Han Kang / Opporsi a ogni atto che distrugge la vita
Adelphi ha tradotto e pubblicato il discorso di accettazione del Premio Nobel
per la Letteratura 2024 – seguito dal rituale Discorso del banchetto rivolto ai
reali di Svezia – della scrittrice sudcoreana Han Kang (1970) che, sin dal
titolo enigmatico e affascinante, interroga in profondità il nostro rapporto
umano troppo umano con la lingua, il linguaggio e la narrazione. Un Nobel che le
è stato assegnato per “la sua prosa poetica intensa che affronta i traumi
storici e rivela la fragilità della vita umana”
[https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/chi-e-han-kang-vincitrice-del-premio-nobel-per-la-letteratura.html]:
fragilità e traumi che si possono dire – o non riuscire a dire – con la lingua e
soprattutto con il linguaggio della scrittura letteraria.
Il classico espediente letterario del ritrovamento di un manoscritto con cui si
apre il discorso è qui piegato a vicende autobiografiche: un quadernetto fatto a
mano nel quale la decenne Kang aveva trascritto le sue poesie, custodito in una
scatola quando nel 1980 la sua famiglia decide di traslocare da Gwangju, proprio
nell’anno in cui ebbe luogo un terribile massacro (con oltre mille vittime)
perpetrato dalla giunta militare sudcoreana di Chun Doo-hwan (1980-1988) che
represse nel sangue le rivolte scoppiate a seguito dell’omicidio politico del
presidente in carica Park Chung-hee e conseguente colpo di Stato.
Han studia e si avvicina con cautela ai fatti di Gwangju per la stesura del suo
romanzo Atti umani (2014). Gli eventi fanno scaturire in lei due domande: “come
avrei potuto abbracciare il mondo?” e “come possono gli esseri umani essere
tanto violenti? E allo stesso tempo schierarsi contro tale implacabile violenza?
Ma allora cosa significa appartenere a quella che chiamiamo razza umana?”. Nella
morsa tra questi due interrogativi, il lavoro dell’immaginario di Han è preso
dalla necessità etica di potersi dire – anche attraverso la scrittura letteraria
– ancora umani dinanzi ad atti (dis)umani e de-umanizzanti. Per Han si tratta di
“prestare” ai morti – sui quali si era meticolosamente e quasi ossessivamente
documentata – “le sensazioni, le emozioni, la vita stessa che scorreva nel mio
corpo”.
E così, il lavoro della scrittura, alla ricerca costante di una voce, consiste
anche nel dar voce a persone sepolte e accendere la luce su storie silenziate.
Il protagonista quindicenne Dong-ho (da cui il titolo originale coreano del
romanzo: 소년이 온다, ovvero “Arriva il ragazzo”), uno dei personaggi che acquisisce
voce e sguardo, “stende un telo bianco su ciascuna salma e accende una candela”,
scrive Han, “fissando il cuore azzurrognolo della fiamma”. Dunque, fare luce e
poi guardarla, la luce lugubre del presente di Gwangju che “torna
incessantemente a noi”, essendo “Gwangju” il “nome comune” del conflitto atroce
tra nobiltà d’animo e spietatezza umana.
Scrive Han a proposito della pubblicazione del libro nel 2014: «mi colpì molto
il dolore che i lettori confessavano di aver provato leggendolo. Non potrei fare
a meno di riflettere sul legame tra il mio dolore nello scriverlo e il loro nel
leggerlo. Quale può esserne la ragione? Il nostro desiderio di credere negli
esseri umani, e il senso di devastazione che ci coglie quando quella fiducia è
scossa? Il desiderio di amare gli esseri umani, che ci strazia il cuore quando
quell’amore viene infranto? È l’amore a generare la sofferenza, e certe
sofferenze generano l’amore?» Così, il febbrile lavorìo di luci e d’ombre
produce, in una terra di mezzo crepuscolare, quelle parole per dire e raccontare
l’indicibile, “cercando nel contempo di mantenere la massima sobrietà”. E si
tratta dello stesso procedimento messo in atto per la scrittura del successivo
Non dico addio (2021) che metteva in forma di romanzo il terribile massacro
dell’isola di Jeju avvenuto ad opera dell’esercito coreano dopo la fine della
Seconda guerra mondiale (1948), quando un’insurrezione fu repressa nel sangue
(si parla di morti nell’ordine delle decine di migliaia). Viene qui alla mente
che tre delle quattro vincitrici del Nobel che hanno preceduto Han negli ultimi
dieci anni siano scrittrici che hanno fatto dell’impegno o, meglio, della prosa
intrisa di trauma e testimonianza, il loro focus letterario: dalla bielorussa
Svjatlana Aleksievič (2015) “per la sua scrittura polifonica” come “monumento
alla sofferenza e al coraggio del nostro tempo” alla polacca Olga Tokarczuk
[https://www.pulplibri.it/olga-tokarczuk-modificare-il-passato/]] (2018) “per
un’immaginazione narrativa” che “rappresenta l’attraversamento dei confini come
forma di vita”, fino alla francese Annie Ernaux
[https://www.pulplibri.it/annie-ernaux-o-la-sensazione-del-tempo-un-nobel-femminista-e-di-classe/]
(2022) molto nota al grande pubblico per la sua narrativa attenta alle classi
lavoratrici e alle memorie individuali e collettive. Un po’ come se le
scrittrici fossero capaci di trasfigurare attraverso la potenza dell’immaginario
le testimonianze di un tempo, il nostro, inquieto, sconvolto, lacerato.
“Quanto dobbiamo amare per restare umani fino alla fine?”, si chiede Han Kang.
Fino a che punto possono spingersi le nostre vendette e le nostre meschinità
prima che la disumanità prenda definitivamente il sopravvento sull’umana
empatia? – potremmo aggiungere. Forse, una (im)possibile risposta si trova
proprio nella capacità di scrivere: che non è altro che l’esito più raffinato
della più raffinata competenza umana: la lingua, “il filo che ci unisce”.
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