La repressione giudiziaria del dissenso politico in Germania: il caso degli Ulm5
«Mentre la Germania continua ad armare e a sostenere lo Stato israeliano
genocida, sia chiaro che nessuna forma di repressione, per quanto dura, potrà
spezzare la nostra solidarietà con i nostri fratelli e sorelle palestinesi. Che
nessuna forma di repressione, per quanto dura, potrà spezzare la nostra
solidarietà con i nostri fratelli e sorelle che sopravvivono all’occupazione e
al dominio coloniale e neocoloniale in tutto il mondo». Cosi si legge nelle
dichiarazioni congiunte degli Ulm5 dalla progione lette in un conferenza stampa
dai loro difensori a fine marzo a Berlino.
Il mattino del 8 settembre 2025, cinque giovani attivisti residenti a Berlino
entrano all’interno della sede tedesca di Elbit Systems a Ulm, situata tra
Monaco e Stoccarda, con l’obiettivo di agire contro il flusso d’armi verso
Israele. Nel video filmato da loro stessi si vedono a volti scoperto mentre
arrecano danno all’interno di un’ufficio, cantando “Free Palestine”, e come,
all’arrivo delle forze dell’ordine, si lasciano arrestare senza alcun tentativo
di fuga né di resistenza.
Elbit Systems è il più grande produttore di armi privato israeliano e come il
loro sito stesso riporta «è il principale fornitore di equipaggiamenti terrestri
e velivoli senza pilota dell’esercito israeliano. Si tratta di un’azienda di
primo piano nel settore della difesa in Israele». Tutte armi utilizzate per
condurre il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania e ora nel Sud
del Libano. I loro fatturati annui in continua crescita parlono chiaro: 7,94
miliardi di dollari a fine 2025, con una crescita del 16,3% in un solo anno e
+33% rispetto al 2023.
Questo scenario rientra da manuale nella cosiddetta Rechtfertigender Notstand
(stato di necessità giustificante), paragrafo 34 del codice penale tedesco.
Quando qualcuno compie un atto che normalmente sarebbe illegale ma mira a
scongiurare un danno più grave – salvare delle vite – quel reato, secondo il
paragrafo del codice, va contestualizzato, rappresentando una attenuante o
addirittura una valida giustificazione, che scagiona e assolve chi lo commette.
Per potersi appellare alla Rechtfertigender Notstand, devono sussistere quattro
condizioni:
Una situazione di pericolo in corso – in questo caso un genocidio. Una azione di
emergenza che risulti l’unica soluzione per scongiurare quel pericolo – e, di
fatto, la continuazione d’invio di armi a Israele. L’interesse protetto deve
essere superiore al danno o all’interesse leso – la salvaguardia della vita
della popolazione palestinese a Gaza. Infine, l’azione deve essere adeguata.
È questo che spinge Daniel, Zo, Crow, Vi e Leandra ad agire contro l’Elbit.
Cinque persone con provenienze diversi – Germania, Irlanda, Spagna e Regno Unito
– e background politico diversi – da attivisti per il clima a chi faceva il
volontariato in un canile.
Dal momento del loro arresto, i cinque sono stati tenuti in custodia cautelare
divisi in cinque istituti penitenziari nel sud-ovest della Germania, nonostante
la loro azione non abbia causato feriti e nessuno dei cinque abbia precedenti
penali. Gli Ulm5 sono accusati di violazione di proprietà e danneggiamento. Ma
il vero paradosso giuridico arriva con l’accusa di partecipazione a
un’organizzazione criminale, ai sensi del famigerato articolo 129 del codice
penale tedesco, che prevede una pena detentiva fino a cinque anni.
L’articolo 129 – che non richiede il rispetto di criteri chiaramente definiti e
vanta una lunga storia di utilizzo come strumento di repressione politica – è
sufficiente per giustificare la detenzione preventiva fino a sei mesi. Il
tribunale ha ora superato tale limite temporale, violando le norme di legge e la
libertà provvisoria per ciascuno dei cinque continua a essere negata.
A peggiorare le cose, nella più recente decisione con cui è stata negata la
liberazione dalla detenzione preventiva, la Corte d’Appello regionale
(Oberlandesgericht) dello Stato, ipotizzando sulla natura del reato, ha
affermato che era improbabile che i cinque ricevessero una pena nella parte più
bassa della scala e che qualsiasi pena difficilmente sarebbe stata sospesa.
Questa presunzione, prima ancora che il processo abbia avuto inizio e senza aver
ascoltato alcuna prova della difesa, solleva gravi interrogativi in merito al
rispetto delle garanzie procedurali.
> Le condizioni di detenzione preventiva in Germania, unite alle disposizioni
> dell’articolo 129, comportano che i cinque siano trattati in modo
> particolarmente duro. Queste includono un controllo rigoroso delle telefonate,
> delle visite e della corrispondenza, la reclusione nelle celle fino a 23 ore
> al giorno, l’accesso limitato ai libri e alle attività di gruppo, testrizioni
> mediche e farmacologiche e unadeguata alimentazione.
Questo uso improprio, eccessivo e sproporzionato del paragrafo 129 del codice
penale tedesco, non è affatto un caso isolato e sporadico, ma si colloca
all’interno di una piú ampia e ben calcolata strategia di criminalizzazione del
dissenso, quando questo assume forme che possano ambire a minare gli interessi
economici e politici o semplicemente la narrativa del governo e dello stato.
Affonda le proprie radici addirittura nell’Impero Prussiano, nella seconda metà
del diciannovesimo secolo, trovando continuità nella repubblica di Weimar –
allora indirizzato a reprimere associazioni proletarie – e da principio definito
come strumento di difesa preventiva dello stato, non fu disdegnato nemmeno dai
socialdemocratici negli anni ’20 del Novecento, e ovviamente dai Nazisti.
Sospeso per un decennio dopo la caduta del regime, viene non solo reintrodotto
ma anche implementato con la nuova accusa di “sostegno”, rivolta a chiunque sia
sospettato di supportare quelle che il governo considera associazioni criminali,
ma è un chiaro elemento repressivo anti-comunista.
Il paragrafo 129a completa il quadro, negli anni ’70: non piú solo
organizzazione criminale ma terrorismo. Una misura a DOC contro i gruppi
militanti armati.
Un dato risulta rilevante: solo il 3% dei casi che prevedono l’accusa del
paragrafo 129 portano a una condanna effettiva, ciò ne denota la natura e la
funzione prevalentemente intimidatoria e di deterrenza, per indurre chiunque osi
attentare alle istituzioni statali a desistere immediatamente, a prescindere
dalla legittimità che muove le azioni di dissenso.
Appena due anni fa, è stata usata a danno di attivisti per il clima di “Letzte
Generation”. Nel caso specifico, per azioni che hanno preso di mira raffinerie,
l’aeroporto di Berlino e il museo Barberini a Potsdam. Anche in questo caso,
come per il caso degli Ulm5, si è trattato di azioni non violente eseguite alla
luce del sole. Disobbedienza civile trattata alla stregua di mafia e criminalità
organizzata.
Non è necessario individuare alcuna struttura gerarchica – tipica delle
organizzazioni criminali vere – per demonizzare un intero gruppo, ma è
sufficiente che anche uno solo degli attivisti venga condannato, affinché
l’intero movimento venga annoverato nella lista delle organizzazioni proibite,
reso di fatto illegale e potenzialmente soggetto a sorveglianza speciale.
In una nota degli avvocati difensori si legge: «L’applicazione della custodia
cautelare è stata sproporzionata fin dall’inizio. Questa azione era chiaramente
finalizzata a un obiettivo legittimo: porre fine all’uccisione di civili a Gaza.
[…] Tuttavia, non è stata condotta alcuna indagine su questa linea difensiva
basata su una giustificabile risposta di emergenza; una richiesta in tal senso
da parte della difesa è stata ignorata dalla Procura di Stoccarda. La
preoccupazione principale delle autorità investigative è chiaramente quella di
fare un esempio dei nostri clienti, che sono impegnati nella lotta contro
l’occupazione e il genocidio».
> Un corto circuito enorme, in un paese firmatario della Convenzione delle
> Nazioni Unite sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e,
> simultaneamente, secondo fornitore di armi verso Israele dietro gli USA – e
> davanti all’Italia, con la Leonardo. Un paese che si trova imputato davanti
> alla Corte Internazionale di Giustizia tra i responsabili principali del
> genocidio dei palestinesi.
Il 27 aprile avrà luogo la prima delle sedici udienze che si terranno fino al 29
luglio al Tribunale regionale di Stoccarda, tutto sotto sorveglianza speciale.
L’aula in cui si terrà il processo agli Ulm5 è stata allestita all’interno del
carcere di massima sicurezza di Stammheim, costruito appositamente per i
processi alla RAF (Frazione dell’Armata Rossa) negli anni ’70, responsabili di
numerosi rapimenti, rapine e uccisioni di politici. La maggior parte delle
generazioni tedesche negli anni ’70, quando sentono parlare di Stammheim pensano
subito al «terrorismo». Ciò dimostra che lo Stato sta cercando di inscenare un
processo farsa, per dipingere i cinque, e con loro l’intero movimento
pro-palestinese, come persone pericolose per la società.
Questo è un processo politico e non avviene certo in un vacuum. Secondo 3ezwa –
una associazione che si occupa di fornire supporto legale a coloro che subiscono
repressioni a causa del loro impegno a favore della causa palestinese – sono in
corso circa dodicimila procedimenti legati alla Palestina nella sola Berlino. Un
livello di repressione che investe e attraversa non solo le affollate aule di
tribunale, ma che tocca ogni aspetto della società tedesca, dai palinsesti
televisivi ai programmi scolastici, dalle aule universitarie agli eventi
artistici culturali di rilievo. La posta in gioco è in primo luogo la vita delle
cinque persone direttamente investite, ma è anche la libertà di dissenso in sé,
la narrativa e la responsabilità etica morale e materiale di una azienda – la
Elbit System – e di un paese –la Germania – che hanno contribuito in modo forte
alla devastante distruzione di Gaza davanti al mondo.
Per ulteriori approfondimenti, per sostenere gli Ulm5 e diffondere il più
possibile il loro messaggio e la loro storia, i canali ufficiali sono
www.ulm5.info e @theulm5 su Instagram.
La copertina è di Ulm
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