Dylan dal Papa con il cappuccio: il pacifista che non si è mai fatto arruolare
La scena è di quelle che spiazzano: Papa Leone XIV ha ricevuto in visita privata
Bob Dylan, 85enne cantautore, poeta e premio Nobel per la letteratura, a Roma
per una tappa del suo tour. Le foto circolate cristallizzano a livello estetico
un contrasto che sembra uscito da un film di Jim Jarmusch: da una parte il
Pontefice, sorridente nell’abito talare bianco, dall’altra lui, che, sfidando le
consuetudini, è vestito di nero dalla testa ai piedi, guanti di pelle, cravatta
allentata sulla camicia bianca, il cappuccio di una felpa calato sul capo,
tenuto su anche durante la stretta di mano, e un ombrello in mano in un giorno
in cui però di pioggia, nella città santa e dannata, non c’era nessuna traccia.
Il Papa gli ha regalato un rosario, Dylan ha ricambiato con una copia di
Chronicles, la sua autobiografia.
Sui social, dove ognuno finisce per trovare esattamente ciò che cerca, c’è chi
ci ha visto una mancanza di rispetto, chi un omaggio ai Templari e chi a
Giordano Bruno, che la statua di Campo de’ Fiori ritrae proprio così,
incappucciato, nel punto in cui l’Inquisizione lo mandò al rogo, mentre Dylan,
come sempre, non ha spiegato niente. E non lo farà.
Che a volerlo incontrare sia stato Robert Prevost, d’altra parte, non sorprende.
A luglio, nella prefazione di Disarmata e disarmante, il Papa aveva citato Go
Away You Bomb, un testo contro l’atomica scritto da Dylan nel 1963 e mai inciso,
e ad aprile, in Camerun, aveva richiamato Masters of War. Nel frattempo è
diventato la voce più scomoda per la Casa Bianca: ha contestato l’intervento in
Venezuela, la guerra in Iran e la politica migratoria di Donald Trump, ha detto
di non avere paura della sua amministrazione e, a pochi giorni dalle elezioni di
metà mandato, ha fatto sapere di aver votato per posta, una modalità che Trump
ha più volte bollato come “corrotta” e che a marzo aveva cercato di limitare con
un ordine esecutivo.
Nato Robert Allen Zimmerman a Duluth, nel 1941, in una famiglia ebrea
ashkenazita i cui nonni erano arrivati in America da Odessa e dalla Lituania, a
22 anni Dylan aveva già scritto le canzoni che sarebbero diventate inni
universali, da Blowin’ in the Wind a The Times They Are a-Changin’, e due
capolavori contro la guerra: Masters of War, invettiva feroce contro i mercanti
di armi, e With God on Our Side, dove ricorda che chiunque scateni un conflitto
giura di avere Dio dalla sua parte. Nell’agosto del 1963 cantava alla Marcia su
Washington, lo stesso giorno del discorso di Martin Luther King, ma il ruolo di
portavoce della protesta che tutti gli cucivano addosso cominciava a stargli
stretto. Lo fece capire nel 1965 al festival di Newport, il tempio del folk
acustico e impegnato, presentandosi con la chitarra elettrica e una band rock:
per i puristi fu un tradimento e l’esibizione si chiuse tra fischi e proteste.
Da quel momento i comizi li ha lasciati agli altri, ma le canzoni hanno
continuato a fare il loro lavoro. Nel 1975 scrisse Hurricane per il pugile Rubin
Carter, condannato per un triplice omicidio al termine di un processo segnato
dal pregiudizio razziale, e con la Rolling Thunder Revue organizzò concerti per
pagarne la difesa, che nel 1985 ottenne l’annullamento della condanna. Al Live
Aid del 1985 chiese che una parte dei soldi andasse ai contadini americani
strangolati dai debiti, scatenando l’ira di Bob Geldof e ispirando la nascita di
Farm Aid, che successivamente ha raccolto milioni di dollari, e nel 1989 arrivò
Ring Them Bells, un inno quasi biblico per gli ultimi della terra. Nel 1991, in
piena guerra del Golfo, ritirò il Grammy alla carriera suonando proprio Masters
of War.
Sei anni dopo, il 27 settembre 1997, suonò per la prima volta davanti a un Papa,
al Congresso eucaristico di Bologna. Giovanni Paolo II rispose a Blowin’ in the
Wind spiegando a 300mila ragazzi che di strade, per l’uomo, ce n’è una sola,
quella di Cristo, e Dylan salì sul palco papale a stringergli la mano, ma il
cardinale Joseph Ratzinger era contrario e 10 anni dopo lo mise per iscritto,
dicendosi ancora scettico verso quel genere di “profeti”. Poi arrivarono i
riconoscimenti, accolti sempre a modo suo, fino al Nobel del 2016, seguito da
due settimane di silenzio, dall’assenza alla cerimonia e da una lezione
consegnata a cinque giorni dalla scadenza.
Non stupisce, allora, che anche oggi preferisca le allusioni alle dichiarazioni:
quando a giugno il New York Times ha chiesto ad alcuni ottantenni illustri un
consiglio per il compleanno di Trump, Dylan ha scritto una riflessione sulla
vecchiaia senza nominarlo, osservando che a ottant’anni si diventa «più
difficili da programmare», e sulle guerre in corso ha lasciato parlare la
scaletta, riportando Masters of War sul palco nell’estate del 2025 dopo 9 anni
di assenza.
Leone XIV ha accolto il Dylan delle canzoni, quello che da sessant’anni canta
contro la guerra e contro chi fabbrica le armi. Ma all’appuntamento si è
presentato anche l’altro Dylan, quello che non si è mai lasciato arruolare da
nessuno, né dai movimenti degli anni Sessanta né dalla politica di oggi. Il
cappuccio, forse, è soprattutto questo: le canzoni le ha regalate al mondo
intero, ma sé stesso continua a tenerlo per sé, anche davanti a un Papa che lo
ammira.
[Crediti immagine di copertina: Vatican Media]
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