Terza edizione del People’s Peace Summit. Deve essere. Può essere. Sarà. Pace
Tel Aviv, giovedì 30 aprile: sono da poco passate le 19 (le 18 per noi) e dentro
l’Expo Center strapieno di gente è da poco iniziata la terza edizione
dell’annuale People’s Peace Summit. Sul palco si fronteggiano le due voci-guida
della serata: la giovane Lei israeliana, e il coetaneo Lui arabo,
alternativamente tradotti nelle rispettive lingue dai sottotitoli sul grande
schermo.
Lei: “In tutto il mondo la parola pace è diventata imbarazzante… “
Lui: “Difficile ritenerla una realtà, in effetti…”
Lei: “Soprattutto quando vediamo solo guerra intorno a noi…”
In effetti. Solo poco prima sul lato sinistro del grande schermo dove per tutta
la serata si muoverà una nuvola di stilizzate colombe che però potrebbero anche
essere mani che si aprono a ventaglio, è passata la scritta: “In caso di sirene
rimanete per favore seduti, copritevi la testa e aspettate 10 minuti prima di
muovervi…”.
Tanto per avere un’idea della situazione con cui fino all’ultimo hanno dovuto
confrontarsi gli organizzatori (e pure gli spettatori!) di questa Conferenza di
Pace, sostenuta quest’anno da ben 80 sigle e organizzazioni al lavoro su
prospettive di riconciliazione.
E insomma complimenti a tutta la squadra, principalmente coordinata da Mika
Almog e Tami Yakira, affiancate dal duo Maoz Inon e Aziz Abu Sarah (quest’anno
impegnatissimi nel lancio del libro The Future is Peace da poco uscito per Crown
Publishing e già best seller) e sostenute da tutta la rete che da tempo si muove
sotto la sigla ALLMEP (Alliance for Middle East Peace).
Ma proviamo a raccontare come si è svolta la serata e prima ancora la giornata
di ieri a Tel Aviv.
Fin dalla mattinata gran via vai tra gli stands delle varie organizzazioni
aderenti alla coalizione: Combatants for Peace, Standing Together, B’tselem,
Attivisti per la Jordan Valley, Hand in Hand, Looking occupation in the eyes,
Women Wage Peace, Parents Circle Families Forum e tante altre solitamente
descritte in minoranza rispetto al resto della società arabo-israeliana, ma che
ormai rappresentano una variegata cittadinanza attiva, di veterani del pacifismo
per niente scoraggiati dalle circostanze, e sempre più di giovani e
giovanissimi.
A un certo punto è arrivato, non annunciato, anche il Patriarca di Gerusalemme,
Monsignor Pizzaballa; applauditissimo, tutti in fila per un selfie insieme a
lui. “C’è ancora speranza in questa terra. È necessario coinvolgere la società
civile. Non si può, ad esempio, pensare di ricostruire Gaza senza la
partecipazione dei gazawi. C’è chi pensa che il problema sia la religione. Non
lo è così. Il problema è la sua strumentalizzazione. La prossima generazione non
avrà pace se non cominciamo a lavorarci da adesso. Magari non riusciremo a
farla, ma saremo il mal di testa di coloro che non la vogliono. Non possiamo
lasciare che a narrare questa storia siano i più violenti di entrambe le parti.”
Monsignor Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme, con Maoz Inon e Aziz Abu Sarah.
Foto di Interact
Mentre lo struscio fluiva tra gli stand e in visita alle mostre (molto affollata
quella dei PCFF di cui abbiamo accennato qui), per tutto il pomeriggio si è
svolto tra le varie sale collaterali il programma serratissimo di incontri,
seminari, laboratori: oltre una quindicina, tutti molto ben curati, che via via
troveremo condivisi nelle prossime ore sulle pagine social delle varie
organizzazioni coinvolte.
Particolarmente importante la sessione che ha visto riunite varie rappresentanze
della cosiddetta comunità internazionale, in cui il Ministro degli Esteri
Jean-Noel Barrot è intervenuto in teleconferenza per ribadire l’intenzione della
Francia di ospitare un’ennesima Conferenza di Pace internazionale, con la
partecipazione di rappresentanti della società civile israeliana e palestinese.
La data sarà il 12 giugno “andando verso il G7 la cui presidenza sarà quest’anno
francese. Cosa potrà esserci di meglio che dichiarare la nostra fiducia a coloro
che tra voi stanno costruendo condizioni di pace nella vostra terra?” Barrot ha
poi ricordato le scadenze elettorali, appena inaugurate in Cisgiordania e Gaza e
previste in autunno in Israele: “Entrambi fondamentali espressione di
democrazia, e opportunità per l’avvicinamento dei vostri due popoli: ben più
importante di qualsiasi dichiarazione di pace, è l’intenzione dall’interno della
comunità civile che potrà fare la differenza.” Tra i partecipanti alla stessa
sessione erano fisicamente presenti l’Ambasciatrice Canadese in Israele Leslie
Scanion, l’Ambasciatore EU Michael Mann e il Console francese Nicolas
Kassianides.
E veniamo all’evento principale, come si è già detto partecipatissimo: oltre due
ore di interventi suddivisi per sezioni seguendo appunto il tema di quest’anno:
Deve… può… sarà: Pace. Impossibile in queste poche righe riassumerli tutti,
limitiamoci ai momenti principali.
Commoventi come sempre le testimonianze di coloro che nel conflitto hanno perso
gli affetti più cari; tra tutti citiamo in particolare quella del giovanissimo
Dor Inon, nipote di Maoz, che con forza ha ricordato non solo il dolore per la
perdita degli amatissimi nonni Bilha e Yaajovi, ma soprattutto la rabbia nel
constatare la strumentalizzazione di questa vicenda e decine di altre fatta dal
governo di Netanyahu. Applauditissimo.
Importante ma forse insufficiente la serie di voci raccolte da Gaza e
Cisgiordania, tutte preregistrate data l’interdizione di transito in Israele
imposto alla popolazione palestinese dal 7 ottobre. Ma senz’altro molto efficace
è stato l’intervento di Amira Musallam, ricercatrice palestinese,
preparatissima, punto di riferimento per quel crescente numero di iniziative di
Presenza Protettiva che sempre più numerose si muovono da vari settori della
cittadinanza attiva israeliana, in solidarietà con le comunità palestinesi
assediate dai coloni, spesso diventando oggetto di violenza al pari dei
palestinesi, come successo recentemente a Qusra. “Il vostro sostegno ha per le
nostre comunità un valore immenso, e vorrei qui esprimere la nostra più sincera
gratitudine per il vostro coraggio” ha detto Amira alla platea di Tel Aviv. “Ma
altrettanto sinceramente mi auguro che queste iniziative si intensifichino, che
da poche decine gli israeliani che si mobilitano diventino migliaia, perché solo
quando potrete toccare con mano quando succede ogni giorno qui da noi sarà
possibile parlare di autentica solidarietà e quindi di pace, su basi di
giustizia davvero riparativa.”
Importantissima la sezione della serata dedicata agli interventi più politici,
da parte dei vari membri della Knesset (Parlamento israeliano): Yair Golan,
Naama Lazimi, Gilad Kariv, che ha annunciato l’intenzione di una commissione
parlamentare per combattere l’annessione e la violenza in Cisgiordania, Ahmad
Tibi, che è arrivato a proporre misure di annullamento delle annessioni già di
fatto avvenute e lo smantellamento degli avamposti dei coloni (!!!) e infine
Ayman Odeh, portavoce del partito Hadash, che con forza ha sostenuto la
necessità di presentarsi alle molto prossime elezioni con una coalizione
arabo-israeliana in grado di catalizzare le sempre più gravi istanze a livello
politico e sociale che ormai assediano anche le periferie delle città
israeliane, la stessa Gerusalemme, oltre ai territori occupati. Tutti
applauditissimi.
La serata si è conclusa infine sulle note della nostra Bella Ciao, con testi
riadattati in tema con l’evento e il palco che man mano si affollava dei
portavoce di tutte le 80 organizzazioni coinvolte nella coalizione It’s Time,
compresa la banda dei tamburi (l’equivalente per chi vive a Milano della Banda
degli Ottoni), che già da prima del 7 ottobre era la colonna sonora delle
manifestazioni di Kaplan Street.
E insomma sì: il momento della pace è venuto, è qui, e ieri sera lo si è visto
anche da remoto, con i numerosi applausi a scena aperta, la gente che spesso si
asciugava i lacrimoni e si alzava a ballare negli intermezzi musicali. Per la
coalizione It’s Time era già il momento quando il 1° luglio 2024 nonostante le
ferite del 7 ottobre si presentò con quel primo sorprendente evento all’Arena
Menora di Tel Aviv; era di nuovo il momento lo scorso anno con la due giorni (8
e 9 maggio) di Gerusalemme, con un buon numero di ostaggi da recuperare mentre a
Gaza si consumava l’orrore delle guerra per fame oltre ai bombardamenti. Ed è
più che mai il momento ora, mentre la guerra preme su tutti i fronti e
nonostante il cosiddetto “piano di Pace” di Trump a Gaza si continua a morire –
oltre 800 i decessi da ottobre – mentre gli aiuti umanitari arrivano con il
contagocce.
Domanda: dopo due anni di guerra, la società israeliana è davvero pronta a
considerare una soluzione politica al conflitto in alternativa a quella
militare? I sondaggi continuano a dare responsi altalenanti, sintomo di una
situazione instabile e potenzialmente in divenire, quindi permeabile. L’unica
speranza sembra (a noi di Pressenza) questo “campo di pace”: che sarà pure in
minoranza, ma in tre anni da quando è iniziato non ha smesso di crescere e
lavorare e restare (cosa già di per sé notevole) unito. E dunque, sì: It’s time,
Give peace a chance, come risuona il trailer dell’evento.
Foto di Irit Hakim-keller
Daniela Bezzi