William S. Burroughs / Lo scrittore sopravvive ai suoi sogni
C’è qualcosa di paradossale — e rivelatore — nel fatto che l’ultimo libro
pubblicato in vita da William S. Burroughs sia un diario di sogni. Non perché il
tema sia estraneo alla sua opera: tutta la produzione burroughsiana è, in un
certo senso, sogno trascritto, allucinazione organizzata (o disorganizzata)
sulla pagina. Il paradosso sta altrove: che il grande demolitore della coscienza
borghese, il rivoluzionario della forma narrativa, il “mago del caos” — come
amano definirlo i suoi agiografi — consegni al pubblico, come testamento
letterario, qualcosa di così ostinatamente, strutturalmente, irrimediabilmente
noioso.
La mia educazione è il libro di un vecchio. Non nel senso nobile del termine,
quello dell’anziano saggio che distilla una vita in aforismi memorabili, ma nel
senso più clinico: un libro di reminiscenze vaghe, di sogni mal ricordati, di
ossessioni circolari che tornano senza variazioni significative. Si tratta di
una raccolta di sogni trascritti nell’arco di vari decenni, inframmezzati da
qualche commento sulla guerra alla droga e da paragrafi composti con la tecnica
del cut-up. Il titolo viene spiegato nel primo sogno del volume, datato 1959:
Burroughs tenta di imbarcarsi su un aereo, ma una donna allo sportello —
descritta come un’impiegata intergalattica dalla faccia di cera — gli nega il
passaggio, comunicandogli che non ha ancora ricevuto la sua educazione. Dopo
quasi trecento pagine, ci si chiede legittimamente se questa educazione sia mai
arrivata.
La maggior parte dei sogni, narrati in una catena quasi ininterrotta e monotona,
sono esempi tutt’altro che notevoli del genere. L’unico filo interessante è la
ricorrenza — prevedibile per un soggetto così errabondo come Burroughs — di
spazi impersonali di transito: stazioni, alberghi. Per il resto, i temi
dominanti sono quelli della vita quotidiana: conversazioni con gli amici Ian
Sommerville, Allen Ginsberg e Brion Gysin; la cura dei gatti; il tentativo di
procurarsi sesso, droga o qualcosa da mangiare. Sogni di volo, sogni erotici di
valigie da fare, sogni di essere maltrattati da uomini in uniforme. Si stenta a
capire in che senso tutto questo costituisca letteratura, o almeno letteratura
degna di pubblicazione.
Il critico Jonathan Romney, recensendo il libro per “Literary Review”, ha
centrato il problema con precisione: un libro di sogni firmato Burroughs è al
tempo stesso ridondante e contraddittorio. Ridondante perché tutta la sua opera
si legge già come un assemblaggio onirico; contraddittorio perché ridurre i suoi
tableaux foschi e austeri all’etichetta di “sogni” distorce la peculiarità di
Burroughs come scrittore. La forza del suo lavoro risiede nel fatto che non
consente una chiara demarcazione tra autobiografia velata, sogno e atto
materiale della scrittura. Qui invece quella demarcazione è forzata, esplicita,
e il risultato è che tutto appare appiattito, privato della tensione che rendeva
certi passi di Naked Lunch o della trilogia Nova autenticamente destabilizzanti.
Burroughs scrive all’inizio del libro che sogna durante il sonno ma anche da
sveglio, e che esiste per lui un terzo tipo di sogno, più reale della vita
reale. Questa premessa prepara il terreno per i numerosi inserti non onirici,
annotazioni su vari argomenti: la terapia, gli appassionati di armi da fuoco, la
vita dello scrittore. Ma soprattutto prepara il terreno per la delusione del
lettore esigente: ci aspetteremmo che i sogni di Burroughs fossero almeno
all’altezza del mito che li circonda. È invece una piccola delusione constatare
quanto siano poco dettagliati, privi di sfumatura e del piacere di esplorare le
stranezze che ci si aspetterebbe dalla sua narrativa. Certo, rimangono momenti
isolati di qualche efficacia. Un sogno di uno scarafaggio bloccato
nell’orecchio, o di un uomo che raccoglie il proprio cervello fuoriuscito dal
cranio per mangiarlo — queste immagini conservano qualcosa del vecchio Burroughs
grottesco. Ma sono eccezioni in un panorama prevalentemente piatto. I sogni
ricorrenti — i sogni di volo, i sogni di “imballaggio”, i sogni di colazione
sulla “difficoltà di procurarsi cibo” — non riescono a caricarsi di alcun
significato metaforico, consegnando al testo una tediosa inesorabilità.
Sul piano umano, il libro ha il suo unico momento di autenticità nel tono
elegiaco che attraversa le pagine del vecchio scrittore sopravvissuto a quasi
tutti i suoi amici. La voce satirica ha lasciato posto a qualcosa di più
lamentoso. La forza di questo testo simil-memorialistico deriva dalle lotte del
narratore settantaduenne con il dolore, per essere sopravvissuto a molte delle
persone e degli eventi che ricorda così vividamente. Ma la compassione che
possiamo provare per un uomo anziano che fa i conti con la perdita non trasforma
necessariamente le sue pagine in letteratura.
Il commento politico si riduce a qualche sfogo datato su Anita Bryant, Ronald
Reagan e la CIA. I gatti ricorrono ossessivamente. Allen Ginsberg appare in
sogno con una penosa descrizione fisica che sembra più un regolamento di conti
camuffato da inconscio. Il tutto è stato assemblato, si scopre dai crediti, con
il contributo di quattro persone incaricate di editare, trascrivere e
incoraggiare quella che dev’essere stata una selezione di materiali di difficile
coerenza.
Il verdetto di “Kirkus Reviews” all’uscita americana fu sintetico e impietoso: i
fan accaniti lo divoreranno senz’altro; gli altri non hanno bisogno di andare
oltre Naked Lunch. Difficile aggiungere molto. La mia educazione è il libro di
chi vive di rendita su una reputazione costruita decenni prima, un taccuino
privato gonfiato a dimensioni editoriali dalla stessa logica che portava le
riviste a pubblicare qualsiasi cosa portasse il nome Burroughs. Adelphi lo ha
rilegato con la sua consueta eleganza. Forse l’oggetto libro è più riuscito del
suo contenuto letterario.
L'articolo William S. Burroughs / Lo scrittore sopravvive ai suoi sogni proviene
da Pulp Magazine.