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Consumi, comportamenti e vita digitale degli studenti italiani
Oltre il 90% degli studenti italiani (93%) utilizza dispositivi per accedere a internet e chat e social network si confermano nettamente l’attività più frequente: il 30,1% degli studenti riferisce di dedicarvi più di 4 ore in un giorno di scuola, in crescita rispetto al 27,1% del 2024, ma ancora sotto il picco del 36,4% registrato nel 2021. Aumenta anche lo streaming, che raggiunge il 17,7%, mentre restano più contenute le quote relative a ricerche e lettura di quotidiani online (6,9%). Sono alcuni dei dati presenti in ESPAD®Italia 2025 – “Adolescenti senza filtri. Consumi, comportamenti e vita digitale degli studenti italiani”, il nuovo rapporto del Laboratorio di Epidemiologia e ricerca sui servizi sanitari dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR (CNR-IFC). Un volume digitale a cura di Corrado Fizzarotti e Sabrina Molinaro, che affronta i seguenti temi: Internet e uso problematico, videogiochi e loot box, cyberbullismo, challenge e ghosting, relazioni familiari e con i pari, ritiro sociale, attività fisica e comportamenti violenti e autolesivi. A questi temi si affiancano gioco d’azzardo e trading online, consumi di alcol e prodotti a base di nicotina, energy drink, psicofarmaci con e senza prescrizione, sostanze illegali e poliuso. Una lettura rivolta a scuole, famiglie, servizi, ricercatori e istituzioni, per conoscere meglio la quotidianità degli studenti e orientare gli interventi di prevenzione. Uno dei capitoli dell’interessante volume si occupa del cyberbullismo, evidenziando come il 31,2% degli studenti conosca qualcuno che è stato vittima di cyberbullismo, con percentuali più elevate tra le ragazze (35,3%) rispetto ai ragazzi (26,9%). Nel 2025 il 12,1% degli studenti riferisce di essere stato testimone di atti di cyberbullismo nell’anno. Anche in questo caso si osservano prevalenze più elevate tra le studentesse (13,2%) rispetto ai coetanei (10,9%). Per quanto riguarda il ritiro sociale volontario, spesso identificato con il termine giapponese hikikomori, il 26,9% degli insegnanti  riferisce episodi di ritiro scolastico nel corso dell’anno. Le motivazioni indicate dagli insegnanti si concentrano soprattutto sul disinvestimento dalla scuola e sulle difficoltà psicologiche: il 39,2% fa riferimento alla mancanza di voglia di andare a scuola, mentre il 26,1% richiama problemi psicologici e il 25,2% un cambio di classe o di istituto. Quando l’attenzione si sposta dal ritiro scolastico al ritiro sociale volontario, il 19,5% degli insegnanti riferisce episodi nella propria classe. A questa quota si aggiunge un 12,7% che non sa rispondere alla domanda. Secondo gli insegnanti, i tipi di giustificazione maggiormente utilizzate dagli studenti a rischio di ritiro sociale sono le giustificazioni generiche da parte dei genitori (51,6%), la continua ripetizione delle stesse giustificazioni (31%) e i certificati medici per altre malattie (30,3%). Le giustificazioni presumibilmente false riguardano il 21,9%. L’utilizzo dei videogiochi costituisce oggi una pratica ampiamente diffusa tra gli adolescenti e una delle principali forme di intrattenimento del tempo libero, paragonabile alla visione di una serie televisiva o di un film. Il gaming ha assunto un ruolo sempre più rilevante nella cultura giovanile contemporanea quale medium di massa. Dai dati raccolti emerge che l’uso dei videogiochi rappresenta un’attività ampiamente diffusa tra le studentesse e gli studenti intervistati: l’89% dei rispondenti ha affermato di averci giocato almeno una volta nella vita e il 71% almeno una volta nel corso dell’ultimo anno. In ordine all’azzardo, Il 64,4% degli studenti di età compresa tra i 15 e i 19 anni dichiara, invece, di aver giocato d’azzardo almeno una volta nella propria vita (M=71,5%; F=57,6%), il 59,8% ha giocato d’azzardo almeno una volta nel corso dei 12 mesi precedenti la rilevazione (M=67,8%; F=52,1%). Per il quarto anno consecutivo, queste percentuali raggiungono un nuovo massimo storico. Tra gli studenti di età compresa tra i 15 e i 17 anni, il 63,6% (M=69,7%; F=57,6%) ha già giocato d’azzardo e il 59,1% lo ha fatto nei 12 mesi precedenti lo studio (M=66,1%; F=52,3%). Si può perciò notare come l’iniziazione a questo comportamento a rischio si verifichi in larga parte già prima della maggiore età, ovvero prima di quando consentito dalla legge. Per quanto attiene al consumo di sostanze legali o meno, le sigarette tradizionali coinvolgono oggi meno della metà degli studenti, eppure quasi sei ragazzi su dieci hanno provato almeno un prodotto a base di nicotina, e la metà ha usato la sigaretta elettronica, soprattutto le ragazze. “Non è più, si legge nel volume, il gesto di sfida che conoscevamo: è qualcosa di più silenzioso, discreto, che accompagna. Più che una generazione <<meno fumatrice>>, è una generazione <<diversamente nicotinizzata>>, che usa la nicotina per calmarsi, per concentrarsi, per reggere. L’alcol continua ad abitare le loro feste e le loro serate: tre su quattro lo hanno bevuto nell’ultimo anno, e se il binge drinking cala lentamente, le ubriacature tornano a crescere, con le ragazze ormai protagoniste quanto i coetanei. E colpisce, quasi come un sintomo di stanchezza, l’impennata degli energy drink: in un anno passiamo da quattro a quasi cinque studenti su dieci che li hanno bevuti nell’ultimo mese. C’è poi un dato che ci chiede attenzione: l’uso di psicofarmaci senza prescrizione medica. Cresce chi li assume con frequenza e, per la prima volta, i ragazzi si avvicinano alle ragazze. Non parliamo di “sballo”. Parliamo di adolescenti che prendono una pillola per dormire, per calmare l’ansia prima di una verifica, per sentirsi all’altezza, per piacersi di più. È una cura fatta da soli, che ci dice quanto sia grande il bisogno di essere aiutati a stare con le proprie emozioni”. Quanto, infine, alla violenza, quella che si vede e quella che non si vede,  oltre quattro studenti su dieci hanno messo in atto almeno un comportamento violento nell’ultimo anno, soprattutto zuffe e risse. Ma il dato che più colpisce è un altro. I ragazzi che agiscono violenza nella vita reale sono anche quelli che più spesso la subiscono online: quasi sei su dieci sono stati vittime di cyberbullismo, contro poco più di un terzo degli altri, e il divario rispetto allo scorso anno è cresciuto. Chi colpisce, molto spesso, è stato colpito. “Questo ci obbliga, si legge nella prefazione del volume a cura di Sabrina Molinaro,  a smettere di pensare alla violenza online e a quella offline come a due mondi separati. Sono lo stesso dolore che cambia stanza”. Qui il volume “Adolescenti senza filtri”, a cura di Fizzarotti e Molinaro: https://www.epid.ifc.cnr.it/wp-content/uploads/2026/10/ESPAD_Italia_2025_Adolescenti_senza_filtri_COMPATTO.pdf. Giovanni Caprio
October 10, 2026
Pressenza
Scuola e fragilità giovanili, una riflessione è necessaria
Di fronte a gesti estremi come il suicidio di una giovanissima studentessa, nessuno può arrogarsi il diritto di esprimere valutazioni né, tanto meno, emettere giudizi. Se, però, intorno a noi vediamo crescere in maniera significativa il malessere sociale, tutti abbiamo il dovere di interrogarci, di metterci in una situazione di ascolto. Traumi e fragilità psicologica, pressione digitale e bullismo, ansia per il futuro, paura per un presente caratterizzato dalla “normalità” della guerra, cause diverse, talora intrecciate fra loro, che si traducono in atteggiamenti di chiusura, emarginazione, autolesionismo, tentativi di suicidio. Fenomeni in forte crescita in questi ultimi anni, tanto che a livello europeo il suicidio è diventato una delle prime cause di morte dei giovani fra i 15 e i 29 anni. Probabilmente non si è valutato, con la dovuta profondità, quanto abbia inciso l’isolamento forzato durante la pandemia. Quando, soprattutto alle giovani generazioni, è stata “rubata” una parte delle opportunità relazionali, con conseguente crescita esponenziale dell’isolamento e del rifugio nel mondo dei social, sino, nei casi più complessi, all’esplosione del fenomeno dei cosiddetti hikikomori. La centralità assunta dagli strumenti digitali nella vita dei giovani ha ulteriormente impoverito la loro vita relazionale e la loro capacità di gestire le emozioni. Soprattutto dentro la scuola, il silenzio e il rifiuto del dialogo (siamo rimasti colpiti dalle serrande abbassate al Liceo Cutelli mentre all’esterno manifestavano “gli amici di Claudia”) non rappresentano la soluzione, ma il problema. Non crediamo certo che la scuola possa fare tutto, né risolvere contraddizioni familiari e sociali, ma nelle aule ragazze e ragazzi trascorrono una parte significativa del loro tempo, e su questo dobbiamo ragionare, evitando generalizzazioni, un deleterio scarica barile e la voglia di individuare un colpevole che, in qualche misura, riduca le nostre responsabilità. Classi di 30 alunni, locali poco accoglienti, non aiutano certo a “guardare” con attenzione ogni singolo allievo; oltre un quarto di personale precario impedisce la necessaria continuità nel rapporto didattico-educativo. Invece di costruire cattedrali nel deserto (i cosiddetti ambienti digitali) i fondi del PNRR sarebbero dovuti servire a migliorare l’esistente, ma così non è stato, nel silenzio della maggioranza dei cittadini, che continua a non indignarsi se le spese sociali sono subordinate a quelle militari. Sappiamo, però, che non sarebbe stato comunque sufficiente per affrontare adeguatamente il crescente fenomeno della violenza, un fenomeno complesso che può manifestarsi in molteplici forme: verbale, fisica, psicologica, relazionale e digitale. Un fenomeno ingigantito, e per molti aspetti reso incontrollabile, dall’abuso dei social. Il tema da affrontare è dunque quello del benessere a scuola, coscienti che non bisogna avere paura del conflitto, che occorre attraversarlo, farlo diventare occasione di crescita. Consapevoli che la scuola non è una azienda, che bisogna sviluppare le capacità critiche, la ricerca della bellezza, non addestrare o limitarsi a misurare la performance premiando un “merito” che bisogna capire meglio come vada valutato. Accade, invece, che il clima complessivo che si crea dentro la scuola finisca per non stimolare la cooperazione fra gli allievi, facendo piuttosto crescere le distanze, la competizione, la disattenzione nei confronti dell’altro. Il benessere che la scuola dovrebbe assicurare riguarda anche il personale scolastico, pressato dalle richieste dei clienti (le famiglie), impegnato, spesso, in adempimenti burocratici, tanto pressanti quanto inutili. Un clima ben rappresentato dall’uso del registro elettronico, che ha prodotto un’ulteriore barriera nei rapporti con le famiglie, alle quali, quasi sempre, sembra sufficiente leggere in tempo reale i voti per ritenere assolti compiti educativi che sono invece sempre più ardui. E che i genitori e gli stessi insegnanti non sono, spesso, preparati ad affrontare, avendo – essi stessi – bisogno di essere aiutati e sostenuti. Sappiamo che non può continuare così. Non è, però, facile capire cosa fare. Le chiusure non aiutano, anzi, ma occorre evitare le facili contrapposizioni/generalizzazioni, se tutti sono colpevoli, nessuno ha colpe. Non sappiamo se e di cosa abbiano discusso docenti e alunni del Cutelli. Se volessero condividerlo – ma spetta a loro – potremmo meglio comprendere contesto e situazione. Alcune cose, però, si possono comunque proporre, non risolveranno certo i problemi, ma, almeno, potranno farci sentire, tutti, meno soli, meno distanti e disinteressati. Occorre stimolare, nelle scuole, un clima di rispetto e inclusione, che favorisca l’empatia e la cooperazione, imparare a gestire i conflitti e a riconoscere (da parte di docenti, studenti e famiglie) i segnali di disagio. Vanno perciò implementati momenti di educazione socio-emotiva, in molte scuole già avviati. Occorre garantire la presenza a scuola di figure professionali (psicologi, counselor), creare sportelli di ascolto accessibili (a bassa soglia) a studenti, famiglie e operatori scolastici, sviluppare programmi di mentoring tra pari. Tutti interventi che richiedono appositi investimenti e la scelta – da parte del governo – di porre la scuola al centro dell’attenzione, sollecitando il ministero a considerare in modo differente la questione educativa: non maggiori controlli o metal detector, ma un maggior numero di spazi di ascolto e di orientamento psico-affettivo. Occorre, però, fare tutto questo non come “extra” rispetto al cosiddetto curricolo scolastico, ma adottando costantemente, durante tutto l’arco della giornata scolastica, un punto di vista diverso, in cui “guardare l’altro” rappresenti sempre una priorità. Dopo la tragica morte di Claudia, l’Associazione Memoria e Futuro e il Comitato Prima i bambini hanno lanciato on line un appello per chiedere il rinnovo e il potenziamento degli sportelli di ascolto nelle scuole. Essi rappresentano uno strumento di prevenzione che, per quanto piccolo, può contribuire alla prevenzione del disagio giovanile. Leggi e firma l’appello a questo link Ci piace ricordare inoltre che è la didattica quotidiana che va cambiata: cooperazione anziché competitività, incoraggiamento e ascolto anziché punizione, lavoro di gruppo anziché verifiche individuali, maieutica reciproca e circle time anziché lezione frontale, come Danilo Dolci e Don Milani ci hanno insegnato (ndR, d.m.) Redazione Sicilia
April 29, 2026
Pressenza