immediato del Maggior Generale Javier Marcano Tábata, capo della Guardia d’Onore Presidenziale e direttore della DGCIM (Direzione Generale del Controspionaggio Militare). L’alto ufficiale viene indicato come l’architetto del tradimento che ha permesso il sequestro del presidente Maduro lo scorso 3 gennaio. L’arresto di Marcano Tábata sarebbe avvenuto nelle ultime ore dopo una notte piuttosto caotica nel Palazzo Legislativo Federale e a Miraflores, sede quest’ultima della Presidenza. Il generale Marcano Tábata è stato collegato direttamente all’operazione statunitense per aver disattivato i protocolli di difesa aerea nella notte di sabato 3 gennaio sulla caserma di Fuerte Tiuna (sua responsabilità), ossia il luogo dove stavano dormendo Maduro e la moglie e dove sono stati sequestrati dalle forze speciali statunitensi. L’accusa al generale Marcano Tábata è pesante: tradimento, facilitazione dell’operazione USA “Absolute Resolve”, smantellamento di protocolli di sicurezza, comunicazioni riservate con intelligence straniere nelle settimane precedenti. Sono accuse che richiedono verifiche, ma ci sono prove inconfutabili che ne determinerebbero un coinvolgimento diretto. Sono trapelate informazioni che suggeriscono che l’arresto di Marcano Tábata non è stato un “errore”, ma una rapida risposta ai possibili esecutori di un tradimento deliberato. Le indagini della nuova amministrazione venezuelana indicano comunicazioni criptate tra il Generale e agenzie di intelligence straniere nelle settimane precedenti al 3 gennaio 2026. Prima di rapire Maduro, le forze militari statunitensi hanno colpito i sistemi di difesa aerea e i radar Buk-2MA forniti dalla Russia al Venezuela e installati nei porti e negli aeroporti nell’ambito della loro “alleanza strategica”. Questo significa che senza l’abbattimento delle difese aeree, il rapimento non sarebbe stato una passeggiata. Sebbene il trattato di cooperazione di difesa tra Mosca e Caracas fosse vago e non prevedesse aiuti militari immediati in caso di invasione straniera del Venezuela, con tutta evidenza è successo qualcosa che non doveva succedere: sono stati spenti i sistemi antimissile che dovevano scudare e difendere le basi militari; i sistemi di contrattacco non hanno attaccato le navi americane; e i sistemi anti aereo ed elicotteri non hanno abbattuto gli elicotteri invasori. Quindi non si può parla purtroppo di un “errore”, ma di una sospensione intenzionale di questi sistemi di difesa, che aveva come fine la facilitazione dell’aggressione USA e del sequestro del Presidente Maduro, oltre al fatto di provocare un colpo di Stato contro il governo bolivariano. Questo non sarebbe successo senza il tradimento di alcuni settori venezuelani. Tabata è accusato di aver facilitato la “Via di Estrazione” e di aver consegnato agli USA le coordinate esatte e i punti ciechi dell’anello di sicurezza cubano-venezuelano, di aver permesso a forze irregolari di attaccare il Legislativo per creare una cortina di fumo mentre venivano negoziate le epurazioni interne, avendo così “consegnato” de facto il Presidente Maduro agli agenti della DEA statunitense. Purtroppo, per coordinare un’operazione del genere, è servita l’inevitabile corruzione di tanti funzionari militari in molti posti chiave: buchi nel sistema, a cui però la leadership bolivariana è abituata fin dai tempi di Chavez fino ai tempi recenti, quando Maduro ha espulso Hugo Armando Carvajal Barrios (chiamato “El Pollo”) – ex capo dell’intelligence militare venezuelana – dalle Forze Armate il 4 aprile 2019 per tradimento e arrestato poi dagli Usa per un processo nel quale a giugno 2025 si è dichiarato colpevole di reati che prevedono l’ergastolo. Per questi motivi – secondo fonti anonime citate da varie agenzie stampa – la presidente vicaria Rodriguez ha ordinato arresti di funzionari di intelligence e controspionaggio della DGCIM che rispondevano a Marcano. La Presidente Delcy Rodríguez ha mobilitato unità della Milizia popolare e collettivi chavisti leali per circondare Miraflores, non ricorrendo all’Esercito regolare. “Non c’è peggior nemico di chi dorme in casa tua. Il generale Marcano Tábata non solo ha fallito nel suo dovere, ma ha venduto la sovranità al miglior offerente”, ha dichiarato un portavoce vicino alla vicepresidenza. Senza dubbio questo arresto porta un terremoto a Miraflores, perché segna la fine della Guardia d’Onore come era conosciuta. Con 32 militari cubani morti durante l’operazione di estrazione, 8 militari venezuelani della Guardia d’Onore Presidenziale uccisi a sangue freddo dagli agenti della DEA, Tabata dietro le sbarre, il corpo di sicurezza presidenziale è collassato e ha bisogno di una ristrutturazione. L’arresto di uno dei generali più potenti del Paese invia un messaggio chiaro: nell’attuale Venezuela il governo è disposto a fare chiarezza su ciò che è successo e che i collaboratori dell’aggressore USA paghino per la cattura di Maduro. Il governo di Delcy Rodriguez non sta fingendo normalità, ma sta ripulendo l’interno, a partire dai vertici militari. Sta dicendo, senza giri di parole, che la cattura di Maduro non verrà archiviata come “incidente”, ma trattata come atto ostile con complicità interne. Tabata era stato, fino a quel momento, un uomo del potere popolare bolivariano, un “custode” della Rivoluzione Bolivariana, un militante chavista fin dai tempi di Hugo Chavez. Non si tratta di un generale qualsiasi, ma di un ex-custode del sistema. Ed è qui che la narrazione neocoloniale occidentale inizia a scricchiolare. Un Paese davvero “finito” non apre inchieste contro i propri generali più potenti, non espone fratture, non cerca responsabili dentro casa. In un Paese “finito” è impossibile che lo stesso governo continui a governare ed è emblematico che a riconoscere il consenso e la territorialità di questo governo sia stato proprio Trump. Nel frattempo la presidente Delcy Rodríguez ha nominato – in sostituzione a Tabata – il generale dell’esercito Gustavo González López nuovo comandante del reggimento della Guardia d’Onore Presidenziale (GHP), responsabile della sicurezza del capo dello Stato e direttore della Direzione Generale del Controspionaggio Militare (DGCIM). La presidente ha definito la cattura di Maduro un “rapimento illegale” ed ha decretato che continui la mobilitazione generale e l’attivazione delle milizie, a sostegno delle unità regolari che occupano posizioni difensive nel Paese e che proteggono l’esecutivo. Inoltre ha ribadito il suo appello alla pace come diritto dei venezuelani e di tutti i popoli, affermando che il suo governo “invita il governo degli Stati Uniti a collaborare su un programma di cooperazione” mettendo a disposizione gli strumenti della Diplomazia Bolivariana di Pace.     (1) Atto d’accusa del 2020 contro Nicolas Maduro affermava che il Presidente costituzionale del Venezuela fosse leader della presunta organizzazione narcoterrorista “Cartel de los Soles”. L’esistenza del “Cartel de los Soles” è stata smentita dallo stesso Dipartimento di Giustizia USA, dopo che l’amministrazione Trump ha catturato Maduro, pubblicando un atto d’accusa riscritto che tacitamente ammettere che Maduro non è leader di nessuna organizzazione narcoterrorista e che il “Cartel de los Soles” non esiste. Notizia che persino il mainstream italiano ha dovuto riportare https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/maduro-ora-gli-usa-cambiano-idea-non-e-il-leader-di-un-cartello-di-narcos_107665299-202602k.shtml Altre fonti: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/01/07/venezuela-voci-su-arresto-di-un-generale-per-aver-collaborato-al-sequestro-del-presidente-maduro-0190552 https://www.youtube.com/watch?v=6xhy7Jg1230 Lorenzo Poli
January 10, 2026
Pressenza
In piazza per il Venezuela: contro l’imperialismo
Sabato 10 gennaio manifestazioni in molte città. Una nota redazionale, con il comunicato dell’Usb (Unione Sindacale di Base) e la mobilitazione di Osa (Opposizione Studentesca d’Alternativa). Nonostante in molte parti d’Italia sia previsto un gelo quasi polare, il 10 gennaio si torna in piazza contro la guerra permanente (e dilagante), contro l’aggressione Usa al Venezuela e per la Palestina. Qui