Scuola e fragilità giovanili, una riflessione è necessaria
Di fronte a gesti estremi come il suicidio di una giovanissima studentessa,
nessuno può arrogarsi il diritto di esprimere valutazioni né, tanto meno,
emettere giudizi. Se, però, intorno a noi vediamo crescere in maniera
significativa il malessere sociale, tutti abbiamo il dovere di interrogarci, di
metterci in una situazione di ascolto.
Traumi e fragilità psicologica, pressione digitale e bullismo, ansia per il
futuro, paura per un presente caratterizzato dalla “normalità” della guerra,
cause diverse, talora intrecciate fra loro, che si traducono in atteggiamenti di
chiusura, emarginazione, autolesionismo, tentativi di suicidio. Fenomeni in
forte crescita in questi ultimi anni, tanto che a livello europeo il suicidio è
diventato una delle prime cause di morte dei giovani fra i 15 e i 29 anni.
Probabilmente non si è valutato, con la dovuta profondità, quanto abbia inciso
l’isolamento forzato durante la pandemia. Quando, soprattutto alle giovani
generazioni, è stata “rubata” una parte delle opportunità relazionali, con
conseguente crescita esponenziale dell’isolamento e del rifugio nel mondo dei
social, sino, nei casi più complessi, all’esplosione del fenomeno dei cosiddetti
hikikomori. La centralità assunta dagli strumenti digitali nella vita dei
giovani ha ulteriormente impoverito la loro vita relazionale e la loro capacità
di gestire le emozioni.
Soprattutto dentro la scuola, il silenzio e il rifiuto del dialogo (siamo
rimasti colpiti dalle serrande abbassate al Liceo Cutelli mentre all’esterno
manifestavano “gli amici di Claudia”) non rappresentano la soluzione, ma il
problema. Non crediamo certo che la scuola possa fare tutto, né risolvere
contraddizioni familiari e sociali, ma nelle aule ragazze e ragazzi trascorrono
una parte significativa del loro tempo, e su questo dobbiamo ragionare, evitando
generalizzazioni, un deleterio scarica barile e la voglia di individuare un
colpevole che, in qualche misura, riduca le nostre responsabilità.
Classi di 30 alunni, locali poco accoglienti, non aiutano certo a “guardare” con
attenzione ogni singolo allievo; oltre un quarto di personale precario impedisce
la necessaria continuità nel rapporto didattico-educativo. Invece di costruire
cattedrali nel deserto (i cosiddetti ambienti digitali) i fondi del PNRR
sarebbero dovuti servire a migliorare l’esistente, ma così non è stato, nel
silenzio della maggioranza dei cittadini, che continua a non indignarsi se
le spese sociali sono subordinate a quelle militari.
Sappiamo, però, che non sarebbe stato comunque sufficiente per affrontare
adeguatamente il crescente fenomeno della violenza, un fenomeno complesso che
può manifestarsi in molteplici forme: verbale, fisica, psicologica, relazionale
e digitale. Un fenomeno ingigantito, e per molti aspetti reso incontrollabile,
dall’abuso dei social.
Il tema da affrontare è dunque quello del benessere a scuola, coscienti che non
bisogna avere paura del conflitto, che occorre attraversarlo, farlo diventare
occasione di crescita. Consapevoli che la scuola non è una azienda, che bisogna
sviluppare le capacità critiche, la ricerca della bellezza, non addestrare o
limitarsi a misurare la performance premiando un “merito” che bisogna capire
meglio come vada valutato.
Accade, invece, che il clima complessivo che si crea dentro la scuola finisca
per non stimolare la cooperazione fra gli allievi, facendo piuttosto crescere le
distanze, la competizione, la disattenzione nei confronti dell’altro.
Il benessere che la scuola dovrebbe assicurare riguarda anche il personale
scolastico, pressato dalle richieste dei clienti (le famiglie), impegnato,
spesso, in adempimenti burocratici, tanto pressanti quanto inutili. Un clima ben
rappresentato dall’uso del registro elettronico, che ha prodotto un’ulteriore
barriera nei rapporti con le famiglie, alle quali, quasi sempre, sembra
sufficiente leggere in tempo reale i voti per ritenere assolti compiti educativi
che sono invece sempre più ardui. E che i genitori e gli stessi insegnanti non
sono, spesso, preparati ad affrontare, avendo – essi stessi – bisogno di essere
aiutati e sostenuti.
Sappiamo che non può continuare così. Non è, però, facile capire cosa fare. Le
chiusure non aiutano, anzi, ma occorre evitare le facili
contrapposizioni/generalizzazioni, se tutti sono colpevoli, nessuno ha colpe.
Non sappiamo se e di cosa abbiano discusso docenti e alunni del Cutelli. Se
volessero condividerlo – ma spetta a loro – potremmo meglio comprendere contesto
e situazione.
Alcune cose, però, si possono comunque proporre, non risolveranno certo i
problemi, ma, almeno, potranno farci sentire, tutti, meno soli, meno distanti e
disinteressati. Occorre stimolare, nelle scuole, un clima di rispetto e
inclusione, che favorisca l’empatia e la cooperazione, imparare a gestire i
conflitti e a riconoscere (da parte di docenti, studenti e famiglie) i segnali
di disagio. Vanno perciò implementati momenti di educazione socio-emotiva, in
molte scuole già avviati. Occorre garantire la presenza a scuola di figure
professionali (psicologi, counselor), creare sportelli di ascolto accessibili (a
bassa soglia) a studenti, famiglie e operatori scolastici, sviluppare programmi
di mentoring tra pari.
Tutti interventi che richiedono appositi investimenti e la scelta – da parte del
governo – di porre la scuola al centro dell’attenzione, sollecitando il
ministero a considerare in modo differente la questione educativa: non maggiori
controlli o metal detector, ma un maggior numero di spazi di ascolto e di
orientamento psico-affettivo.
Occorre, però, fare tutto questo non come “extra” rispetto al cosiddetto
curricolo scolastico, ma adottando costantemente, durante tutto l’arco della
giornata scolastica, un punto di vista diverso, in cui “guardare l’altro”
rappresenti sempre una priorità.
Dopo la tragica morte di Claudia, l’Associazione Memoria e Futuro e il Comitato
Prima i bambini hanno lanciato on line un appello per chiedere il rinnovo e il
potenziamento degli sportelli di ascolto nelle scuole. Essi rappresentano uno
strumento di prevenzione che, per quanto piccolo, può contribuire alla
prevenzione del disagio giovanile. Leggi e firma l’appello a questo link
Ci piace ricordare inoltre che è la didattica quotidiana che va cambiata:
cooperazione anziché competitività, incoraggiamento e ascolto anziché punizione,
lavoro di gruppo anziché verifiche individuali, maieutica reciproca e circle
time anziché lezione frontale, come Danilo Dolci e Don Milani ci hanno insegnato
(ndR, d.m.)
Redazione Sicilia