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UE, proposta killer sui diritti del lavoro
Un recente rapporto dell’ETUI, il Centro Studi della Confederazione Europea dei Sindacati, ha lanciato un sonoro allarme su una proposta presentata il 18 marzo a Bruxelles e in discussione nel silenzio generale. Si chiama “28esimo regime” e rappresenta uno degli assi dei due documenti per il rilancio della competitività europea commissionati due anni fa da Ursula von der Leyen a Enrico Letta e Mario Draghi. Prevede il varo di una legislazione europea in materia di diritto societario, che andrebbe ad affiancarsi alla normativa dei 27 paesi-membri (di qui il nome) con conseguenze anche su lavoro e fisco. La proposta, presentata come volano per la competitività europea, soprattutto nel settore innovazione e start-up (formula taumaturgica che rende qualsiasi scelta legittima), di fatto non avrebbe limiti di applicazione. Permetterebbe di aprire la nuova forma societaria in modalità esclusivamente digitale, con requisiti di capitale minimi, un costo di 100 euro e registrazione entro 48 ore in un paese-membro dell’UE, a prescindere dove effettivamente si opererà, ma con la possibilità di applicare il diritto del lavoro dello Stato di registrazione e di conseguenza, suggerisce l’ETUI, anche le regole locali su contrattazione collettiva, rappresentanza dei lavoratori, ecc. In altre parole una persona fisica o un’impresa già costituita, persino un grande gruppo multinazionale, potrebbero intraprendere un’attività economica in Italia, utilizzando una società registrata in Romania, un domani magari chissà, in Ucraina o in Turchia, e in tal modo non essere obbligati ad adottare il diritto del lavoro e le regole sindacali italiani. La registrazione di una EU inc. – curiosa l’omonimia con la campagna delle Big Tech americane contro il sistema regolatorio europeo – potrebbe essere effettuata creando la società ex novo, attraverso una fusione tra aziende di diversi paesi o a partire da un’impresa già esistente – e sarebbe soggetta al principio “only once” (una volta sola). In altre parole, una volta completata la registrazione presso il paese prescelto, il titolare non sarebbe più tenuto a fornire informazioni sulla società, anche in caso di variazioni. In ogni caso anche alla prima registrazione non sarebbe tenuto a fornire dati sul numero di dipendenti, il paese in cui opererebbero e la normativa loro applicata. Per intenderci: un ispettorato del lavoro italiano che decidesse di avviare delle verifiche su un’impresa che opera in Italia ma è registrata in un altro paese dell’Unione, sospettando illeciti, si troverebbe nell’impossibilità di farlo. La proposta prevede anche la possibilità che i dipendenti siano cooptati in un sistema di distribuzione di stock option, senza che, precisa il rapporto ETUI, nei testi in discussione sia incluso un esplicito divieto di pagare le retribuzioni dei dipendenti, integralmente o parzialmente, in partecipazioni. E dunque senza alcuna garanzia che in questo modo non vengano soppiantate le regole in materia di democrazia nei posti di lavoro. Per il sindacato insomma il rischio è che almeno una parte della retribuzione possa essere pagata in azioni della società e che ciò significhi per un verso aggirare i minimi contrattuali e, dove previsto, il salario minimo legale, per un altro non riconoscere le regole su rappresentanza sindacale e democrazia nei luoghi di lavoro, sostenendo che nel nuovo contesto societario esse siano sostituite da quelle connesse alla partecipazione azionaria. In sostanza la Commissione von der Leyen 1, dopo aver approvato negli anni passati alcune direttive che dovrebbero garantire l’introduzione di tutele minime per tutti i lavoratori o in alcuni settori specifici – vedi la direttiva sul salario minimo e sui lavoratori delle piattaforme – ora invece recepisce le indicazioni di Letta e di Draghi, a loro volta dettate dalle esigenze della nuova fase politica internazionale. Con l’esplodere della spesa militare, la bolla dell’IA che si gonfia sempre di più e una competizione commerciale e militare internazionale sempre più parossistica le imprese chiedono di fare piazza pulita delle pur blande regole previste dagli ordinamenti nazionali, già frutto di trent’anni di arretramento dei lavoratori in Europa e nel mondo. Lo fanno in modo così drastico da suscitare reazioni persino all’interno della tecnocrazia europea. Il giorno dopo la presentazione della proposta il CNUE, organo di rappresentanza dei notai dell’UE, diffondeva un comunicato in cui metteva in guardia dai potenziali rischi del nuovo regime, in particolare una sfrenata competizione al ribasso tra paesi-membri, l’indebolimento degli attuali meccanismi di prevenzione e contrasto ad attività illecite come il riciclaggio di denaro e uno squilibrio tra interesse pubblico e privato. Osservazioni che se per un verso riflettono i timori di una riduzione del lavoro per chi vive di atti societari, per un altro si fondano sulla ragionevole previsione che l’economia europea si trasformi in un far west. È significativo che in Italia a oltre tre mesi dalla presentazione della proposta da parte della Commissione Europea la stampa, che quando vengono attaccate le prerogative dei grandi gruppi editoriali rivendica il suo ruolo di “cane da guardia del potere”, così come l’intero spettro politico – dai partiti dell’ordine tout court ai partiti dell’ordine ma non troppo fino ai più sfegatati sovranisti – non abbiano detto una sola parola su un provvedimento che di fatto renderebbe innocue le legislazioni nazionali dei paesi-membri in materia di diritto societario, lavoro e fisco, rispondendo positivamente alle richieste di Trump di non mettere i bastoni tra le ruote alle Big Tech americane. Tutta la retorica sul superamento di destra e sinistra in nome di una nuova dialettica sociale tra alto e basso, tra mondialismo e sovranità popolare e altre simili scempiaggini si dileguano di fronte alla banale constatazione che quando si tratta di leccare i piedi al grande capitale a spese dei proletari europei Meloni e Schlein, Salvini e Vannacci, Tajani e Rizzo, Calenda e D’Orsi si ritrovano tutti dalla stessa parte della barricata, quella del più forte. Concentrare la sceneggiatura della serie “Italian affairs” sulle foto in trattoria di Fratoianni, Schlein e Conte, sul grado di connessione sentimentale tra Giorgia e Donald, sulla sparata del giorno di qualche politico di provincia in cerca di gloria effimera conviene a tutti, aumenta lo share, fa impennare i clic, sparge nel dibattito pubblico una proficua cortina fumogena e fa anche crescere il PIL, anzi il GDP.   Redazione Italia
August 4, 2026
Pressenza
Falsità e insulti alla popolazione accusata di essere parassita
Il Corriere della sera offre grande spazio al sig. Alberto Brambilla, che si vanta di essere prof d’università (in una università privata del varesotto) e che è stato anche sottosegretario dei governi Berlusconi e poi del governo Conte, per spifferare falsità e insulti contro la maggioranza della popolazione italiana. Il titolo del suo articolo è eloquente “Il 60% degli italiani non paga le tasse” e ne consegue l’accusa di “non contribuire a sostenere i servizi”, di far aumentare il debito pubblico e di essere alimentato da una “politica che elargisce bonus per cercare consensi”. Il Brambilla si erige a paladino della “democrazia e dei valori civili e sociali” denunciando che “negli ultimi 25 anni … la forma e la metodologia di cattura del consenso è sempre più basata su promesse e maggiori benefici: più servizi gratis e meno tasse per tutti”. Ma lui non era con Berlusconi che prometteva proprio questo? Ora però sembra approdato a una sorta di “civismo puritano” che invoca criminalizzando il 60% degli italiani. Ma il suo anatema è sfacciatamente falso e i dati che sbandiera sono del tutto fasulli!  Nel 2025, in base ai dati Istat, il numero totale di lavoratori attivi in Italia era di circa 24 milioni 307mila a marzo (MA NON E’ il 41,3% DELLA POPOLAZIONE IN ETA’ LAVORATIVA. IL 17,1% DEI 58.971.230 ITALIANI E STARNIERI RESIDENTI HA MENO DI 19 ANNI QUINDI GLI ATTIVI SONO CIRCA IL 50%), di cui: autonomi 5 milioni 153mila (diminuzione rispetto al mese precedente, aumento rispetto a marzo 2024); dipendenti a termine: 2 milioni 594mila (diminuzione rispetto al mese precedente e a marzo 2024); dipendenti permanenti: 16 milioni 560mila (aumento rispetto al mese precedente e a marzo 2024). Tasso di occupazione: 63,0%; tasso di disoccupazione: 6,0%, Tasso di inattività: 32,9%. MA A QUESTI VANNO AGGIUNTI I LAVORATORI VITTIME di SUPER-SFRUTTAMENTO VIOLENTO (NELLE ECONOMIE SOMMERSE che l’EURISPES STIMA a OLTRE IL 35% DEL PIL (ossia oltre otto milioni fra precari e nero totale).  CHI NON PAGA LE TASSE SONO PROPRIO I SUPERSFRUTTATORI PROTETTI DAI GOVERNI DELLE DESTRE E ANCHE DELL’EX-SINISTRA, DALLE POLIZIE CHE NON “VEDONO” QUESTE REALTA’ CHE OGNI GIORNO MIETONO MORTI SUL LAVORO OLTRE A VIOLENZE SESSUALI, BRUTALITA’ E PERSINO OMICIDI DI CHI SI NON SUBISCE PASSIVAMENTE O SI RIBELLA.  GLI EVASORI NON SONO IL 60% DEGLI ITALIANI! Forse, tutt’al più il 10%. E sono proprio i fedeli elettori delle destre e in parte dell’ex-sinistra (quelli che invocano sempre nuove sanatorie o la “pace fiscale” osannata da Salvini, gli abusi edilizi, meno controlli sulla sicurezza al lavoro e più repressione contro chi si rivolta contro il supersfruttamento, le grandi opere inutili, danno e supercostose). Il signor Brambilla scrive che oggi si spendono “oltre 165 per gli indigenti assoluti che sono diventati 5,8 milioni mentre i poveri relativi sono 8,7 milioni”. Ma questi indigenti sono tali per colpa loro? Perché non vogliono lavorare? Devono essere lasciati morire se non lavorano? E il Brambilla arriva a dire che “i malavitosi delle 5 mafie … sono un milione o anche di più …”. Vorrebbe una nuova guerra contro il Sud come quella piemontese contro il cosiddetto brigantaggio? Dagli anni Ottanta in Italia si è assistito a una crescita enorme del lavoro precario anche nel pubblico impiego, negli asili nido, nelle scuole materne, in quelle elementari, nelle medie e medie superiori e anche nelle università, spesso con salari miserabili. La percentuale di lavoratori precari (ossia con contratti a tempo determinato) è passato dal 12% del 2015 al 24% del 2023, e in alcuni casi anche Università è di oltre il 40%; questi precari percepiscono gli stipendi più basi fra i paesi OCSE. Il semi-precariato e il nero sono in tutti i settori grazie anche al subappalto persino nelle grandi industrie parastatali (in Fincantieri circo l’80% dei lavoratori dipende da ditte subappaltatrici e a volte persino in nero con salari da 5 euro l’ora lordi), quindi salari da neo-schiavitù (anche da 2 euro l’ora), le economie sommerse in Italia oltrepassano il 35% del PIL (stima Eurispes – importante agenzia di studi e ricerche anche per il governo). Il furore di super-sfruttare e di accumulare profitti è diffuso dalla Val d’Aosta alla Sicilia. Sempre secondo l’OCSE, dal 1991 al 2025 in Italia gli stipendi sono aumentati solo dell’1% mentre nell’area OCSE l’aumento è stato del 32,5%.  Ma Brambilla va oltre e scrive: “se venissimo invasi quanti giorni resisteremmo? Tra munizioni, soldati e mezzi, forse 2 o 3 giorni? Non farebbe nemmeno in tempo ad intervenire la Nato che saremmo già ko”. Ergo, secondo lui occorrerebbe costringere tutti a lavorare (donne e anche giovanissimi e perché no anche anziani) per avere un paese super-produttivo, ricco e dotato di una difesa militare efficace (come vogliono i signore neofascisti al potere). E non manca di dire che “per il gioco d’azzardo gli italiani spendono oggi 159 miliardi (più della spesa sanitaria). I telefonini, Spotify, le Tv a pagamento, i device ecc.: oggi gli italiani sono primi in classifica per spese in tecnologia e nel digitale, come pure per i consumi di acqua e cibo”. In altre parole, secondo il Brambilla il popolo è ricco perché non paga le tasse e fa il parassita. “L’Isee sarebbe la fabbrica dei poveri”. “La sanità costa 138 miliardi, la metà delle entrate fiscali”. Allora che si fa la sopprimiamo?  LA RISPOSTA PIÙ EFFICACE E IMMEDIATA A QUESTO SIGNORE, AL GOVERNO NEOFASCISTA A NOME DEL QUALE DI FATTO PARLA, E ALL’EX-SINISTRA NEOLIBERISTA, SARÀ IL SUPERAMENTO DEL QUORUM E LA VITTORIA DEI 5 SI AL REFERENDUM Salvatore Turi Palidda
May 25, 2025
Pressenza