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Il comunicato congiunto ANPI Nazionale – UCEI, un cedimento inconsapevole al sionismo?
Ho aspettato un po’ di tempo prima di scrivere questo articolo, ma vedendo i vari comunicati stampa dei circoli locali ANPI di tutta Italia, ho deciso che forse era giusto riportare ed esprimere il mio dissenso verso questa presa di posizione. Il 28 luglio 2026 l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) pubblica sul suo sito un comunicato stampa congiunto con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) in cui si afferma che “UCEI e ANPI hanno registrato significativi punti di convergenza” tra cui: “- il valore attuale dell’antifascismo come fondamento della Costituzione italiana – la condanna di qualsiasi atto di violenza, ovunque abbia origine, e di qualsiasi forma di razzismo e discriminazione senza distinzione di sesso, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3 Cost.) – il ribadito riconoscimento del ruolo dei combattenti ebrei nella Resistenza e della Brigata Ebraica nella lotta italiana al nazifascismo – la riconferma del diritto della componente ebraica alla partecipazione in sicurezza alle celebrazioni del 25 aprile contrastando scelte e comportamenti divisivi di qualsiasi natura e da qualsiasi parte – l’impegno in generale ad abbassare i toni del confronto pubblico e la volontà di affrontare tramite il confronto diretto anche le questioni su cui divergono – l’interesse ad avviare un percorso congiunto in vista dell’organizzazione del prossimo 25 aprile 2027 e di ogni altra scadenza memoriale.” L’antifascismo nell’attualità ha un significato preciso: opporsi al genocidio e alle guerre imperialiste che mettono a rischio i popoli del mondo. Rifiutare nei cortei del 25 aprile la presenza delle bandiere di uno Stato che ha le mani lorde di sangue non è “alzare i toni”, è parte del “restare umani” e dei principi della Resistenza. Il richiamo all’articolo 3 della nostra Costituzione è sicuramente importante e basilare ed è sempre stato uno dei più importanti per l’ANPI, insieme all’art. 11 che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Questo cozza con il palese sostegno incondizionato espresso dall’UCEI verso Israele. L’UCEI riconosce la centralità dello Stato d’Israele per l’identità ebraica contemporanea e promuove attivamente i rapporti e la conoscenza della realtà israeliana in Italia. Nelle sue linee istituzionali e nei comunicati ufficiali, l’ente tutela il diritto di Israele a esistere e a difendersi, pur svolgendo primariamente un ruolo di coordinamento culturale, religioso e sociale per gli ebrei italiani; riconosce il legame imprescindibile tra l’ebraismo contemporaneo e lo Stato d’Israele; sostiene pubblicamente il diritto alla sicurezza e all’esistenza di Israele, specialmente nei momenti di crisi e conflitto; e mai in questi anni si è espressa in condanna al genocidio del popolo gazawi da parte d’Israele, non condividendo l’uso del termine “genocidio”  e minimizzando ciò che sta accadendo. Questo, di per sè sarebbe una violazione a priori di uno dei punti del comunicato stampa congiunto che riconosce come base l’art. 3 della Costituzione e “la condanna di qualsiasi atto di violenza, ovunque abbia origine”, anche se sarebbe bene che, in un contesto così difficile, si contestualizzassero le dinamiche di oppresso-oppressore e le condizioni di violenza istituzionalizzata e sistematica che portano inevitabilmente ad atti di resistenza. Infatti non dobbiamo dimenticare che più volte membri dell’UCEI hanno espresso posizioni belliciste sulla difesa a tutti i costi di Israele, postulando – cosa che invece non hanno fatto altri membri appartenenti a comunità ebraiche – che Israele sia il “popolo oppresso”, continuando a negare che sia Israele a occupare terre non sue e che stia agendo un sistema d’apartheid razzista e coloniale nei confronti del popolo palestinese. Il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni – membro della Consulta Rabbinica, l’organo composto dai Rabbini Capo che si interfaccia con il Consiglio dell’UCEI per questioni di carattere generale, spirituale e culturale – ha più volte ribadito posizioni belliciste dichiarando apertamente come Israele stia combattendo una “guerra giusta” contro il male, giustificandola persino con principi talmudici della tradizione ebraica. In una lettera a La Repubblica del 27 ottobre 2023 Di Segni ha scritto: “le guerre sono sempre un’offesa alla dignità umana, comportano morte e distruzione, e certamente vanno evitate, ma quando è in gioco la propria esistenza davanti a un nemico irriducibile l’alternativa pacifista è discutibile anche moralmente. (…) Qualche volta qualcuno deve essere sconfitto, solo lui e per sempre”. Questa è la visione rabbinica dominante all’interno dell’ebraismo sul “male”: è “male” colui che è contro di me ed io, che sono il “buono”, per difendermi posso usare il male contro di lui. Un’interpretazione che si sposa perfettamente con il sionismo d’estrema destra di Netanyahu, giustificato su basi religiose: per i sionisti è una guerra della “Luce” (loro) contro “l’Oscurità” (i palestinesi), postulata dalla convinzione di essere quella “Luce”. Per quanto – a differenza di altre visioni strettamente pacifiste e nonviolente – la normativa ebraica (Halakhà) ammetta il ricorso alle armi quando la sopravvivenza di una vita umana (Pikuach nefesh) o di un intero popolo è sotto attacco, in realtà il Talmud è chiaro a riguardo: “Se qualcuno viene per ucciderti, prova a ucciderlo tu prima che lui uccida te” (Talmud babilonese, trattato Sanhedrin 72a), ovvero se una persona arriva con l’intento certo di toglierti la vita, tu hai il pieno diritto di difenderti e neutralizzare la minaccia per salvare te stesso, riconoscendo la necessità e la giustizia della difesa attiva di fronte a un’aggressione mortale. La strumentalizzazione sionista di questo famoso principio del Talmud, che esprime la legge naturale e morale della legittima difesa, ha fatto sì questo principio non si possa però applicare a chi oppresso (popolo palestinese), ma a chi opprime, come in questo caso Israele. Inoltre, il comunicato si promette di promuovere “riconoscimento del ruolo dei combattenti ebrei nella Resistenza e della Brigata Ebraica nella lotta italiana al nazifascismo” senza evidentemente conoscere la storia. La presenza della Brigata Ebraica alle manifestazioni del 25 aprile non è solo contestata per il suo appoggio all’Entità sionista di Israele negando la resistenza del popolo palestinese, ma anche perchè è controversa la storia del suo ruolo nella resistenza antifascista partigiana. La Brigata Ebraica non è (è bene ricordarlo) una vera brigata partigiana, ma un corpo che faceva parte dell’esercito inglese e che come tale rispondeva all’autorità britannica e non al CLN. La Brigata Ebraica infatti non nasce all’interno del movimento della Resistenza italiana, ma bensì nacque nel 1944 su impulso dell’Agenzia Ebraica per Israele (chiamata anche Sochnut (agenzia) o JAFI, dall’acronimo inglese Jewish Agency for Israel), che era il prodromo dello Stato d’Israele. La Brigata Ebraica rappresenta il contributo militare degli ebrei coloni e Yishuv di Palestina nella Seconda Guerra Mondiale i quali rimasero inattivi fino a praticamente la fine del conflitto, lasciando che si consumasse l’orrore della guerra e della Shoah, senza intervenire. Dopo decine di milioni di morti, si mobilitarono solo quando vi fu concretamente la possibilità di costituire lo stato d’Israele e per farlo serviva partecipare alla guerra. Per questo venne mandato un numero simbolico di uomini ad arruolarsi nelle fila dell’esercito inglese. Non è un caso che la bandiera della Brigata Ebraica sia quella dello Stato d’Israele. Costoro arrivarono al fronte quando la guerra stava finendo, dopo la liberazione del campo di Auschwitz. Pur non facendo quasi nulla per contribuire alla fine del nazismo, si intestarono la vittoria e la memoria limitandosi ad inseguire i tedeschi in ritirata, combattendo per un mese. L’obiettivo della Brigata ebraica non era lottare per la libertà e salvare le vite (nemmeno degli ebrei), ma favorire la nascita dello Stato d’Israele. Nel libro La Brigata ebraica. Una storia controversa, dal 1944 a oggi di Alberto Fazolo, con prefazione di Moni Ovadia (editore 4Punte), viene spiegato molto bene ogni singolo passaggio storico. Altro punto del comunicato, che sta facendo discutere i circoli ANPI in tutta Italia, è la tutela del “diritto della componente ebraica alla partecipazione in sicurezza alle celebrazioni del 25 aprile” contrastando “comportamenti divisivi di qualsiasi natura”. Una posizione che sarebbe condivisibile, se non si ignorassero i fatti del 25 aprile 2026, dove la Brigata Ebraica si è presentata, violando ogni accordo preso in sede preventiva all’effettuazione del corteo, con bandiere israeliane e immagini inneggianti a Trump, Netanyahu e con le bandiere di Forza Italia che si era unita al gruppo inneggiante  – o, forse peggio, negante – il genocidio del popolo palestinese, oltretutto con la pretesa di essere capofila del corteo. Un comportamento chiaramente provocatorio che non è sfociato in incidenti soltanto grazie al buon senso messo in campo dai militanti dell’ANPI. Il comportamento avuto dalla Brigata Ebraica è stato antitetico ai principi del 25 aprile: il 25 aprile è contrario alle guerre, alle aggressioni nei confronti dei popoli, al razzismo e al nazionalismo. Molti circoli ANPI hanno preso posizione, contestando apertamente il comunicato congiunto tra Anpi e Ucei sulle manifestazioni passate e future del 25 aprile. In particolare molti circoli Anpi si sono indignati – giustamente – quando già successivamente alla firma del comunicato di “pacificazione”, gli ambienti sionisti milanesi aggregatisi intorno alla Brigata Ebraica sono andati subito all’attacco presentando una denuncia pesantissima contro ignoti, riferendosi ai manifestanti che il 25 aprile scorso a Milano avevano sbarrato la strada allo spezzone con le bandiere di Israele. Insomma un segnale tutt’altro che in sintonia con lo spirito pacificatore del comunicato congiunto e una conferma in più che nessuna mediazione è possibile con i circoli sionisti che sostengono apertamente l’occupazione dei Territori Palestinesi e il genocidio del popolo palestinese. A fronte di tutto questo, il contenuto del comunicato congiunto ANPI-UCEI è insufficiente a garantire un dialogo chiaro con le Associazioni Ebraiche apertamente sostenitrici del sionismo e dell’entità sionista di Israele. Come ci insegna la storia e l’operato politico di Nelson Mandela, prima si pone fine all’apartheid e poi si avviano i processi di riconciliazione per riscrivere una nuova storia insieme. Penso, inoltre, che si sarebbe dovuto aspettare un periodo più adatto a favorire un confronto con le sezioni, essendo nel bel mezzo do un genocidio raccontato in streaming commesso proprio dall’entità che queste associazioni intendono sostenere. Pur riconoscendo la volontà di dialogo espressa dalla nostra Associazione (come del resto nella nostra tradizione e nei nostri principi), l’importanza dell’antifascismo come base comune da cui partire, e non dimenticando i fatti che hanno portato alla necessità di un dialogo atto a garantire in futuro uno svolgimento pacifico e condiviso con le Comunità Ebraiche della festa del 25 aprile, credo che tutto il resto sia alquanto discutibile, non nell’intento del comunicato ma per le tempistiche con cui è stato concepito (senza un coinvolgimento dei circoli e delle basi) e nei contenuti stessi. Se da un lato si vuole puntare sui punti di convergenza, dall’altro non si possono sottolineare delle falle evidenti. Questo comunicato non sembra quindi espressione chiara di un dialogo, ma un cedimento inconsapevole verso qualcuno che un dialogo pacifico e democratico non lo vuole avere, ma che ha l’intento di esercitare ed ampliare la propria influenza con l’arte della persuasione allargando la cerchia di consenso. Non dimentichiamoci delle radici tossiche, razziste, nazionaliste e colonialiste del sionismo; non dimentichiamoci che l’ebraismo è cosa ben diversa dal sionismo; non dimentichiamoci che ci sono infinite comunità di ebrei anti-sionisti, critici del genocidio a Gaza, dell’occupazione belligerante israeliana delle terre palestinesi e dell’apartheid bianca, razzista e coloniale israeliana verso i palestinesi e le minoranza arabe. Verso queste comunità ebraiche anti-sioniste, perseguitate da Israele, dobbiamo avere solidarietà e sostegno, non dimenticando che non siamo obbligati a mostrare solidarietà laddove non c’è condivisione di valori comuni appigliandoci ad astrazioni. Il comunicato congiunto ANPI-UCEI resta un documento ambiguo che ha lasciato allibita la base militante e chi vive il 25 aprile in prima fila, sfilando nei cortei e lavorando per costruire ogni anno la Festa della Liberazione, che in questi anni ha visto protagonista la causa palestinese, in sostegno all’autodeterminazione dei popoli, al diritto di resistenza di fronte ad una esasperante e disperata oppressione ed alla liberazione di tutti i popoli oppressi.   Ulteriori info: https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/03/nessun-cedimento-e-possibile-con-i-sionisti-rivolta-dei-circoli-dellanpi-sul-comunicato-congiunto-con-lucei-0197567 > Respingiamo come inaccettabile Il comunicato congiunto Anpi-Ucei https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/13/i-non-detti-del-comunicato-anpi-ucei-0197774 https://contropiano.org/news/politica-news/2026/07/30/la-capitolazione-dellanpi-verso-il-sionismo-a-milano-la-brigata-ebraica-ne-approfitta-subito-0197448 https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/10/disappunto-e-contrarieta-dellanpi-roma-per-laccordo-con-i-sionisti-0197689 Lorenzo Poli
August 16, 2026
Pressenza
Il concetto di “guerra giusta” nella Chiesa Cattolica
Papa Francesco è stato un pontefice dall’importante impegno pacifista dichiarato senza mezzi termini.  Fu proprio lui a considerare «inammissibile» anche la «pena di morte» perché «attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona» (1) -, sancendo con una parola definitiva che «nessuna guerra è giusta. L’unica cosa giusta è la pace»(2). Nel suo bellissimo libro «Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace» (Solferino), Francesco scriveva: «Tante guerre sono in atto in questo momento nel mondo, che causano immane dolore, vittime innocenti, specialmente bambini. Sono le tante guerre dimenticate. Queste guerre ci apparivano lontane. Fino a che, ora, quasi all’improvviso, la guerra è scoppiata vicino a noi…». In perfetta linea con le posizioni ecopacifiste prese nel 2016 nell’enciclica Laudato Sì e nel 2023 nell’esortazione apostolica Laudate Deum, questo è un libro importantissimo in cui Papa Francesco prende consapevolezza della Terza Guerra Mondiale “a pezzi” in giro per il mondo, puntando il dito – con schiettezza latinoamericana – contro il principale artefice delle guerre nel mondo, la NATO, e il suo allargamento ad Est dai patti di Varsavia ad oggi, che si concretizzano in una volontà di inglobare ad essa i famosi “Paesi cuscinetto” dei Paesi Baltici. Quella di Francesco fu una presa di posizione netta sia contro le politiche del democratico Joe Biden sia del tycoon repubblicano esponente dell’alt right Donald Trump. Durante il giorno della sua elezione, Papa Leone XIV ha subito parlato del suo intento di portare avanti una “pace disarmata e disarmante”. In questi giorni è stato emblematico lo scontro verbale tra Papa Leone XIV e Trump. Un Donald Trump senza freni si è scagliato contro Leone XIV, il primo papa nordamericano della storia. “Non sono un suo grande fan” – ha tuonato nella notte fra domenica e lunedì in un lungo post su Truth, affermando che è un “debole e pessimo nella politica estera. Preferisco di gran lunga suo fratello Louis che è totalmente Maga. Lui ha capito tutto”. La replica non si è fatta attendere: “Non mi fa paura” – ha detto Prevost ai giornalisti sbarcando in Algeria, nel suo viaggio in Africa – “non voglio aprire un dibattito”. Papa Leone XIV ha risposto a Trump dalla capitale del Camerun, Bamenda, affermando: «I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». Leone XIV parla dei «masters of war», come nella canzone di Bob Dylan, quelli che nel mondo «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare». Ed aggiunge: «Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni(«a handful of tyrants») ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!».  Una risposta decisa che in tanti aspettavamo dopo un anno di pontificato e dopo l’interessante ed innovativa – sulle tracce del predecessore – esortazione apostolica ed “umanistica” dal titolo Dilexi te sull’ “amore verso i poveri”. Tutto questo però non basta per opporsi strutturalmente alla guerra, come non è bastato in passato. La Chiesa cattolica oggi non può parlare di “guerra” come se fosse un elemento estraneo alla sua storia passata ed attuale. Serve una svolta radicale della Chiesa che qualcuno potrebbe definire giustamente “divisiva”, ma soprattutto necessaria. L’amministrazione degli Stati Uniti (Trump e Vance) non si è inventata da sola la “guerra giusta”. Essa è stata nel passato il motore delle crociate (“Deus vult”, “Dio lo vuole”), delle tante guerre in nome della fede, delle colonizzazioni tout court “contro i barbari” ed è stata la giustificazione del missionaresimo cristiano e delle evangelizzazioni forzate. La “guerra giusta” affonda le sue radici storiche – come concetto non scritto, ma implicito – anche nella Dottrina della Scoperta, un principio giuridico e teologico del XV secolo, basato su bolle papali (come la Inter Caetera del 1493), che giustificava l’acquisizione di terre indigene non cristiane da parte delle potenze coloniali europee. Utilizzata per legittimare l’esplorazione, la conquista e la colonizzazione delle Americhe e di altre terre da parte di Spagna, Portogallo e successivamente altre potenze europee, sosteneva che la “scoperta” di terre non abitate da cristiani conferisse il diritto di sovranità e proprietà alle nazioni cristiane. Il Vaticano ha formalmente ripudiato questa dottrina nel marzo 2023, dichiarando che tali decreti non riflettono la fede cattolica, ma è risultato flebile il silenzio in merito a qualsiasi responsabilità politica per quelle bolle papali, vecchie di 500 anni, che autorizzavano le potenze coloniali a impadronirsi delle terre indigene (definite “terra nullius”). Le bolle, infatti, sono state emanate dai «rappresentanti di Dio sulla Terra» e non prendere atto di questo significa che la battaglia è vinta solo a metà. Ancor più negativamente, il fatto che il Vaticano abbia evitato ogni riferimento al collegamento tra Dottrina della Scoperta e i crimini di massa coloniali avallati contro i non-cristiani e le loro conseguenze, indica che il bersaglio è stato mancato. Il tema della “guerra giusta” in tempi moderni ha riguardato la Dottrina Sociale della Chiesa (3) nel suo servizio alla città dell’uomo e viene contemplato per la prima volta in forma scritta nel Catechismo della Chiesa Cattolica (che si può liberamente consultare online), riprendendo l’insegnamento tradizionale di Agostino e Tommaso d’Aquino. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), ai paragrafi 2307-2317, tratta la guerra nell’ambito del quinto comandamento (“Non uccidere”), condannandone la distruzione ma riconoscendo la legittimità della difesa armata. Le condizioni rigide per la “guerra giusta” includono l’aggressione durevole e certa, l’inefficacia di altri mezzi, fondate condizioni di successo e la proporzionalità dei danni: « 2309. Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per lasua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. […] Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della “ guerra giusta”. La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune. » Un occhio poco attento potrebbe leggere tra le righe che la legittimità morale della difesa armata sia legata a quella dell’oppresso contro l’oppressore, ma in realtà la difesa armata legittima la potrebbe usare solo chi detiene l’autorità per farlo, ovvero il potere costituito: « 2265. La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità. » Al punto 2310 si specifica che la difesa armata legittima, secondo il Catechismo della Chiesa ce l’ha chi concorre al “bene comune della nazione e al mantenimento della pace”, che in questo caso non è l’oppresso, ma il potere vigente: « 2310. I pubblici poteri, in questo caso, hanno il diritto e il dovere di imporre ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale. Coloro che si dedicano al servizio della patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e della libertà dei popoli. Se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono veramente al bene comune della nazione e al mantenimento della pace.» Nel nome del “bene comune” si affida ai “legittimi detentori dell’autorità” la legittimità morale di esercitare ambiguamente la “difesa armata” contro un “nemico” che sostanzialmente è il potere costituito a decidere quale sia e contro il quale è “giusto” scagliarsi. Ecco spiegato e legittimato nella storia il sostegno della Chiesa Cattolica ad ogni classe dominante in altre parti del mondo, che fu la causa del mancato sostegno della Chiesa ai teologi della liberazione in America Latina contro le dittature dei gorilla del Piano Condor; del mancato sostegno di Giovanni Paolo II ad Oscar Romero contro gli squadroni della morte a El Salvador; dell’amicizia di Giovanni Paolo II con il dittatore fascista cileno Pinochet (assai criticata dalla teologa Adriana Zarri), della diffidenza della Chiesa verso i preti operai e della comunità cristiane di base, oltre il rifiuto categorico di Giovanni Paolo II di ricevere il guatemalteco “Vescovo dei poveri” Juan Josè Conedera che si impegnò contro il genocidio dei Maya Ixil ad opera del generale e dittatore guatemalteco di stampo cristiano José Efraín Ríos Montt. C’erano “guerre giuste” che, più che combattute, andavano silentemente sostenute. Ciò che risulta strano è che il concetto di “guerra giusta”, per quanto continuamente praticato, sia da anni rifiutato e considerato superato nella teoria dagli stessi Papi della Chiesa cattolica. Papa Giovanni XXIII nella Pacem in Terris scrisse: «riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia» (4), utilizzando un’espressione latina che la traduzione italiana sfuma: pensare alla guerra come soluzione dei conflitti, cioè, «alienum est a ratione», è “fuori dalla ragione”. Il Concilio Vaticano II ha condannato «ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, delitto contro Dio e contro la stessa umanità» (5). Condanna che si ripete negli insegnamenti dei Pontefici: dall’«inutile strage» di Benedetto XV, all’«avventura senza ritorno» (6) di San Giovanni Paolo II, al Discorso all’ONU di Paolo VI che sottolinea come la gestione dei conflitti non vada affidata alla guerra ma all’opera di organismi internazionali: «Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità» (7). Queste parole si sposano perfettamente con il pensiero del grande teologo brasiliano Leonardo Boff, che subì un processo dottrinario in Vaticano per la sua adesione alla teologia della liberazione, che rigetta completamente il concetto di “guerra giusta” del Catechismo della Chiesa cattolica del 1997 ed afferma, riprendendo Bertrand Russell e Albert Einstein nel loro manifesto del 9 luglio 1955 contro i pericoli della guerra nucleare e per la pace: “La guerra non può essere umanizzata, deve essere abolita”. Per questo motivo oggi serve una risposta più strutturale da parte della Chiesa-istituzione contro le guerre soprattutto se si tratta di guerre agite dai potenti della terra contro i deboli del mondo. (segue prossimo approfondimento…)   Note: (1) Cfr. Nuova redazione del n. 2667 del Catechismo della Chiesa Cattolica, approvata da Papa Francesco, 11 maggio 2018 (2) Cfr. Politique et societé, Libro-intervista con il sociologo Dominique Wolton, Edizioni L’Observatoire, 2017 (3) Richiamando il Catechismo della Chiesa Cattolica, il Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa ricorda quali fossero «gli elementi tradizionali» di tale dottrina: «che il danno causato dall’aggressore alla nazione sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci siano fondate condizioni di successo; che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare» (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 500) (4) Giovanni XXIII, Lettera Enciclica Pacem in terries, 67 (5) Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Gaudium et Spes, 80 (6) Giovanni Paolo II, Udienza Generale 16 gennaio 1991 (7) Paolo VI, Discorso all’ONU, 4 ottobre 1965   Fonti intro articolo: > Papa Francesco, un esempio di umanesimo e coerenza contro la polarizzazione > delle guerre culturali > La rivoluzione di Francesco, una “Chiesa povera per i poveri” https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/04/13/trump-attacca-il-papa-debole-e-pessimo-sulla-politica-estera.-leone-risponde_8e91ffa4-c131-4e83-a9a8-f95a84cf16a5.html   Fonti su Dottrina della Scoperta: https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2023-03/dottrina-scoperta-doctrine-discovery-nota-sviluppo-umano.html https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-03/quo-075/la-dottrina-della-scoperta.html Cristiana Fiamingo, La Santa Sede e il ripudio della dottrina della scoperta tra riduzionismo e negazione di responsabilità https://air.unimi.it/retrieve/68364269-5323-4059-ab76-5b7e6a96201b/Vol.6No.1.2024_FiamingoV2.pdf Dicasteri per la cultura e l’educazione e per il servizio dello sviluppo umano integrale, La «dottrina della scoperta» non è cristiana https://ilregno.it/articles/Regno-documenti-9-2023-257-suphq7.pdf https://www.humandevelopment.va/it/news/2023/nota-congiunta-sulla-dottrina-della-scoperta.html   Fonti su “guerra giusta”: > La guerra per la Chiesa cattolica https://www.rassegnastampa-totustuus.it/cattolica/wp-content/uploads/2023/07/GUERRA-SANTA-GUERRA-GIUSTA-Roberto-De-Mattei.pdf Relazione al Convegno: “Sicurezza, legalità, sviluppo: a 100 anni da Vittorio Veneto”, Università “A. Moro”, dipartimento Scienze Politiche, Bari, 25 ottobre 2018 https://www.ordinariatomilitare.it/wp-content/uploads/sites/2/2019/07/Conferenza-universita-Bari.pdf > La guerra non può essere umanizzata, deve essere cancellata   Lorenzo Poli
April 27, 2026
Pressenza