Cina, Stati Uniti e la sfida degli abissi
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La guerra in Iran ci ha ricordato quanto il mare sia cruciale per il
funzionamento dell’economia globale. Era già accaduto due anni fa con il blocco
di Suez e, ancor prima, con l’incidente della Ever Given nello stesso canale.
Eventi diversi, ma accomunati dalla capacità di farci toccare con mano
l’importanza delle rotte marittime.
Esiste tuttavia un’altra logistica marittima fondamentale, che scorre non sulla
superficie degli oceani ma sui fondali. È una logistica per natura invisibile,
fatta di cavi per la trasmissione di dati e di tubature per il trasporto di
energia, ma essenziale quanto le rotte della logistica di superficie.
La cosa più sorprendente è però quanto poco ancora si sappia del luogo in cui
questa rete si dipana. I fondali oceanici restano infatti uno degli ambienti
meno osservati e compresi del pianeta. Per dare un’idea di quanto sia scarsa
questa conoscenza, basti dire che, ancora nel pieno del XXI secolo, non è raro
che vengano individuate montagne sottomarine in aree che si ritenevano già
mappate.
La ragione della “nube di ignoranza” che ricopre tutto ciò che si trova al di
sotto di una certa profondità delle acque è in primo luogo tecnologica. I
sistemi che utilizziamo per osservare la superficie terrestre si basano sulla
luce, che però penetra nell’acqua solo per poche centinaia di metri. Al di sotto
di questa soglia – e considerando che le profondità oceaniche possono superare i
10mila metri – è necessario ricorrere ad altri strumenti. Il principale di
questi è il sonar, che utilizza onde sonore per ricostruire la forma del
fondale. Un metodo efficace, ma lento, costoso, legato alla presenza fisica di
navi o piattaforme di rilevamento. Questo vincolo si riflette nei dati
disponibili: ancora oggi, una parte significativa dei fondali non è stata
mappata con standard moderni. E anche laddove i dati esistono, sono spesso
frammentari e soprattutto non integrati tra loro.
Arrivati a questo punto ci si potrebbe porre una domanda: è davvero così
importante sapere cosa si trova a migliaia di chilometri sotto il mare? La
risposta è: sì, è sempre più importante per svariate ragioni. I motivi sono in
primo luogo economici.
Il fondale marino, come detto, è una piattaforma su cui poggiano infrastrutture
critiche globali. I cavi sottomarini trasportano oltre il 95% del traffico
internet intercontinentale; le pipeline collegano giacimenti offshore ai sistemi
energetici nazionali; nuove reti elettriche iniziano a connettere parchi eolici
marini alla terraferma. Tutte queste infrastrutture devono essere progettate,
installate e mantenute in ambienti complessi, dove la morfologia del fondale, la
composizione dei sedimenti e le correnti possono fare la differenza tra
stabilità e vulnerabilità.
L’ELEMENTO STRATEGICO E MILITARE
C’è però un secondo livello, meno evidente ma ancora più strategico. Conoscere
un fondale significa infatti comprendere come si comporta il suono sott’acqua. E
questo, a sua volta, è un elemento cruciale per la guerra sottomarina. I
sottomarini – per definizione progettati per risultare invisibili – dipendono
dalla capacità di sfruttare le caratteristiche dell’ambiente per nascondersi o
per individuare altri mezzi. Temperatura, salinità, correnti e conformazione del
terreno influenzano la propagazione delle onde sonore e quindi l’efficacia dei
sistemi sonar.
In altre parole, conoscere come è fatto un fondale significa poter operare
meglio al suo interno, sia per attaccare sia per difendersi. Una volta che si
comprende questo fatto fondamentale, si capisce anche perché la mappatura degli
abissi sia recentemente diventata un ennesimo campo di competizione tra le due
principali potenze della nostra epoca: Cina e Stati Uniti.
Come raccontato lo scorso marzo da un ampio e ben documentato articolo della
Reuters, la più attiva in questo ambito, negli ultimi anni, è stata la Cina. A
partire dal 2020, Pechino ha avviato un’attività di mappatura e monitoraggio dei
fondali su una scala difficilmente comparabile con quella di altri attori. Navi
da ricerca, istituti universitari e agenzie statali operano in modo coordinato
in diverse aree del globo: Pacifico occidentale, Oceano Indiano, fino ad
arrivare alle rotte artiche.
Formalmente, queste operazioni sono giustificate da obiettivi scientifici ed
economici: studio dei fondali, ricerca di risorse, analisi climatica. In
pratica, tuttavia, le attività di ricerca hanno caratteristiche che suggeriscono
un uso duale dei dati ottenuti. Le traiettorie seguite dalle navi impiegate
nella ricerca – spesso caratterizzate da movimenti ripetitivi e sistematici –
sono infatti tipiche delle operazioni di mappatura ad alta risoluzione, il tipo
di dato utile alle industrie della difesa.
Il progetto più ambizioso in questo ambito è definito “Transparent Ocean”: una
rete di sensori e piattaforme in grado di fornire una visione il più possibile
completa delle condizioni del mare in aree selezionate. L’obiettivo dichiarato è
scientifico, ma le applicazioni militari sono evidenti. Per la Cina, la
conoscenza del dominio sottomarino risponde infatti a una duplice esigenza
strategica. Da un lato, migliorare l’impiego dei propri sottomarini, sfruttando
le caratteristiche dell’ambiente per aumentare furtività ed efficacia.
Dall’altro, sviluppare strumenti per individuare e tracciare quelli altrui, in
particolare nelle aree considerate più sensibili, come la famigerata “prima
catena di isole” (la fascia di arcipelaghi tra Giappone, Taiwan e Filippine che
delimita l’accesso della Cina al Pacifico).
In questo senso, la mappatura dei fondali non è un’attività accessoria, ma una
parte integrante dell’infrastruttura informativa della difesa marittima. Più che
accumulare dati, si tratta di costruire un vantaggio conoscitivo che possa
essere utilizzato in caso di crisi o conflitto. La scala e la continuità di
questo sforzo suggeriscono che Pechino consideri il dominio sottomarino non come
uno spazio da esplorare, ma come uno spazio da integrare stabilmente nella
propria architettura strategica.
CONFUSIONE AMERICANA
Sull’altro versante strategico e geografico del Pacifico troviamo gli Stati
Uniti. Per decenni gli USA hanno beneficiato di un vantaggio significativo nella
conoscenza degli oceani, costruito attraverso una combinazione di ricerca
scientifica, capacità militari e infrastrutture tecnologiche. Questo vantaggio
si è tradotto, tra le altre cose, in una superiorità nelle operazioni
sottomarine che si è rivelata utile in diversi frangenti della Guerra Fredda.
Negli ultimi anni, tuttavia, questo quadro si è fatto più complesso. Da un lato,
Washington ha lanciato iniziative ambiziose come la strategia NOMEC, con
l’obiettivo di mappare le proprie acque entro il 2030-2040. Dall’altro, deve
fare i conti con dati che mostrano come una parte rilevante (tra il 40 e il 50%)
dei fondali statunitensi resti ancora poco conosciuta o mappata con tecnologie
non aggiornate.
Il problema americano, a detta di un report del governo in merito, non è tanto
la scarsità di dati o la capacità di generarli, quanto la loro frammentazione e
la difficoltà di integrarli. Le informazioni “oceaniche” americane sono raccolte
da attori diversi – agenzie civili, istituzioni scientifiche, marina militare –
con finalità e standard differenti. Questo rende più difficile costruire un
quadro unitario e aggiornato del dominio sottomarino nazionale.
NUOVE MINACCE E NUOVE SOLUZIONI
Le ragioni per cui sia Cina che USA hanno iniziato a essere così preoccupate
dalla loro scarsa conoscenza dei fondali è che, di recente, è cresciuta tanto
l’importanza dei fondali quanto il numero delle minacce che operano in questo
ambiente. Proprio come accade nel cielo, in fondo al mare oggi non si muovono
solo colossi tecnologici da miliardi di dollari – come i sottomarini – ma anche
droni subacquei a basso costo: piccoli dispositivi in grado di interferire con
il regolare funzionamento di cavi o pipeline, e attraverso i quali vengono
condotte operazioni di guerra ibrida di difficile attribuzione, soprattutto in
assenza di un monitoraggio aggiornato e capillare.
È per questo che, a detta degli esperti, serve un ulteriore balzo tecnologico,
non tanto nella capacità di raccogliere dati, quanto in quella di interpretarli
e integrarli. Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. Gli
algoritmi di deep learning possono riconoscere pattern nei segnali sonar,
distinguere tra anomalie naturali e oggetti artificiali, aggiornare mappe quasi
in tempo reale integrando dati raccolti da fonti diverse. In prospettiva,
possono anche contribuire a prevedere comportamenti: come si muovono le
correnti, come cambia la propagazione del suono, dove è più probabile che un
oggetto non identificato stia operando.
In altre parole, le AI possono accelerare il passaggio in corso da una logica di
“mappatura” dei fondali a una logica di “monitoraggio continuo”. Si tratta di un
cambiamento che ha implicazioni profonde. Per esempio significa che la
superiorità nel dominio strategico sottomarino non dipenderà più solo dal numero
di navi o dalla qualità dei sottomarini, ma dalla capacità di costruire e
gestire reti informative complesse. Significa anche che il confine tra ambito
civile e militare diventa ancora più sfumato: gli stessi dati utilizzati per
studiare gli ecosistemi marini o per progettare infrastrutture energetiche
possono essere impiegati per finalità di sorveglianza e difesa.
E soprattutto significa che il mare, da spazio opaco per definizione, diventa
progressivamente più “trasparente”. Non nel senso di completamente visibile –
obiettivo probabilmente impossibile da raggiungere – ma nel senso di sempre più
leggibile per chi dispone di strumenti adeguati.
In questo senso, il parallelo più evidente per ciò che sta accadendo sotto il
pelo dell’acqua non è con la geografia o la cartografia tradizionali, ma con
altri domini in cui l’informazione è la vera posta in gioco: il cyberspazio, lo
spazio orbitale, persino il campo elettromagnetico. Anche lì, la competizione si
gioca non solo sulla capacità di identificare gli oggetti fisici, ma su quella
di costruire rappresentazioni affidabili e aggiornate dell’ambiente in cui si
trovano immersi. Perché in un ambiente dove tutto è difficile da vedere, quello
che più conta è capire cosa si sta guardando.
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