Maternità e nazione: il nodo critico di “Spermopolitica”Elisa Bosisio, Maddalena Fragnito, Federica Timeto, Spermopolitica. Genocidio
riproduttivo e resistenza in Palestina. Con testi di Layal Ftouni e del
Palestinian Feminist Collective, Prospero Editore, 2025, pp. 166, euro 17.00
Si resta immediatamente coinvolte e insieme disturbate affrontando la lettura di
questo libro, poco più di centocinquanta pagine di contenuto densissimo, reso
con una scrittura febbrile, dominata dall’urgenza del dire e dal dichiarato
posizionamento delle autrici che unendo ricerca accademica e impegno politico
mettono al centro della loro indagine la questione poco esplorata e dibattuta
del genocidio riproduttivo in Palestina. Un’indagine che, per molti temi
proposti, suscita perplessità, interrogativi e prese di distanza e rende
esplicite, in chi proviene da una formazione femminista, le differenze – non
solo generazionali – intervenute nei tanti filoni del pensiero politico delle
donne.
Intrecciando la loro riflessione a quella di altre attiviste che considerano
maestre, le autrici scelgono di affidare l’apertura del volume alle parole del
Palestinian Feminist Collective, un «corpo politico di femministe
palestinesi/arabɜ» radicate principalmente nei territori del Nord America.
Muovendo dall’analisi della guerra messa in atto da Israele contro Gaza e la
Cisgiordania, queste attiviste leggono il genocidio riproduttivo come parte
costitutiva del genocidio in corso in Palestina, finalizzato non solo
all’eliminazione di una popolazione, ma alla cancellazione di ogni sua
possibilità di rigenerazione e di futuro.
Nel testo viene indagata l’ossessione israeliana per la minaccia biologica
rappresentata dalle donne palestinesi, percepite come un pericolo demografico
per le loro potenzialità generative, che le rende un obiettivo dichiarato della
violenza sionista. Una violenza pervasiva che dopo il 7 ottobre 2023 ha
devastato case, ospedali, tende, orfanatrofi, scuole, università, riserve
alimentari, azzerando le infrastrutture materiali che sorreggono l’esistenza
collettiva e nel contempo ha invaso gli spazi più intimi delle persone, quelli
riferiti alla salute, all’autodeterminazione del corpo, all’affettività e alla
sessualità, condizionando ogni aspetto della vita pubblica e privata
palestinese. Per questo, riferendosi alle capacità delle donne di essere
resilienti e di tessere forme di vita di fronte alla macchina genocidaria, il
Collettivo, con una considerazione sfidante – in grado di sommuovere un tema
centrale della riflessione femminista – afferma che la maternità palestinese
«non si riduce a un ruolo privato, ma è pratica politica, manifestazione di
agentività», vero «atto di rivoluzione».
Con il saggio successivo, Maddalena Fragnito e Federica Timeto spostano
l’attenzione sull’ideologia natalista dello Stato israeliano. Uno Stato in cui
fare figli è un mandato generale. Con ritmo incalzante delineano i tratti
distintivi di una società che ancor prima del 1948 ha fatto del colonialismo
d’insediamento la sua missione, e negli anni successivi ha sviluppato politiche
demografiche finalizzate ad attrarre nuove persone di discendenza ebraica da
diverse parti del mondo, incentivando i tassi di fertilità con fondi pubblici
destinati a premiare le madri e le famiglie numerose.
Nel tempo, sottolineano le autrici, si è definito «un dispositivo culturale che
mobilita narrazioni, ideologie e immaginari» per sostenere le necessità
riproduttive della nazione, sulla base di una precisa distinzione dei ruoli di
genere. Da una parte, una maternità «sacralizzata», con l’imperativo imposto
alle donne di partorire figli, dall’altra una mascolinità interpretata secondo
canoni coloniali: «il maschile penetra, conquista, feconda; il femminile
accoglie, subisce, cede». Una mascolinità «attiva ed armata», a cui si aggiunge
il particolare «statuto simbolico» assegnato agli spermatozoi, circonfusi da
un’aura salvifica, considerati come «veicolo della sopravvivenza» nazionale.
In uno Stato con un tasso di fecondità più alto di tutti i paesi OCSE, il 2,9%,
perseguito come bisogno strategico per contrastare «l’ostinata vitalità
demografica palestinese», la militarizzazione crescente nelle relazioni sociali
ha raggiunto anche le banche del seme, che insieme ai centri dove si pratica la
fecondazione in vitro fanno di Israele un paese all’avanguardia nella
sperimentazione biotecnologica. Accade che in questi luoghi deputati alla
riproduzione, tra i donatori di seme più ricercati ci siano gli appartenenti
all’esercito, ad istituire una stretta connessione «tra maschilità e
militarismo», come se questa tipologia di sperma si distinguesse per qualità
intrinseche di eccellenza e trasmissibilità.
Si comprende allora perché in questo regime culturale, prima di importanti
offensive militari contro la popolazione palestinese, si siano diffuse, tra i
soldati in servizio, le richieste di crioconservazione del seme, insieme a
quelle di accesso alla Riproduzione Assistita Postuma (PAR) avanzate dai parenti
dei caduti.
Fragnito e Timeto dedicano l’ultima parte del loro saggio ad illustrare i
complessi passaggi giuridici, legislativi, di autorizzazione religiosa che hanno
consentito alla PAR di essere pienamente riconosciuta e utilizzata, facendo di
Israele l’unico paese al mondo in cui, anche in mancanza di consensi preventivi,
è possibile procedere al prelievo dello sperma dai corpi dei defunti su
richiesta delle vedove o, in loro assenza, dei genitori. Il tutto dentro un
orizzonte dove i parenti del deceduto, in mancanza di una sua compagna,
ricorrono anche alla ricerca in internet di donne disposte a diventare madri, in
un legame vincolante tra morte, dovere riproduttivo femminile e necessità dello
Stato.
Quasi a delineare un’antitesi rispetto alla «spermologia della nazione»
israeliana, nel terzo passaggio del libro firmato da Layal Ftouni viene posta
una domanda cruciale: in che modo si afferma la vita palestinese in un contesto
in cui un’intera popolazione «è sottoposta a uno stato di cattura e genocidio
incrementale» e di radicale ingiustizia riproduttiva?
La risposta della studiosa si concentra su un preciso asse argomentativo, quello
che evoca il viaggio avventuroso di un campione di sperma uscito dal corpo di un
prigioniero palestinese, sperma inserito «in un involucro di caramella, in una
penna a sfera di plastica o in una bottiglietta», e condotto, oltre i controlli
ossessivi delle strutture carcerarie israeliane e la rete dei check- point
disseminati sui territori occupati, fino ad una clinica per la riproduzione
assistita dove viene unito all’ovulo della moglie. Una modalità, questa, che a
partire dal 2012 ha consentito la nascita di oltre 110 bambini e bambine in
Cisgiordania, a Gaza, a Gerusalemme Est, ottenendo un pieno riconoscimento
sociale e un’approvazione giuridica emessa dalle autorità religiose.
Layal Ftouni enfatizza in più passaggi il valore di questo contrabbando di
sperma, ritenendolo una «pratica riproduttiva sovversiva». Volendo evitare
fraintendimenti, precisa di essere lontana da ideologie nataliste che assegnano
alle donne il dovere di «partorire la nazione». Per questo, appoggiandosi al
pensiero di Judith Butler – che ha sempre inteso la vita come condizione
dipendente dai legami sociali e biopolitici entro cui si situa – Ftouni parla
del contrabbando di sperma come di un gesto reso possibile da un insieme di
soggetti cooperanti, un gesto attraverso il quale si stringono relazioni
interpersonali, si attivano vincoli di solidarietà, si delineano forme di
parentela comunitaria per la crescita dei nuovi nati/e che vanno oltre le «unità
eteronormative della famiglia». Un modo per «affermare la vita con ostinazione»
e di evocare «un futuro libero dal presente coloniale».
Un motivo, questo, che ritorna nell’ultimo contributo del volume, dove Bosisio,
Fragnito e Timeto insieme ad una riflessione sulla propria scrittura di fronte
all’orrore del genocidio, assegnano al contrabbando del seme un significato di
sfida e di apertura, di attivazione «di relazioni generative» grazie alle
agentività plurali che chiama in causa, un significato di rianimazione «del
corpo stremato e devitalizzato della Palestina», fino ad attribuire alla
maternità palestinese il segno politico della resistenza anticoloniale.
Un libro coinvolgente e disturbante, si diceva. Disturbante per più ragioni, a
partire dall’enfasi data alle pratiche di evasione dello sperma palestinese
dalle carceri israeliane, pratiche che seppur inserite in un progetto sociale e
politico di contrasto al genocidio riproduttivo passano, prima che in altri
soggetti, attraverso il corpo delle donne e la loro libertà di scegliere o di
evitare la maternità. Una libertà che nei diversi contributi viene messa in
ombra, cooptata dentro l’urgenza di un movimento collettivo a sostegno della
fertilità palestinese che minimizza la dimensione personale di ognuna, il valore
del suo desiderio e, nell’intento di rimettere in moto la vita, la riconduce con
insistenza all’impegno generativo delle donne, senza considerare adeguatamente i
condizionamenti esercitati dall’ordine patriarcale, nel libro nominati solo di
sfuggita.
Sorprende che le autrici, quando assegnano alla maternità palestinese una
dichiarata funzione politica – considerata in senso espressamente procreativo –
non colgano in essa un accento nazionalista, una postura ideologica che ovunque
si radica priva le donne della loro soggettività e le indirizza a un compito
identitario e conflittuale, storicamente subordinato all’autorità maschile.
Sembra rimanere esclusa, dal panorama concettuale del volume, l’esperienza
maturata dalle attiviste dei Balcani, che durante le guerre interjugoslave degli
anni ’90, in contesti dominati da logiche di pulizia etnica e costruzione di
nuove patrie fondate sulla purezza del sangue dei propri cittadini e cittadine,
hanno pronunciato parole importanti sul rapporto tra donne, nazione e Stato,
rifiutando la maternità intesa come impegno collettivo, come piena adesione
femminile ai ruoli di riproduzione materiale e simbolica di una comunità,
respingendo il mandato che gli opposti nazionalismi rivolgevano loro. Un
posizionamento, questo, acquisito da vasti settori del femminismo, nella
trasversalità delle situazioni e dei passaggi temporali intervenuti.
E colpisce che accanto al rilievo dedicato al contrabbando di sperma – scelta
più che legittima – non venga sufficientemente contemplata l’estrema fatica e
l’esposizione al pericolo di quante affrontano la gravidanza e partoriscono in
condizioni di violenza eliminazionista, come è avvenuto a Gaza con migliaia di
donne costrette ad aborti spontanei, a parti prematuri, a isterectomie forzate
per la mancanza di farmaci e presidi ospedalieri attrezzati.
Contrastare le politiche genocidarie può significare allora, oltre l’affidamento
esasperato alla riproduzione biologica, rendere possibili le condizioni generali
della vita – cosa che le comunità palestinesi continuano a fare con un
incessante lavoro di cura, di accudimento allargato, di ricostruzione –
sciogliendo la maternità dalla logica della resistenza anticoloniale, nel
rispetto delle decisioni procreative di ognuna/o, nella ricerca di strade,
alleanze, solidarietà transnazionali per una comune liberazione
dall’occupazione, dalla segregazione razziale, dal dominio necropolitico.
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